I.

Battista, già ordinanza e adesso cameriere del colonnello Annibale

Bedeschi, accese il lume, chiuse le imposte, tirò le tende, e poi,

mettendosi in posizione militare dinanzi al padrone, gli domandò se

doveva aggiungere dell’altra legna nella stufa.

— No, — rispose il colonnello, — non fa freddo. Andate pure.

Ma prima che l’altro richiudesse l’uscio dietro a sè gli fece una

interrogazione. — La signorina?

Battista tentennò il capo con aria grave. — Oh, signor colonnello, la

signorina è in gran faccende per quel dolce.... sa, quel dolce di cui

trovò la ricetta nel libro.... Anzi ho paura che oggi il desinare non

sarà pronto per l’ora solita.

— In causa del dolce?

— Appunto, signor colonnello.

— Che razza d’idea è saltata in mente alla Bice d’occuparsi di cucina?

— esclamò Bedeschi. — Ditele che appena può venga da me.

— Appena può, appena può? — brontolò il colonnello quando Battista fu

uscito. — Avrei soggezione di mia nipote? Mi sarei preso in casa un

tiranno domestico?... Io che fui sempre uso a comandare a bacchetta, io

che conducevo la mia famiglia come il mio reggimento?

Ebbe la tentazione di richiamare Battista e di mandare per suo mezzo

un ordine perentorio alla ragazza, ma se ne pentì. In fin dei conti se

la Bice faceva un dolce, questo non era un delitto, e se facendolo ella

portava un piccolo ritardo nel pranzo, questa non era una sventura....

Era poi innegabile che la ragazza era un tiranno _sui generis_, pieno

di grazia, di dolcezza e di buon umore, incapace di dire una parola

sgarbata e di commettere una prepotenza. Senza di lei il colonnello

sarebbe stato ben solo, ed egli avrebbe avuto torto marcio a lagnarsi

d’averla accolta presso di sè quando all’uscir di collegio ella s’era

trovata orfana di padre e di madre.... E in fondo non se ne lagnava,

quantunque gli paresse di non esser sotto certi rispetti più quello

d’una volta, dacchè c’era la Bice.

Le mani sprofondate nell’ampie saccoccie della vestaglia, la testa

coperta da un berretto di seta nera sotto a cui spuntava qualche ciuffo

di capelli che avevano acquistato da poco il coraggio del loro candore,

il vecchio militare si mise a camminare su e giù per la stanza,

trascinando alquanto la gamba sinistra ferita nel 1866 a Custoza. Era

un uomo sulla sessantina, alto, con le spalle larghe, i baffi folti e

lunghi, lo sguardo franco e leale, ma un po’ duro e imperioso.

Dopo tre o quattro giri egli si riavvicinò alla tavola, e inforcate

le lenti rilesse due telegrammi arrivati quel giorno stesso da’

suoi figliuoli Vittorio ed Augusto, militari tutti e due, il primo

nell’esercito, il secondo nella marina. I telegrammi con gli auguri pel

Natale venivano l’uno da Massaua, l’altro da Nuova York. Nientemeno.

Antico soldato dell’indipendenza italiana, non ritiratosi dal servizio

che per motivi di salute, il colonnello Bedeschi aveva favorito,

accarezzato la vocazione del suo primo e del suo secondogenito, e

allorchè Vittorio aveva chiesto e ottenuto di andare in Africa e

Augusto s’era imbarcato per un viaggio di circumnavigazione di circa

tre anni, egli li aveva accommiatati con ciglio asciutto, dicendo loro

soltanto: — Fate il vostro dovere, ragazzi.

Tuttavia quella sera, nel rileggere i due dispacci arrivati da due

sì lontane e diverse parti del mondo, anch’egli, l’uomo forte ed

austero, sentiva spuntarsi una lacrima. Non poteva a meno di rievocare

il tempo in cui que’ suoi cari rallegravano il tetto domestico e

scherzavano sulle ginocchia materne. Ahimè, ormai la madre era morta

da un pezzo.... Involontariamente l’occhio del colonnello si posava

sulla parete ove sotto i ritratti di Vittorio Emanuele, di Umberto,

di Garibaldi, di Lamarmora, di Napoleone III, ecc., ecc., c’era un

gruppo di fotografie di famiglia. La più antica e sbiadita era appunto

quella di sua moglie, una donna esile, dall’aria stanca e sofferente. A

fianco di lei Bedeschi in persona, in uniforme, con la sua medaglia al

valor militare sul petto, con la sua mano bravamente piantata sull’elsa

della sciabola. Qualche linea più sotto l’effigie di tre giovinotti,

Vittorio, Augusto, ed un terzo, minore di tutti.

