LA ZIA TERESA.

Quella sera, quando s’udì la scampanellata del postino, in casa

dell’avvocato Ettore Gualtieri avevano appena finito di desinare. La

cameriera entrò in salotto portando due giornali pel padrone e una

grossa lettera coperta di francobolli per la signorina Amelia.

La signorina Amelia, una leggiadra giovinetta di forse diciott’anni,

divenne rossa ed esclamò: — È della zia Teresa.

E agitando la lettera con aria trionfale soggiunse: — Scommetto che qui

c’è la fotografia. Era tempo.

Con un oh, oh di curiosità tutti quanti si strinsero intorno

all’Amelia. Erano in quattro, l’avvocato Ettore e la signora Luisa

sua moglie, la Carolina, una ragazza in quell’età critica nella quale

è arrischiato ogni pronostico sulla bellezza femminile, e Amedeo, un

fanciullo sgarbato come sogliono essere i maschi dagli otto ai quindici

anni.

— Bada che voglio i francobolli — gridò appunto Amedeo con la sua voce

di pentola fessa.

— E io il monogramma — disse la Carolina.

L’Amelia fece un gesto d’impazienza. — Dio, che noiosi! Avrete i

francobolli, avrete il monogramma, ma non istatemi addosso così.

L’avvocato allontanò col braccio i due importuni e diede alla sua

figliuola maggiore un temperino perch’ell’aprisse la busta senza

stracciarla.

Bisogna notare che, dal signor Ettore in fuori, nessuno dei presenti

aveva conosciuto questa zia Teresa. In primo luogo, dei giovani ella

non era zia ma prozia; aveva cioè sposato molto tempo addietro uno zio

dell’avvocato, un Gualtieri anch’esso, dimorante a Nuova York fin dal

1849 e arricchitosi colà negli affari. Al momento del matrimonio il

signor Temistocle (l’uomo si chiamava così) aveva quarantacinqu’anni

ed ella ne aveva venti, nè alcuno credette ch’ella lo prendesse per

inclinazione. Comunque sia, questo signore, tanto più vecchio della

moglie, s’era conservato vispo ed arzillo e veniva ogni due anni in

Italia; ella invece tra per le cure da prestarsi al padre che l’aveva

seguita in America, tra per gli acciacchi di cui si lagnava, non aveva

più ripassato l’Oceano.

Erano queste le ragioni ch’ell’adduceva scrivendo all’Amelia, ma il

marito, ne’ suoi viaggi in Europa, affermava che la ragione vera era la

pigrizia, era la paura del mare.

— La salute — egli soleva ripetere — l’ha buonissima, e ingrassa di

giorno in giorno. Anzi, inter _nos_, questo potrebb’essere un altro dei

motivi pei quali le ripugna di tornare dove c’è tanta gente che se la

ricorda giovine e bella.... Donne, sempre donne.... Già, ne avete la

prova.... ha perfino scrupolo di farsi fare il ritratto per mandarvelo.

Alla lunga, come si vede, lo scrupolo ella lo aveva vinto, e la

lettera giunta quella sera all’Amelia conteneva realmente la sospirata

fotografia.

Bisogna convenire che la prima impressione fu tale da richiamare alla

memoria le parole poco galanti del signor Temistocle. La zia Teresa

aveva l’aspetto d’una donna attempata, più florida del necessario,

senza studio d’eleganza nel vestito ch’era liscio, d’una sola tinta

scura e chiuso fino al collo. Nei capelli spartiti sulle tempie e

ravviati dietro alle orecchie era appuntato un velo nero; la mano

sinistra non si vedeva, la destra, appoggiata sulla spalliera della

poltrona, si protendeva troppo innanzi e appariva di proporzioni

esagerate. Gli occhi ch’erano stati bellissimi, che si capiva dover

essere belli tuttora, erano guastati dalla fotografia mancante

assolutamente di nitidezza e di rilievo.

