— Eccomi, — disse la Bice comparendo nel salotto ove si trovava lo zio.
Egli gettò via il giornale _L’Esercito_ che stava leggendo e si preparò
a darle una risciacquata di capo pel suo lungo ritardo. Ma l’aspetto
singolare in cui ella gli si presentava gli strappò invece un sorriso
dal labbro. E disse soltanto: — Finalmente!... E in quale arnese!
La ragazza aveva un lungo grembiale bianco che le scendeva dalle
ascelle ai piedi, le maniche del vestito rimboccate fino ai gomiti,
le mani e i polsi impiastricciati di farina, e teneva appunto le mani
aperte e le braccia larghe, discoste dai fianchi, per non insudiciarsi
di più. Aveva un po’ di farina anche sul viso e nei capelli.
— Eh, non ho terminato che adesso — ella rispose. — Sono in tenuta di
fatica.
— Vada a mutarsi dunque.... presto.
— Vado.... ma che cosa voleva, zio, che mi ha fatto chiamare?
È vero. Che cosa voleva? Non se lo rammentava neppur lui.... Ah sì,
voleva rimproverarla. E riprese: — Perder la giornata per fare un
dolce. Vergogna!
— Fare e rifare, caro zio.... Senza dubbio, la ricetta era
sbagliata.... Si figuri che se non ci mettevo un bicchier di latte di
più veniva fuori qualcosa di duro come una palla di cannone....
— E ce l’hai aggiunto di tuo capo?
— Già.... La cuoca non vuole responsabilità. È un’impertinente. Sa
quel che ha detto? “Mi perdoni, ma io non intendo immischiarmi ne’ suoi
pasticci.„
— Ha ragione.... Ma non forzerai neanche me a mangiarlo _il tuo
pasticcio._
— Oh lo assaggerà almeno.... per poter suggerirmi le correzioni da
farsi domani.
— Domani?
— Ma scusi, non eravamo d’accordo? Quella d’oggi è una prova.... Domani
poi che ci sono i veterani a pranzo.
La Bice chiamava così tre ufficiali in pensione, antichi commilitoni
dello zio, il quale li invitava a desinare un paio di volte all’anno.
— Per i veterani — interruppe il colonnello — manderemo a prendere
dall’offelliere un dolce che non sia duro come una palla di cannone.
La ragazza fece un segno di protesta.
— E a proposito — ripigliò Bedeschi — che ghiribizzo è stato quello di
voler che invitassi i miei amici per domani e non per oggi?
— Volere? — disse la Bice con accento sommesso. — Ho pregato.... Mi
pareva che la vigilia di Natale fosse meglio passarla in famiglia.
La fronte del colonnello si annuvolò. — Famiglia numerosa in verità —
egli borbottò fra i denti.
— Ma! — sospirò la Bice.
— Vatti a vestire, va, — soggiunse lo zio.
Ella non si moveva.
— Che c’è adesso?
— Nulla.... Pensavo.
— A che cosa?
— Pensavo a tanti anni fa.... l’anno prima ch’io andassi in collegio,
quando il Natale si festeggiò qui tutti uniti.... Che tavola allegra!
C’erano il mio babbo e la mia mamma, c’era la zia, e Vittorio e
Augusto, venuti in vacanza per una quindicina di giorni, e Federico....
Noi due eravamo i più giovani.... Egli faceva mille biricchinate e
mi legò con la treccia alla spalliera della seggiola.... Oh mi par
ieri.... E ora gli uni son morti, gli altri dispersi pel mondo.
Si voltò commossa, con le pupille umide.
Lo zio, infastidito, le diede sulla voce. — Per carità, non mi far
piagnistei. I morti lasciamoli in pace, e quanto a quelli che sono
dispersi, due calcolo che siano con noi; il terzo, il tuo carissimo
Federico, è meglio dimenticarlo com’egli dimentica.
Ella fu in procinto di mettergli la mano sulla bocca per farlo
tacere. Ma si ricordò ch’era tutta infarinata e si trattenne in tempo,
sorridendo in mezzo alle lacrime: — Non le dica neanche per ischerzo
queste cose. Se Federico non ha ancora scritto, questo non significa
che abbia dimenticato.... Giurerei che la lettera è in viaggio.
Il colonnello fece una spallucciata. — Del resto, peggio per lui. A me
non importa proprio niente.
Balzò in piedi e ripetè alla nipote: — Vatti a vestire. A meno che oggi
non si debba rinunziare al pranzo....
La ragazza guardò l’orologio. — Pel pranzo ci vorrà un’oretta.... o
un’oretta e un quarto.... secondo il punto in cui sarà il dolce.
