Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
file was produced from images generously made available
by The Internet Archive)
CLASSICI ITALIANI
NOVISSIMA BIBLIOTECA
DIRETTA DA
FERDINANDO MARTINI
SERIE III
VOLUME LVII
FORTEGUERRI
IL RICCIARDETTO
CON UNO STUDIO DI GIOVANNI PROCACCI
ISTITUTO EDITORIALE ITALIANO
MILANO
[Illustrazione: NICCOLÒ FORTEGUERRI (da un marmo del Lotti al
Liceo Forteguerri — Pistoia)]
_Il favore che ottenne dal pubblico la prima serie della nostra
BIBLIOTECA DI CLASSICI, sì da richiederne una seconda edizione già
sotto ai torchi, e gli incoraggiamenti che da ogni parte ne vennero al
nostro Istituto, ci inducono a proseguire nella impresa, guidandoci
con più larghi criteri a maggiori intendimenti. I quali forse non
consentirebbero che alla raccolta si mantenesse l'antico titolo di
BIBLIOTECA DI CLASSICI; ma noi lo manterremo: che se non a tutti gli
scrittori ai quali daremo luogo, si conviene quell'appellativo com'è
comunemente inteso, tutti meritano d'essere divulgati e ancor letti. E
la Biblioteca nostra se non di classici, certo di scrittori eccellenti,
conterrà così quanto la letteratura italiana ha in tutti i secoli di
più pregiato e famoso._
L'ISTITUTO EDITORIALE ITALIANO
NICCOLÒ FORTEGUERRI
IL RICCIARDETTO
(VOLUME I)
GIOVANNI PROCACCI
NICCOLÒ FORTEGUERRI E LA SATIRA TOSCANA DEI SUOI TEMPI
I
Di Niccolò Forteguerri parlano gli storici della nostra letteratura
in modo o inesatto o incompleto. Alcuni giudicano del _Ricciardetto_
come non avessero pur veduto la lettera ad Eustachio Manfredi[1], dove
l'autore dichiara l'occasione e l'indole del Poema. I men trascurati
limitano al Poema i loro giudizi, e si aiutano d'ingegnose induzioni,
dimenticando le poesie minori, e anche le Epistole in versi che vanno
sotto il nome di _Capitoli_, senza lo studio delle quali non si può
bene intendere né il _Ricciardetto_ nè il suo poeta. È di questi
Capitoli, indegnamente dimenticati, che io intendo principalmente
occuparmi; e perchè rivelano tutto l'animo del Poeta, e perchè danno
carattere storico e autorità morale alla satira toscana della prima
metà del secolo XVIII.
La pubblica biblioteca del R. Liceo pistoiese, oltre ad un codice
contenente venticinque Capitoli, già tutti pubblicati[2], ha anche
un MS. intitolato: «Vita dell'Ill.mo e Reverend.mo Monsignor Niccolò
Forteguerri»; breve scrittura di uno dei due fratelli del Poeta, il
Prior Bernardino, inedita, secondo io credo, e meritevole di rimaner
tale. Ma poche e difettive sono le biografie del Forteguerri, nè al
tutto scevra d'errori è la bella _Vita_ che ne scrisse latinamente
Angiolo Fabbroni, che pur fu assistito nell'opera da Mons. Giacomelli,
concittadino e amico del Poeta[3]. È per questo che la scrittura del
fratello Bernardino non può trascurarsi. Essa è studiabile anche nei
suoi silenzi, anche nelle sue ingenuità, per non dire ne' suoi errori;
ed io ne prendo ora occasione a qualche notizia circa il Forteguerri e
i suoi tempi.
D'ordinario il fratello biografo si allarga nelle cose familiari e
minute; quelle che a noi sembrano più importanti, o le omette, o le
accenna fuggitivamente. Ci fa sapere che Niccolò è nato nel 1674, il 6
Novembre, a mezz'ora di notte; ci recita tutti i nomi di battesimo, e
i nomi e i titoli del compare, e anche del suo sostituto; ma dei veri
titoli di gloria del suo fratello non se ne cura. Narra che nel 1716
Monsignore è a Pistoia per l'incoronazione della Madonna dell'Umiltà,
e fa bene a occuparsi di codesta festa, perchè Niccolò ne fu veramente
il promotore e la parte principale[4]; ma della scommessa amichevole
che dette origine al Poema, fatta in quello stesso anno, anzi proprio
in codesta occasione[5], neppure una parola. «Giudica bene apporre
in fine la Nota di tutti i libri sì manoscritti che stampati e delle
tante altre composizioni che son venute alla luce tanto in vita che
dopo morte di detto Monsignor Niccolò»; e fra i libri e i manoscritti
ne annovera soltanto cinque, mentre a noi per solamente contare i
manoscritti ora esistenti ci è voluto del tempo, e dimolto. Fu prudenza
o ignoranza quella del Prior Bernardino? Certo egli è più fratello del
Don Abbondio manzoniano che dell'autore del _Ricciardetto_, e continua,
credo io, a far le parti del furbo e del pauroso per conto di Niccolò
anche dopo la sua morte.
La giovinezza del Forteguerri s'incontrò nel bel mezzo del ducato
di Cosimo III, nel fiorire del Gesuitismo e nel nascere e fiorire
dell'Arcadia. Non è un bell'incontro! Ma l'aria ossigenata
dell'appennino toscano tutto ottunde e consuma, e domò anche, almeno
in parte, la ferrea natura di Cosimo. A ogni maniera di prepotenze
e di affettazioni il popolo toscano oppone un'arme invincibile, _il
ridicolo_; e non quel ridicolo romoroso e volgare che si annunzia e
ti dà difesa, ma quel ridicolo fine e silenzioso che non scopre il
feritore ed ammazza il ferito.
Spesso la storia della stampa di un libro è la storia di un governo.
Nella pubblicazione del _Lucrezio_ del Marchetti c'è tutta la storia
del dispotismo ipocrita di Cosimo III. Protesta il povero traduttore
del suo cattolicismo, e vuol mettere il lavoro sotto l'egida del
Sovrano; ma il Sovrano ha più paura del traduttore e non se ne fa
nulla. Il lavoro è chiesto in copia da gran letterati stranieri, da
principi, da cardinali, e gira per tutta Italia e fuori, come, qualche
anno dopo, il _Ricciardetto_, come, un secolo più tardi, i _Versi
del Giusti_. Non importa; giri il _Lucrezio_, giri il _Ricciardetto_,
girino i _Versi_, ma non si faccia lo scandalo della stampa. Che povera
e ugual cosa è il dispotismo di tutti i tempi!
