Ch'egli ebbe dell'orribile pazzìa
D'Orlando; e di cercarlo ebbe in avviso:
Ma tutta quanta la sua baronìa
Pregollo con gran lagrime sul viso,
Ch'ei stesse fermo, e che andato sarìa
Ciascun di loro a ricercarlo; e tosto
Alla partenza ciascun fu disposto.
24
Chi vêr Levante andò, chi vêr Ponente.
Rinaldo volle ir solo; in compagnìa
Andaro gli altri, e fur parecchia gente.
Di Persia prese Rinaldo la via;
Astolfo, Alardo e Ricciardo valente
Preser la Spagna, ove credon che sia;
Olivieri e cento altri paladini
S'indirizzaro per altri cammini.
25
In compagnia di Carlo appena trenta
Paladini restaro in arme chiari:
Quando dopo due mesi si presenta
Alla corte un araldo, e in sensi amari
Spiega come lo Scricca gli appresenta
Guerra crudele; e però si prepari;
E che vuol morto ciaschedun Cristiano,
O gli si dïa Ricciardetto in mano,
26
Che diede morte all'unico suo figlio.
Rispose Carlo: Al tuo signor ritorna,
E digli che crudele è il suo consiglio,
E folle insieme, e che equità non orna.
Se Ricciardetto fece il suol vermiglio
Di quel sangue che il senno a lui frastorna,
Ne incolpi la Fortuna, che talvolta
Sdegnata e pazza contro i suoi si volta.
27
Ricciardetto non è campion da frode:
Pugnò con lui come pugnare è uso
Guerrier che merca a sì gran rischio lode;
Nè in dirti questo, io mi difendo o scuso:
Ciascun de' miei soldati assai più prode
È de' suoi Cafri; nè l'orribil muso,
Nè le gran membra o la strana figura
Agli uomini di Francia fan paura.
28
Digli ch'ei venga pure, e che su' merli
Di Parigi vedrà fanciulli e spose,
Che su vi monteranno per vederli.
L'araldo freme udendo queste cose,
E dice: Come falco addosso ai merli
Verrà lo Scricca sopra l'orgogliose
Genti francesche; e che spera fra poco
Veder tutto Parigi in fiamma e foco.
29
Vassen l'araldo; e Carlo fa consiglio
Co' suoi baroni, e si parton gli uffizj.
Chi ha un impiego e chi all'altro dà di piglio;
Chi bada ai muri, e guarda se hanno vizj;
Chi pensa della fame al gran periglio,
E grani ammassa e vieta gli stravizj;
Chi avvisa i paladini con staffette,
Che vanno come avesser le pecette.
30
Ma lasciam questi, e seguitiam la pesta
Di Ricciardetto, d'Astolfo e d'Alardo,
Che van cercando con la faccia mesta
Orlando pazzo, il paladin gagliardo,
E in ogni parte ne fanno richiesta;
Ma avviso non ne trovan se non tardo:
A quel però, che ponno immaginare,
Credon che in Spagna certo egli abbia a stare.
31
Passano i Pirenei e Catalogna,
E presto presto sono in Aragona:
Qui senton cosa, che alle lor bisogna
Molto confassi, da certa persona
Che narrò loro, come in una fogna
Ritrovò il conte in su l'ora di nona
Presso a Valenza ne' giorni passati,
Che urlava peggio degli spiritati.
32
Piegaro su la manca a questo dire
I paladini; e, secondo l'intesa,
Verso Valenza incominciarno a ire.
Un dì nel gran deserto d'Oropesa
Più assassini li vennero a assalire,
E fecero una nobile difesa:
Astolfo sol con la lancia fatata
Gittò per terra tutta la brigata.
33
Già il Sol baciava il volto alla marina,
E gli alti monti si faceano oscuri;
E gli augelletti alla selva vicina
Volavano su' rami più sicuri,
Timorosi d'insidie o di rapina;
E i pigri tassi fuor de' lor tuguri
Moveano il piede; e i pipistrelli e i gufi
Lasciavan lieti gl'incavati tufi:
34
Quando videro un fuoco non lontano,
E s'avvisâr che fossero pastori.
Là vanno; e loro viene incontro un nano
Che porta in mano tre mazzi di fiori;
E da lui salutati in atto umano,
Disse: Mi manda a voi, cari signori,
La mia padrona, e vi presenta questi
Mazzi, che son di mille fior contesti.
