Il dottor Gelsi, un uomo maturo, un po’ curvo, giallo di carnagione,
calvo, miope, salutò a destra, salutò a sinistra, — _buona sera,
buona sera,_ — chiese di volo che novità ci fossero dopo la sua ultima
visita e si diresse verso la camera del cavaliere Achille, preceduto
da Raimondi. La baronessa Eleonora gli tenne dietro, non senza aver
ordinato al marito di custodire la cagnetta _Darling_, perchè bisognava
assolutamente evitare la ripetizione delle scene spiacevoli avvenute
fra lei e _Bibì_, la cagnetta di casa. In fatti, quando _Darling_ aveva
voluto accompagnare la baronessa nella stanza del fratello, _Bibì_,
gelosissima de’ suoi diritti, era uscita digrignando i denti dal suo
nascondiglio sotto il letto del padrone e le si sarebbe slanciata
contro se la pronta intromissione dei presenti non glielo avesse
impedito.
Con la testa immobile sprofondata nei guanciali, con una vescica di
ghiaccio sulla fronte, il cavaliere Achille giaceva pressocchè inerte
sul suo letto conservando un resto di vita soltanto nel braccio
destro che si ostinava a uscir fuori dalle coperte, e negli occhi che
giravano lentamente nell’orbita. Vigilavano assidui al suo capezzale
la cameriera, un infermiere dell’ospedale e una terza persona, una
donna giovine, bella, decorosamente vestita, il cui sguardo ansioso,
sollecito, non si staccava mai un istante dall’ammalato.
Il dottore interrogò l’infermiere, interrogò la cameriera, ed essi, nel
rispondergli, si rivolgevano a quella _terza persona_: — Non è vero,
signora Giuseppina? — Allora Gelsi, non badando agli occhiacci della
baronessa, preferì di far senz’altro le sue domande alla _signora_
Giuseppina. Ed ella gli rispondeva con una voce dolce, una di quelle
voci che si raccomandano, rispondeva chiara, precisa; non una parola
di più, non una parola di meno del necessario. — Capisco, capisco, —
diceva il medico. Poi si chinò sull’infermo: — Signor Achille, come
va, come si sente? — Il cavaliere mosse faticosamente il capo. — Ah,
— ripigliò Gelsi come discorrendo fra sè — si è scosso, ha mostrato
d’intendere. — Oh, — sospirò la Giuseppina — intende benissimo.... Se
potesse esprimersi!
La baronessa Eleonora s’accostò al letto, dalla parte opposta a
quella ove si trovava la Giuseppina. — Achille, Achille?... M’hai
riconosciuto?... Sono Eleonora.... Eleonora.... Vuoi che resti a farti
un po’ di compagnia _io?_ — E quell’_io_ sottolineato tradiva l’intimo
pensiero della baronessa. Ella si offriva di vegliar qualche ora, nella
certezza che insieme con lei l’_altra_ non avrebbe osato rimanere,
o ch’ella in ogni modo avrebbe saputo mandarla via. Ma il malato
ritorcendo il viso dalla sorella, fissò gli occhi sulla Giuseppina che
tremava come una foglia e spinse verso di lei il braccio non colpito
dalla paralisi. La giovine gli afferrò la mano e la strinse nella sua.
Gelsi intervenne. — Signora baronessa, vedremo domani.... Per questa
notte è meglio che in camera non ci sia gente nuova.
— Ma io....
— Ha ragione.... Ho sbagliato a dir gente nuova. Intendo dire gente
che il signor Achille non abbia visto da un pezzo.... Gli altri, se
credono, possono vegliar nella stanza vicina.... alternativamente....
Lei, signora baronessa, farebbe bene a riposare.... Dev’esser stanca
dal viaggio.... Già, in caso di bisogno la chiamano.... E qui, com’è
disposto il servizio per la notte?
Quest’ultima interrogazione fu rivolta alla Linda, la cameriera.
— Alle undici e mezzo, — rispose questa, — Battista e la cuoca verranno
a dare il cambio all’infermiere ed a me.
— Io non mi muovo, — soggiunse semplicemente la Giuseppina.
Dopo alcune altre ordinazioni e istruzioni, il dottore uscì. — Non c’è
peggioramento, — egli disse ai parenti ed amici. — Siamo stazionari....
Ma pur troppo la condizione è sempre grave, gravissima.... Basta,
tornerò domattina alle sei. Buona sera, buona sera.
La baronessa lo accompagnò fuori del salotto. — Converrà meco,
dottore, che la presenza di quella donna è uno scandalo.... Se avessi
potuto immaginarmi una cosa simile le dò la mia parola che non sarei
venuta.... Per ricever quell’accoglienza!... Poichè mio fratello, al
punto a cui è ridotto, trova il modo di farmi capire che lo secco....
— Non creda.... non creda, — interruppe il medico. — Io mi spiego lo
stato d’animo del cavaliere Achille. I malati, anche i più gravi, e
forse per l’indebolimento stesso delle loro facoltà, non si fermano
sull’idea della morte finchè un incidente qualunque non produca sopra
di loro l’effetto d’una rivelazione improvvisa.... Il cavaliere si è
reso conto del pericolo quando ha visto intorno a sè i parenti che non
ha l’abitudine di vedere, quando ha visto lei che non veniva a Venezia
da un pezzo.... E il pensiero d’esser vicini al gran passo turba
perfino gli eroi....
La dotta disquisizione del dottor Gelsi persuase poco la baronessa. —
No, no, — ella disse — gli è che, tra la sua sorella e la sua ganza,
Achille preferisce la ganza.
Gelsi aveva fretta. — Cara baronessa, — egli concluse, — nella vita
conviene armarsi di pazienza.... E coi vecchi, coi bambini, coi malati
non si può ragionare.... Del resto, _quella donna_ è un’infermiera
preziosa.... Vorrei averne molte all’ospitale.