Arrivò a casa trafelata, col cuore che le batteva tumultuosamente; ma
quando, aperta la porta di strada, vide tutto buio e capì che suo zio
non c’era, fu sollevata da un grande incubo. Se c’era lui e s’ella si
presentava al suo cospetto con quella strana compagnia, figuriamoci,
egli era uomo capace di far fare alla bestia, morta o viva, un gran
salto per la finestra. Volesse pure il cielo ch’egli rimanesse fuori
per un pezzo! Ella trovò a tastoni i fiammiferi, accese un moccolo di
sego, e depose delicatamente sulla tavola il suo prezioso fardello,
incerta ancora se il calore ch’ella sentiva rinascere in quel corpicino
fosse altro che il calore proprio, ch’ella gli aveva trasfuso tenendolo
stretto alla sua persona. Ma il dubbio non durò molto. Lisciato,
accarezzato, stropicciato in tutti i sensi, l’animale non tardò a dar
segni manifesti di vita. Mosse la coda, stirò a una a una le zampe,
aperse languidamente gli occhi, mise un lieve miagolìo; la risurrezione
era compiuta. Oh che felicità fu quella per la Ninetta! E la parola
_felicità_ non ci meravigli. Quando mai le nostre gioie e i nostri
dolori sono proporzionati alle cause da cui derivano? La fanciulla
era in estasi davanti alla leggiadra bestiuola ch’ella aveva salvata.
Era un gattino di cinque o sei mesi, dalle forme snelle, dal pelo
nerissimo, fino, lucido, vellutato; senza dubbio, appena si fosse
rimesso in forze, avrebbe avuto tutte le grazie che i gattini giovani
sogliono avere. Intanto si fregava intorno alla sua benefattrice
e pareva mansueto e riconoscente. — Caro, caro, caro! — esclamava
la Ninetta nel suo entusiasmo, baciandolo come un bambino. Lo fece
partecipare alla sua piccola cena; poi, spogliatasi in furia, lo portò
seco nel suo letticciuolo. Poverino! Aveva patito tanto freddo; era ben
giusto che si riscaldasse.
Di fuori continuava a soffiare il vento e a cader la neve, e nella
stanzuccia mal riparata giungevano i rumori sinistri della bufera;
tuttavia la Ninetta non istette molto ad addormentarsi. E sognò. Sognò
le belle bambine covate teneramente dagli occhi amorosi delle mamme e
dei babbi, le belle bambine che aveva viste lievi e agili come farfalle
ascendere lo scalone del palazzo; sognò d’essere una di loro e di
trovarsi con loro dinanzi all’albero di Natale, abbarbagliata dallo
scintillìo delle candele, dalla mostra dei balocchi che pendevano
dai rami come frutti maturi. Quand’ecco un gemito lungo e pietoso
salir dalla strada ove il tempo seguitava ad imperversare. Ed ella si
staccava dall’ilare schiera delle sue compagne, lasciava il salotto
tiepido e profumato, e correva attraverso una fila interminabile di
stanze giù per un labirinto di scale senza poter mai metter capo a
un’uscita.... Alla fine, si destò di soprassalto. Era nel suo letto,
rannicchiata sotto le coperte; il gattino, rivolto a spira, faceva
le fusa accanto a lei. La visione era svanita: solo una cosa restava
vera; ell’aveva salvato un essere che soffriva, e questo pensiero le
dava un’infinita dolcezza. — Bisogna rifarsi sui più deboli delle
umiliazioni che ci tocca subir dai più forti, — soleva ripetere il
signor Barnaba. Ecco, s’era _rifatta_ anche lei, ma a suo modo, un
modo tanto diverso, e tanto migliore di quello che il signor Barnaba
suggeriva.
Era la mezzanotte. Lo zio era tornato a casa e lo si sentiva russare in
cucina. Dalle cento chiese della città l’allegro scampanìo del Natale
portava una soave promessa a tutti i derelitti del mondo.