35
Questa, se nol sapete, è la più bella
Donna che in Spagna mai si sia veduta:
Ella ha sotto di sè terre e castella,
Ma non cerca marito, e lo rifiuta;
Il nome suo egli è madonna Stella:
Se canta, un usignuolo si reputa;
Se balla, agli occhi di ciascuno appare
Clori per l'aria, o Galatea sul mare.
36
Astolfo, a questo dir, si mette in tasca
La mano, e trânne fuora un pettin rado,
E me' che sa i suoi capelli sfrasca,
E si rende pulito come un dado.
Ridono i due e dicono: Che frasca
È mai costui! egli è del parentado
Certamente di Venere e d'Amore,
Che ogni donna gli ruba e senno e core.
37
In ciò dicendo, ecco da mille e mille
Accese faci che sono incontrati,
Giovani vaghe con liete pupille
Portano in mano i bei doppier dorati;
E con strumenti confacenti a ville
Si fan più sinfonìe sopra que' prati;
E la padrona poi in mezzo a quelle
Viene, e sembra la luna infra le stelle.
38
Era vestita d'un color celeste,
E il biondo crin legava un nastro d'oro:
Nude le braccia avea, corta la veste;
Ma non perdeva grazia nè decoro:
Una cetra d'avorio con due teste
Di cigni (e Dafne mi parea fra loro)
Aveva al collo, che sì bianco egli era,
Che latte e neve appresso lui par nera.
39
Ella cantando disse: O dolce, o bella,
O santa libertà, quanto sei cara!
Per oro, per cittadi o per castella
Ben si compra e mal vende così chiara
E nobil merce. Libertade è quella
Che noi dispoglia d'ogni cura amara:
Ella sol basta a fare in ogni stato
Un uom, d'afflitto e misero, beato.
40
Ma quella libertà vie più s'apprezza,
Che siede qual regina in mezzo al core;
Libertà lieta, che dileggia e sprezza
Tutt'i legami del crudele Amore.
Felice chi da piccolo s'avvezza
A non curare questo traditore!
Io l'ho sempre fuggito, e nol conosco,
Amica sol di questo ombroso bosco.
41
Ma quando a sè vicini ella gli scorse,
Ruppe il bel canto, e con gentil sorriso
Verso di lor nè camminò nè corse;
Ma venne con tal grazia e con tal viso,
Che Astolfo i labbri per stupor si morse,
E disse: Amici, siamo in paradiso:
Sì bel suon, sì bel canto e sì bel muso
Delle mortali cose ên fuor dell'uso.
42
E qual fortuna, disse, o cavalieri,
Al bosco della Stella v'ha condutti?
Se piacer di falconi o di levrieri
V'ha stimolati, e a qua venire indutti,
Son certa ch'io vi do mille piaceri,
Chè a cacce son tutti costoro istrutti;
Ma, dalla caccia in fuori, mi è negato
Darvi piacer che appaghi il vostro stato.
43
Ninfa del terzo ciel, rispose Astolfo,
Non parliam di levrieri e non di falchi,
Chè in piaceri di cacce non m'ingolfo;
Nè fia che presso alle lepri cavalchi,
Quando m'abbatto per lanciato golfo
In tal fortuna; chè se tutta io calchi
La terra a tondo, non avrò l'eguale
Di veder questa tua beltà immortale.
44
E qui diede un sospiro e si fe' rosso.
Ad entrar nel suo nobile palazzo
Ella gl'invita, e loro avanti ha mosso
Il piede; e Astolfo, per amor già pazzo,
Le va sì presso, che l'è quasi addosso,
E le dice all'orecchie: O ch'io m'ammazzo,
O che voi mi guardate in dolce guisa,
Occhi, che avete la mia pace uccisa.
45
Tira avanti la donna, e non risponde;
Ma sottocchi le astute damigelle
Co' labbri chiusi al riso fanno sponde.
Mense fra tanto sontuose e belle
Apparecchian le giovani gioconde.
Astolfo, fiso nelle vaghe stelle
Di quel cielo che tanto l'innamora,
Non bada a nulla, e quelle solo adora.
46
Ricciardetto lo scuote, ed ei non sente.
Fuma la mensa; e madonna s'asside,
E gli altri seco; ma Astolfo nïente
Si muove, e lei riguarda, e or piange, or ride.
