IV.

La _siora_ Marianna aveva preparata una bella scodella di roba da

mangiare per la Ninetta, l’aveva coperta con un piatto, ravvolta in un

tovagliuolo e riposta entro un paniere, quando la bimba ricomparve in

portineria col giornale.

— In che stato sei! — esclamò impietosita la donna.

— Gran che! — borbottò il signor Barnaba che si dondolava sopra un

seggiolone di paglia presso il camino. — Per quattro fiocchi di neve!

La bella educazione che mia moglie avrebbe dato ai suoi figliuoli se

ne avesse avuti!... Gira di più la chiavetta del gaz, che non ci vedo

a leggere, — soggiunse il maestoso guardaportone aprendo il _Secolo_.

— Una fiamma sola! E piccola per giunta.... Questi padroni sono d’una

taccagneria....

Mentre il signor Barnaba succhiava avidamente il miele del foglio

lombardo, la _siora_ Marianna parlava a bassa voce con la Ninetta.

— Mi fa pena che tu torni ad uscire con questo tempo.

— Non c’è rimedio....

— Se si potesse farti qui un letticciuolo provvisorio... per una

notte.... Io credo che quell’orso, — e accennava a suo marito, — non ci

troverebbe a ridire.... E neanche tuo zio....

— No, no, — rispose la bimba atterrita alla sola idea di poter cedere

alla tentazione. — Se mio zio non mi trova a casa quando torna lui, sto

fresca.

La _siora_ Marianna tentennò la testa. — Che peste questi uomini!

— Vado, — ripigliò la Ninetta, infilando il paniere nel braccio.

— Bevi almeno un sorso di vino, — insistè l’altra. — E gliene mescette

un mezzo bicchiere.

Finalmente, togliendo dalle spalle della fanciulla lo scialletto tutto

bagnato gliene prestò uno di suo, un po’ più grande e pesante. — Me lo

riporterai domani.

— Auff! La terminerete con queste smorfie? — saltò su impazientito il

signor Barnaba.

— Buona notte, buona notte, — disse la Ninetta. Ed uscì.

Uno dei barcaiuoli ch’era nell’entratura le aperse il portone di strada.

— E vai fino a Rialto?

— Sì.

— Bada che il vento non ti porti via.

No, il vento non la portava via, ma una tristezza invincibile le si

addensava sull’anima mentr’ella per la terza volta s’inoltrava sulla

via deserta. E di nuovo il suo pensiero correva involontariamente

a quei bimbi eleganti e felici ch’ell’aveva visti entrare in

palazzo e che adesso senza dubbio ridevano e saltavano davanti

all’albero di Natale. Non era invidiosa per sua natura; era buona,

tollerante, contenta di poco; i cattivi esempi non l’avevano ancora

guastata.... Anzi la brutalità dello zio, brutalità cagionata

specialmente dall’abuso dei liquori, le aveva inspirato il ribrezzo

dell’intemperanza, la passione della vita sobria e massaia; e d’altra

parte il freddo egoismo del signor Barnaba ripugnava profondamente

al suo cuore disposto alla simpatia. Quella sera però ella domandava

a sè stessa se suo zio non avesse ragione di annegare i suoi affanni

nell’acquavite, e se non avesse ragione il signor Barnaba di mettere

in pratica a casa propria quella massima, da lui ripetuta dieci volte

al giorno, che bisogna rifarsi su qualcheduno. Rifarsi?.... Ma ella,

per esempio, su chi avrebbe potuto rifarsi? Chi c’era al mondo di più

debole, di più derelitta di lei?

Mentr’ella faceva tra sè queste considerazioni, gli orologi

cominciarono a batter le nove. Per solito a quell’ora ell’era già a

casa, prima che suo zio fosse tornato dalla bettola; accendeva il lume,

gettava un po’ di stipa nel focolare, e dopo aver preso un boccone per

sè lasciava pel suo caro parente il buono e il meglio delle provvigioni

portate seco dal palazzo. Una volta ella doveva anche aspettarlo alzata

e l’aspettava realmente, cascante dal sonno o addormentata sulla sedia;

poi l’era stata data licenza di coricarsi alle nove e mezzo, e ne

approfittava con entusiasmo, evitando in tal modo di sentire, poichè

chiudeva gli occhi appena messa la testa sul capezzale, le divagazioni

stupide e le frasi sboccate dell’ubbriaco il quale finiva spesso col

gettarsi attraverso la tavola e pigliar sonno così.

Comunque sia, quella sera la Ninetta era in ritardo e le conveniva

affrettarsi.

Camminava con la testa bassa, rasente il muro, stringendosi addosso

quanto più poteva lo scialle, raccomandandosi l’anima nel far

gli scalini dei ponti, lasciando sfuggir un piccolo grido a ogni

sdrucciolone che dava, a ogni folata di vento che la investiva, a ogni

falda di neve che accumulata sulle grondaie, sulle cornici, sugli

sporti delle finestre, precipitava giù nella strada. Così arrivò

a quel _Campielo dei morti_ che aveva già passato due volte e che

doveva ripassar nuovamente per recarsi a casa sua, e non potè a meno

di volger l’occhio verso la parte da cui pochi minuti innanzi, veniva

il lamento dell’infelice bestiuola implorante aiuto. Adesso non si

udiva più nulla, ma lì accanto al muro, dove la Ninetta aveva visto

agitarsi una forma nera, ella notò qualche cosa che si staccava ancora

sul fondo candidissimo, e bench’ella non avesse tempo da perdere, una

forza irresistibile la spinse verso quella cosa immobile, che (fors’era

un’allucinazione della sua fantasia) la guardava con occhi fissi

e vitrei. Non s’era ingannata.... Era il gattino di prima; freddo,

irrigidito, morto.... Morto davvero?.... Per un momento lo credette

tale; poi, chinandosi sopra di lui e toccandolo con mano paurosa, le

parve che nello pupille dilatate balenasse un raggio di vita. E nelle

sue fibre di fanciulla sorse un impeto di pietà e di tenerezza; e in

petto le si svegliò subitaneo e imperioso quell’istinto gentile che

fa della donna la protettrice naturale dei deboli e degli afflitti.

Raccolse da terra l’animale agonizzante, lo avviluppò nelle pieghe

del suo scialle e ripigliò il suo cammino. Non sentiva più il freddo,

non s’accorgeva del vento che le scompigliava i capelli; angustiata

soltanto dall’idea che il suo soccorso fosse giunto troppo tardi. Ah,

non se lo sarebbe perdonato mai.

Prima di partire · 第 51 / 60 题