Dai legami di così bassa e corrotta società si liberò il Forteguerri
per la singolare bontà e semplicità dell'animo, come più tardi per
la forza e libertà dell'ingegno doveva sciogliersi da ogni servilità
accademica. Dannato dalla nascita al clericato, di dodici anni ricevè
la prima tonsura[6]; e ognun sa che a codesto fato anche le nature
più ribelli finivano col sottomettersi, per non avere il danno e
le beffe, e non prolungare di troppo quella crudele ipocrisia dei
festeggiamenti, così bene svelata nei _Promessi Sposi_, con la quale,
e monache, e frati, e preti erano accompagnati al sacrifizio. Niccolò
ci fu accompagnato anche con pensioni e benefizi, del che si rallegra
il Prior Bernardino che pare fosse, oltre che lo storico, anche il
fattore della nobile ma non molto ricca famiglia. Dopo gli studi primi
nei Collegi di Pistoia e di Siena e dopo la laurea di Pisa, «da noi e
da molti dei nostri parenti (dice il fratello biografo dandosi un po'
d'aria) si pensò di doverlo mandare a Roma»; per dove infatti partì
il 1 Decembre 1695. Ritrovati qui alcuni vecchi condiscepoli e fatta
camerata con loro, entrò allegramente nella baraonda curiale senza
dimenticare la vita pistoiese, rammentatagli caramente dalla presenza
dello Zio materno, Mons. Agostino Fabbroni (creato poi Cardinale nel
1706), al quale la madre Marta lo aveva raccomandato.
Col principiare del secolo, a venticinque anni, egli diè pubblicamente
il suo primo e solenne saggio letterario, recitando in Vaticano
l'orazione latina nei funerali di Innocenzo XII. Inutile il dire
che confermò in così grande occasione la buona fama che già si era
acquistata negli studi delle lettere e della giurisprudenza.
La Curia Romana avea sempre più bisogno d'ingegni forti ed acuti per
difendersi contro lo spirito di riforma che agitava anche gli uomini
più schietti e timorati, e per mandare innanzi quella politica doppia
e simulatrice che adoprò sempre utilmente sotto specie d'imparzialità.
Ora poi che la guerra della successione di Spagna minacciava tutta
l'Europa, un'ambasciata a Filippo V era proprio il fatto suo. Ne fu
incaricato Mons. Zondadari, e gli eletti a seguirlo come Segretari
furono l'abate Grimaldi e l'abate Forteguerri.
Se fosse stato vero ciò che di quel Monarca cantava un caro e venerato
amico di Niccolò, Eustachio Manfredi, cioè che _innamorava con gli
occhi i venti e le onde_, talchè pacificava le sue mille Provincie
_Usando il ferro no, ma il guardo altero,_[7]
bisognerebbe dire che S. M. cattolica dovette essere in codesta
occasione molto avara delle sue occhiate. Infatti gli ambasciatori,
appena imbarcati a Genova, furono subito _dall'ira dei venti e delle
onde_ balestrati sulle coste della Sardegna; e giunti con gran pena
a Madrid, trovarono il Re, che, avaro sempre delle suddette occhiate
pacificatrici, si preparava a partire per l'Italia, dove il principe
Eugenio correva vittorioso i suoi domini. L'ambasciata dovè partire col
Re, si trovò alla battaglia di Luzzara, e quando la Corte, per altre
necessità di guerra, ritornò in Spagna, dovè pur seguitarla.
Un viaggio così fortunoso e affrettato non fu senza danno della salute
di Niccolò; sebbene il fratello biografo, lasciando della salute, ci
dice soltanto «che moltissime spese la casa dovette fare per simile
congiuntura». Però da varii luoghi delle lettere familiari si rileva
che Niccolò era annoiato della dimora in Madrid e dell'ufficio di
segretario, onde chiese ed ottenne il richiamo, che dovette essere sui
primi del 1705.
Da questo momento egli rientra nella gran vita curiale, di cui percorre
di grado in grado gli uffici fino al segretariato di _Propaganda_[8],
e dimora in Roma (tranne qualche villeggiatura o missione) fino
alla morte (17 Febbraio 1735); non odiato da nessuno, stimato dai
dotti, benvoluto dai quattro Pontefici che servì, e solamente un
po' trascurato sotto Benedetto XIII per aver partecipato alla nobile
opposizione del Cardinale Fabbroni, nella nomina del vituperevole Mons.
Coscia al cardinalato.[9]
II
Il ventennio che corre tra il ritorno da Madrid e la elezione di
Benedetto XIII è veramente il bello e operoso periodo della vita di
Niccolò. Gli affetti familiari; gli amori femminili tanto in lui più
tremendi quanto più contrastati nella loro legittima affermazione; gli
uffici suoi pieni di noie e di contese; le ansie mescolate d'applausi
infruttuosi per le sue poesie più franche e vivaci[10]; le ambizioni
spesso deluse e sempre invano combattute, fanno tempesta nell'animo suo
onestissimo, la quale non tace affatto nei versi per monacazione, si
annunzia di tratto in tratto nel _Ricciardetto_ e romoreggia tutta nei
_Capitoli_.
Lo studio di questi, utilissimo a chiunque brami conoscere i costumi
romani, e specialmente della Curia, nel Secolo XVIII, è assolutamente
necessario, come dissi, a chi voglia bene intendere l'ingegno e l'animo
del Forteguerri. Nè vi mancano preziosi accenni al suo _Ricciardetto_.
In un Capitolo del 1725, per citare un esempio, è detto chiaramente
così:
_Ho dato alla perfine compimento_
_A quel poema di Ricciardo mio._[11]
La qual cosa, scritta a un amico con cui ha continua relazione
epistolare, ci fa certi che il poema fu terminato non prima di codesto
anno, come siam certi che fu cominciato nel 1716[12]. Ora se avesse
letto i Capitoli, e veduto codesto luogo, non avrebbe un illustre
storico moderno sentenziato, fra le altre cose, che il _Ricciardetto fu
scritto per iscommessa un canto al giorno_.[13]
Le persone a cui egli manda i Capitoli sono i pochi e più intimi amici.