Alardo fuor di modo n'è dolente:
Donna Stella, che di questo s'avvide,
Disse: Guerriero, sta pur di buon cuore,
Ch'io guarirollo presto dall'amore.
47
E gli diede una noce del Brasile,
E disse: Quando nel letto si corca,
Con punta di coltel sottil sottile,
Trattane pria la scorza nera e sporca,
Una dramma ne raschia, e in vin gentile
L'infondi e sbatti, e fanne come morca;
E con questo gli bagna e bocca e petto,
E seguiranne il desïato effetto.
48
La dolce madre mia, che fu sì bella,
E che amò tanto il caro suo consorte,
Che l'Artemisia in paragon di quella
Odiava il suo (or ve' s'egli era forte),
Quando il furore della nostra stella
Miseramente lo condusse a morte,
Per l'acerbo dolor divenne tale,
Che a tutta Spagna ne sapeva male.
49
La meschina ridotta in pelle ed ossa
Era, e i begli occhi non vedean più lume;
Sparute eran le guance, ed una fossa
V'avean lasciata, ove correva un fiume
Di pianto che m'avea tutta commossa.
Or mentre avvien che così si consume,
Capita in casa nostra una mattina
Un vecchio dell'Olindica marina;
50
E dice: Se d'amor guasta è costei,
Io guarirolla; e, presa questa noce,
Fe' tutto quello prestamente a lei,
Ch'io t'ho narrato: ed ecco che la voce
Torna più chiara, e tornan lieti e bei
Gli occhi; nè son di lagrime più foce:
In fin non era ancor passato un anno,
Che tornò come prima, e senza affanno;
51
Perchè ha virtù di far dimenticare
La cosa amata; e disse che la fece
Próteo per una sua ninfa del mare,
Che mentre ama un pastor, che a lei non lece,
E per marito non lo può pigliare,
In poco tempo tutta si disfece:
Onde ei con questa noce rassettolla,
Ed ella poscia un giorno a me donolla.
52
Donolla a me, che sopra d'uno scoglio
Sedea piangendo il mio crudel destino;
Chè bella donna, ma piena d'orgoglio,
Amava io tanto, che sera e mattino
Mi moriva d'affanno e di cordoglio,
Perchè m'odiava lontano e vicino.
Ella, mossa a pietà del mio tormento,
Mi fe' quel dono; e ne restai contento.
53
Quindi soggiunse che alla vaga Eléna
Altra ne diè che, stemprata nel vino,
Toglieva ogni dolore ed ogni pena.
Agamennon la bevve, e il picciolino
Telémaco; e fe' lor bella e serena
Tornar la fronte; e l'ire del destino
E i passati travagli si scordaro
In ber quel vino così buono e raro.
54
Ciò detto, s'alza la gentil donzella
Da mensa, e prega la notte felice
A ciascuno, e ciascun la prega ad ella.
Astolfo a lei pian pian s'accosta, e dice:
Ove mi lasci, o desïata Stella?
Se parti, io resto misero e infelice.
La donna finge non udirlo, e parte;
E dice a Alardo non so che in disparte.
55
Prendono in mezzo Alardo e Ricciardetto
L'innamorato Astolfo che sospira,
E si vuol trarre il cuor di mezzo al petto,
E mandarlo a madonna che il martira.
Essi ridendo gli fanno dispetto.
Ed ebbe dal dispetto a nascer l'ira;
Ma temperò lo spirito feroce
Il fatto a tempo impiastro della noce.
56
Appena l'incantata raschiatura
Toccògli il caldo petto e l'arsa bocca,
Che di madonna Stella non si cura,
E gli par brutta, attempatella e sciocca;
E dice: Non guastiam nostra ventura
In soffermarci in questa biccicocca.
E' dorme un par d'orette, e pria del giorno
Sveglia i compagni suoi a suon di corno;
57
E dice: Si fa tardi; andiamo via;
Andiamo a ricercar del nostro conte.
Rispose Alardo: Da maggior pazzìa
Noi te guarimmo con le grazie pronte
Di questa ninfa così bella e pia.
Un segno della croce in su la fronte
Fassi Astolfo; e non sa che dir si vuole
L'oscuro suon di quelle sue parole.