Vi fu un breve silenzio durante il quale un osservatore attento avrebbe

potuto notare nel volto della signora Luisa un risolino di trionfo

che contrastava con l’aria malsoddisfatta degli altri e specialmente

dell’avvocato. — È questa la zia Teresa? — parevano domandare i

ragazzi. E l’avvocato: — È proprio lei?

Amedeo ruppe il ghiaccio. — Sapete a chi somiglia?... Alla signora

Venosti.

Il babbo gli slanciò uno sguardo fulmineo. — Sciocco!

Anche l’Amelia protestò con gran vivacità.

Ma la signora Luisa venne in aiuto del figliuolo. — Amedeo non ha tutti

i torti. La ricorda....

— No, mamma, no, — rimbeccò l’Amelia che non poteva tollerare questi

paragoni tra una zia dilettissima e una conoscente ridicola da lei

messa in canzonatura infinite volte.

— Si fa presto a dir no, — insistè la signora Luisa. — È un fatto.

Il signor Ettore perdette la pazienza. — Insomma vorrei sapere dove la

si trova questa famosa rassomiglianza....

— Nella bocca, per esempio....

— Oh santo cielo. Nella bocca?... Se la Venosti non ha quasi più

denti....

— E in questo ritratto, con tua licenza, la bocca è chiusa e non

possiamo sapere se i denti ci siano o non ci siano. E poi il taglio

della bocca non ha nulla a che fare coi denti....

— Via, mamma, — ripigliò l’Amelia, — la Venosti ha più di sessant’anni.

— E credi forse che tua zia sia una bambina?... I suoi cinquanta deve

bene averli....

L’avvocato fece un energico segno negativo col capo. — Nemmen per sogno.

— O quanti allora?

— È un conto semplice. È nata nel 1843 e siamo nel 1888.

— Da ottantotto a levar quarantatrè rimangono quarantacinque, — esclamò

Amedeo per mostrar la sua perizia nell’aritmetica.

— Precisamente quarantacinque, — ripetè il signor Ettore.

— Più quelli della balia, — soggiunse sghignazzando la moglie.

— È una bella ostinazione, — replicò l’avvocato. — Vuoi un’altra prova?

La Teresa si sposò nell’agosto 1863, venticinque anni fa, nè più nè

meno.... E aveva compiuto i vent’anni in quel mese stesso.

— Sarà, — disse la signora Luisa con quella riluttanza che hanno le

donne a darsi per vinte, soprattutto in certe questioni. — A ogni

modo se non sono che quarantacinqu’anni non gliene faccio le mie

congratulazioni.... Ne mostra molti di più.

Frattanto l’Amelia, che aveva scorso rapidamente la lettera della zia,

ne lesse una mezza pagina ad alta voce: “È la prima volta che vado dal

fotografo dacchè ho lasciato l’Europa. E ci andai per contentarti.

Desidero in compenso di aver le fotografie rinnovate di tutti voi

altri. Ho la tua, quelle di tua sorella e di tuo fratello, ma le

ultime rimontano al 1885 e ritengo che ne avrete di più recenti. Non

ho poi quelle della tua mamma e del tuo babbo, e mi sarebbe così caro

di averle.... Il tuo babbo mi trova molto cambiata, non è vero? Eh,

il tempo passa per tutti, e per noi donne passa più presto che pegli

uomini.„

— Bisogna tornar da Vianelli, — disse l’Amelia ripiegando il foglio.

— Torniamoci addirittura domani. — propose la Carolina.

— Oh, — replicò la madre, — ci andrete voi. Io farò tirar qualche altra

copia dei ritratti del 1885, quelli che ci siam fatti, il babbo ed io,

pochi mesi dopo dei vostri.

E rivolgendosi al marito: — Mi sembra che anche tu potresti spicciarti

allo stesso modo.

L’avvocato sorrise. — No, io voglio esser sincero. Non voglio farmi

passar per più giovine di quello che sono. È giusto che la zia Teresa

trovi cambiato me come io trovo cambiata lei.