Ai fratelli, a cui dava del Lei, nessuno. Tra gli amici quello a cui
più tocca delle sue confidenze, è Liborio Venerosi[14], fratello a
Brandaligio _di arcade fama_; patrizio pisano dei Conti di Strido, ma
nato da una pistoiese e dimorante in Pistoia; uomo pieno di studi, e,
per i tempi, liberissima e schietta natura. Si lascia andare anche
col Tolomei[15] e col Buti;[16] ma le gioie, i dolori, gli sdegni,
li versa tutti nel cuore del suo Venerosi. Sono mandati quasi tutti
da Roma a Pistoia, e scritti come improvvisando, senza ricopiare, e
talora anche senza rileggere, come è chiaro per certi poscritti che
sono negli autografi[17]; cosicchè il contrasto tra i suoi uffici e
la sua vocazione vi è espresso con ammirabile candore ed efficacia. Il
sentimento che vi domina, con forma alternata d'elegìa e d'invettiva,
è di paragone e di antitesi tra la libera quiete della sua città, a cui
anela, e il servilismo e la lussuria di Roma che detesta:
_O mio Liborio, se vedessi quello_
_Ch'io veggo troppo spesso e che m'annoia_
_Sì che invidio chi dorme entro un avello,_
_Perdio non usciresti di Pistoia,_
_Ancor che Dante la chiami una tana_
_E dove d'ozio si marcisca e muoia,_
_E ti parrebbe cosa assai più sana_
_Andar pescando broccioli e lamprede_
_Su per la Stella o la brecciosa Brana,_
_Che stare appresso a questa santa sede,_
_Ov'io non so per quale alto mistero_
_Poco di bene e assai di mal si vede._
_Onde aspettando io sto che il mio San Piero,_
_Stanco del più soffrire, un dì ci metta_
_La santa mano sua ma daddovero.[18]_
Questo sentimento dominante non scade mai: è nei Capitoli del 1718,
come in quelli del 1734; e dal putre aere di Roma sospira egli sempre
alla pace dei suoi colli nativi:
_. . . . . . . . . se potessi_
_Lascerei questo ciel di buona voglia;_
_E cangerei, per Giove, coi cipressi_
_Di Giaccherino le guglie di Roma_
_E i suoi palagi sontuosi e spessi.[19]_
E poco dopo:
_Liborio, io non canzono, e remo o boia_
_Mi venga in mano e mi salti sul collo_
_Se mi piace più Roma che Pistoia[20]._
Talora codesto sentimento, in luogo di invettive, gl'ispira co' suoi
dolci ricordi affettuosissime descrizioni, com'è quella del Capitolo
XXI, e che comincia così:
_Signor Giuseppe, se ben vi ricorda,_
_Partii dalla mia villa alle nove ore,_
_Come si dice, alla muta e alla sorda._
_Le dipartenze sono un crepacuore_
_Però le fuggo, chè l'ultimo addio_
_È come l'olio santo a chi si muore._
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
_Adunque io presi l'ambio zitto zitto,_
_E nel calesse ponendo il sedere,_
_Mi parve da un coltello esser trafitto._
_Rivoltai gli occhi verso Belvedere,_
_E poi li girai presto intorno a casa,_
_E crebbe a dismisura il dispiacere._
_Le collinette e la campagna rasa_
_Di Cecina, Lardano e di Castello,_
_Ove cotanta cacciagione è spasa,_
_Mi furo alla memoria un tal flagello_
_Che quelli ch'hanno in uso i missionari_
_Sarebber come gusci di baccello._
_Ma le nipoti e i nipotini cari,_
_La madre, la cognata e il fratellame_
_Tutti si trasformaro in rei sicari._
_Dormivan essi . . . . . . ._
E qui seguita la descrizione così piena di sentimento familiare, che il
Berni e tutti i berneschi non sognarono mai.
Ma la buona e franca natura di Niccolò, meglio che negli amori, si
manifesta negli sdegni suscitatigli dalla presenza dei vizi tra i quali
è costretto suo malgrado di vivere. Della verità del suo sentimento
religioso non è nemmeno a dubitare; e quando non apparisse chiaro dai
suoi scritti, gli uomini più savi e pii del suo tempo ne farebbero
fede[21]. Ma la veracità di codesto sentimento è ciò appunto che più
accende i suoi sdegni contro ogni maniera d'ipocrisie, dai quali si
salva appena la persona del Papa. Alla morte di Benedetto XIII ha
proprio sulle labbra il _nunc tandem redit animus_[22] di Tacito, e per
isfogarsi un po' contro gl'impauriti _beneventani_ (i venuti a Roma da
Benevento insieme col Papa che vi era stato arcivescovo) scrive al suo
Venerosi:
_Liborio, eccoci giunti finalmente_
_A quel tempo felice e benedetto_
_Di gastigare e di premiar la gente._
_Se più durava il regno maledetto_
_Della canaglia rea beneventana,_
_Ella era cosa da passare in Ghetto,_
_Od in Biserta o nella Tingitana,_
_E quivi alzare il dito, tanto guasta_
_S'era per essi la terra cristiana._
_Ma venne alfin chi diede loro il basta,_
_E se piace al Signore, Amico, io spero_
_Che si farà di tutti una catasta.[23]_
E qui viene a parlare delle paurose fughe del Fini e del Coscia, i
due più terribili beneventani. Nè pare che questo sia sfogo vigliacco
contro i caduti, poichè soggiunge subito francamente:
_. . . . eppur l'altr'ieri e questi e quello_
_Come reliquie in vago tempio esposte_
_Eran di Roma l'idolo e il flagello,_
_Ma non già mio, chè sempre di costoro_
_Ebbi dispregio e mi piacea d'avello.[24]_
È questo il solo Capitolo, dove l'ira, mescolandosi alla gioia, lo tira
in qualche personalità. Ma ricordiamo che egli mormorava questi suoi
sdegni nelle fide orecchie di un amico; che il Menzini e il Sergardi
avevan fatto ben altro; nè scandalizziamoci poi tanto anche noi, che
cominciamo, o mi sembra, a far peggio.
Ma o innanzi, o durante, o dopo il pontificato di Benedetto, il
Forteguerri, parlando della Curia Romana, non si smentisce mai. Nè
occorreva poco coraggio in quel tempo per mandar lettere, sia pure ad
amico fidatissimo, dove i propri sentimenti sono espressi in questa
forma:
_Liborio, qui si fanno assai commedie,_
_Ma io non vovvi, e bado a quelle, dove_
_Non v'è cortine e non si pagan sedie;_
_Ove gli attori son Natura e Giove_
_E il mondo tutto e quella sciaurata_
_Di Fortuna che fa sì pazze prove._
_Perdio che spesso ne fo tal spanciata_
_Che per ben digerirla, alcuna volta_
_Non valmi lunga ed aspra passeggiata._
. . . . . . . . . . . . . . . . .