58
Ma per la via noi ti diremo il tutto,
Ripreser quelli; ed intanto vestiti
Lascian l'albergo, e l'incantato frutto
Riportaro a madonna; ed infiniti
Complimenti le fêr; che ognuno istrutto
Era ne' modi civili e puliti.
Ma lasciam questi, e cerchiam di Rinaldo,
Di cui non v'è chi in sella stia più saldo.
59
Se vi sovviene, egli partì soletto
Vêr Persia, ed imbarcossi alla Rocella;
E nell'Eusino con suo gran diletto
Giunse sul comparire della stella,
Che trasse sul dorato suo carretto
L'amato vecchio colà dove bella
Ell'è negrezza; io dico in Etïopia;
E lì di sè gli fece dolce copia.
60
Sbarca in un porto, e subito domanda
Per il destriero suo buon orzo e fava:
Più non v'è piazza, osteria o locanda,
Dov'ei non chiegga del signor di Brava:
Ma nulla di lui suona in quella banda;
E quanto cerca più, men ne ricava:
Onde d'entrare in terra si dispone,
E cercarlo per quella regïone.
61
Fatte ancor non avea diciotto miglia,
Che vede in fuga molte vacche e buoi,
E una villana candida e vermiglia
Che piange, e strappa i rozzi panni suoi,
Ed i ricciuti crini si scapiglia,
E va gridando: Ahi miserelli noi!
Si ferma il paladino; e in questo mentre
Vede un serpente lungo e di gran ventre,
62
Che con la bocca aperta insegue e incalza
La villanella che fuggendo stride.
Allor di sella il cavaliero sbalza
Al suolo, e il serpe con la lancia uccide.
Ma la veloce pastorella scalza
Non si rivolta; nè per quanto ei gride:
Morto è il serpente; ferma il piè, fanciulla;
Non ode mai, nè volgesi per nulla.
63
Onde egli segue il suo cammino; e intanto
Gli si fa notte presso d'un castello;
In una casa ode allegrezza e canto,
E si figura sia un qualche ostello,
E tale è appunto, ma meschino alquanto;
Nulladimen la fame gliel fa bello.
Smonta Rinaldo: e lieta assai l'accoglie,
Dell'ostiero l'allegra e bella moglie.
64
Chiede da cena, e vuol stare in cucina,
E dà di mano anche a girar l'arrosto;
Chè vuol parer un uomo da dozzina:
Ma l'oste che lo guarda di nascosto,
S'avvede com'egli ha la pelle fina,
Ed è sì ben della vita disposto,
Che guerrier sembra da far molte prove,
Tutte ammirande, e tutte eccelse e nove.
65
Onde, rivolto a lui, disse l'ostiero:
Signor, se corrisponde il valor vostro
Alla presenza d'illustre guerriero
Potreste fare a questo luogo nostro
Un gran piacere, e da un crudele e fero
Orribil tanto e detestabil mostro
Liberar noi e due gentili amanti,
Che tiene questa fera in doglia e in pianti.
66
Disse Rinaldo: Non ho da far nulla,
E l'ozio non alligna in casa mia;
Dimmi il garzone e dimmi la fanciulla,
Che tanto affanna questa bestia ria;
E, come dir si suole, dalla culla
Narrami questa istoria in cortesia;
Chè dolce cosa ell'è fra le vivande
Udire narrazioni memorande.
67
Hai da saper che Baccola è nomato
Quel castello che sta qui sopra a noi:
Questo era d'un signor bello e garbato,
E grande e forte come sete voi:
Per sua disgrazia pazzamente amato
Fu dalla Fata Nera, che de' suoi
Begli occhi e delle sue maniere accorte
Ardeva sì, che ne correva a morte.
68
Ma egli che donato il core avea
Alla Brunetta, che d'un gran villaggio,
Ch'è presso al suo, signoria tenea,
Presenti, preghi, nè tema d'oltraggio
L'indussero a far quello che volea:
Onde aspettò nel dì del maritaggio
Di far questa crudele opra sì strana
Che di simil non v'è memoria umana.
69
Quando vien la Brunetta in bianca vesta,
Coronata il bel crin di gigli e rose,
E va Baccola tutta in gioja e festa,
Ecco la Fata che tra l'altre cose
Mostra star lieta, ancor che stesse mesta.
Saluta la Brunetta e le vezzose
Compagne, e dice: Andate a più bell'agio;
Chè lo sposo ancor è dentro il palagio.