Questa dichiarazione in cui c’era una punta d’ironia crebbe le

disposizioni irascibili della signora Luisa. — Io non sono tenuta ad

aver tanti scrupoli, ella disse con piglio acre. — La zia Teresa non

mi ha conosciuta e non può quindi trovarmi cambiata. Già non crederei

d’esser così cambiata in tre anni.

La signora Luisa, sebben rasentasse la quarantina, aveva ancora le sue

pretese.

Il marito non le diede la soddisfazione di rilevare le sue parole,

ma si mise a sgridare Amedeo che, uscito un momento dalla stanza, vi

rientrava con malagrazia rovesciando una seggiola sul suo passaggio.

Avvezzo ai rimproveri paterni, il ragazzo si limitò a rialzare la

seggiola e posò un grosso album sulla tavola. — Me li lasci levare

questi francobolli? — egli chiese all’Amelia stendendo la mano verso la

busta.

— Aspetta un momento.... Non scappano mica....

— Giacchè ho qui l’album....

La Carolina ricordò timidamente che doveva avere il monogramma.

— Lo so, lo so, l’ho già sentito.... Son gusti incomprensibili....

Ne avete non so quanti di questi francobolli di Nuova York, di questi

monogrammi della zia Teresa.... Giurerei che non avete altro nei vostri

splendidissimi album....

— Oh sì! Io ho quarantotto francobolli tutti diversi....

— E io ventitrè monogrammi.... tutti magnifici....

— Figuriamoci....

Mentre i figliuoli si bisticciavano, la signora Luisa s’era rimessa a

guardare la fotografia, e, siccome ell’era di quelle che nelle dispute

non la finirebbero mai, riattaccò il discorso al punto di prima.

— Che col tempo le linee della fisonomia e della persona si

modifichino, è troppo naturale — ella disse riconsegnando il ritratto

all’Amelia; — ma altro è modificarsi, altro è trasformarsi.... E a me

non entrerà in mente che questa donna sia stata bella.

Gualtieri si strinse nelle spalle. — Ce ne furono poche di belle come

lei.

— Basta sentir lo zio Temistocle, — notò l’Amelia.

— Oh, lui, s’intende, — rispose la madre. — Se l’ha sposata senza un

soldo è segno che a lui pareva bella....

— _Pareva?_... Era bella, era bella.... con o senza il tuo permesso, —

ribattè infastidito l’avvocato.

— Non riscaldarti il sangue.... È evidente che tutti e due, zio e

nipote, la trovavate la Venere dei Medici.... Però una Venere che

preferì chi poteva vestirla di porpora e di velluto.

La signora Luisa non aveva ancora terminata la frase imprudente

ch’ell’era già pentita di essersela lasciata sfuggire. Ma ormai era

troppo tardi.

