_Mandatemi di grazia Bietolone_
_Il qual mi servirà per tutt'e due._
Si fa al Borgo una festa del Crocifisso, e s'intende che è il
Crocifisso trino di Bietolone; ci è un pubblico banchetto, e il
pettoruto grammatico è a sedere sopra un seggiolone di raso
_Facendo pompa del suo grave aspetto_
_Alla sinistra del Gonfaloniere._
Il Poeta è nella folla, lo vede, e così entra ne' fatti suoi:
_Ma perch'ei macinava a due palmenti_
_Senza pur dar ristoro all'ampia gola,_
_Io dissi ad un di quei ch'eran presenti:_
_Se fe' costui co' suoi goffi argomenti_
_Cristo in tre pezzi e oprò la lingua sola,_
_O pensa tu s'egli adoprava i denti._
Di così singolare scrittore poco è noto oltre il Ditirambo; e noi
aspettiamo da quei valentuomini che posseggono MS. carliani, la
pubblicazione di altre cose inedite.[62]
VII
Nè molto più noto del Carli è Tommaso Crudeli, (1703-1745); e sentì
certamente meno di lui la popolare influenza nello stile e nella
lingua. Egli per questo lato più che al Gigli e al Carli si ricongiunge
al Forteguerri, e rappresenta come questo gli sdegni del suo tempo con
più serietà e vigore. Ma i suoi stupendi Apologhi ebbero men lieta
fine dei Capitoli forteguerriani. Quando nel _Gatto eletto giudice_
concludeva:
_Lettor, tienti la favola a memoria,_
_Che se praticherai pe' tribunali_
_Ti passerà la favola in istoria;_
non avrebbe mai pensato il povero Poeta che proprio a lui si sarebbe
cangiata in istoria un'altra sua favola, quella della _Corte del Re
Leone_, dove l'orso,
_Non potendo soffrir quel tetro avello,_
_Il naso si turò, poco prudente._
Il favolista non era un cortigiano; aveva anzi renunziato la carica
di _regio poeta_ alla Corte di Napoli offertagli dal Tanucci, e i
suoi lamenti poetici non avevano nemmeno quella velata personalità
che talora si scorge, per citare un esempio illustre, anche nella
satira ariostesca. Pur non ostante, per i suoi liberi scritti s'ei
non fu direttamente mandato, come l'orso della sua favola, _da Ser
Plutone a fare il disgustato_, fu cacciato nel maggio del 1739 nelle
carceri della inquisizione di Firenze e poi nella fortezza da Basso; e,
relegato da ultimo a Poppi, suo paese nativo, vi morì di dolore: ultima
e memorabile vittima dell'inquisizione toscana.
Non fu certamente senza influenza di Francia questo nuovo e libero
movimento della nostra cultura. Fan prova di ciò le dottrine
_quesnelliane_ attribuite con tanto operosa malignità da certuni e
tanto inutile vantazione da certi altri, a molti e bravi preti toscani
di questo tempo, e anche all'amico del cuore di Niccolò, Liborio
Venerosi[63]. Ne fanno prova alcune forme letterarie rinnovate di
nuovo sangue, come le odi, le canzoni e i melodrammi; nè sarebbe forse
nato senza il Tartufo di Molière il Don Pilone gigliano. Quanto agli
Apologhi poi, tutti i favolisti di questo secolo sentono l'influenza di
quelli del La Fontaine, e la _Corte del Re Leone_ del Crudeli non è che
la fedele traduzione della _Cour du Lion_ del Poeta Francese.