70
E vuol che all'ombra di un alto cipresso
Aspettin lui, che già venìa cantando;
E quando vide che molto era presso
Lo sposo a lei, che sola andava amando,
Dal negro inferno le comparve un messo,
Ch'acqua le diè del Tartaro nefando:
D'essa gli sposi la crudele asperse
E quella in cagna, in cervo lui converse.
71
E il cervo cominciò tosto a fuggire,
E la cagna a inseguirlo; e son dieci anni
Che provano ambiduo questo martìre,
Nè v'è chi trarre lor possa d'affanni;
Chè un erto monte bisogna salire,
Erto così, che vi vorrebber vanni;
E in cima poi evvi una grossa torre,
Dove questa crudel vassi a riporre.
72
Di più vi stanno a guardia due giganti,
Uno detto il Traggea, l'altro lo Striscia,
Da far paura ancora agli angel santi:
Sono vestiti di pelle di biscia,
Ma pelle da stivali, e non da guanti;
Ed hanno in mano una certa scudiscia,
Che in suo paraggio un stollo da pagliajo
Parrebbe un manichino di cucchiajo.
73
Or se potessi uccidere costoro,
Vincer la rocca, e far colei prigione,
Vedremmo usciti fuora di martoro
La giovin bella e il nobile garzone,
E ritornati alle sembianze loro.
Disse Rinaldo: O ve' pretensïone!
Che? sono un paladino di Parigi?
E sorrideva sotto de' barbigi.
74
Io sono un uomo che non vaglio un fico,
Ed ho paura infin dell'ombra mia;
O pensa d'un sì orrido nemico,
Come di' tu, che quella Fata sia!
Io credo che il mio padre Lodovico
E la mia madre madonna Lucia
Nel generarmi, se mal non m'appiglio,
Mangiasser sempre carne di coniglio.
75
E disse all'oste: Quei brutti giganti
M'han messo tanto orrore questa sera,
Che mi pare d'averli sempre avanti.
Oimè, che sozza e spaventevol cera!
Non dormo solo, affè di tutti i santi;
Ma vo' dormire con la tua mogliera.
Rispose l'oste con la faccia arcigna:
Il mio non è terren da piantar vigna.
76
E preso in mano un pezzo di bastone,
Pagami, disse, e vanne a precipizio.
Rinaldo gli si butta ginocchione,
E gli chiede perdon come un novizio;
E l'oste che lo stima un bel poltrone,
Gli affibbia un pugno sopra l'occipizio.
A Rinaldo la flemma a un tratto scappa,
E le gambe dell'oste afferra e acchiappa;
77
Poi s'alza, e a tondo per la stanza il gira,
Come la fionda il giovinetto Ebreo,
Con cui tutta fugò la gente Assira,
E il gigante fierissimo abbatteo.
La moglie di dolor piange e sospira;
E tanto in lui il piagnere poteo,
Che non l'uccise, ma lasciollo in forma,
Che non sa dove sia, e par che dorma.
78
Quindi vanne alla stanza, e ponsi a letto;
E al primo albór della vermiglia aurora
Lascia le piume, e cingesi l'elmetto,
E a piedi e solo dell'ostello fuora
Esce, e dà d'occhio a un certo suo libretto,
Che diegli in Francia una bella signora
Che s'intendeva di stregoneria,
Per saper questa impresa come sia.
79
E legge a carte settecento e tre
Tutto questo negozio come sta;
E che legare la Fata si de',
E darle fuoco senza aver pietà;
E le ceneri poi portar con sè,
E in lunga lista spargerle colà,
Dove la cagna e il cervo in su e in giù
Vanno correndo, acciò vi passin su;
80
E nel passarvi lasceran le spoglie,
Di cagna questa, e di cerviotto quello;
E prenderà la sua Brunetta in moglie,
E meneralla lieta al suo castello.
Ma ve' che non t'inganni e non t'imbroglie;
Chè se la sciogli, sei morto, fratello.
Chiude il libro Rinaldo, e muove il piede
Verso del monte, lo qual già si vede.
81
Un de' giganti che guarda la destra,
Vedendo a sè venire il paladino:
Vien, che vo' darti il pan con la balestra,
Gli va dicendo in suo sciocco latino.