_Sai tu chi sono i Pulcinelli miei,_
_I Zanni, i Coli e le servette argute_
_In questa scena d'uomini e di Dei?_
_Coloro sono su' quali piovute_
_Vedrai dovizie, ed han l'istesse insegne_
_Ch'hanno coloro che adornò virtute;_
_I quai sen van come le donne pregne_
_Per l'ampio palco, e con un sputo tondo_
_Dicon per gnome parolaccie indegne,_
_E ignorantacci dalla cima al fondo_
_Opran sì strane e così pazze cose_
_Che rider fan la gran platea del mondo[25]._
E con che fina analisi guarda codesta commedia curiale il nostro
Poeta! Muore nel Marzo del 1721 papa Clemente XI. Niccolò, sinceramente
addolorato, va alla funebre cerimonia, dà un'occhiata investigatrice,
vede la brutta rappresentazione, e manda il suo _Bozzetto_, come oggi
si direbbe, all'amico Venerosi:
_Liborio, ho visto il Papa in sulla bara_
_E sono stato con la torcia in mano_
_Servendo lui in occasion sì amara._
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
_O morte, tua mercè, quanto si varia_
_L'umana scena! e qual si fa tragitto_
_Da ciò che piace alla parte contraria._
_Tal vidi altiero e pieno di dispitto_
_A' quindici di Marzo, e nel diciotto_
_Il vidi umile, languido e sconfitto._
_Insomma andati sono ora al di sotto_
_Que' ch'eran sopra, ed alzano la testa_
_Le rozze smesse e comincian lor trotto._
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
_Povero Papa! In due sol giorni amari_
_Ti ci tolse la morte, e fecci un danno_
_Che chi sa se mai fia che si ripari._
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
_Eppur nol crederai; ne' dì giulivi_
_Del pazzo carneval meno si sgrigna_
_Dai giovinastri del buon senno privi,_
_Come con faccia di crudel matrigna_
_Sul male del figliastro, con ischerno_
_Roma lo guarda estinto e ne sogghigna.[26]_
Ma l'egoismo e la venalità non sono, secondo lui, malanno di Cardinali
e di Prelati, ma dei preti in generale:
_Noi altri preti siamo tutti involti_
_Nell'amor proprio, ond'è che ognun se adora,_
_E tutti i voti a se sono rivolti._
_E ci piace il buon tempo e la buon ora,_
_E si strapazza e si lascia l'ufizio,_
_E per il giulio a messe si lavora;_
_E s'apre alcuna volta a più d'un vizio_
_L'uscio dell'orto e quello della via_
_E vassi enormemente al precipizio._
_Liborio, infra noi due detto ciò sia,_
_Riescono pur troppo iniquamente_
_Le chierche fatte per economia.[27]_
Le quali ultime parole sono un accenno, non senza mestizia, all'uso de'
suoi tempi e al suo proprio destino, essendo anch'egli, come sappiamo,
una _chierica fatta per economìa_. Del resto, chi volesse un espressivo
ritratto della vita prelatizia del secol passato non avrebbe che a
leggere i Capitoli XIV e XV, dei quali la lunghezza del tema (per non
dir altro) non mi permette di referire alcun saggio.
Dei frati, come ignoranti ed oziosi, non vorrebbe inquietarsi.
Scrivendo alla Lisabetta Montemagni a cui si facea cappuccino un
fratello, si frena assai; ma codesto frenamento gli presta un'ironìa
così fina e garbata ch'io non so davvero a qual'altra paragonarla dei
contemporanei. «Che bella cosa, Bettina, farsi frate! Io mi voglio male
perchè non mi feci. Quel non pensare a niente, neanche a andare pulito,
neanche a spogliarsi e a vestirsi per andare a letto.
_Appunto, appunto, come i can barboni!_
E poi c'è di meglio; quell'esser libero dai vostri lacci, o donnette
terribili; ed egli, vedi, il tuo fratello s'è levato d'ogni pericolo;
non penserà che a fare spropositi per dar nel genio al padre
guardiano[28]»,
_E quell'ariona di Montepulciano_
_Dove fa il nettar dell'etrusca gente_
_Lo ingrasserà come un porcel di piano._
Ma quando scrive al suo Venerosi l'ironia non gli basta; allora anche i
frati levan le berze sotto la sua frusta. Essi odiano la fatica
_Siccome il volo l'affricano struzzo,_
e con la benedizione dell'uva, delle spighe e dei cavalli
_Si fan provvista più della formica;_
e conclude:
_Ah cangia, Italia, i moccoli in bastoni,_
_E benedici lo suo gran bestiame_
_Dove vuoi, tutti a benedir son buoni.[29]_
Però più che della loro furberìa e del loro sucidume s'inquieta della
loro ignoranza. Un Tani ha rubato dei libri alla biblioteca di un
convento di Roma; e la sua famiglia sta in pena per il processo. Egli
scrivendo al suo Venerosi, manda a consolar la famiglia con pie parole,
alle quali mescola una sua bizzarra difesa, della quale ecco una parte:
_Ogni libro stampato, ogni scrittura_
_Si rodono le tarme nei conventi_
_Pieni di bestie solo da vettura._
_Or che ha fatto il buon Tani? ha scossi e spenti_
_Quei bacherozzi, ed a migliori ingegni,_
_Alle bell'opre ai chiari studi intenti,_
_Gli ha dati a poco prezzo; ed atti indegni_
_Si diran questi? e saranno bastanti_
_Perchè l'onor di casa sua si spegni?_
_C'insegnò Cristo molto tempo avanti_
_A non gettar le margherite ai porci,_
_E il torle a loro sarà da furfanti?[30]_
Talora dalle rime del Forteguerri spira un alito di quella satira
edificatrice che dovea più tardi fiorire col Parini e col Giusti.
Vede egli i perditempi e le fredde cerimonie del suo secolo, e scrive
un Capitolo contro il _Cicisbeismo_, dove lodando la _mala creanza_,
non fa sfoggio d'ingegno come i berneschi d'un secolo innanzi, ma
esprime sentimenti, esagerati se vuolsi, ma vivi e veri. Vede l'abuso
dei tridui e delle novene che allontanano le madri da casa e sviano
gli uomini dal lavoro; ed egli, degno contemporaneo ed amico del
Muratori, assale codesto abuso in un bel Capitolo, tuttora inedito, che
incomincia così:
_Uscir, Liborio, non vorrei di riga_
_In dire alcun sproposito solenne_
_E aver col sant'ufizio qualche briga._
La voglia di dir tutto e la paura di dir troppo, anche nell'intimità
dell'amicizia, si manifesta spesso nei Capitoli, e quando le due voglie
pugnano insieme, allora n'escono terzine come queste:
_O quanti dentro al bagno di Livorno_
_Starieno meglio che dov'or si stanno_
_Con perpetuo di Roma affanno e scorno!_
_Ma qui m'azzitto, ancor che mi fa danno_
_Il trattener la bile che gorgoglia_
_Come nel tino le vinaccie fanno;[31]_
sebbene codesta bile finiva sempre per traboccare; ed una volta uscì, a
proposito della Curia, con questa suprema conclusione:
_Però gli è tempo omai e venga ei pure_
_Che su quest'arbor da' maligni frutti_
_Io vegga un giorno balenar la scure.[32]_
Tale era il voto sdegnoso del Prelato pistoiese, mezzo secolo innanzi
le riforme leopoldine, e settant'anni avanti la rivoluzione di Francia!
Io non so veramente come non avesse le brighe che egli temeva, da cui
pure non si salvarono affatto altri suoi illustri contemporanei, e più
di lui temperati, come Antonio Vallisnieri, Lodovico Antonio Muratori e
Scipione Maffei.
III
Ma il Forteguerri fu anche un Arcade. Certamente. Com'era fatale che
Niccolò nobile e terzogenito fosse prete, era anche fatale che Niccolò
prete e impiegato della Curia romana fosse pastore arcade. D'altra
parte, chi, anche dei più severi scienziati, non fu ascritto al famoso
sodalizio?