Però non è da credere che tutto codesto movimento si debba ai nostri
vicini d'oltr'alpe, come vanno spacciando coloro a cui giova dipingere
gl'Italiani naturalmente pazienti d'ogni oppressione, e ne fanno quasi
un vanto nazionale. La scuola galileiana e la nuova satira che si unì
subito a lei sono una risposta trionfale contro codesti uomini, di
cui le patriottiche intenzioni sono tutt'altro che dubbie. Il Crudeli
stesso che abbiam visto negli apologhi così facile imitatore, e che
al Carducci parve nelle odi _conciliasse il sensualismo filosofico di
Francia col naturalismo dei vecchi toscani_[64], anch'egli, dico, sa
trovare ispirazioni satiriche tutte italiane e dar forma paesana alla
sua ironia, come quando improvvisa questo epigramma:
_Due colombine intatte_
_Candide più del latte_
_Bella donna mi diede_
_In premio di mia fede._
_Servo crudel me l'ammazzò ad un tratto,_
_Or voi v'indovinate_
_Che cosa n'abbi fatto?_
_Io me le son mangiate._
Stupenda satira contro le candide ipocrisie dei Pastori Arcadi e
le loro bestiole predilette! Tanto più che per le colombe la cosa
non procede netta come per gli agnelli, dopo la famosa comparazione
dantesca del V dell'inferno a proposito di due adulteri, poco
castamente illustrata da Cristoforo Landino.[65]
VIII
Nei veri artisti l'influenza popolare spesso più che formale ed esterna
è intima e sostanziale, resultante cioè da quel complesso di sentimenti
e d'immagini, di costumanze e di tradizioni che disegnano la fisonomia
d'un paese. Ho già accennato che la parte formale di codesta influenza
fu sentita massimamente dal Gigli e dal Carli, in minor grado dal
Crudeli, e men che tutti dal Forteguerri. La pratica degli affari e la
lunga dimora in Roma han dato allo stile del prelato pistoiese maggior
severità e comprensione, e alla sua lingua una più larga italianità.
A conferma di ciò sarebbe superfluo ripetere citazioni già fatte dei
Capitoli; ma perchè si potrebbe obiettare che in codesta satira fiera
e sdegnosa anche lo stile è naturalmente grave e concitato, ricorriamo
pure al Poema, e particolarmente a quel luogo del Canto XII dove
Ciapino e Lisa improvvisano alcune ottave villesche. Leggiamo soltanto
le prime due:
_L'amore ch'io ti porto, Lisa mia,_
_La non è mica cosa naturale,_
_Io stimo ch'ella sia qualche malìa_
_Fattami da talun che mi vuol male;_
_Perchè a far nulla non trovo la via,_
_Se mangio l'erbe non ci metto sale,_
_Nè distinguer so il vino dall'aceto,_
_E penso andare innanzi e torno indreto._
_La notte tengo spalancati gli occhi,_
_Nè si dà il caso ch'io li serri mai,_
_E in qua e in là a guisa de' ranocchi_
_Saltello per li palchi e pe' solai,_
_E grido come se il fuoco mi tocchi,_
_E tu la cagion se' di tanti guai,_
_Perchè s'io non t'amassi dormirei_
_Nè che cosa è dolore ancor saprei._
Non occorre, mi sembra, una profonda conoscenza dei diversi parlari
toscani per intendere che codesta poesia non rende immagine di nessuno
di essi in particolare, ma che tutta la lingua dell'uso le ha dato
de' suoi colori e delle sue grazie. Eppure anche il bravo e buono
Arcangeli, scrivendo di Jacopo Lori,[66] altro poeta compaesano, par
che indichi il Forteguerri come squisito ammannitore di ghiottornìe
toscane, e specialmente codesto luogo del _Ricciardetto_ come fonte di
vocaboli e modi pistoiesi!
Quello che veramente sentì il Forteguerri poeta, fu lo spirito
innovatore de' suoi tempi; e le sue satire contro la Curia e la
Corte romana, tanto più sincere quanto più fatte per la intimità
epistolare, tanto più efficaci e precise quanto più lontane da ogni
pretensione letteraria e ispirate dalla presenza dei fatti, completano
e raffermano, e correggono ove occorre, gli ardimenti degli altri
tre suoi contemporanei di cui abbiamo discorso. Della onestà, anzi
della religiosità del Forteguerri, come della illibatezza dei suoi
costumi, è generale la testimonianza; onde non senza ragione sul
principio di questo scritto dicemmo che i suoi Capitoli danno carattere
storico e autorità morale a tutta la satira toscana della prima metà
del secolo decimottavo. Del resto alle querimonie e agli sdegni del
Prelato pistoiese dettero sanzione solenne dopo scrupolose cautele e
discussioni dottissime, non solo le riforme leopoldine e ricciane, ma
anche i provvedimenti disciplinari di Pontefici grandi e venerabili
come Benedetto e Clemente XIV. Dopo ciò, che dire di coloro che anche
oggi, nello stato presente delle pubbliche credenze, dubitano della
utilità di quelle riforme, e della salutare influenza del movimento
letterario che le precedette?
