VII.

— Buon giorno, buon giorno — disse il dottor Gelsi entrando in camera

col suo solito dondolamento di testa. — Si fece far dalla Giuseppina un

rapporto particolareggiato della notte, ordinò che si aprissero meglio

le imposte per aver più luce e poi si accinse a un esame minuzioso

dell’infermo, di cui lo colpì la singolare eccitazione nervosa. — Sarà

un affare serio dopo — egli pensò in cuor suo.

— Ah, se potesse indovinar lei ciò ch’egli vuole! — sospirò la

Giuseppina, affranta da tanti tentativi inutili.

Dopo essercisi provato e riprovato senz’alcun frutto, il dottore

allargò le braccia col gesto di chi si dà per vinto. — Scriverò la

ricetta per un calmante.

E s’avviò verso il tavolino.

Ma la Giuseppina lo trattenne chiamandolo con voce soffocata: —

Dottore, dottore.

— Che c’è?

— Guardi.

Gli occhi del malato s’erano dilatati nell’orbita, il suo braccio si

moveva rapido da destra a sinistra, da sinistra a destra.

Il medico fece un gesto interrogativo.

La Giuseppina soggiunse: — Lo sguardo ha assunto quell’espressione, il

movimento del braccio si è fatto così insistente quand’ella disse che

avrebbe scritto una ricetta.

Gelsi si picchiò la fronte. — Scrivere!... Che sia questo ciò ch’egli

vuole?... Non gli si era domandato?

— No, no.

— Presto allora... Non perdiamoci in chiacchiere.... Pur che sia in

grado di scrivere!... Col lapis forse sarà meno difficile.

Si trovò sul tavolino un quinterno di carta da lettere; il lapis lo

diede il dottore.

Il cavaliere Achille seguiva con impazienza angosciosa questi

preparativi. La fissità della pupilla, la tensione dei muscoli

tradivano in lui lo sforzo della mente e della volontà. Quando il

lapis fu posto tra le sue dita, quando il quinterno di carta fu dalla

Giuseppina collocato in modo ch’egli potesse scriverci, egli vi tracciò

faticosamente alcuni segni, poi lasciò ricader la mano spossata sulle

coperte.

— Dunque? — chiese il dottore allorchè la giovine, obbedendo a un cenno

dell’infermo, ebbe preso il foglio.

Sulle prime quei geroglifici riuscirono incomprensibili alla

Giuseppina, ma, avvicinatasi alla finestra, le linee confuse,

aggrovigliate si riordinarono come per incanto sotto i suoi occhi

e le permisero di leggere due parole. Quali parole fossero ella non

disse; piegò il foglio e lo nascose in seno, si precipitò sul letto

del moribondo, ne afferrò la mano e la coperse di baci e di lacrime.

_Bibì_, sentendola piangere, venne a fregarsele attorno mugolando

sommessamente.

In quel punto s’affacciò sul limitare dell’uscio la baronessa Eleonora

la quale aveva ordinato che la chiamassero al giungere del medico. Era

in vestaglia, molto _impreparata_, in quelle condizioni nelle quali i

nipoti non avrebbero voluto vederla.

Gelsi le si fece incontro e le parlò piano. La Giuseppina s’era

ricomposta, senza però allontanarsi dal letto; un istinto sicuro

l’avvertiva che quello era il solo asilo inviolabile per lei, e che

nonostante la protezione di Raimondi, l’indulgenza del medico, la

simpatia della servitù, se si moveva dal suo posto non avrebbe più

potuto tornarvi.

S’intese la voce della baronessa. — Come? Ha scritto e non è lecito

saper che cosa ha scritto?

— Oh — rispose il medico — per quello che può aver scritto!... Ha fatto

pochi segni confusi.... Del resto diede egli stesso la carta a....

quella giovine....

— _Quella giovine_ ne capì il senso.... Doveva comunicarlo....

— Perdoni.... Secondo i casi.... In ogni modo....

E l’onesto dottore, animato da uno spirito conciliativo, si accostò

alla Giuseppina.

Ma ella, che aveva côlto una parte della conversazione era già sulle

difese.

— Quella carta?... No, dottore.... non la dò a nessuno.... Le giuro

per quanto ho di più caro che non c’è nulla che possa interessar

nessuno.... altri che me....

E cedendo all’affanno che la soverchiava, continuò: — Dio mio, Dio

mio.... Mi lascino stare.... che male faccio?... Per che ragione

credono ch’io sia qui?... Ho delle colpe, ho dei peccati tanti....

ma questi sospetti non li merito.... Oh se quel poveretto potesse

parlare!... Mi difenda lei, dottore, lei ch’è buono....

Gelsi le fece segno di quietarsi, di tacere, e si accinse a calmar

gli spiriti belligeri della baronessa. Vedeva bene che non era lecito

insistere.... non c’era stata frode, non c’era stato artifizio, non

c’era stata violenza.... egli n’era buon testimonio, e il foglio

si trovava in possesso della signora.... di quella giovine, per

manifesto desiderio del cavaliere Achille.... S’era un segreto ch’ella

voleva custodire nessuno aveva il diritto di strapparglielo.... Egli

l’intendeva perfettamente, certe cose urtavano la suscettività della

baronessa;.... ma come si fa?... A questo mondo bisogna tante volte

sacrificarsi per evitar guai maggiori.... e in un momento simile....

La savia perorazione fu troncata da un gesto dell’infermiere.

Le condizioni del malato peggioravano di minuto in minuto. Al grande

eccitamento di prima succedeva una grande prostrazione di forze, e i

polsi declinavano rapidamente. Ciò era stato previsto fino a un certo

punto dal dottore Gelsi; tuttavia egli supponeva la reazione meno

subitanea, meno precipitosa. Così pure non illudendosi sull’esito

finale, egli non aveva creduto a una catastrofe imminente. Adesso

invece si presentavano sintomi tali da giustificare i più gravi

pronostici, e il medico, dopo aver fatto tutto ciò che la sua arte gli

suggeriva, stimò suo dovere di metter sull’avviso la baronessa Eleonora

e gli altri parenti ch’erano alzati.

La Giuseppina non aveva bisogno d’essere avvertita da alcuno. Ella

vedeva, ella sentiva spegnersi a oncia a oncia quella cara vita per la

quale avrebbe dato con entusiasmo la vita propria.

Prima di partire · 第 44 / 60 题