Una fiamma passò negli occhi di Ettore Gualtieri. Pur si contenne e con

una voce che l’emozione rendeva più penetrante, — Luisa, — egli disse,

— a te non è lecito ignorare per qual ragione la Teresa Rosnati abbia

sposato mio zio che aveva più del doppio della sua età e ch’ella non

amava. Che se tu lo hai dimenticato, stimo opportuno di ricordartelo,

anche perchè i nostri figliuoli, qui presenti, non giudichino male una

zia che non hanno mai vista, che forse non vedranno mai, ma dalla quale

non hanno ricevuto che gentilezze.... Oh non è una storia lunga.... La

Teresa era le mille miglia lontana dall’idea di quel matrimonio quando

suo padre, rovinato da cattive speculazioni, si trovò in procinto di

fallire. Il suo maggior creditore era Temistocle Gualtieri, stabilito

da un pezzo in America, ma giunto allora in Europa per uno de’ suoi

viaggi d’affari. Corso a Venezia per questo minacciato fallimento, egli

vide la ragazza, se ne invaghì e ne chiese la mano. Pur d’ottenerla,

non solo egli accondiscendeva ad annullare il debito che il Rosnati

aveva verso di lui e lo aiutava a liquidar onorevolmente la casa,

ma gli offriva un posto lucroso nel suo banco a Nuova York. D’altra

parte, egli diceva chiaro e tondo che, data una negativa, si sarebbe

ritenuto sciolto da ogni riguardo e avrebbe pensato unicamente a

tutelare i suoi interessi. Lo si sapeva uomo che parlava sul serio; non

malvagio ma insofferente degli ostacoli e memore dello offese. Onde

la giovinetta divenne arbitra delle sorti del padre; accettando la

proposta che l’era fatta ne salvava la riputazione, lo sottraeva alle

strettezze, assicurava alla vecchiaia di lui ch’era vedovo e senz’altri

figliuoli un asilo comodo, decoroso, tranquillo presso l’unica persona

di famiglia che gli restasse; rifiutando, lo esponeva all’onta e alla

mortificazione del fallimento, lo costringeva a ricominciare sotto ben

tristi auspici la lotta dell’esistenza.... Che cosa risolvere? Vi sono

momenti terribili in cui, qualunque via si prenda, si calpesta qualche

sentimento sacro, si manca a qualche dovere o verso sè o verso altrui;

pur bisogna scegliere, perchè la vita c’incalza e le occasioni perdute

non tornano.... Ebbene, la Teresa non volle ascoltare che la voce

dell’amor filiale, e accettò.... Attribuire motivi men nobili alla sua

condotta, supporre ch’ella fosse abbagliata dai milioni, che quello che

fu per lei un sacrificio (e qual sacrificio!) fosse un calcolo vile....

oh è segno di una gran piccolezza d’animo....

Sentendo salirsi alle labbra parole più acerbe, l’avvocato Ettore non

attese neanche l’effetto della sua filippica, ma uscì bruscamente e

si ritirò nel suo studio. E lì, senza testimoni, nell’ombra della

stanza scarsamente illuminata dalla candela ch’egli aveva portato

seco, chiamò a raccolta le sue memorie. Ricordò l’impressione provata

quando la Teresa da lui conosciuta bambina gli riapparve dopo alcuni

anni vissuti in collegio, ricordò le prime timide dichiarazioni

susurratele all’orecchio, le promesse d’amore lette negli occhi di

lei, e i dolci colloqui, e le furtive strette di mano, e i giuramenti

scambievoli.... Alle famiglie non si diceva nulla perchè egli era

ancora studente, e così giovine, così privo di mezzi di fortuna, così

lontano dalla possibilità di prender moglie, che una domanda formale

avrebbe provocato un deciso rifiuto.... Ma, pur d’aver pazienza, non

bastava esser d’accordo con la Teresa?... Ohimè, nel bel mezzo di

questi sogni accadde la catastrofe della ditta Rosnati.... e subito

dopo, il resto.... Che colpo fu quello!... Che fieri propositi gli

si agitavano nella mente!... Vedeva sangue; voleva fare una strage;

uccider lo zio che gli rapiva il suo bene, uccider la crudele che lo

abbandonava.... e compier la tragedia facendosi saltar le cervella sui

cadaveri delle sue vittime.... Nè alla Teresa risparmiò le contumelie.

La disse senza cuore, senza coscienza, la fulminò con l’accusa che

poc’anzi gli era parsa così bassa ed ingiusta, l’accusa di cedere al

fascino della ricchezza.... Come si calmò? Come fu indotto a più miti

consigli?... Non lo sapeva lui stesso. Aveva però sempre davanti agli

occhi la donna fatale e adorata più bianca d’una morta, atteggiato il

viso a una pietà dolorosa; la sentiva rispondersi con un filo di voce:

— Voglia Iddio che tu non abbia mai da scegliere fra il tuo amore e

il tuo dovere. — E si rammentava pure che a vederla così umile, così

disarmata, così pallida, il suo gran furore s’era come affogato nelle

lacrime, un torrente di lacrime che gl’inondava le gote.... E tra i

pianti e i singhiozzi le aveva chiesto perdono delle ingiurie, aveva

cercato la sua mano, aveva baciato il lembo del suo vestito.... Ella

tranquillamente, dolcemente, s’era sciolta da lui; nè egli doveva

più rivederla.... Prima che succedessero le nozze egli si assentava

da Venezia per non rimpatriare che quando la seppe partita.... Oh

che triste ritorno!... Come, in quei primi mesi, gli pareva morta la

città senza la sua Teresa! Come aveva l’animo straziato dalla collera,

dal dolore, dall’amore!... Sì, anche dall’amore, poich’egli l’amava

sempre.... poichè sarebbe bastata una riga di lei per riaccendergli

in petto le più folli speranze.... Ma ella non si fece viva, ed egli

non ne aveva notizie che indirettamente, a lunghi intervalli, per

mezzo dello zio che conservava qualche rapporto con la famiglia e

che veniva di tratto in tratto in Europa.... Allora egli si sforzò di

dimenticarla, e vi fu un momento che credeva di averla dimenticata,

e, trascorsi sei anni dal matrimonio di quella che ormai egli doveva

chiamare la zia Teresa, sposò un’altra donna.... Passò un anno ancora,

dopo il quale gli nacque la sua primogenita, l’Amelia. E, di lì a poche

settimane, ecco capitar dalla zia un bel regalo per la piccina....

Le relazioni, rannodate così, non erano state interrotte più. Ma

erano relazioni curiose. La zia Teresa non scriveva a lui, scriveva

all’Amelia, anche quando l’Amelia non era in grado di leggere, e la

incaricava de’ suoi saluti al babbo e alla mamma. Egli rispondeva, ma

rispondeva in nome della figliuola... sino al giorno che la figliuola

fu in grado di rispondere da sè. I regali arrivavano sempre più

frequenti, sempre più ricchi; oltre che per l’Amelia, ce n’erano pei

bimbi nati dopo, Carolina e Amedeo; era manifesto però che l’Amelia

continuava ad esser la preferita, e tutta la corrispondenza con la zia

ricadeva sulle spalle di lei.

Così, a poco a poco, la donna gentile prendeva un posto nella casa, era

nominata, citata ad ogni occasione. Ora si diceva: — Dovrebbero arrivar

presto lettere della zia Teresa; — ora: — Converrà scrivere alla zia

Teresa; — ora infine le due ragazze si consultavano sul presente da

farsi alla zia Teresa per la sua festa. Infatti esse le spedivano

tutti gli anni un lavoruccio, tenue ricambio degli splendidi doni che

ricevevano continuamente.

C’era bensì una persona a cui pareva che di questa zia Teresa si

discorresse più del bisogno. Era la signora Luisa. Con l’infallibile

istinto femminile ell’aveva trapelato l’antico romanzetto di suo marito

e nelle sollecitudini affettuose della zia verso i nipoti sentiva uno

strascico del passato. Madre tenerissima, ella non voleva distogliere

i figli dal coltivare i buoni rapporti con una parente ricca e senza

prole, ma le accadeva spesso, con un gesto d’impazienza, con una

frase sarcastica, di tradire il suo segreto livore, la sorda gelosia

che la rodeva.... Però uno scatto come quella sera la signora Luisa

non l’aveva mai avuto. Ed è pur forza riconoscere che i suoi nervi

le rendevano un gran cattivo servizio facendola prender fuoco come

un fiammifero, proprio allora che l’effigie della presunta rivale

doveva calmare piuttosto che crescere le sue inquietudini. Certo si è

che con quella sfuriata inopportuna ella soffiava nelle ceneri d’una

vecchia passione, induceva Gualtieri a ripiegarsi su sè medesimo, a

riveder con gli occhi della fantasia, non quale l’età l’aveva ridotta

ma quale ell’era a venti anni, colei che egli aveva amato con tanto

trasporto. Nè la rivedeva con gli occhi della fantasia solamente....