_..... In Arcadia nostra oggi son scesi_
_Così sublimi e nobili pastori_
_Che son di tutte le scienze intesi;_
_Ci son poeti, ci sono oratori_
_Che passan quelli degli altri paesi,_
canta nel _Ricciardetto_[33] il nostro poeta; e noi dobbiamo ritenere
che egli accogliesse con molto piacere la sua elezione accademica, che
fu nel 1710 col nome di Nidalmo Tiseo.[34]
Se il Forteguerri non stava di mala voglia in Arcadia come nel
sacerdozio, non è da creder però che egli fosse un pastore modello.
L'obbligo perpetuo dell'argomento amoroso e della divisa pastorale non
era per lui, animo libero e ingegno originale. Certo anche Nidalmo ha
il diritto di avere un obiettivo femminile ai suoi sonetti amorosi,
che nei più freddini si chiama Niside o Fille, nei più riscalducciati
si chiama Dorinda (a cui è pur dedicato un grazioso Capitolo), ma in
quelli di sentimento più vero ed umano si chiama Argìa e ispira sonetti
come questo, che nel concetto fondamentale e nel colorito, ha piuttosto
del foscoliano che dell'arcadico.
_La rocca del mio cor non è più forte_
_Come soleva e gran nemici ha drento,_
_E già veggo per l'aspro tradimento_
_La deploranda sua ultima sorte._
_Chè di Ragion le cure saggie e accorte,_
_Come nocchier ch'ha il mar contrario e il vento,_
_Non pon far sì ch'Amore a suo talento_
_Non apra com'ei vuol ripari e porte._
_Anzi lo veggio in queste parti e in quelle_
_Spiegar la vittoriosa sua bandiera_
_E gridar _Viva Argìa_ fino alle stelle;_
_E _Viva Argìa_ gridar lieta ogni schiera,_
_E Ragion, posta tra le vili ancelle,_
_Pianger la persa signorìa primiera.[35]_
Così degna e forte battaglia fa l'amore nell'onesto animo del
Forteguerri, in un secolo, che o lo velava delle ipocrisie platoniche,
o lo scopriva nelle indecenti arguzie del Conte Algarotti. Non voglio
dire per questo che Niccolò andasse esente dal tributo di moda al
platonismo; chè anzi la sua Canzone
_Qualora io penso e qualor gli occhi volgo_[36]
non bastò ad Angelo Fabbroni dichiararla _fra le poesie di Niccolò
la più pregiabile_, ma volle anche soggiungere che è _splendida,
ingegnosa, elegante, nella quale più cose inserì tratte dalla più
recondita filosofia di Platone.[37]_ Ma è notabile che il platonismo
del Forteguerri non si rivela che nelle forme allora più afflitte dalla
malattia accademica, come le Canzoni e i Sonetti, e mai nei Capitoli
e nel Poema, dove l'espressione dei suoi sentimenti è sempre libera ed
originale. Ecco, in prova di ciò, un'ottava del _Ricciardetto_ (XXII,
33)
_Però ridete pur quando ascoltate_
_Che son le belle donne come scale_
_Per girsene al Fattor che l'ha formate,_
_Perchè per esse a contemplar si sale_
_Le divine bellezze a noi negate._
_Avanti del peccato originale_
_Forse questo accader potea nel mondo,_
_Ora son buone per mandarci al fondo._
Come poi la scortese dichiarazione di questa ottava possa mettersi
d'accordo con la _filosofia platonica_ della Canzone, sarebbe
indiscreta domanda a un Poeta del settecento.
Del resto, pochi, mirabilmente pochi, sono i versi amorosi del
Forteguerri, massime se si pensa alla fecondità della sua vena e al
mal'esempio dominante.
Dopo l'amore, la religione. Parole e cose sante, ma che tradotte nel
linguaggio dei settecentisti significano _Arcadia_ e _Gesuitismo_,
dalla cui unione nacque la numerosa e noiosa prole degli _Applausi
poetici_ per vestizioni, nozze e messe novelle.
Chi ha dovuto, come me, pescare per qualche pagliuzza d'oro nel loto
delle Raccolte del 700[38], pur sorridendo talora, si sarà vergognato
del punto estremo a cui è scesa la cultura italiana. Bassi e scempi
gli argomenti, povera e spesso ridicola l'invenzione, sciatta, non
senza pretensione d'arguzia, la forma. Vi si trovano dialoghi tra la
Sposa monaca e il Demonio, dove i due interlocutori si vantano e si
minacciano in senari sdruccioli che è un gusto a sentirli. Ci sono
Canzoni distinte in capitoli e strofe; e in una di queste, che è un
dialogo tra il Crocifisso e la Sposa monaca, la cosa va tanto per le
lunghe che non avrebbe più fine se non intervenisse come terzo, e non
davvero importuno per questa volta, l'Autore, che intìma alla Canzone
di chetarsi per l'ottima ragione che «lingua mortale non può ridire lo
sposalizio di lassù».
Eppure tutto ciò sarebbe ancora sopportabile senza le continue
proteste, ora di cattolicità a proposito del linguaggio mitologico;
ora d'ignoranza a proposito dei titoli e _degnità_ de' poeti; ora di
rispetto alla uguale eccellenza di tutti gli autori nonostante l'ordine
tenuto nella _Raccolta_, poichè uno bisognava pure tenerlo. Or bene,
tra codeste bassezze morali, tra codeste forme false e puerili, il
nostro Forteguerri è un gigante. Di rado egli scrive per le Raccolte,
di radissimo per _monacazioni_, anzi soltanto quando non può farne
a meno, perchè le monacande son sue nipoti; sebbene di queste gliene
procurò tre in tre anni il fratello Atto. Della prima nipote egli canta
umanamente così:
_. . . . . Ella s'affanna e appella_
_Il Padre che non più sente vicino,_
_E s'industria a far lungo il suo cammino._
Ma il padre obbedisce all'avaro e crudele uso dei suoi tempi, e seguita
a far monache le figliole, e invano lo zio mette fuori con garbo le
comparazioni di Ecuba e d'Ifigenìa.[39]
A chi desiderasse la ragione prima di codesto uso, allora comune, delle
forzate monacazioni, la svela il Forteguerri stesso in un Capitolo
inedito, dove deridendo il miserabile fasto de' suoi contemporanei,
conchiude:
_Che se non fosse lui, Piero ed Antonio_
_Avrebber figli, e, chiuse in monastero,_
_Non si darien più monache al demonio._
Del resto gravi e solenni sono le tre canzoni accennate, e una di esse
ha questa eroica introduzione:
_Allor che Serse di cavalli e fanti_
_Vide ingombrato interminabil suolo_
_E disparire il mar di Salamina_
_Per le gran navi e i bianchi lin tremanti,_
_Fama antica ragiona come solo_
_Salisse sovra bella alta collina,_
_Ed ora alla marina_
_Gli occhi volgendo, ora alle tende sparte,_
_Desse un sospiro e lacrimasse un poco_
_Nel pensar che tra poco_
_Tutto doveva in cenere cangiarsi_
_Il fior di tante genti,_
_E quindi divenir gioco dei venti._
A chi di noi la movenza di codesto Serse non rammenta il Simonide
del canto leopardiano? E ugualmente gravi e solenni sono le altre due
Canzoni sullo stesso argomento.
