E di nuovo quella sera, come la sera addietro, l’intera famiglia era
raccolta in salotto. D’estranei non c’era nessuno; oltre ai Rudeni, ai
Quaglia, ai Minucci non c’era che il cugino Raimondi. Il dottor Gelsi,
dopo una visita fatta alle sette, aveva promesso di tornare fra le
dieci e le undici quantunque, pur troppo, l’opera sua fosse inutile; il
cavaliere Achille non avrebbe passata la notte.
Un attacco di nervi avuto nella mattina aveva prostrato le forze della
baronessa Eleonora. Ella aveva rinunziato alla lotta, e distesa su una
poltrona e con una boccetta di sali sotto il naso, si contentava di
gemere sul proprio destino e di querelarsi dell’immoralità di certe
relazioni che turbano persino la santità dei lari domestici. Nondimeno,
anche nella sua anima frivola ed egoista, vibrava di tratto in tratto
qualche nota sincera di dolore. Pensava alla sua vecchia casa di cui
fra poche ore non sarebbe sopravvissuta che lei. Morti i genitori,
morte le sorelle, moribondo questo fratello nel pieno vigore degli
anni. E lui, se lo ricordava fanciullo, biondo, ricciuto, accarezzato
da tutti, alquanto selvatico forse ma ragionevole e buono. Perchè
s’erano amati così tepidamente, perchè negli ultimi tempi s’eran visti
così poco? Di chi era la colpa? Eppure, ella non poteva negarlo, in
due o tre occasioni quando s’era ricorso a lui per uscir dagl’impicci
nei quali il maledetto vizio del giuoco di Borsa aveva messo il barone
James, egli aveva aperto il suo scrigno senza farsi troppo pregare.
È vero che, dando il danaro, protestava di non voler immischiarsi
in nient’altro. Non voleva ricever confidenze, non voleva che gli
domandassero consigli, schivava gl’incontri e non incoraggiava le
visite.... Ma già teneva l’identico sistema con tutti i parenti....
Possibile a ogni modo che avesse lasciato un testamento per spogliare
la sorella, i nipoti, il suo sangue insomma?
Mentre la baronessa Eleonora piagnucolava sommessamente, gli uomini
tacevano. _Darling_ movendosi sotto la tavola faceva ogni tanto
tintinnare i sonaglini del suo collare d’ottone.
L’incidente della mattina era stato, durante la giornata, esaminato
sotto tutti gli aspetti. Non c’era più nulla da dire e non c’era
nessuna disposizione da prendere. Quali pur fossero le due o tre
parole scritte dal cavaliere e da lui consegnate a Giuseppina, era
chiaro ch’esse non potevano avere un valore legale. Potevano contenere
un’indicazione, un nome; chi sa? S’era cosa importante la Giuseppina
avrebbe cercato di servirsene, e allora si sarebbe visto quel che si
doveva fare.
Fin dalle prime ore del pomeriggio il malato aveva perduto ogni
conoscenza. Non apriva gli occhi che a lunghi intervalli, e quegli
occhi erano vitrei, immobili; solo la Giuseppina s’illudeva ch’egli
la ravvisasse ancora. Ormai anche il braccio destro giaceva inerte,
la mano umida d’un freddo sudore non rispondeva più alle strette della
gentile mano di donna che tentava scaldarla.
Dinanzi a quel corpo che s’irrigidiva a poco a poco nella sinistra
fissità della morte la Giuseppina sembrava una statua. Non vedeva
che lui, non sentiva che lui. S’accorgeva appena delle persone che
entravano ed uscivano dalla stanza; le era apparsa come in un sogno
una nera tonaca di prete, come in un sogno l’era giunto all’orecchio
un mormorìo di preghiere ch’ella, macchinalmente, aveva accompagnato
con parole salite al labbro dal fondo della memoria. Poi l’apparizione
era svanita; era venuto di nuovo il medico per andarsene via senza
ordinar nulla. Adesso (da quanto tempo? la Giuseppina non lo sapeva) il
silenzio della camera non era rotto che da un rantolo affannoso.... Ah,
finchè quel rantolo durava, il posto della Giuseppina era lì, sempre
lì.
Al tocco dopo mezzanotte il rantolo cessò. La testa del moribondo si
scosse per ricader sul guanciale.
— È finito, — disse l’infermiere.
Finito?... Ma allora?... Allora era finito anche per lei.... Ella non
poteva più rimanere.
Raccolse le sue forze, represse i suoi gemiti, si alzò in piedi, baciò
la fronte del morto, baciò gli occhi, baciò la bocca, ahi tante volte
baciata, e prima che altri la cacciasse dalla camera e dalla casa, si
dileguò inavvertita per l’uscio dello spogliatoio da cui era entrata
circa quarantott’ore innanzi, appena saputa la malattia improvvisa del
cavaliere Achille.