VI.

Era vero. Dalla mezzanotte, anzi da prima di mezzanotte, una

strana inquietudine s’era impadronita del cavaliere Achille. Moveva

continuamente le labbra senza poter mettere che suoni inarticolati,

moveva il braccio smaniando, fissava gli occhi sulla Giuseppina con un

certo sguardo supplichevole come a dirle: — Indovinami.

Povera Giuseppina! Che non avrebbe fatto per indovinarlo? Gli

raccomodava i guanciali sotto la testa, gli porgeva da bere, e alle

sue mute richieste rispondeva con altre interrogazioni: — Vuol questo?

Vuol quello? — No, non c’era verso di coglier nel segno. A volte ella

dimenticava i rispetti umani, non si curava della cuoca e di Battista

ch’erano lì davanti, e gli dava del _tu_ e non lo chiamava più _signor

Achille_, ma lo chiamava _Achille_ com’egli voleva esser chiamato da

lei. — Achille, dimmi che cosa vuoi, dillo alla tua Giuseppina.

Nel vederlo ridotto così, le salivano le lacrime agli occhi, ma le

ratteneva, ma si sforzava di sorridergli, di mostrargli una fisonomia

ilare, confidente, piena di speranza.

Era sua da tre anni; però non aveva cominciato ad amarlo davvero che

dopo qualche tempo. Sulle prime aveva ceduto a lui come una ragazza

povera, cresciuta in un ambiente poco scrupoloso, cede a un uomo ricco

che le assicura la pace, l’agiatezza, il modo di giovare alla famiglia.

L’aveva amato più tardi quando s’era accorta che egli non la trattava

con l’aria sprezzante con cui gli uomini trattano le donne di cui fanno

lo strumento dei loro piaceri. L’aveva amato senza sognarsi nemmeno

ch’egli potesse sposarla, godendo del presente come d’un bene superiore

ai suoi meriti, mettendo il suo orgoglio, la sua dignità nel prevenire

ogni desiderio di lui, nel rallegrargli col suo sorriso la vita. E

anch’egli le si era affezionato a grado a grado. In principio era stata

per esso uno svago e nulla più, poi aveva compreso ch’ella era molto

dissimile da tante altre; aveva sentito, egli scapolo impenitente,

che questa donna piena di abnegazione e di tenerezza riempiva un vuoto

nella sua esistenza, che senza imporgli i legami, a suo modo di vedere,

intollerabili del matrimonio, ella lo salvava dalla prosa delle tresche

volgari. Le aveva ammobigliato un quartierino di poche stanze e veniva

a passar qualche ora ogni giorno in quel nido tranquillo ov’ella, pure

uscita dal popolo, spargeva un profumo d’eleganza e di distinzione

nativa.

Misantropo per indole, disgustato de’ suoi parenti, e, quantunque nè

sciocco nè ignorante, privo di ambizioni letterarie, scientifiche,

politiche, il cavaliere Achille non istava volentieri che con la

Giuseppina e con pochi amici. Ma nemmeno coi pochi amici egli usava

discorrere de’ suoi amori, e poichè la Giuseppina aveva un uguale

riserbo, si può dire che questa relazione rimaneva avvolta in un’ombra

discreta.

Quella che la sapeva più lunga sull’argomento era la cagnetta _Bibì_,

ordinaria compagna del padrone nelle sue passeggiate, ma _Bibì_ si

limitava a far le sue confidenze ad altri individui della razza canina.

Comunque sia, in quell’istante supremo una cosa era certa. La persona,

che al cavaliere Achille pesava di più di lasciar sulla terra, era

la Giuseppina; e la Giuseppina era quella che sentiva più acerbo lo

strazio della sua morte.

Prima di partire · 第 43 / 60 题