Oltre allo spirito del tempo sentì il Forteguerri, come abbiamo
accennato, l'influenza intima e sostanziale del popolo suo. Egli ha
così bene equilibrate e contemperate le facoltà del raziocinio e della
fantasia, che bene apparisce nativo di quel paese dove lo stornello
fiorisce accanto alla più decisa attitudine alle scienze esatte, e
rappresenta quanto all'animo ed all'ingegno il tipo pistoiese nella sua
forma più elegante e perfetta. Alla perfezione dell'animo conferirono,
l'abito signorile della famiglia, le elette conversazioni, le larghe e
quasi cosmopolitiche relazioni che gli venivano dagli uffici curiali.
Alla perfezione dell'ingegno, così bene elementato dalla natura,
contribuirono i suoi studi legali, la cultura delle scienze fisiche
e naturali, (di cui restano buoni saggi nelle sue prose), la scuola
dell'Averani e del Marchetti, l'amicizia intima col Manfredi, e,
più che tutto, la continua pratica degli affari; onde l'Autore del
_Ricciardetto_ potè finire la vita pubblica come l'aveva incominciata,
con una missione diplomatica[67]. La qual cosa, se sarà cagione di
stupore agli stolti, sarà nuova conferma pei savi che in codesta
diversità e quasi contrasto di attitudini sta appunto la misura del
vigore intellettuale così di un uomo come di un popolo.
IL RICCIARDETTO
NIDALMO TISEO
AD
ACI DELPUSIANO
_Salute e felicità_
Non mi sono mai dimenticato, valorosissimo e virtuosissimo Aci, onore e
gloria sempiterna d'Arcadia, di quella volta, che io passai da Bologna,
che sono degli anni parecchi, dove ebbi la occasione di vedervi, e di
trattarvi con tale dimestichezza, che mi lasciai indurre a farvi vedere
alcune mie coserelle poetiche; e voi poi le voleste con le vostre
lodi far grandi, e di più le faceste comparire alla pubblica luce. Da
quel tempo dunque, conforme sapete, infino ad ora v'ho tenuto per mio
Maestro; nè ho fatto cosa, che non v'abbia, siccome egli era di dovere,
participato. Questa bontà dunque vostra verso di me mi vi ha obbligato
di maniera, che stimerei di farvi torto, se vi celassi un accidente,
che mi è succeduto di fresco, e per cui sono certo che avrò, in caso di
bisogno, tutta la più valida e affettuosa assistenza da voi. E perchè
sappiate la cosa tutta, incominciando dall'A. sino al Ronne, vi dirò
come trovandomi del 16. di questo secolo 1700 in Pistoia mia patria
nel gratissimo tempo dell'autunno; mi portai con tutti di mia casa
in villa, per ivi attendere, conforme da ciascheduno si suole, ma da'
Toscani specialmente, a diverse sorte così di cacce, come d'uccellari:
e perchè la sera tutti i villeggianti di quelle collinette all'intorno
venivano a veglia da noi, per essere la mia villa fabbricata quasi
affatto nel piano, e quindi radunatisi insieme, alcuni di essi
giuocavano, alcuni stavano a vedere. Io, che di giuoco poco o nulla
dilettomi, mi tratteneva separato da quelli in un'altra stanza con
alcuni eruditissimi giovani; e quivi con esso loro quando leggeva
il Berni, quando il Morgante, quando l'Ariosto, con un godimento
veramente straordinario. Accadde una sera, che nel prendere qualche
riposo dopo una ben lunga lettura, disse uno di que' giovani: Iddio
lo sa, quanta fatica sarà ella costata agli autori di questi Poemi,
non dico la fabbrica d'un Canto intero, ma d'una dozzina d'Ottave.
