_Ma perchè non ho l'asino nè il bue_

_Mandatemi di grazia Bietolone_

_Il qual mi servirà per tutt'e due._

Si fa al Borgo una festa del Crocifisso, e s'intende che è il

Crocifisso trino di Bietolone; ci è un pubblico banchetto, e il

pettoruto grammatico è a sedere sopra un seggiolone di raso

_Facendo pompa del suo grave aspetto_

_Alla sinistra del Gonfaloniere._

Il Poeta è nella folla, lo vede, e così entra ne' fatti suoi:

_Ma perch'ei macinava a due palmenti_

_Senza pur dar ristoro all'ampia gola,_

_Io dissi ad un di quei ch'eran presenti:_

_Se fe' costui co' suoi goffi argomenti_

_Cristo in tre pezzi e oprò la lingua sola,_

_O pensa tu s'egli adoprava i denti._

Di così singolare scrittore poco è noto oltre il Ditirambo; e noi

aspettiamo da quei valentuomini che posseggono MS. carliani, la

pubblicazione di altre cose inedite.[62]

VII

Nè molto più noto del Carli è Tommaso Crudeli, (1703-1745); e sentì

certamente meno di lui la popolare influenza nello stile e nella

lingua. Egli per questo lato più che al Gigli e al Carli si ricongiunge

al Forteguerri, e rappresenta come questo gli sdegni del suo tempo con

più serietà e vigore. Ma i suoi stupendi Apologhi ebbero men lieta

fine dei Capitoli forteguerriani. Quando nel _Gatto eletto giudice_

concludeva:

_Lettor, tienti la favola a memoria,_

_Che se praticherai pe' tribunali_

_Ti passerà la favola in istoria;_

non avrebbe mai pensato il povero Poeta che proprio a lui si sarebbe

cangiata in istoria un'altra sua favola, quella della _Corte del Re

Leone_, dove l'orso,

_Non potendo soffrir quel tetro avello,_

_Il naso si turò, poco prudente._

Il favolista non era un cortigiano; aveva anzi renunziato la carica

di _regio poeta_ alla Corte di Napoli offertagli dal Tanucci, e i

suoi lamenti poetici non avevano nemmeno quella velata personalità

che talora si scorge, per citare un esempio illustre, anche nella

satira ariostesca. Pur non ostante, per i suoi liberi scritti s'ei

non fu direttamente mandato, come l'orso della sua favola, _da Ser

Plutone a fare il disgustato_, fu cacciato nel maggio del 1739 nelle

carceri della inquisizione di Firenze e poi nella fortezza da Basso; e,

relegato da ultimo a Poppi, suo paese nativo, vi morì di dolore: ultima

e memorabile vittima dell'inquisizione toscana.

Non fu certamente senza influenza di Francia questo nuovo e libero

movimento della nostra cultura. Fan prova di ciò le dottrine

_quesnelliane_ attribuite con tanto operosa malignità da certuni e

tanto inutile vantazione da certi altri, a molti e bravi preti toscani

di questo tempo, e anche all'amico del cuore di Niccolò, Liborio

Venerosi[63]. Ne fanno prova alcune forme letterarie rinnovate di

nuovo sangue, come le odi, le canzoni e i melodrammi; nè sarebbe forse

nato senza il Tartufo di Molière il Don Pilone gigliano. Quanto agli

Apologhi poi, tutti i favolisti di questo secolo sentono l'influenza di

quelli del La Fontaine, e la _Corte del Re Leone_ del Crudeli non è che

la fedele traduzione della _Cour du Lion_ del Poeta Francese.

Però non è da credere che tutto codesto movimento si debba ai nostri

vicini d'oltr'alpe, come vanno spacciando coloro a cui giova dipingere

gl'Italiani naturalmente pazienti d'ogni oppressione, e ne fanno quasi

un vanto nazionale. La scuola galileiana e la nuova satira che si unì

subito a lei sono una risposta trionfale contro codesti uomini, di

cui le patriottiche intenzioni sono tutt'altro che dubbie. Il Crudeli

stesso che abbiam visto negli apologhi così facile imitatore, e che

al Carducci parve nelle odi _conciliasse il sensualismo filosofico di

Francia col naturalismo dei vecchi toscani_[64], anch'egli, dico, sa

trovare ispirazioni satiriche tutte italiane e dar forma paesana alla

sua ironia, come quando improvvisa questo epigramma:

_Due colombine intatte_

_Candide più del latte_

_Bella donna mi diede_

_In premio di mia fede._

_Servo crudel me l'ammazzò ad un tratto,_

_Or voi v'indovinate_

_Che cosa n'abbi fatto?_

_Io me le son mangiate._

Stupenda satira contro le candide ipocrisie dei Pastori Arcadi e

le loro bestiole predilette! Tanto più che per le colombe la cosa

non procede netta come per gli agnelli, dopo la famosa comparazione

dantesca del V dell'inferno a proposito di due adulteri, poco

castamente illustrata da Cristoforo Landino.[65]

VIII

Nei veri artisti l'influenza popolare spesso più che formale ed esterna

è intima e sostanziale, resultante cioè da quel complesso di sentimenti

e d'immagini, di costumanze e di tradizioni che disegnano la fisonomia

d'un paese. Ho già accennato che la parte formale di codesta influenza

fu sentita massimamente dal Gigli e dal Carli, in minor grado dal

Crudeli, e men che tutti dal Forteguerri. La pratica degli affari e la

lunga dimora in Roma han dato allo stile del prelato pistoiese maggior

severità e comprensione, e alla sua lingua una più larga italianità.

A conferma di ciò sarebbe superfluo ripetere citazioni già fatte dei

Capitoli; ma perchè si potrebbe obiettare che in codesta satira fiera

e sdegnosa anche lo stile è naturalmente grave e concitato, ricorriamo

pure al Poema, e particolarmente a quel luogo del Canto XII dove

Ciapino e Lisa improvvisano alcune ottave villesche. Leggiamo soltanto

le prime due:

_L'amore ch'io ti porto, Lisa mia,_

_La non è mica cosa naturale,_

_Io stimo ch'ella sia qualche malìa_

_Fattami da talun che mi vuol male;_

_Perchè a far nulla non trovo la via,_

_Se mangio l'erbe non ci metto sale,_

_Nè distinguer so il vino dall'aceto,_

_E penso andare innanzi e torno indreto._

_La notte tengo spalancati gli occhi,_

_Nè si dà il caso ch'io li serri mai,_

_E in qua e in là a guisa de' ranocchi_

_Saltello per li palchi e pe' solai,_

_E grido come se il fuoco mi tocchi,_

_E tu la cagion se' di tanti guai,_

_Perchè s'io non t'amassi dormirei_

_Nè che cosa è dolore ancor saprei._

Non occorre, mi sembra, una profonda conoscenza dei diversi parlari

toscani per intendere che codesta poesia non rende immagine di nessuno

di essi in particolare, ma che tutta la lingua dell'uso le ha dato

de' suoi colori e delle sue grazie. Eppure anche il bravo e buono

Arcangeli, scrivendo di Jacopo Lori,[66] altro poeta compaesano, par

che indichi il Forteguerri come squisito ammannitore di ghiottornìe

toscane, e specialmente codesto luogo del _Ricciardetto_ come fonte di

vocaboli e modi pistoiesi!

Quello che veramente sentì il Forteguerri poeta, fu lo spirito

innovatore de' suoi tempi; e le sue satire contro la Curia e la

Corte romana, tanto più sincere quanto più fatte per la intimità

epistolare, tanto più efficaci e precise quanto più lontane da ogni

pretensione letteraria e ispirate dalla presenza dei fatti, completano

e raffermano, e correggono ove occorre, gli ardimenti degli altri

tre suoi contemporanei di cui abbiamo discorso. Della onestà, anzi

della religiosità del Forteguerri, come della illibatezza dei suoi

costumi, è generale la testimonianza; onde non senza ragione sul

principio di questo scritto dicemmo che i suoi Capitoli danno carattere

storico e autorità morale a tutta la satira toscana della prima metà

del secolo decimottavo. Del resto alle querimonie e agli sdegni del

Prelato pistoiese dettero sanzione solenne dopo scrupolose cautele e

discussioni dottissime, non solo le riforme leopoldine e ricciane, ma

anche i provvedimenti disciplinari di Pontefici grandi e venerabili

come Benedetto e Clemente XIV. Dopo ciò, che dire di coloro che anche

oggi, nello stato presente delle pubbliche credenze, dubitano della

utilità di quelle riforme, e della salutare influenza del movimento

letterario che le precedette?