Sicuro, c’era un terzo figliuolo, Federico, ed egli solo non s’era

fatto vivo in quel giorno, e da Londra, dove si trovava, non aveva

spedito nè una lettera, nè un dispaccio. Quando Bedeschi pensava

a questo ragazzo ch’era stato il suo preferito egli si doleva di

aver ceduto una volta tanto alle preghiere di sua moglie, la quale,

impuntatasi nell’idea che Federico fosse di salute cagionevole, aveva,

tra gemiti e singhiozzi, scongiurato il marito di non fargli abbracciar

la carriera militare come i fratelli, e strappatagliene un giorno a

malincuore la promessa, se l’era fatta rinnovare solennemente al letto

di morte. Federico era quindi rimasto in casa, aveva frequentate le

scuole pubbliche, ed era giunto senza gloria fino all’università. Non

gli mancava nè cuore nè ingegno, ma aveva uno spirito indisciplinato,

ripugnante a studi regolari, turbato piuttosto da vaghe inquietudini

d’artista. Onde nel bel mezzo del corso di legge gli era saltato il

ghiribizzo di darsi alla pittura, con grande sdegno del colonnello,

il quale nè amava l’arte, nè credeva a questa vocazione improvvisa.

N’eran seguite scene violente, per merito delle quali Federico aveva

finito col non studiar nè pittura nè legge e col menare una vita oziosa

e dissipata. Allora il padre gli aveva posto un dilemma. O mettersi in

grado di prendere la laurea entro un anno, o partire subito per Londra,

ove un antico compagno di cospirazioni del colonnello, arricchitosi

nel commercio, impiegava volentieri dei giovani italiani per mandarli,

dopo un tirocinio più o meno lungo, presso le sue case filiali di San

Francisco o di Sidney. Federico che della laurea non voleva saperne

accettò la seconda proposta; meglio far il minatore in California o

il pastore in Australia che incretinirsi su una scranna di giudice o

assottigliare il cervello nei cavilli avvocateschi.

E partì con una cert’aria spavalda che il colonnello, cattivo

psicologo, attribuì a perversità d’animo, mentre Federico, dal canto

suo, risentiva profondamente l’affettata indifferenza del padre.

Come avviene quando c’è un equivoco che non si chiarisce subito, la

freddezza reciproca andò a mano a mano crescendo; padre e figliuolo si

accusavano in silenzio di poco cuore e non si scambiavano che lettere

brevi, fredde e insignificanti.

Frattanto entrò in casa la Bice portando nella dimora solitaria un

nuovo alito di giovinezza, togliendole quell’aspetto triste e desolato

ch’essa aveva nelle prime settimane dell’assenza di Federico. Senza

volerlo, senza saperlo, la fanciulla nuoceva al cugino. Una frase dello

zio lo mise in guardia. — Non parliamo di quello scapato. — egli le

disse. — Ora sei tu che ne tieni il posto.

Tenere il posto di Federico? No, ciò non poteva, non doveva essere. Ed

ella dichiarò allo zio che prima che accadesse una cosa simile sarebbe

tornata in collegio, sicura di farvisi accettare dalla direttrice come

assistente.

Alla lunga si calmò, ma fermando il proposito di esercitar tutta la

propria influenza per sopire quel dissidio domestico. Pur non tardò ad

accorgersi che l’impresa era ardua ed esigeva infinite cautele.

Non le fu difficile mettersi in relazione con Federico, avendola lo

zio stesso incaricata talora di scrivergli in vece sua. E Federico

le rispose in principio diffidente e guardingo, poi, via via, più

sciolto ed espansivo. A lei rivelava la tristezza del suo esilio,

l’acuta nostalgia da cui era sovente assalito, la sua ripugnanza ad

allontanarsi ancora di più dall’Italia, la sua sfiducia assoluta di far

buona prova nella mercatura. Ma soprattutto le discorreva dell’arte,

ch’egli aveva ripreso ad amar con passione, che coltivava in segreto,

e nella quale avrebbe potuto forse non esser degli ultimi se gli fosse

stato permesso di dedicarvisi intero.

