Due giorni dopo, i Quaglia, i Minucci e il barone James Rudeni,
pacatamente e decorosamente afflitti, accompagnarono fino al cimitero
la salma del loro amato congiunto, nè occorreva essere profondi
psicologhi per legger loro in viso sotto il lutto ufficiale dei parenti
la soddisfazione intima degli eredi. Il cugino Raimondi, l’ottimo
cugino Raimondi, s’era apposto al vero. Il cavaliere Achille non aveva
lasciato testamento; nei suoi cassetti frugati con la massima diligenza
non s’era trovata neanche una riga che accennasse a disposizioni
prese pel caso di morte. D’altra parte nessuno s’era fatto innanzi
a vantar diritti, e per conseguenza la sostanza del defunto stimata
quasi un milione andava divisa in tre parti tra la baronessa Rudeni,
come sorella, e i due giovani Minucci e Quaglia, come figli di sorelle
premorte. Era proprio il meglio che potesse succedere. Perchè dato un
testamento, anche a favore della sorella e dei nipoti, ci sarebbero
state certo delle prelevazioni da fare per legati, per beneficenze,
ecc. Così invece non c’era nulla di obbligatorio e dell’elargizioni
che si fossero fatte avrebbero avuto lode soltanto gli eredi. Ed eran
preparati a farne in congrua misura e la sera stessa sarebbe comparsa
ne’ fogli cittadini una bella lista d’offerte. Ma sicuro, bisognava
onorar la memoria del caro estinto, bisognava mostrarsi generosi
coi poveri. La maggior compiacenza che dà la ricchezza è quella di
giovare ai diseredati dalla fortuna. Quei signori erano pieni di nobili
sentimenti. Il barone James, prendendo il braccio dell’ottimo cugino
Raimondi, gli aveva detto, in nome proprio e dell’Eleonora rimasta
a casa indisposta, che si sarebbe domandato consiglio a lui su quel
che si doveva fare per la servitù. Gente così affezionata al padrone!
Gente che lo aveva assistito in quel modo! Non c’è dubbio che il
povero Achille, se avesse avuto tempo da far testamento, se ne sarebbe
ricordato. Ma! Come si muore! Oggi si è sani come pesci, domani....
_patatrac_.
E i giovani Minucci e Quaglia avevano anch’essi tirato in disparte
il cugino Raimondi per sentire da lui in quali condizioni restava
quella ragazza.... quella Giuseppina.... In quanto a loro.... seppur
la zia non voleva saperne.... non sarebbero stati alieni.... per una
volta tanto.... dal fare un sacrificio di qualche migliaio di lire....
s’intende che ciò non doveva costituire un precedente.... la ragazza
non aveva diritti da accampare, s’intende.... era così per un impulso
spontaneo.... In somma Raimondi aveva capito le loro idee; si regolasse
da quell’uomo cauto e savio ch’egli era.
Raimondi aveva lasciato dire per creanza, ma poi aveva dichiarato che
la Giuseppina sarebbe morta di fame prima d’accettare un centesimo,
che la proposta l’avrebbe offesa, ch’egli non avrebbe certo osato di
fargliela.
E i due cugini s’erano guardati dall’insistere, contentandosi di
esternare la loro ammirazione pel disinteresse che si riscontra
talvolta dove meno si supporrebbe. A ogni modo si sarebbe potuto
discorrerne di nuovo dopo la cerimonia.
All’ultimo momento l’avvocato Rizzoli pronunziò brevi ed acconcie
parole in nome dei congiunti troppo turbati da compiere essi
quest’ufficio pietoso; un altro signore aggiunse un saluto per parte
degli amici, e la bara fu calata nella fossa. Allora, sul triste
margine, risuonò un ululato di cane. Era _Bibì_. O come mai era
capitata in cimitero? In che barca s’era nascosta? L’allontanarono
a forza, volevano prenderla, ma essa sguisciò via fra le tombe. Sul
tumulo si deposero parecchie corone, fra cui tre splendidissime delle
famiglie Quaglia, Minucci e Rudeni. Poi altre strette di mano, altri
sospiri e condoglianze e ringraziamenti, e il corteggio si sciolse.
— Caro Raimondi, — disse il barone James, quando fu presso alla riva
del cimitero, — se avete moneta spicciola date un soldo a quel povero
vecchio che tiene la gondola..... Io non ho più rame in tasca.
. . . . . . .
La Giuseppina era venuta prima di tutti e aveva aspettato
pazientemente in un’altra parte dell’ampio recinto. Se si fosse unita
all’accompagnamento funebre l’avrebbero frustata come _Bibì_; ma già
ella stessa non voleva unirsi a nessuno, voleva esser sola a pregare
ed a piangere. S’inginocchiò sulla terra appena smossa, tolse di sotto
alla mantiglia una semplice ghirlanda di semprevivi e la collocò fra
quelle ghirlande sfarzose dai lunghi nastri di seta nera con ricami
d’argento.... E pianse, e pianse, e pianse. E pregò pace a lui ch’era
stato così buono, a lui che poche ore innanzi di morire aveva con la
mano tremante scritto quelle due parole adorabili: _Giuseppina mia_.
Perchè il misterioso foglio che aveva tanto sgomentato i parenti non
conteneva di più.
Ed era questa l’eredità di Giuseppina.
Non l’unica però.
Ella credeva di esser sola e non era. Accanto a lei _Bibì_ raspava la
terra e guaiva. — O _Bibì_, povera _Bibì_! — esclamò la Giuseppina. —
Tu gli volevi bene.
Se la prese in grembo e la portò via seco.