Oltre allo spirito del tempo sentì il Forteguerri, come abbiamo

accennato, l'influenza intima e sostanziale del popolo suo. Egli ha

così bene equilibrate e contemperate le facoltà del raziocinio e della

fantasia, che bene apparisce nativo di quel paese dove lo stornello

fiorisce accanto alla più decisa attitudine alle scienze esatte, e

rappresenta quanto all'animo ed all'ingegno il tipo pistoiese nella sua

forma più elegante e perfetta. Alla perfezione dell'animo conferirono,

l'abito signorile della famiglia, le elette conversazioni, le larghe e

quasi cosmopolitiche relazioni che gli venivano dagli uffici curiali.

Alla perfezione dell'ingegno, così bene elementato dalla natura,

contribuirono i suoi studi legali, la cultura delle scienze fisiche

e naturali, (di cui restano buoni saggi nelle sue prose), la scuola

dell'Averani e del Marchetti, l'amicizia intima col Manfredi, e,

più che tutto, la continua pratica degli affari; onde l'Autore del

_Ricciardetto_ potè finire la vita pubblica come l'aveva incominciata,

con una missione diplomatica[67]. La qual cosa, se sarà cagione di

stupore agli stolti, sarà nuova conferma pei savi che in codesta

diversità e quasi contrasto di attitudini sta appunto la misura del

vigore intellettuale così di un uomo come di un popolo.

IL RICCIARDETTO

NIDALMO TISEO

AD

ACI DELPUSIANO

_Salute e felicità_

Non mi sono mai dimenticato, valorosissimo e virtuosissimo Aci, onore e

gloria sempiterna d'Arcadia, di quella volta, che io passai da Bologna,

che sono degli anni parecchi, dove ebbi la occasione di vedervi, e di

trattarvi con tale dimestichezza, che mi lasciai indurre a farvi vedere

alcune mie coserelle poetiche; e voi poi le voleste con le vostre

lodi far grandi, e di più le faceste comparire alla pubblica luce. Da

quel tempo dunque, conforme sapete, infino ad ora v'ho tenuto per mio

Maestro; nè ho fatto cosa, che non v'abbia, siccome egli era di dovere,

participato. Questa bontà dunque vostra verso di me mi vi ha obbligato

di maniera, che stimerei di farvi torto, se vi celassi un accidente,

che mi è succeduto di fresco, e per cui sono certo che avrò, in caso di

bisogno, tutta la più valida e affettuosa assistenza da voi. E perchè

sappiate la cosa tutta, incominciando dall'A. sino al Ronne, vi dirò

come trovandomi del 16. di questo secolo 1700 in Pistoia mia patria

nel gratissimo tempo dell'autunno; mi portai con tutti di mia casa

in villa, per ivi attendere, conforme da ciascheduno si suole, ma da'

Toscani specialmente, a diverse sorte così di cacce, come d'uccellari:

e perchè la sera tutti i villeggianti di quelle collinette all'intorno

venivano a veglia da noi, per essere la mia villa fabbricata quasi

affatto nel piano, e quindi radunatisi insieme, alcuni di essi

giuocavano, alcuni stavano a vedere. Io, che di giuoco poco o nulla

dilettomi, mi tratteneva separato da quelli in un'altra stanza con

alcuni eruditissimi giovani; e quivi con esso loro quando leggeva

il Berni, quando il Morgante, quando l'Ariosto, con un godimento

veramente straordinario. Accadde una sera, che nel prendere qualche

riposo dopo una ben lunga lettura, disse uno di que' giovani: Iddio

lo sa, quanta fatica sarà ella costata agli autori di questi Poemi,

non dico la fabbrica d'un Canto intero, ma d'una dozzina d'Ottave.