— Insomma, Bice, — saltò su lo zio aggrottando le ciglia, — ogni bel
gioco dura poco.... Vada e torni vestita entro venti minuti, e quando
torna, a qualunque punto sia il dolce, disponga perchè portino subito
in tavola.... Marsch.
— Oh, — esclamò il colonnello appena rimasto solo. — È indispensabile
di por ordine a questa faccenda. Colei con le sue smorfiette ottiene
sempre quello che vuole.
Il peggio si è ch’ella lo faceva diventar patetico, sentimentale,
lui, il colonnello Bedeschi! Non aveva dovuto rasciugarsi gli occhi,
quella sera stessa, nel guardare le fotografie di famiglia? Non era
stato lì lì per commoversi quando la Bice aveva evocato la memoria di
quel Natale lontano? Non si crucciava fuori di luogo e di modo perchè
quel caposcarico del figliuolo minore tardava a mandare gli auguri per
le feste? Non soffriva all’assenza di questo ragazzo più assai che
non volesse ammettere di soffrire? Non vedeva con un certo sgomento
avvicinarsi il tempo nel quale Federico avrebbe dovuto andare di là
dall’oceano? Non c’erano dei momenti in cui gli sarebbe venuta una gran
tentazione di richiamarlo?
No, così non poteva durare. Il colonnello aveva bisogno di ricuperar
la stoica impassibilità d’una volta, anche a costo di allontanar da sè
la nipote. Ell’aveva diciott’anni, era piacente, graziosa, possedeva un
quarantamila lire di suo, altre ventimila gliene avrebbe date lui, non
doveva esser difficile di trovarle un marito.... Trovarle marito, e poi
rimaner solo, con Battista, l’ordinanza, e coi veterani per commensali
nelle grandi solennità.... Che bella prospettiva! Tanto bella che il
colonnello, nell’eccesso della gioia, diede sulla tavola un pugno così
formidabile da far quasi cadere il lume. Indi se la prese col giornale
_L’Esercito_ che gli parve indegno di avere nemmeno un associato;
stracciò in due pezzi il numero che aveva fra le mani e ne fece due
pallottole che scagliò a due angoli della stanza. Dopo le quali gesta
tirò fuori il suo cronometro per vedere se fossero trascorsi i venti
minuti ch’egli aveva assegnati alla Bice per la sua _toilette_.
— Venti minuti giusti, nè uno di più nè uno di meno, — disse la
giovinetta entrando proprio in quel punto. Ella vestiva un abito di
lana celeste con guarnizioni di _peluche_, portava al collo un filo
di corallo, e buccole pur di corallo agli orecchi. Nei folti e lucidi
capelli aveva intrecciato un nastrino di velluto rosso che ne faceva
meglio spiccare il colore castano scuro e dava risalto ai suoi occhi
bruni e vivaci. Del resto non aveva lineamenti regolarissimi, nè poteva
dirsi bella nello stretto senso della parola, ma la persona agile e
svelta e l’espressione della fisonomia dolce ed arguta ad un tempo la
rendevano preferibile a molte vantate bellezze.
— Sfido un’altra a far così presto, — ella continuò avanzandosi
verso lo zio, che, suo malgrado, era rimasto colpito dalla geniale
apparizione. Ma egli era armato contro le seduzioni e rispose in
tuono burbero: — Bene, bene.... E che necessità c’era di mettersi in
fronzoli?... Tutte civette, le donne....
— Oh zio, mi son messa il vestito buono e i coralli che mi ha regalato
lei il mese passato.... Dovevo lasciarli sempre chiusi in cassetto?
— Non dico questo.... Se ci fosse qualcheduno a pranzo.... Domani, per
esempio....
— Oh, pegli estranei.... Se però esige che vada a mutarmi di nuovo...?
— Sì, per non finirla più.... Hai dato gli ordini in cucina?
— No, veramente.... Volevo darli adesso....
Bedeschi mise un’esclamazione poco parlamentare e tirò con violenza il
campanello.
Si presentò Battista.
— Il pranzo è pronto? — chiese il colonnello con voce tuonante.
Il servo guardò la signorina.
— Non guardate la signorina, guardate me, e rispondete.
— Ma, — balbettò Battista. — Dev’esser pronto tutto.... tranne il
dolce.... che la cuoca dice che non sarà pronto mai....
— Gelosia di mestiere, — rimbeccò la Bice.
— Se tutto è pronto, tranne quello che non sarà pronto mai, — ripigliò
il colonnello, — scodellate la minestra immediatamente.
Battista voleva soggiungere qualcosa, ma la padroncina con un gesto di
rassegnazione lo pregò di tacere.