E tu per Dio non mangerai minestra,
Dice Rinaldo, e gli si fa vicino;
A due mani il gigante un sasso prende,
E glie lo tira; ed egli si difende,
82
E fa un gran slancio, e sotto se gli caccia,
E lo ferisce presso all'anguinaglia
Con quella spada che rompe e che straccia
Ogni forte armatura, ogni gran maglia.
Cade al suolo trafitta la bestiaccia;
Mugge così, che irato toro agguaglia.
Rimbomba il monte, e corre a quella voce
L'altro gigante più di lui feroce.
83
Un lampo, un tuono, un fulmine parea;
E venne addosso al cavalier sì ratto,
Che volendo fuggirlo, non potea;
E, quella trave sua alzata a un tratto,
Tirògli un colpo, il qual se lo giungea,
L'avrebbe certo in polvere disfatto;
Ma Rinaldo lo sfugge, e fere lui
Su' polsi, e li recide tutti dui.
84
Stride il gigante, e con i moncherini
Vuol seguir la battaglia; ma ben presto
Rinaldo il mena agli ultimi confini
Del viver suo: onde il gigante lesto
Dassi alla fuga come i malandrini
Che han timor di galera o di capresto.
Rinaldo il segue, ed in un tempo stesso
Entrano nel castel l'un l'altro appresso.
85
E, nello entrar, ne' fianchi egli gl'immerge
La spada, e grida: Traditor, se' morto.
Parte cade il gigante e parte s'erge;
Infin nel sangue suo, misero! assorto,
Muor l'infelice. Ei la sua spada terge;
Poi va più avanti, e vede in un bell'orto
Una donzella che piange e sospira,
E il cavalier tutta pietà rimira.
86
Non era ignuda e non era vestita,
Candida sì, che il candido alabastro
Sarìa paruto come calamita;
I biondi crini non legava nastro,
Ma givan tutti sciolti per la vita:
Nè sì il notturno, nè il mattutin astro
Fan bello il ciel col lume lor diviso,
Come gli occhi di lei il suo bel viso.
87
Rinaldo a lei si accosta, ed ella trema,
E tremando si fa più bella assai.
A poco a poco s'infiacchisce, e scema
Nel guerrier l'ira al lume di que' rai.
La donna allora di malizia estrema
Lo guarda, e manda fuori un flebil ahi,
E dice: Cavalier d'alto valore,
Abbi pietà del giusto mio dolore.
88
Rinaldo, a quel parlar tutto commosso,
Si fe' di pietra, e gli cadde la spada:
Allor la maga gli si lancia addosso;
Nè più dagli occhi suoi cade rugiada,
Ma esce un foco affumicato e rosso.
In sè ritorna il paladino, e bada
A sì gran mutamento, e si ricorda
Del libro, e dà di man presto alla corda.
89
Quindi la lega, come il contadino
Lega le frasche, quando le affastella;
E, avvoltala ad un albero vicino,
Le recide la bionda treccia bella:
E allor, come mostrava il libriccino,
Non parve più vezzosa verginella,
Ma una vecchiaccia sporca e puzzolente,
Bavosa, tutta grinze e senza un dente.
90
Rinaldo allor di legne una catasta
Le pone intorno, e le dà fuoco; e in alto
Il fumo sale, e con l'aria contrasta.
Stride la vecchia, e far vorrebbe un salto,
Quando sente la fiamma che la tasta;
Ma sta legata, e muore al primo assalto
Della fiamma vorace che la strusse,
E in cener 'n un momento la ridusse.
91
Presto presto Rinaldo allor raccoglie
Il cenerume, ed obbedisce al libro;
Poi verso quella via il passo scioglie,
Dove gli afflitti d'un stesso calibro
Denno arrivar per loro affanni e doglie:
E là giunto, riponlo in picciol cribro,
E di sparger la strada s'apparecchia
Del cener secco dell'infame vecchia.
92
Le terre più vicine avean veduto
La morte de' giganti, e come entrato
Era Rinaldo nel castello acuto,
E n'era uscito come v'era andato,
Libero e sano senz'alcuno ajuto;
Corsero a lui, e fu da lor lodato:
E in questo mentre ecco il cervo e la cagna,
Che menan quanto posson le calcagna.
93
E nel passar sul cenere che fanno,
Riprendono ambeduo la lor figura,
E mille abbracci infra di lor si danno.