Certa cosa si è, che quanto maggiore apparisce in essi e la facilità,
e la felicità de' versi e delle rime, altrettanto sudore egli è stato
sparso da loro. E gli altri che quivi pur erano, lo stesso ad una voce
affermavano. Io meno accorto, o senza dubbio più animoso di tutti loro,
mettendo la cosa in riso: Affè (dissi) ci avranno sudato essi meno,
che voi per avventura non vi credete; avvegnachè nel poetare, se non
tutto tutto, almeno più della metà si debba alla natura, e colui, che
non sia da essa benignissimamente aiutato ed assistito, può lasciare
a sua posta un così nobile e dilettevol mestiere, e darsi a qualche
altro esercizio, dove signoreggi più l'arte, che la natura. E perchè
le parole non s'infilzano; io, che sono pronto a provarvi co' fatti
quanto di presente vi dico, vi prometto portare un Canto domani a sera,
mescolato dello stile di tutti e tre, giacchè la natura m'è stata
piuttosto liberale, che scarsa de' suoi graziosissimi doni. Fu con
lieto volto accettata la mia promessa da tutti, e quello che è peggio,
finita la cena, e ritiratomi in camera, puntualmente la mantenni; e la
susseguente sera lessi il nuovo Canto, e fu ascoltato con piacere non
ordinario.
Qui, gentilissimo Aci, pareva che dovesse terminare questa mia, non
so se io dica o prova d'ingegno, o leggerezza di mente; ma di qui
giusto ebbe principio, mezzo e fine un Poema di trenta Canti, nel
corso di pochi anni, ed a tempi rotti, ed avanzati alle occupazioni
più gravi. Teneva dunque questo mio Poema legato rozzamente sopra d'un
tavolino, dove per lo più soglio scrivere: quando eccoti un uomo da
me conosciuto appena di vista, ma che aveva grido d'esquisitissimo
letterato, il quale postomisi a canto a sedere, interrogommi di molte
cose; alle quali ho io brevemente risposto, siccome era desiderosissimo
di spicciarmene; ed egli che forse si era di ciò avveduto, stava per
alzarsi in piedi e partire. Quando dette d'occhio su quel mio benedetto
libro, e mi richiese che cosa egli si fosse; ed io sorridendo: Egli
è un Poema nuovo (gli dissi) tirato giù in fretta, ed alla peggio, e
per puro divertimento da un mio carissimo amico il quale ha voluto
piuttosto onestamente spendere in questi dolcissimi studi quelle
ore, che gli altri senza valutarne la perdita gettano via, o ne'
pazzi amori, o ne' pericolosi giuochi, o nelle inutili conversazioni,
ancorchè la malignità de' tempi sia tale, che non si stimi altro tempo
perduto che quello solo, che nelle belle arti consumasi. A questa
voce egli mutossi subito di colore, e fieramente turbatosi prese di
tal maniera a divincolarsi ed a sbattersi, che lo credetti invaso
dal fistolo, o tormentato da qualche stravagante malore: e, preso con
furia quel disgraziato libro, gettollo sopra il tavolino, e volendo
alcuna cosa dire, per la sfrenata rabbia non poteva formar parola,
ma a guisa d'un calabrone rinchiuso in un fiasco, o d'un pajuolo
che forte bolla, egli era il suono delle sue voci incomposte, talchè
mi s'ebbe a gelare il sangue nelle vene per lo spavento. Ma sfogato
ch'egli ebbe un tal poco l'impeto dell'ira sua maladetta: Sapete voi
(con torvo sopracciglio mi disse) che cosa vuol dir Poema? Ed io a
lui, così sbalordito com'era: Lo so, e non lo so (subitamente ripresi)
vo' dire, che lo so tanto quanto, da poter anch'io mettere il becco
in molle; ma non ne so in modo da farne il maestro, come forse e senza
forse lo farete voi. Ed egli con le labbra sbiancate, che gli tremavano
tuttavia, come se vi avesse il parletico: Dite pur francamente di
punto non saperne; perchè se lo sapeste, avreste lacerato su gli occhi
stessi di quel vostro inesperto e semplicissimo amico il libro che
egli vi diede; e se foste del temperamento collerico, che son io, gli
avereste fatto ancora qualche altro scherzo più tristo. Ed io a lui:
Iddio non voglia mai, che si faccia alcuno benchè minimo dispiacere
a quel galantuomo, onorato e da bene; anzichè lo possa io vedere
ogni dì più prosperato e contento. Ora non sapete voi (seguitò egli
sdegnosamente a dire) che il Poema epico è la più grande, e la più
bella, e la più ammirabile cosa, che s'abbia la Poesia, ed è l'opera
dell'umana mente la più nobile e la più perfetta? Tutta la sublimità
degl'ingegni i più stupendi appena può esser bastevole a sopperire
di tutto ciò che abbisogna ad un Poeta eroico. La difficoltà sola di
trovare un giudizio, una fantasia, un sangue così ben temperato di
caldo e di freddo, cioè d'impeto e di posatezza, cagionano la rarità
di questo carattere, e di questa mescolanza felice, che fa il Poeta
perfetto. In somma per ben riuscire in un Poema, ci vuole un giudizio
sì saldo, un discernimento sì fino, una cognizione così intera della
lingua nella quale si scrive, uno studio così costante, una meditazione
così profonda, una estensione di capacità così vasta, che gl'interi
secoli appena possono produrre un ingegno atto alla tessitura d'un buon
Poema: ed è, a dirvela in due parole, una impresa di tanto ardire e di
tanta malagevolezza, che ella non può venire in mente ad alcuno senza
atterrirlo e spaventarlo. E voi mi dite, che questo è un Poema? e che
è stato fatto in pochi anni, e per puro divertimento? e quello che è
più strano, d'avanzugli e di ritagli di tempo, come de' menomi scampoli
de' sartori le povere vesti loro i baroni si fanno? E qui tornò a
strapazzare il mio libro, ed a sbatacchiare le mani sul tavolino con sì
poca grazia, che buttommi il calamaio e il polverino per aria, che poi
tornato all'ingiù capivolto scarabocchiommi delle scritture parecchie.