Di lì a poco, nel salotto da pranzo bene riscaldato ed illuminato,
zio e nipote sedevano a tavola l’uno di fronte all’altra e parevano
entrambi in poco felici disposizioni d’umore. Lo zio trovava da ridire
su tutte le pietanze, la nipote, d’ordinario chiacchierina e vivace,
s’era ammutolita ad un tratto, e in preda a una singolare inquietudine
s’agitava sulla sedia, tendeva l’orecchio ai più lievi rumori, e alzava
ogni tanto gli occhi verso la mostra d’un orologio.
La Bice arrossì come uno scolaro colto in fallo, e disse: — Osservavo
ch’è molto tardi.
— Bella scoperta! Di chi la colpa?
In quel momento si sentì una scampanellata alla porta di strada; la
Bice balzò fuori della stanza, e Battista, che quella sera serviva
peggio del solito, rovesciò una bottiglia di vino sulla tovaglia.
— Imbecille! — urlò il padrone. E avrebbe aggiunto chi sa quali altri
epiteti se non fosse stata la curiosità di saper chi era venuto.
— Andate di là, — egli ordinò al domestico che non se lo fece ripetere
due volte, — e tornate subito a dirmi chi è.
Ma Battista non tornò subito. Tornò invece la Bice con una strana
espressione nella fisonomia, e si fermò sulla soglia.
— Ebbene? Che cos’è successo? Siamo in un ospedale di pazzi? — chiese
il colonnello.
— Oh zio, — rispose la ragazza. — Se mi fa quei visacci non ho
coraggio....
— Finiamola.... Chi è venuto?
— È venuto.... un forastiero....
— Un forastiero.... Chi?....
La Bice esitava.
— Chi, in nome del cielo?
— Oh sa, faccio come nelle commedie, io.... Avanti, Federico.
E tirò a sè il battente dell’uscio, dietro a cui si trovava Federico in
persona.
Si ha un bell’esser corazzati contro le debolezze umane, si ha un
bel voler foggiarsi sul tipo inflessibile di Bruto primo e di Manlio,
allorchè un figliuolo che si credeva di non rivedere per un gran pezzo
vi compare dinanzi all’improvviso, e con uno sguardo più eloquente
d’ogni parola vi chiede perdono de’ suoi trascorsi e ridomanda la sua
parte di affetto e il suo posto al focolare domestico, è impossibile
non cedere al bisogno di spalancargli le braccia. Il tempo delle
riflessioni verrà, verrà forse il tempo di pentirsi dell’aver ceduto a
questo primo movimento; intanto il cuore, sia pur di sorpresa, riporta
una vittoria che non è mai senza conseguenze per l’avvenire.
Tutto ciò accadde al colonnello Bedeschi, il quale faceva inutili
sforzi per nascondere la propria emozione, e girando intorno a questo
figlio piovutogli dall’Inghilterra e divorandolo con gli occhi, tradiva
la sua sollecitudine con una sequela di domande: — Non sei mica malato,
eh? — Non hai mica patito freddo per viaggio? — Sei stanco? — Hai
ancora da pranzare?
E mentre Federico ch’era un florido giovinetto sui ventitrè anni gli
rispondeva che stava benissimo, che s’era rifocillato a Verona, ma che
nondimeno avrebbe preso volentieri una tazza di brodo, il colonnello
scoteva il braccio della Bice.... — Via, perchè non ti muovi?... E
dov’è quello stupido di Battista? O non c’è del brodo caldo in cucina?
— Ce n’è, ce n’è.... Ecco Battista con la zuppiera. È provvisto alla
cena, alla camera, a tutto....
— Tu sapevi dunque?
— Naturalmente.
— E anche la servitù?
Battista evitava lo sguardo del padrone. Federico non alzava il naso
dal piatto. La Bice sola, imperterrita, affrontava il fuoco.
— Anche la servitù. Da questa mattina.... L’avevo detto io.
— Ma perchè tanti sotterfugi?
— Ecco.... — principiò Federico al quale sembrava poco cavalleresco il
non accorrere in aiuto a sua cugina.
Ma il padre lo interruppe. — Tu bada a mangiare. La Bice ha la lingua
sciolta.
— Oh, — ripigliò questa, — mi spiccio in due parole. Se Federico
scriveva a lei che non ne poteva più delle nebbie di Londra, che
provava un bisogno imperioso di riscaldarsi al sole d’Italia, di
rivedere la casa, la famiglia, insomma se le chiedeva il permesso,
lei non glielo avrebbe dato, e allora come si faceva a disubbidire?...
Invece di scrivere a lei, Federico scriveva a me.... Non era un segreto
la nostra corrispondenza....