In un cassetto del suo stipo, fra le pagine di un libro ch’egli

aveva letto con lei, insieme ad un fiore che una sera ella gli aveva

messo all’occhiello, egli conservava un’antica fotografia. E quella

fotografia tolta ora dal suo ripostiglio gli provava ch’egli non era

stato vittima d’un’allucinazione. Che gl’importava del nuovo ritratto

che la Teresa, troppo savia o troppo crudele, faceva pervenire

nelle sue mani dopo un quarto di secolo? Per lui non esisteva che

il ritratto antico, e da quello, benchè stinto e sbiadito, veniva un

profumo ineffabile di gioventù fresca e vivace. Quanta finezza in quei

lineamenti! Che luce d’intelligenza e di bontà in quegli occhi dolci e

pensosi! Che fascino in quel sorriso!... Ah, la sua signora consorte

pretendeva che la Teresa non fosse mai stata bella? Come gli sarebbe

riuscito facile di confonderla!... Ma no, no, quelle reliquie di

altri tempi appartenevano a lui solo; non dovevano esser profanate da

sguardi indifferenti od ostili.... Baciò ancora una volta il ritratto,

ancora una volta sfogliò le carte del libro, un volume di Leopardi,

diede un’occhiata al fiore, una mammola doppia che nei petali secchi

e schiacciati serbava un resto di fragranza; poi rimise ogni cosa al

posto di prima.

Mentre dava la chiave al cassetto dello stipo, si sentì un colpo

leggero all’uscio.

— Chi è? — gridò l’avvocato.

— Sono io, babbo.

— Ah, l’Amelia, — disse Gualtieri ricomponendosi in fretta. — Avanti.

La ragazza si avvicinò un po’ confusa. — Ti disturbo?

— No. Che cosa volevi?

— Io?... Nulla....

— Oh bella.... Per qualche ragione sarai venuta....

— Ecco.... Volevo sentir da te.... Sai.... dovevi condurmi in piazza

stasera....

Vedendo che suo padre la fissava con insistenza, ella abbassò gli occhi.

— Perchè guardi in terra? — egli le chiese. — Non hai mica niente da

vergognarti.... Guarda me invece.... Su, su.... Così.... Sei proprio

venuta solamente per questo?

Ella non rispose, due lacrimette le colavano adagio adagio giù per le

guancie.

— Non sei venuta anche....?

Il signor Ettore non finì la frase, ma aperse le braccia.

— Oh babbo! — esclamò l’Amelia gettandogli al collo, — come hai capito

bene che ero venuta per darti un bacio!

— E ora, — ripigliò di lì a poco l’avvocato, — va pure a metterti il

cappellino che usciremo insieme.

— No, no, se non ne hai voglia....

— Anzi desidero prendere una boccata d’aria....

Di nuovo la ragazza esitava.

— Ebbene, che c’è adesso?

— C’è, babbo mio.... non dirmi di no.... che avrei tanto piacere se

uscisse con noi anche la mamma.... La Carolina e Amedeo si coricano

presto...; la mamma resterebbe sola.... stasera....

Gualtieri aggrottò alquanto le ciglia e fu a un punto di rispondere

con un rifiuto. Ma c’era in viso dell’Amelia una preghiera così umile,

così calorosa, che egli non ebbe cuore di affliggerla, e fece un cenno

d’assenso.

— Come sei buono, babbo mio! — gridò la giovinetta ribaciandolo con

effusione.

— Troppo buono, — egli sospirò. — Va.... va.... Ti raggiungo subito.

Ritirò la chiave dal cassetto dello stipo e la ripose in tasca. Un

rossore intenso gli colorava le gote; egli sentiva che sua figlia aveva

indovinato gran parte del suo segreto.

Prima di partire · 第 56 / 60 题