Nulladimeno sembrando a me, che egli avesse ragione da vendere, stetti
chiotto chiotto, e tacitamente meco mi rallegrai di non essermegli
scoperto per autore di quel benedetto Poema. Quindi per non parere
d'essere un piccione di quei di gesso, o d'aver lasciato la lingua al
beccaio: Per verità io non credeva (gli dissi) che ci volesse tanto
per essere un bravo tessitor di poema. Ed oh non avessi aperto mai
bocca, che egli a questo mio dire diede la stura alla piena, e m'ebbe
ad affogare; massime allora, che messe ambe le sue mani su le mie
braccia, e con la testa sua quasi toccante la mia, ferocissimamente
esclamò: Non ho neppure cominciato a dire quello che vuolci, per fare
un vero e perfetto Poeta. Imperocchè vuolci, oltre a ciò, che poco
fa dissi, una mente che esca affatto da' limiti dell'ordinario, ed
uno spirito che abbia più del celeste, che del terreno; acciocchè
possa muovere gli affetti, e cagionare que' trasporti d'ammirazione
che si aspettano dalla vera Poesia. Nè questo per avventura egli è
il tutto: avvegnachè due fini si abbia da proporre il Poeta, cioè uno
di arrecar diletto, l'altro di apportar giovamento. E qui sorgono due
spaventose montagne, che quasi niuno giunge a salirle; e dove ancora
i nobilissimi ingegni per mancanza di senno si perdono; e sovente
alle radici delle medesime, dopo d'averne sormontata gran parte,
vergognosamente precipitano. La vera maniera dunque del dilettare
consiste nella mozione degli affetti; imperocchè quel movimento egli
è cosa gratissima all'anima, che gode della mutanza degli oggetti,
per compiacere alla immensità de' suoi desiderj: e quindi, per ciò
più facilmente ottenere, si serve del numero e dell'armonia, anima i
suoi ragionamenti con maniere ed espressioni vivissime, permette alla
sua immaginazione una pienissima libertà, e tutto quello che dice,
lo dice con ornamento e vaghezza, formandolo da tutto ciò, che gli è
più aggradevole nella natura degl'Idoli graziosissimi; de' quali nel
Poema quanto la frequenza è maggiore, egli tanto più viene a riuscire
dilettevole e grato. In fine ella, ad oggetto di piacere, è grande
nelle sue idee, sollevata nelle sue espressioni, ardita nelle parole,
appassionata ne' suoi movimenti, e si studia di comparire in qualunque
sua parte tutta colma di bellezze, di grazie, di fiori e di leggiadrie.