Ma nè il Forteguerri nè alcun altro poteva con siffatti mezzi
promuovere la riforma morale e letteraria del nostro paese.
IV
_Esterminare il cattivo gusto e procurare che più non avesse a
risorgere_ non era cosa tanto facile e piana come parve a quel
buon'uomo di G. M. Crescimbeni quando dichiarava il fine propostosi
dalla nuova Accademia. Anche _l'Arcadia_ rappresenta un periodo
importante nella storia della nostra cultura, e lo rappresenta non
tanto nella buona intenzione di curare la malattia quanto nell'errore
della cura. Ella prese come segno di eccessivo vigore la turgidezza
delle forme, e curò il male col dissanguamento, costringendo parecchie
generazioni a morir di languore, da cui si salvarono, per singolare
complessione, pochissimi fortunati. Ciò che veramente salvò dalla
malattia secentistica e dalla cura arcadica le lettere nostre fu
l'introdurvisi di due giovani e vigorosi elementi, lo scientifico e il
popolare, i quali presero presto il di sopra, e divennero, come oggi
sono, nerbo e sostanza della letteratura moderna. Centro dell'elemento
scientifico fu la scuola galileiana con le sue accademie, le sue
cattedre, i suoi libri; centro dell'elemento popolare, la satira, con
la sua larga e libera accettazione degli schietti ed arguti parlari
toscani.
Da qui innanzi l'ingegnosa ma spesso incivile poesia bernesca cede il
campo alla nuova satira contro le ipocrisie, letterarie, politiche e
religiose; satira che ripigliando le traccie delle invettive dantesche
e petrarchesche, delle ironìe dell'Ariosto e del Machiavelli, si
determina in una forma semplice e precisa qual'è rimasta su per giù
fino ai nostri giorni.
Stanno sulla soglia del secolo XVII e aprono la doppia battaglia, due
poderosi ingegni, il Galilei e il Tassoni, e la seguitano valorosamente
i galileiani e i satirici del secento e del secolo susseguente.
Talora uno solo adopra le doppie armi, e Galileo stesso, tra le sue
speculazioni scientifiche, crea nei Dialoghi il tipo del Simplicio (di
cui non è che una graziosa caricatura il Don Ferrante dei _Promessi
sposi_); nel Capitolo _In Biasimo della Toga_, dopo mille bizzarrìe
sugli inconvenienti di quella veste, così morde le vanità professorali:
_Se per disgrazia un povero Dottore_
_Andasse in toga e fosse scompagnato,_
_Ci metterebbe quasi dell'onore._
_E se non è da trenta accompagnato_
_Mi par sempre sentir dalle brigate:_
_Colui è un ignorante smemorato._
_Talchè sarebbe meglio farsi frate_
_Che almanco vanno a coppie e non a serque_
_Come van gli spinaci e le granate._
concludendo:
_Sappi che questi tratti tutti quanti_
_Furon trovati da qualche astuto_
_Per dar canzone e pasto agl'ignoranti.[40]_
Certamente non tutti i Satirici poterono, come i Galileiani, mettersi
sotto la protezione dei Principi; che anzi dovettero non di rado
nascondere i loro attacchi sotto la coperta, che non sempre bastò,
della _Poesia giocosa _e dell'_Apologo_. Eran tempi codesti nei
quali, come direbbe Tacito, perdemmo anche i nomi delle cose[41], e
non sarebbe opera perduta ricercare i primi moti della satira civile
moderna nei molti volumi delle _Rime piacevoli_ del secento. A noi,
lasciati da parte i poemi dei due grandi odiatori de' Gesuiti, il Nomi
e il Moneti, e il _San Miniato_ del Neri[42], basti accennar di codeste
Rime qualche tratto dei più caratteristici. Al suo signore, che teneva
stretta la borsa, così parla sfacciatamente Romolo Bertini:
_. . . . . apra adunque le porte_
_Della pietate e non se la minchioni_
_Ch'hanno le Muse ancor bombarde e suoni._
Parole che ne richiamano altre, più degnamente ardite, di un prosatore
moderno, Pietro Giordani, nella conclusione della sua Querela al
governo parmense contro i Gesuiti.[43]
Anche Piero Salvetti ha luoghi satirici squisitissimi come quello sui
re spodestati nel _Lamento per la perdita d'un grillo_:
_. . . . . scappato d'Inghilterra_
_Più che di passo il re non mi contrista;_
_Di già gli è sulla lista_
_De' grandi ch'hanno a diventar piccini,_
_Che privati del Regno,_
_Se e' s'hanno a far le spese con l'ingegno,_
_Saranno spelacchiati cittadini,_
_E con tutta la loro autorità_
_Avran di grazia andar per Podestà;[44]_
e quest'altro nel _Soldato Poltrone_ che ricorda il famoso sonetto in
dialetto romanesco del Belli, _Er Civico de corata_:
_Di più per rincorarmi_
_Voglion ch'io porti addosso_
_Una carrata d'armi;_
_Ch'i' arrabbi se le posso._
_E poi ve lo vo' dir: sarei codardo_
_S'io potessi vestirmi un baluardo.[45]_
Ma chi più mi preme menzionare, tra i secentisti, perchè più
dimenticato, è Niccolò Villani, pistoiese, detto l'_Accademico
Aldeano_, antecessore del Redi col suo _Ditirambo giocoso_[46] (che a
me sembra stupendo), e autore del _Ragionamento sulla poesia giocosa
de' Greci, de' Latini e de' Toscani_, opera eruditissima e quasi
sconosciuta ai moderni, che pur si mostran così propensi a questo
genere di poesia. Sebbene religioso fino a scandalizzarsi dei troppi
e troppo profani amori della Gerusalemme del Tasso, anche l'Aldeano
ha poca stima dei preti del suo tempo, che, secondo lui, sono
_menzogneri_, _amano le sottigliezze e i buoni bocconi e cantano come
il nibbio, mio, mio_[47]. Egli ha in mezzo alle sue _Rime piacevoli_
due sonetti senza titolo, che mi sembrano una finissima e potente
satira contro le due ipocrisie, tanto comuni in quel tempo, del
disprezzo delle ricchezze e dell'ascetismo contemplativo. Come cose
belle e non facili a trovarsi, li riferisco ambedue:
_L'argento e l'or che ognun desira e chiede_
_E cui gran tempo accoglie, un ora sgombra,_
_Già non bram'io, che la lor luce adombra_
_L'anima sì che la virtù non vede._
_E quanto se ne fan più ricche prede_
_Di pensier più molesti il cor s'ingombra:_
_Cresce l'oro il desìo com'arbor ombra,_
_E posseduto il suo signor possiede._
_Pago e lieto io men vivo in rozzo speco,_
_Dell'oro prigionier non già prigione,_
_E libertate a me medesmo ho meco. — _
_Così cantando il pastorello Egone_
_Già per le selve, e d'ogn'intorno l'Eco_
_Gli rispondea dagli antri: Oh gran c..._
* * *
_Ad un vecchio di salcio arido stelo_
_Appoggiatosi Egon, fissi tenea_
_Gli occhi alle stelle, e nel suo cor dicea:_
_Oh com'è bello il tremul'or del cielo!_
_Oh come dolce il tenebroso velo_
_Pinge alla notte! Oh come avviva e bea_
_Questo mondo quaggiù, mentre in lui crea,_
_Tante forme animando, il terren gelo!_
_Oh che luce egli vibra ardente e viva!_
_Oh come certo, e senza errare, egli erra!_
_Ma quale è il Creator d'opra sì diva?_
_Deh perchè lui non veggio? E chi mel serra?_
_Or mentre contemplando ei così giva,_
_Si ruppe il salcio e diè del c... in terra._
Codesti sonetti nell'andamento e nell'improvviso della chiusa ne
richiamano alcuni recentissimi del nostro bravo Fucini, come _La Tavola
girante_ e _La meccanica universale_. Ma quel che preme concludere
è che tutta la satira sopra accennata va sotto il nome di _Poesia
giocosa_, come sotto il nome di _Rime piacevoli_, vanno anche i
Capitoli di Niccolò Forteguerri.