Certa cosa si è, che quanto maggiore apparisce in essi e la facilità,

e la felicità de' versi e delle rime, altrettanto sudore egli è stato

sparso da loro. E gli altri che quivi pur erano, lo stesso ad una voce

affermavano. Io meno accorto, o senza dubbio più animoso di tutti loro,

mettendo la cosa in riso: Affè (dissi) ci avranno sudato essi meno,

che voi per avventura non vi credete; avvegnachè nel poetare, se non

tutto tutto, almeno più della metà si debba alla natura, e colui, che

non sia da essa benignissimamente aiutato ed assistito, può lasciare

a sua posta un così nobile e dilettevol mestiere, e darsi a qualche

altro esercizio, dove signoreggi più l'arte, che la natura. E perchè

le parole non s'infilzano; io, che sono pronto a provarvi co' fatti

quanto di presente vi dico, vi prometto portare un Canto domani a sera,

mescolato dello stile di tutti e tre, giacchè la natura m'è stata

piuttosto liberale, che scarsa de' suoi graziosissimi doni. Fu con

lieto volto accettata la mia promessa da tutti, e quello che è peggio,

finita la cena, e ritiratomi in camera, puntualmente la mantenni; e la

susseguente sera lessi il nuovo Canto, e fu ascoltato con piacere non

ordinario.

Qui, gentilissimo Aci, pareva che dovesse terminare questa mia, non

so se io dica o prova d'ingegno, o leggerezza di mente; ma di qui

giusto ebbe principio, mezzo e fine un Poema di trenta Canti, nel

corso di pochi anni, ed a tempi rotti, ed avanzati alle occupazioni

più gravi. Teneva dunque questo mio Poema legato rozzamente sopra d'un

tavolino, dove per lo più soglio scrivere: quando eccoti un uomo da

me conosciuto appena di vista, ma che aveva grido d'esquisitissimo

letterato, il quale postomisi a canto a sedere, interrogommi di molte

cose; alle quali ho io brevemente risposto, siccome era desiderosissimo

di spicciarmene; ed egli che forse si era di ciò avveduto, stava per

alzarsi in piedi e partire. Quando dette d'occhio su quel mio benedetto

libro, e mi richiese che cosa egli si fosse; ed io sorridendo: Egli

è un Poema nuovo (gli dissi) tirato giù in fretta, ed alla peggio, e

per puro divertimento da un mio carissimo amico il quale ha voluto

piuttosto onestamente spendere in questi dolcissimi studi quelle

ore, che gli altri senza valutarne la perdita gettano via, o ne'

pazzi amori, o ne' pericolosi giuochi, o nelle inutili conversazioni,

ancorchè la malignità de' tempi sia tale, che non si stimi altro tempo

perduto che quello solo, che nelle belle arti consumasi. A questa

voce egli mutossi subito di colore, e fieramente turbatosi prese di

tal maniera a divincolarsi ed a sbattersi, che lo credetti invaso

dal fistolo, o tormentato da qualche stravagante malore: e, preso con

furia quel disgraziato libro, gettollo sopra il tavolino, e volendo

alcuna cosa dire, per la sfrenata rabbia non poteva formar parola,

ma a guisa d'un calabrone rinchiuso in un fiasco, o d'un pajuolo

che forte bolla, egli era il suono delle sue voci incomposte, talchè

mi s'ebbe a gelare il sangue nelle vene per lo spavento. Ma sfogato

ch'egli ebbe un tal poco l'impeto dell'ira sua maladetta: Sapete voi

(con torvo sopracciglio mi disse) che cosa vuol dir Poema? Ed io a

lui, così sbalordito com'era: Lo so, e non lo so (subitamente ripresi)

vo' dire, che lo so tanto quanto, da poter anch'io mettere il becco

in molle; ma non ne so in modo da farne il maestro, come forse e senza

forse lo farete voi. Ed egli con le labbra sbiancate, che gli tremavano

tuttavia, come se vi avesse il parletico: Dite pur francamente di

punto non saperne; perchè se lo sapeste, avreste lacerato su gli occhi

stessi di quel vostro inesperto e semplicissimo amico il libro che

egli vi diede; e se foste del temperamento collerico, che son io, gli

avereste fatto ancora qualche altro scherzo più tristo. Ed io a lui:

Iddio non voglia mai, che si faccia alcuno benchè minimo dispiacere

a quel galantuomo, onorato e da bene; anzichè lo possa io vedere

ogni dì più prosperato e contento. Ora non sapete voi (seguitò egli

sdegnosamente a dire) che il Poema epico è la più grande, e la più

bella, e la più ammirabile cosa, che s'abbia la Poesia, ed è l'opera

dell'umana mente la più nobile e la più perfetta? Tutta la sublimità

degl'ingegni i più stupendi appena può esser bastevole a sopperire

di tutto ciò che abbisogna ad un Poeta eroico. La difficoltà sola di

trovare un giudizio, una fantasia, un sangue così ben temperato di

caldo e di freddo, cioè d'impeto e di posatezza, cagionano la rarità

di questo carattere, e di questa mescolanza felice, che fa il Poeta

perfetto. In somma per ben riuscire in un Poema, ci vuole un giudizio

sì saldo, un discernimento sì fino, una cognizione così intera della

lingua nella quale si scrive, uno studio così costante, una meditazione

così profonda, una estensione di capacità così vasta, che gl'interi

secoli appena possono produrre un ingegno atto alla tessitura d'un buon

Poema: ed è, a dirvela in due parole, una impresa di tanto ardire e di

tanta malagevolezza, che ella non può venire in mente ad alcuno senza

atterrirlo e spaventarlo. E voi mi dite, che questo è un Poema? e che

è stato fatto in pochi anni, e per puro divertimento? e quello che è

più strano, d'avanzugli e di ritagli di tempo, come de' menomi scampoli

de' sartori le povere vesti loro i baroni si fanno? E qui tornò a

strapazzare il mio libro, ed a sbatacchiare le mani sul tavolino con sì

poca grazia, che buttommi il calamaio e il polverino per aria, che poi

tornato all'ingiù capivolto scarabocchiommi delle scritture parecchie.

Nulladimeno sembrando a me, che egli avesse ragione da vendere, stetti

chiotto chiotto, e tacitamente meco mi rallegrai di non essermegli

scoperto per autore di quel benedetto Poema. Quindi per non parere

d'essere un piccione di quei di gesso, o d'aver lasciato la lingua al

beccaio: Per verità io non credeva (gli dissi) che ci volesse tanto

per essere un bravo tessitor di poema. Ed oh non avessi aperto mai

bocca, che egli a questo mio dire diede la stura alla piena, e m'ebbe

ad affogare; massime allora, che messe ambe le sue mani su le mie

braccia, e con la testa sua quasi toccante la mia, ferocissimamente

esclamò: Non ho neppure cominciato a dire quello che vuolci, per fare

un vero e perfetto Poeta. Imperocchè vuolci, oltre a ciò, che poco

fa dissi, una mente che esca affatto da' limiti dell'ordinario, ed

uno spirito che abbia più del celeste, che del terreno; acciocchè

possa muovere gli affetti, e cagionare que' trasporti d'ammirazione

che si aspettano dalla vera Poesia. Nè questo per avventura egli è

il tutto: avvegnachè due fini si abbia da proporre il Poeta, cioè uno

di arrecar diletto, l'altro di apportar giovamento. E qui sorgono due

spaventose montagne, che quasi niuno giunge a salirle; e dove ancora

i nobilissimi ingegni per mancanza di senno si perdono; e sovente

alle radici delle medesime, dopo d'averne sormontata gran parte,

vergognosamente precipitano. La vera maniera dunque del dilettare

consiste nella mozione degli affetti; imperocchè quel movimento egli

è cosa gratissima all'anima, che gode della mutanza degli oggetti,

per compiacere alla immensità de' suoi desiderj: e quindi, per ciò

più facilmente ottenere, si serve del numero e dell'armonia, anima i

suoi ragionamenti con maniere ed espressioni vivissime, permette alla

sua immaginazione una pienissima libertà, e tutto quello che dice,

lo dice con ornamento e vaghezza, formandolo da tutto ciò, che gli è

più aggradevole nella natura degl'Idoli graziosissimi; de' quali nel

Poema quanto la frequenza è maggiore, egli tanto più viene a riuscire

dilettevole e grato. In fine ella, ad oggetto di piacere, è grande

nelle sue idee, sollevata nelle sue espressioni, ardita nelle parole,

appassionata ne' suoi movimenti, e si studia di comparire in qualunque

sua parte tutta colma di bellezze, di grazie, di fiori e di leggiadrie.