E questo diletto tanto più si dee riputare degno di stima, quanto che
il buono e costumato Poeta lo fa servire a rendere la virtù (la quale
ha sempre a prima vista dell'austero e dell'aspro) oltremodo grata e
soave; distinguendosi in questo ancora la Poesia dalle altre Arti, le
quali senza punto pensare al dilettevole, pongono tutta la cura loro
nell'ammaestrarci nell'utile e nell'onesto: lo che essa facilmente
ottiene col proporci spesso diversi esempi di grandissime virtù, e
d'enormissimi vizj, incitando gli uomini per tal via all'amore ed
alla imitazione di quelle, ed all'odio ed alla fuga di questi. Ma
una tal maniera di dilettare ella è delle più scabrose cose, e delle
più difficili della Poesia. Imperocchè consistendo principalmente il
diletto nella novità, che è madre della maraviglia, e questa per lo più
nascendo dal finto, conciossiacosachè non vi può essere cosa alcuna
mirabile, se non fuora del corso ordinario della natura, ed il finto
avendo obbligazione di comparir verisimile, cioè, non discordante
dall'opinione comune; chi non vede la grandezza e la malagevolezza
dell'opera? Mentre egli così diceva, vi giuro, Aci, per i monti, per
i boschi, e per i fiumi più sacri e più rinomati di Arcadia, che m'era
già tirato il miserabile mio Poema sotto del tavolino, e messomelo fra
le gambe con animo deliberato di strapparne ora uno, ed ora un altro
foglio (come le donne, dopo che hanno tirato loro il collo, s'arrecano
in grembo o le galline, o l'anitre per pelarle) e di non parlare
giammai più di lui, come d'una memoria se non infame, almeno infelice.
Nientedimeno come i padri de' figliuoli o storpi, o scempiati sono
sempre padri, e di mala voglia s'arrecano a strapazzarli; così ancor
io andava a rilento a fare in brani quella mia ancorchè goffissima
creatura; quando m'avvenne cosa, che (conforme udirete) mi fece mutare
a un tratto di sentimento, e mutare in modo, che sarei pronto a far
questione con chi volesse lui torcere un sol capello.
I Greci soli (riprese egli in un tuono veramente grave e sonoro) hanno
spianata questa difficoltà; perchè essi unicamente appresero per se
stessi, ed insegnarono agli altri l'arte maravigliosissima di tessere
il finto col verisimile, e cagionare per esso tutto quell'incredibil
diletto, che dall'ammirabil deriva: e per non divagarmi e confondermi
nella moltiplicità degli esempi, vi ridurrò a memoria quel terribile
cangiamento della afflittissima Niobe in sasso; mutazione la quale
(come vedete) esce fuora del tutto dal corso della natura, ma che però
nel medesimo tempo non ha cosa alcuna d'inverisimile, conciossiacosachè
la potestà di cangiamento sì strano ad un celeste nume si ascriva. Ma
non così hanno pensato, nè in così fatta maniera (a dirla chiaramente
fra di noi) si sono regolati i nostri Poeti Italiani, e l'Ariosto in
primo luogo, il quale in questo genere ha così sconciamente mancato,
che quel suo Poema dell'_Orlando Furioso_ non si merita altro nome,
che d'un confuso ammassamento d'immaginazioni pazze e stravolte,
non di Poeti ingegnosi, ma di ammalati frenetici, le quali spogliate
affatto d'ogni colore verisimile, muovono piuttosto a compassione, che
a diletto gli uomini d'erudizione e di senno. In quanto a me che l'ho
letto e riletto non ho saputo mai capire, come per esso si sia non solo
per tutta l'Italia, ma per tutta la Francia, e per la Spagna ancora
alzata una nominanza sì celebre; nè come mai egli s'abbia per queste
nobilissime nazioni avuto tanti imitatori, di modo che per esso si è
guastata e perduta, e tra loro e tra noi, tutta l'arte del ben poetare;
quando per altro non sarebbe mancato loro per esempio d'un ben fatto
Poema l'_Italia liberata_ del Trissino, che a mio giudizio è l'unico
fra noi, il quale s'accosti alla perfezione del Poema. Imperocchè
in esso e vi sono moltissime di quelle cose, che egli debbe avere, e
nessune di quelle, delle quali doverebbe esser privo: avvegnachè nè
vi sono gli anelli, che rendono altrui invisibile; nè i gigantoni ben
tarchiati e paffuti; nè le femminelle, che vestite di piastra e di
maglia facciano mirabilia con lancia e con spada; ed altre simiglianti
bestialità per le quali ne va sì pettoruto e sì gonfio quel buon Messer
Lodovico, il quale è tanto lontano dal meritarsi nella savia e ben
purgata opinione degli eruditi il nome di buon Poeta, che essi appena
appena gli accordano quello d'un Versificatore felice.