V
Nel secolo successivo, rimanendo fermo lo scopo antiautoritario,
la satira piglia forme sempre più varie e moltiplici; ora grave e
allegorica negli episodi dei poemi, ora svelta e leggiadra nelle
canzonette e negli epigrammi, ora sdegnosa ed ironica nei sonetti
e nei Capitoli. Essa comincia a sentire la virtù dell'influenza
popolare, la quale, al contrario dell'influenza accademica, è appunto
varia e multiforme. Ma codesta virtù non dà subito frutti generali e
adeguati. «Nella prima metà di questo secolo (osserva uno scrittore
moderno)[48] agitata da tante guerre e mutazioni politiche alle quali
i popoli soggiacquero senza prendervi parte, mal potevano trovar luogo
le lettere; giacchè mancavano per dar loro vita e vigore, gli agi
della pace e le passioni dei tempi burrascosi.» Ma se dopo la pace
di Aquisgrana i nuovi dominatori, vista la necessità di sottrarre il
nostro paese ai pregiudizi, agli errori, alle ingiuste disuguaglianze
introdotte dal Governo spagnolo, poterono efficacemente favorire gli
studi della giurisprudenza e della pubblica economia, e riformare
gli stati, non fu certamente senza influenza della scuola satirica,
specialmente in Toscana. «Può la satira (dice il Giusti) quando
ha cessato di essere uno specchio delle cose che sono, rimanere
a documento di quelle che furono, e in certo modo supplire alla
storia.»[49]
Abbiamo veduto nei Capitoli la satira del Forteguerri; vediamo ora
brevemente quella del Gigli, del Carli e del Crudeli, che furono,
insieme al nostro, gl'immediati precursori del Gozzi, del Baretti e del
Parini.
Girolamo Gigli (1660-1722) ha con la schietta favella tutta l'ingenua
franchezza, gl'impeti passionati, le bizzarre fantasìe del suo popolo,
più quello che non poteva mancare a un buon senese di quel tempo, un
po' d'odio contro Firenze. I suoi scritti satirici sono molti e vari,
in prosa e in versi, commedie e racconti, storie e aneddoti, ritratti
e caricature. Notabile per bizzarria fra tutti questi scritti è il
_Gazzettino_[50], e nel _Gazzettino_ la diciottesima _Spedizione_,
contenente _La finta conversione di Madama Adelaide_, scrittura che
compendia tutto il veleno della satira del Gigli. Laico e ricco,
egli non ha i ritegni del Forteguerri a pubblicare i suoi scritti,
e l'ingegno seconda mirabilmente la libertà dell'animo. Egli si
ricongiunge per molte parti al Tassoni, da cui ha pure imprestato un
nome, quello del Conte di Culagna per appiccicarlo al Conte Fede[51],
gran bacchettone e amministratore di Cosimo III in Roma. Anche il
Gigli ha il suo aristotelismo da combattere ed è la Crusca; il suo
spagnolismo ed è la Compagnìa. E tutto ei fa servire da arnese di
guerra, anche le opere filologiche, come il _Vocabolario Cateriniano_,
contro di cui tanto si accesero le ire cruschevoli del Granduca da
ordinarne un bel falò.[52]
L'ipocrisìa era per il Gigli la _pestilenzia toscana_,[53] e in Toscana
era quello il secol d'oro della ipocrisìa; contro di essa dunque
bisognava volgere tutte le ire. Nè con questo egli circoscrive troppo
il campo delle sue pugne, perchè tutti gli altri vizi non sono per lui
che una brutta famiglia di codesto mostro.
_Mentre dice costui l'avemmaria_
(è il poeta che parla a una Signora)
_Ruba, uccide e distrugge, ed in quest'ora_
_Qualche bellezza a te vuol portar via._[54]
Tutti sanno l'orgoglio professorale de' Gesuiti; egli lo morde in
un sonetto dove finge che un fanciullo, andatosi a confessare nella
loro chiesa di San Vigilio, domandi al padre confessore il segreto
d'imparare presto e bene il latino. Il Padre, allungando il dito verso
un quadro rappresentante S. Anna che insegna leggere alla sua bambina,
risponde:
_Figlio, quella è la Vergine Maria_
_E non farà miracoli finch'Ella_
_Non venga a scuola nella Compagnìa.[55]_
E dei danni della educazione gesuitica parla nelle liberissime ottave
intitolate _Il Seminario degli affetti_, recitate nell'Accademia
senese, presente Mons. Forteguerri, a cui toccan gli ultimi e
iperbolici complimenti del Poeta[56]. Il Gigli amava e stimava molto il
nostro illustre concittadino, e se lo finge anche cooperatore nella sua
spropositata corrispondenza da Roma col Cav. Luigi Medici fiorentino,
che era un balordo e si teneva gran letterato.
Accanto ai Gesuiti mette il terribil senese i loro seguaci, o, com'ei
li chiama, i _Don Piloni_, brutta e numerosa compagnìa di beghine, di
_barboni_ e di adoratori di San Cresci, il nuovo santo di Cosimo, che
la Chiesa, con suo gran dispiacere, non gli riconobbe.[57]
Gli scritti del Gigli sono una delle più belle e forti proteste
della libertà e dignità umana in un tempo nel quale di codeste virtù
era perduto anche il nome, e tutto anzi il linguaggio dalle falsità
accademiche era facilmente degenerato nelle falsità morali. Nè ci
voleva meno di questa satira con fine certo ed accettabile anche dagli
onesti; spesso trascendente a accenni scandalosi e a sfacciataggini
personali; armata di stile appuntato non nelle officine dei grammatici
ma sul lastrico delle vie, all'aere aperto e spazioso delle vecchie
piazze plebee, per far risentire la putrida società toscana di codesto
tempio.