Rimbomba il monte, il colle e la pianura
Del miracol che veggiono; e non sanno
Come andata si sia cotal ventura;
Ma lor narra il guerrier cosa per cosa,
E lui ringrazian lo sposo e la sposa;
94
E l'invitano a star con esso loro.
In questo mentre ecco giunge un corriero,
Che viene da Ponente, e di martoro
Par nunzio; chè vestito egli è di nero.
Rinaldo il guarda, e dice: Questi è il Moro
Che vien di Francia. Ed egli: Alto guerriero,
Carlo ti chiama; chè gli ha mosso guerra
Il Saracino, e con assedio il serra.
95
Udito ciò, sen corre all'osterìa;
Monta a cavallo, e ad imbarcar si torna
Il buon Rinaldo, e dice: In fede mia,
Vo' fiaccare a que' barbari le corna;
Ma pria che giunga là dove desìa,
Più d'un impresa nuova lo frastorna.
Ma pria ch'io metta mano ad altre cose,
Conviene che respiri e mi ripose.
CANTO SECONDO
ARGOMENTO
_Rinaldo, per salvar Lucina bella_
_Legata all'orno, i due gran rospi assale:_
_Per la bocca entrò ad un nelle budella,_
_E uscì dal culo senza farsi male._
_Arde Rinaldo ai begli occhi di quella;_
_Ma il raffrena il timor del temporale._
_Trova ella nella grotta il suo Lindoro:_
_Crede Rinaldo non star ben con loro._
1
Il cuor mi trema tuttavìa nel petto,
Perchè ho timor d'aver cantato male,
Nè avervi dato tutto quel diletto,
Che avrìa voluto, al vostro merto uguale:
Ma Febo non mi schiara lo intelletto,
Nè con lo santo suo furor l'assale;
Chè allor sarebbe il canto mio gradito,
E sare' forse anch'io mostrato a dito.
2
Ma non andate via; solo ancor questo
Novello canto udite; e fate poi
Quel più vi piace, ch'io non vi molesto.
Tutte le cose, siccome ancor noi,
Han tenero principio, e presto presto
Divengono fortissime da poi:
Così crescendo questa storia mia
Averà forse grazia e leggiadrìa.
3
Rinaldo, come detto si è di sopra,
Udito Carlo Mano imperatore,
E che tutto Parigi va sossopra,
Di andarlo a ritrovar si mise in cuore;
Ed in cercare una nave si adopra:
Ne trova una di un veneto signore,
Che passa in Grecia, e di Grecia in Ponente;
Ond'ei vi sale, e parte immantenente.
4
Dopo una buona navigazïone,
Ecco tempesta orribile e crudele,
Che i nocchier mette in tal confusïone,
Che senza alberi omai e senza vele
Correvan tutti a certa perdizione.
Chi prega Cristo, chi l'Angel Gabriele,
Che cessar faccia l'impeto de' venti;
E chi tarocca e bestemmia fra' denti.
5
In fin si calma l'orrida marina,
E si trovano presso a Barberìa.
Dice Rinaldo: Alla terra vicina
Guidatemi, chè scendere vorrìa.
E così fanno; e quando il Sol declina,
Discende il fior della cavallerìa
Nell'africana arena, e seco scende
Il suo caval, che co' venti contende.
6
Parte la nave, ed ei solo rimane;
Se solo si può dire un uomo forte,
E che ha il demonio proprio nelle mane.
Uomo temuto infino dalla Morte;
Tai fece imprese memorande e strane.
In giro mena le sue luci accorte,
Ma non vede nè uomini nè case;
Onde pensoso alquanto si rimase.
7
Splendea la luna, e gli usignuoli e i grilli,
Chi sopra il buco e chi su gli arboscelli,
Facevan dolci canti e dolci trilli:
Quand'egli fra scoscesi burroncelli,
Ove le acque divise in più zampilli
Facevan grati mormorìi, tra quelli
Spinse il suo fiero e nobile cavallo,
Che niun de' quattro piè mai pose in fallo.
8
Camminando, alla fin gli si fe' giorno:
E lungo tratto si trovò lontano
Da Marocco in un largo prato adorno.
Dove in mezzo del vago e verde piano
Era un cotale e sì terribil orno,
Che venti miglia e più dell'aër vano
Prendea co' rami, e fea con l'ombre sue
Riparo a mille bovi, e forse piùe.
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