Il colonnello Bedeschi aveva tempra di despota, non d’inquisitore, e

avrebbe stimato inferiore alla sua dignità lo spiar le corrispondenze

della nipote. Delle lettere ch’ella riceveva da Federico egli sapeva

quel tanto che a lei piaceva di dirgliene, ed è naturale ch’ella gliene

presentasse un’edizione riveduta e corretta. Accennava alla condotta

regolare del giovine, al desiderio ch’egli manifestava di riacquistare

l’affetto e la stima del padre.... soggiungendo timidamente che a parer

suo non c’era ragione di tenerlo più oltre in castigo a Londra, e meno

che mai di spedirlo in capo al mondo.

La prima volta che la Bice toccò questo tasto, Bedeschi montò su

tutte le furie. — O ch’ella pretendeva di dargli lezioni? Ella,

una bambina, con quell’esperienza che aveva? Badasse ai casi suoi

e non s’impicciasse di ciò che non la riguardava. Se Federico le

scriveva delle sciocchezze, padrone; e padrona lei di rispondergliene

altrettante, ma non venisse a far la saccente. Aveva capito?

La fanciulla non si smarrì d’animo per questo rabbuffo nè perdette

di vista la sua meta. A ogni occasione opportuna ella tornava alla

carica, sopportando in santa pace le sfuriate dello zio, il quale, in

cuor suo, non si rammaricava troppo ch’ella difendesse il cugino. Ma il

colonnello aveva riputazione d’uomo forte, d’uomo inflessibile, e certe

riputazioni sono come un patrimonio da conservare. Bedeschi non voleva

che si dicesse ch’egli s’infemminiva cogli anni. Accadeva poi un fatto

curioso. Quantunque egli non osasse confessarlo a sè stesso, la Bice

gli diventava più cara per la sua generosità nel prender le parti di

Federico, e appunto col diventargli più cara gli rendeva meno sensibile

la mancanza del figlio.

S’era sbagliata strada. La Bice lo riconobbe e mutò tattica. Da due

o tre mesi ella non parlava di Federico che quand’era strettamente

necessario il parlarne, pareva rassegnata non solo alla relegazione del

cugino a Londra, ma anche alla sua partenza per Sidney o San Francisco.

— È frivola e obliosa come tutte le donne, — pensava il vecchio

soldato. — Que’ suoi grandi ardori battaglieri sono sbolliti.

E non le sapeva grado della sua docilità. Era meno sicuro di aver

ragione dacchè nessuno gli dava torto.

Ella intanto ne pesava le parole, ne scrutava i silenzi, i gesti,

l’espressione della fisonomia, arrischiando di tratto in tratto con

finta ingenuità una frase, una domanda, come un generale che spinge

innanzi i suoi esploratori per esaminare il terreno.

— Se Federico deve lasciar l’Europa, — ella disse una mattina, —

suppongo che verrà prima a salutarci.

Bedeschi levò il capo con un movimento brusco. — Non so.... Forse....

Vedremo.... — E sentendo lo sguardo della nipote fisso sopra di lui, si

alzò da sedere e uscì dalla stanza.

La corrispondenza fra i due cugini durava non interrotta e non

vigilata. Federico tradiva spesso la sua impazienza, accusava la

Bice di non spiegar sufficiente energia per agevolargli il ritorno in

patria, dichiarava che assolutamente a Londra non ci poteva stare e

che avrebbe finito col fare un colpo di testa.... Poi, nella medesima

lettera, chiedeva scusa della sua petulanza e prometteva di seguire a

occhi chiusi i consigli della sua savia cuginetta, ch’egli si ricordava

in vestito da collegiale e che aveva giudizio da vendere a lui e a

molti altri meglio di lui.

E la savia cuginetta gli aveva scritto un giorno con gravità di esperta

diplomatica: — Un colpo di testa può anche esser necessario, ma bisogna

saper scegliere il momento di farlo. Il momento lo sceglierò io.

Prima di partire · 第 54 / 60 题