Era vero. Dalla mezzanotte, anzi da prima di mezzanotte, una
strana inquietudine s’era impadronita del cavaliere Achille. Moveva
continuamente le labbra senza poter mettere che suoni inarticolati,
moveva il braccio smaniando, fissava gli occhi sulla Giuseppina con un
certo sguardo supplichevole come a dirle: — Indovinami.
Povera Giuseppina! Che non avrebbe fatto per indovinarlo? Gli
raccomodava i guanciali sotto la testa, gli porgeva da bere, e alle
sue mute richieste rispondeva con altre interrogazioni: — Vuol questo?
Vuol quello? — No, non c’era verso di coglier nel segno. A volte ella
dimenticava i rispetti umani, non si curava della cuoca e di Battista
ch’erano lì davanti, e gli dava del _tu_ e non lo chiamava più _signor
Achille_, ma lo chiamava _Achille_ com’egli voleva esser chiamato da
lei. — Achille, dimmi che cosa vuoi, dillo alla tua Giuseppina.
Nel vederlo ridotto così, le salivano le lacrime agli occhi, ma le
ratteneva, ma si sforzava di sorridergli, di mostrargli una fisonomia
ilare, confidente, piena di speranza.
Era sua da tre anni; però non aveva cominciato ad amarlo davvero che
dopo qualche tempo. Sulle prime aveva ceduto a lui come una ragazza
povera, cresciuta in un ambiente poco scrupoloso, cede a un uomo ricco
che le assicura la pace, l’agiatezza, il modo di giovare alla famiglia.
L’aveva amato più tardi quando s’era accorta che egli non la trattava
con l’aria sprezzante con cui gli uomini trattano le donne di cui fanno
lo strumento dei loro piaceri. L’aveva amato senza sognarsi nemmeno
ch’egli potesse sposarla, godendo del presente come d’un bene superiore
ai suoi meriti, mettendo il suo orgoglio, la sua dignità nel prevenire
ogni desiderio di lui, nel rallegrargli col suo sorriso la vita. E
anch’egli le si era affezionato a grado a grado. In principio era stata
per esso uno svago e nulla più, poi aveva compreso ch’ella era molto
dissimile da tante altre; aveva sentito, egli scapolo impenitente,
che questa donna piena di abnegazione e di tenerezza riempiva un vuoto
nella sua esistenza, che senza imporgli i legami, a suo modo di vedere,
intollerabili del matrimonio, ella lo salvava dalla prosa delle tresche
volgari. Le aveva ammobigliato un quartierino di poche stanze e veniva
a passar qualche ora ogni giorno in quel nido tranquillo ov’ella, pure
uscita dal popolo, spargeva un profumo d’eleganza e di distinzione
nativa.
Misantropo per indole, disgustato de’ suoi parenti, e, quantunque nè
sciocco nè ignorante, privo di ambizioni letterarie, scientifiche,
politiche, il cavaliere Achille non istava volentieri che con la
Giuseppina e con pochi amici. Ma nemmeno coi pochi amici egli usava
discorrere de’ suoi amori, e poichè la Giuseppina aveva un uguale
riserbo, si può dire che questa relazione rimaneva avvolta in un’ombra
discreta.
Quella che la sapeva più lunga sull’argomento era la cagnetta _Bibì_,
ordinaria compagna del padrone nelle sue passeggiate, ma _Bibì_ si
limitava a far le sue confidenze ad altri individui della razza canina.
Comunque sia, in quell’istante supremo una cosa era certa. La persona,
che al cavaliere Achille pesava di più di lasciar sulla terra, era
la Giuseppina; e la Giuseppina era quella che sentiva più acerbo lo
strazio della sua morte.