— No, certo; però non mi sarei immaginato che ne usaste per cospirare.
Alle corte, quel permesso che forse non avrei dato io, l’hai dato tu.
— Al momento opportuno ho incoraggiato Federico a perorar la sua causa
in persona. Lo assicuravo che suo padre era un uomo severo, ma un cuore
come ve ne son pochi....
— Basta, basta, — disse il colonnello. — È inutile dorare la pillola.
— Indi rivolgendosi al figliuolo: — E il mio amico Giraldi, il tuo
principale, è anche lui della congiura? Son sei o sette mesi che non mi
manda una riga.
Federico estrasse del taccuino una lettera e la porse al padre.
— Oh! — disse questo. — Son due lettere, una dentro dell’altra.
— Leggi e vedrai.
Giraldi scriveva ad Annibale Bedeschi lodandosi della condotta e della
intelligenza di Federico, ma soggiungendo che non gli pareva uomo nato
pel commercio, e che, secondo lui, era molto meglio lasciargli studiar
l’arte per la quale mostrava disposizioni singolari. In prova di che
inchiudeva un biglietto del celebre Whitty, uno dei primi pittori di
Londra, che aveva visto i disegni del giovine e ne traeva i più lieti
pronostici per l’avvenire.
Il colonnello diede un’occhiata al biglietto in questione. — È in
inglese! — egli esclamò. — O che che cosa devo capirci io?
Federico si offerse di tradurlo. Ma la Bice propose di rimetter le
spiegazioni al domani. Erano tutti stanchi, e Federico in particolare
cascava dal sonno.
— È vero, — assentì il colonnello. — Federico dovrebbe andarsene a
letto.
A questo punto la Bice si picchiò la fronte con la mano. — E il mio
dolce? Battista, fate il piacere di domandarne conto alla cuoca.
Il cugino mise un’esclamazione ammirativa. — Anche di pasticceria te ne
intendi?
— Un poco.
— Uhm! — fece il colonnello.
Battista rientrò in salotto con aria contrita, e depose davanti al
padrone un piatto che conteneva un oggetto informe.
— È questo il tuo dolce? — chiese ironicamente lo zio dopo alcuni vani
tentativi di fenderne la crosta col coltello.
La Bice, mortificata, non riconosceva più l’opera sua. — Così me lo
hanno ridotto?
Federico non potè trattenere una sonora risata.
— Hai torto di ridere, — disse la giovinetta. — Quella, vedi, è tutta
malizia della cuoca, invidiosa de’ miei trionfi. Un’altra volta....
— Non c’è altra volta che tenga, — protestò il colonnello. — Basta una,
ce n’è d’avanzo.
La Bice si strinse nelle spalle. — Il mio dolce avrà servito a ogni
modo a far ritardare il pranzo. Se la corsa fosse arrivata in orario,
Federico avrebbe desinato con noi, anzichè trovarci alle frutta.... E
adesso....
— O che c’è ancora?... Non volevi che tuo cugino andasse a riposarsi?
— Sì, ma poichè rimane un sorso di vino nei bicchieri faccio un
brindisi ai due assenti Vittorio e Augusto.
— Con tutto il cuore, — risposero a una voce padre e figliuolo.
— Agli assenti e al reduce, — ella soggiunse.
— Sia pure.... Anche al reduce, — ripetè il colonnello avvicinando il
suo bicchiere a quello di Federico. — Abbiamo però sempre dei conti da
regolare.
. . . . . . .
Quando Federico si mosse per salire nella sua camera, la Bice lo
accompagnò fino sul pianerottolo. Egli non aveva parole abbastanza per
ringraziarla, per esaltare il suo spirito, la sua bravura.
— Non facciamoci illusioni — ella disse. — Non cantiamo vittoria troppo
presto.
— Con te, mia cara, si vinceranno tutte le battaglie, — replicò il
cugino. E dopo una breve pausa, abbassando la voce e avvolgendola d’uno
sguardo ch’esprimeva il più sincero entusiasmo: — Sai che ho fatto
un’altra grande scoperta?
La Bice abbassò involontariamente gli occhi. — Quale?
— Che sei diventata proprio bella.... ma proprio.... non è già un
complimento.
— Pazzo che sei! — disse la ragazza imporporandosi in viso. — Buona
notte, buona notte. — El o piantò lì col lume in mano, incantato a
guardarla.
. . . . . . .
Come si accomodassero le faccende il dì appresso, che conseguenze
avesse nell’avvenire la _grande scoperta_ di Federico, a che risultato
approdasse la visibile simpatia de’ due cugini, son tutte cose che non
si possono saper subito.... Al Natale prossimo.... forse.