È facile immaginare che questi amorosi parenti, appena giunti, avevano
tempestato di domande il cugino Raimondi. E anche adesso, ogni momento,
egli doveva ripetere per la centesima volta l’identica storia. — Stava
bene, stava benissimo. Avevamo passeggiato insieme l’altra sera sotto
le Procuratie per mezz’ora. E ieri mattina aveva fatto colazione con
eccellente appetito.
— Voi, però, non c’eravate mica? — chiese Annibale Minucci, il cognato
del cavaliere.
— Io no.... Fu un puro caso che mi trovassi qui vicino quando Battista,
il servitore, correva in traccia del medico.
— E siete venuto subito subito?
— Sfido io.... Quelle povere donne non sapevano dove dare il capo.
— Quali donne? — domandò severamente la baronessa Rudeni agitandosi
sulla poltrona.
— Le due donne di casa, la cuoca e la cameriera.
— E vi ha riconosciuto? — seguitò Minucci.
— Senza dubbio.... Riconosce anche adesso.... La coscienza non l’ha
perduta.... ma non può parlare.... non può muovere che il braccio
destro.
— Ma! — sospirò la baronessa. E a questa esclamazione patetica ne
succedette una iraconda accompagnata dal suono secco d’uno schiaffo: —
Maledette bestie!
_Darling,_ ch’era accovacciata sotto il tavolino, credendo che
qualcheduno avesse percosso la sua padrona, le si avvicinò guaiolando.
Ma la baronessa aveva schiaffeggiato sè medesima per accoppare una
zanzara.
— Cara Eleonora, — disse con accento flebile Ippolito Meroni, un
vecchio galante sulla sessantina, tinto e impomatato, — se vi darete
uno schiaffo a ogni zanzara che vi ronza attorno starete fresca.
Meroni assumeva volontieri un tuono confidenziale con le donne alle
quali aveva _in illo tempore_ fatto la corte. E si diceva che la
baronessa Rudeni fosse stata una delle sue fiamme.
— Ad abitar lontana da Venezia m’ero disavvezzata da questa piaga, —
rispose la baronessa. — Quieta, _Darling_.
— Non c’erano zanzare adesso a Livorno?
— Che!
Ippolito Meroni colse il destro per evocare il ricordo del passato.
E abbassando la voce: — Ve ne rammentate della stagione del 1860
all’Ardenza?
La baronessa aggrottò le ciglia. — Ma che 1860?... Io non c’ero....
— Sarà stato nel 1865.
— Io non fui all’Ardenza prima del 1870, — replicò dispettosamente la
baronessa Eleonora, e alzandosi in piedi lasciò in asso il suo vetusto
adoratore.
Che età avesse la baronessa Rudeni non si poteva sapere con precisione;
certo superava di una decina d’anni il fratello Achille ch’era il
più giovine della famiglia. Non era stata brutta.... nè inesorabile,
— dicevano le male lingue; ma dacchè gli uomini la trascuravano era
divenuta d’una virtù arcigna.
— Ti piace la zia? — susurrò Minucci juniore nell’orecchio del cugino.
— Non vorrei vederla senza busto, — rispose il contino Quaglia.
L’altro si mise a ridere. — Che sconquasso dev’essere!
Ippolito Meroni, piantato dalla baronessa, si accostò al barone il
quale leggeva la _Gazzetta_.
— Quel Battemberg, che ve ne pare?
— Io però o non sarei tornato a Sofia o vi sarei rimasto _coûte que
coûte._
— Eh son cose presto dette.... Ma contro la Russia....
— Chi non risica non rosica.
— Quel dispaccio dello Czar è d’una prepotenza!
— Non me ne parlate, caro Meroni, non me ne parlate. E l’Europa che
tollera! E noi che tolleriamo!... Siamo liberali o non siamo liberali?
Un’occhiata della moglie avvertì il barone che quello non era il luogo
di approfondire un tale argomento.
La baronessa s’era riunita al crocchio numeroso che stava accanto
alla finestra: Annibale Minucci, il conte Ercole Quaglia, l’avvocato
Rizzoli e qualche altro amico di famiglia. Così, in via accademica, si
calcolava a quanto potesse ascendere la fortuna del cavaliere Achille.
— Intanto il padre gli ha lasciato tutta la disponibile, — notò Quaglia.
— Sicuro. Poi ebbe un legato da quello zio che viveva a Londra, —
soggiunse Minucci.
— E le azioni del Canale di Suez che aveva comperate a 350 franchi e
che rivendette a tremila!
Quest’enumerazione fu interrotta dall’arrivo del dottore.