Due cose sono veramente riprovevoli nella satira gigliana, una
invincibile tendenza alla personalità, e la _ipocrisìa_ delle lodi a
Cosimo III, che era pure il gran protettore degli odiati _Don Piloni_.
Del primo peccato lo assolve in parte la infelicità del secolo, che,
fatto silenzio sui principii, anelava la satira personale che li
adombrasse; al contrario del secol nostro che vuole, o almeno dice di
volere, una pura discussione di principii. Oltre che il mal'esempio, ai
tempi del Gigli, veniva dall'alto, e le sue Lettere al Medici non sono
che una obbedienza al gran Principe di Toscana che pure ordinando la
canzonatura dichiarava il canzonabile _cavaliere di ottimi e cristiani
costumi, e di nascita nella sua insigne patria delle più ragguardevoli,
e per ambedue i capi meritevole d'ogni stima_[58]. Quanto alle lodi al
Granduca vorrei poter dire che sono un'ironia e la forma iperbolica vi
si presterebbe, se non fosse comune in quel tempo. Pur troppo su questo
punto è men difendibile che sull'altro della ritrattazione, fatta
quand'era già povero e vecchio e dopo molte persecuzioni.
VI
Con meno larghe e audaci intenzioni, ma con personalità anche più
insistente, e però con arte che più sente la efficacia delle forme
dialettali, procede la satira di Paol Francesco Carli (1680-1752). Egli
da Monsummano, dove era Vice-Parroco, si recava spesso alla prossima
villa Ferroni con tre o quattro amici per canzonare con impareggiabili
sonetti Giovan Paolo Lucardesi, maestro del Borgo a Buggiano,
prosuntuoso grammatico e poeta officiale di tutte le feste dei
dintorni. A lui, col nome di Bietolone, è dedicata l'Accademia dello
Scherno; per lui scrive Pier Francesco Bertini la _Gianpagolaggine_,
prosa polemica miracolosa a que' tempi; per lui compone il Carli la
_Svinatura_, e più arguti della _Svinatura_ i Sonetti, dove torna
ricucinato con mille salse sempre nuove e piccanti il famoso sproposito
del _Cristo crocifisso e trino_ messo dal Lucardesi in un sonetto per
un Predicatore. Nessuno meglio del Carli seppe rapire le più tenui
fragranze e i colori più vivi a codesto fiore della poesia popolare.
Nativo e abitante di quella Val di Nievole, che un secolo dopo dovea
produrre Giuseppe Giusti, non ha nè può avere di questo gl'intenti
civili, ma ne ha il gusto infallibile e delicato. Le finezze della sua
satira non si ritraggono per descrizioni; bisogna citar degli esempi.
Eccone alcuni.
Ove il discorso sia un po' concitato e breve la proposizione, il nostro
popolo ha non di rado l'uso della _battologìa_, uso ripreso da tutti
i Vocabolaristi come vizioso, e che un mio caro e spiritoso maestro,
Jacopo Jozzelli[59], chiamava, _un parlare col manico_. Il Carli,
alludendo sempre all'accennato sproposito del _Cristo trino_, adopra
mirabilmente codesto vizio popolare, e mette in bocca a una vecchina
questo lamento:
_Uh! che gentacce, Vergine Maria!_
_Che cosa ha detto mai che cosa ha detto_
_Che voi gli abbiate a perdere il rispetto_
_E trattarlo con tanta scortesia?_
_Fare ad un prete simile angheria_
_Non cadde in petto mai non cadde in petto_
_Al più perfido ebreo che giri il ghetto,_
_Al turco più crudel della Turchia._
_E che ha a durare sempre e che ha a durare_
_Questo bordello? Eh via, povero Prete,_
_Finitela e lasciatelo campare._
_E che ha a 'mportare a voi e che ha a 'mportare_
_Se c'è tre Cristi o quindici? Gli avete_
_A far le spese voi gli avete a fare?[60]_
E perchè questa è poesia che ha bandito ogni regola accademica e ogni
_frase del cassone_, nè ha più formule fisse per determinare i confini
e le quantità delle cose, come il _Da Battro a Tile, gli espèri e i
lidi eoi, le nottole di Atene e i vasi di Samo_, gli spropositi di
Bietolone son dichiarati innumerabili col seguente sonetto:
_Non ha tant'agli Prato e Siena matti,_
_Sparagi Pescia e Scarperia coltelli,_
_Roma indulgenze e Montelupo piatti,_
_Fogli di carta Colle e Lucca ombrelli;_
_Non miagola in gennaio tanti gatti,_
_Non tanti il maggio ragliano asinelli,_
_Non son tanti pagliai di luglio fatti,_
_Nè si piglian d'ottobre tanti uccelli;_
_Non fa tante frittate la Certosa,_
_Non compon tanti impiastri un ciarlatano,_
_Nè tanti testi storpiò mai la glosa,_
_Quanti dice in latino ed in toscano_
_Spropositi solenni in versi e in prosa_
_Bietolon pedagogo da Buggiano._
Il Prete Lucardesi è per gli Accademici dello Scherno ciò che era il
Cav. Medici per il Gigli e compagni. Anzi il Lucardesi ed il Medici
hanno un canzonatore a comune in quella buona lana del medico Bertini,
che al primo dedicava la _Giampagolaggine_, e al secondo dava i suoi
responsi medici per il Gigli, il quale ce lo mandava per aver consulti
sui _suoi fierissimi dolori endecasillabi_[61], di cui impietosiva il
Medici con le sue lettere romane.
Bietolone sulle prime fece vista di non pigliarsi della canzonatura,
e continuò a buttar giù versi e spropositi, tra cui quello di fare
ammazzare, in un sonetto per monacazione, il gigante Golìa da Giuditta;
sproposito raccolto subito dagli Accademici dello Scherno. La risposta
prediletta del pedagogo buggianese era _che gli autori de' sonetti non
erano versati nella buona lingua_, e il Carli rispondeva per tutti:
_Non siam cruscanti noi, o Lucardesi,_
_E ce ne crepa il cor, ma sol ci basta_
_Quando vi diam del bue d'essere intesi._
Da questo momento il povero Bietolone non si può più muovere, che ha
sempre addosso l'acuto sguardo del Carli. Cerca egli di scansarlo, e
di attaccarla con altri, ma il Carli risponde sempre per tutti; e ogni
festa dell'anno, ogni atto vero e supposto del pover'uomo gl'ispira
sonetti cari e terribili. Siamo all'Epifania, e il Poeta vuol fare la
capannuccia. Ho quasi ogni cosa (egli scrive ad un amico) i Re Magi, i
pastori, la Vergine, il Bambino,