E questo diletto tanto più si dee riputare degno di stima, quanto che

il buono e costumato Poeta lo fa servire a rendere la virtù (la quale

ha sempre a prima vista dell'austero e dell'aspro) oltremodo grata e

soave; distinguendosi in questo ancora la Poesia dalle altre Arti, le

quali senza punto pensare al dilettevole, pongono tutta la cura loro

nell'ammaestrarci nell'utile e nell'onesto: lo che essa facilmente

ottiene col proporci spesso diversi esempi di grandissime virtù, e

d'enormissimi vizj, incitando gli uomini per tal via all'amore ed

alla imitazione di quelle, ed all'odio ed alla fuga di questi. Ma

una tal maniera di dilettare ella è delle più scabrose cose, e delle

più difficili della Poesia. Imperocchè consistendo principalmente il

diletto nella novità, che è madre della maraviglia, e questa per lo più

nascendo dal finto, conciossiacosachè non vi può essere cosa alcuna

mirabile, se non fuora del corso ordinario della natura, ed il finto

avendo obbligazione di comparir verisimile, cioè, non discordante

dall'opinione comune; chi non vede la grandezza e la malagevolezza

dell'opera? Mentre egli così diceva, vi giuro, Aci, per i monti, per

i boschi, e per i fiumi più sacri e più rinomati di Arcadia, che m'era

già tirato il miserabile mio Poema sotto del tavolino, e messomelo fra

le gambe con animo deliberato di strapparne ora uno, ed ora un altro

foglio (come le donne, dopo che hanno tirato loro il collo, s'arrecano

in grembo o le galline, o l'anitre per pelarle) e di non parlare

giammai più di lui, come d'una memoria se non infame, almeno infelice.

Nientedimeno come i padri de' figliuoli o storpi, o scempiati sono

sempre padri, e di mala voglia s'arrecano a strapazzarli; così ancor

io andava a rilento a fare in brani quella mia ancorchè goffissima

creatura; quando m'avvenne cosa, che (conforme udirete) mi fece mutare

a un tratto di sentimento, e mutare in modo, che sarei pronto a far

questione con chi volesse lui torcere un sol capello.

I Greci soli (riprese egli in un tuono veramente grave e sonoro) hanno

spianata questa difficoltà; perchè essi unicamente appresero per se

stessi, ed insegnarono agli altri l'arte maravigliosissima di tessere

il finto col verisimile, e cagionare per esso tutto quell'incredibil

diletto, che dall'ammirabil deriva: e per non divagarmi e confondermi

nella moltiplicità degli esempi, vi ridurrò a memoria quel terribile

cangiamento della afflittissima Niobe in sasso; mutazione la quale

(come vedete) esce fuora del tutto dal corso della natura, ma che però

nel medesimo tempo non ha cosa alcuna d'inverisimile, conciossiacosachè

la potestà di cangiamento sì strano ad un celeste nume si ascriva. Ma

non così hanno pensato, nè in così fatta maniera (a dirla chiaramente

fra di noi) si sono regolati i nostri Poeti Italiani, e l'Ariosto in

primo luogo, il quale in questo genere ha così sconciamente mancato,

che quel suo Poema dell'_Orlando Furioso_ non si merita altro nome,

che d'un confuso ammassamento d'immaginazioni pazze e stravolte,

non di Poeti ingegnosi, ma di ammalati frenetici, le quali spogliate

affatto d'ogni colore verisimile, muovono piuttosto a compassione, che

a diletto gli uomini d'erudizione e di senno. In quanto a me che l'ho

letto e riletto non ho saputo mai capire, come per esso si sia non solo

per tutta l'Italia, ma per tutta la Francia, e per la Spagna ancora

alzata una nominanza sì celebre; nè come mai egli s'abbia per queste

nobilissime nazioni avuto tanti imitatori, di modo che per esso si è

guastata e perduta, e tra loro e tra noi, tutta l'arte del ben poetare;

quando per altro non sarebbe mancato loro per esempio d'un ben fatto

Poema l'_Italia liberata_ del Trissino, che a mio giudizio è l'unico

fra noi, il quale s'accosti alla perfezione del Poema. Imperocchè

in esso e vi sono moltissime di quelle cose, che egli debbe avere, e

nessune di quelle, delle quali doverebbe esser privo: avvegnachè nè

vi sono gli anelli, che rendono altrui invisibile; nè i gigantoni ben

tarchiati e paffuti; nè le femminelle, che vestite di piastra e di

maglia facciano mirabilia con lancia e con spada; ed altre simiglianti

bestialità per le quali ne va sì pettoruto e sì gonfio quel buon Messer

Lodovico, il quale è tanto lontano dal meritarsi nella savia e ben

purgata opinione degli eruditi il nome di buon Poeta, che essi appena

appena gli accordano quello d'un Versificatore felice.

Il Ricciardetto, vol. I · 第 2 / 24 段