Partii dunque, munito d’una quantità di commendatizie, partii senza
congedarmi dalla signora Agnese ch’era indisposta, e nel cui animo,
del resto, era inutile far sorgere aspettazioni che non si sarebbero
adempiute.
Che dirò del mio viaggio? Fui a Londra, fui a Glascow, fui a
Liverpool; parlai con gli armatori del _King Arthur_, mi rivolsi a
quel meraviglioso centro d’informazioni ch’è il Lloyd, conobbi il
comandante d’un vapore ch’era stato investito dal tifone dal 25 al 28
giugno, e non per questo riuscii a dissipare l’oscurità che avvolgeva
il nostro _vascello fantasma_. M’accorsi bensì che del _King Arthur_ si
discorreva universalmente come di chi sia morto e sepolto da un pezzo.
O, per esser più esatto, m’accorsi che si cominciava a discorrerne
meno, come d’un fatto ormai vecchio.
Gli armatori, ricchi a milioni, proprietari d’una dozzina di piroscafi
sparsi per tutti gli Oceani, erano più che addolorati, inaspriti contro
il capitano Atkinson. Lo accusavano d’imprudenza; già un’altra volta,
parecchi anni addietro, egli aveva, per la sua temerità, tratto a
perdizione un naviglio. Ma allora almeno s’era salvata la gente.
Questa circostanza che noi ignoravamo non era però ignorata dal Lloyd.
Mi mostrarono colà il _Captain’s Register_, specie di dizionario
biografico dei capitani mercantili inglesi, ove nella forma più
succinta possibile si contengono importanti notizie relative a ciascuno
di loro. E sotto il nome del capitano Giorgio Atkinson, dopo la data
e il luogo della nascita, dopo altre indicazioni varie, si leggevano
queste brevi parole: _Lady Hamilton, st. 1863-65 — lost on the 10th
May 1865, off the Isle of Majorca_; ciò che significava che il capitano
Atkinson avea dal 1801 al 1865 comandato il vapore _Lady Hamilton_, e
che questo vapore s’era perduto in vicinanza dell’isola di Majorca il
10 maggio 1865.
— Una disgrazia può succedere al più provetto, — notò la mia
guida chiudendo il volume accusatore; — è però sempre una cattiva
raccomandazione.
Del resto, anche pel Lloyd, il _King Arthur_ era un legno a cui
si poteva recitare il _de profundis_. Quei preposti, con molta
cortesia, mi lasciarono vedere la corrispondenza, quasi esclusivamente
telegrafica, scambiata coi loro agenti del Giappone, della China,
dell’India su questo argomento. Con parole diverse si arrivava sempre
alla identica conclusione: testimonianze oculari non ce n’erano, avanzi
del bastimento non se ne trovavano, ma il _King Arthur_ doveva esser
naufragato tra il 25 e il 28 giugno. La miglior prova era la mancanza
di qualunque notizia da pressochè cinque mesi. Nello stato presente
delle comunicazioni postali e telegrafiche, in una navigazione per mari
frequentatissimi, ciò non si spiegava che con un disastro.
E poichè io stentavo a capacitarmi di questa scomparsa assoluta
d’un bastimento, fui condotto in un’altra camera e invitato a dare
un’occhiata alla lista dei _missing vessels_, cioè dei _vascelli
mancanti_, su cui pesava lo stesso mistero che sul _King Arthur_, ma
di cui non si poteva mettere dubbio che fossero stati inghiottiti dal
mare con tutti i loro attrezzi, con tutti i loro uomini. La lista non
si riferiva che a pochi anni, eppure era così lunga. Vi figuravano
legni grandi o piccoli, a vapore ed a vela, col loro nome, col nome del
loro capitano, con l’indicazione del porto dal quale erano partiti e di
quello al quale erano diretti, con la data dell’ultime notizie.... Poi,
più nulla.
— E il _King Arthur_? — chiesi all’impiegato che mi accompagnava.
— Non c’è ancora, — egli mi rispose. — Lo registreremo presto....
Bisogna che passi un certo numero di mesi.
Io non sapevo staccar lo sguardo da quella pagina. Pensavo a tante
tragedie di cui l’Oceano chiude il secreto, a tante esistenze troncate,
a tanti gemiti, a tante imprecazioni, a tante preghiere soffocate
dal fragore del vento e dei flutti. E pensavo alla piccola Ofelia.
La rivedevo nella sala del palazzo Prosperi, ilare e vispa, co’ suoi
riccioli biondi che le svolazzavano sulla fronte; la rivedevo tra il
cane Tom e la signora Agnese. Povera, povera bambina! S’era accorta
dell’imminente catastrofe? O aveva cambiato il sonno con la morte?...
Ma più ancora che ai naufraghi pensavo a quelli che aspettano.... Madri
che l’inutile attesa precipita nella decrepitezza e nell’imbecillità,
spose che avvizziscono nella forzata vedovanza e che dopo aver pianto
tutte le loro lacrime dimandano invano la libertà di aprir il cuore a
nuovi affetti, di farsi una nuova famiglia....
L’impiegato del Lloyd indovinò in parte ciò che mi si agitava nella
mente e disse: — Tristi cose. Ma che sono i legni mancanti, che sono
i legni perduti in confronto di quelli che corrono i mari e tengono
alta la bandiera britannica? La lista dei _missing vessels_, il
_loss-book_, sono come il nostro necrologio, e qual’è la famiglia ove
non muoia qualcuno? Che famiglia numerosa sia la nostra lo si rileva
dal nostro registro nautico, il libro dei vivi. Erano l’anno scorso più
di dodici mila navigli.... nè il registro comprende tutti i legni della
marina mercantile inglese.... Sicuro, di quando in quando ci capita
un dispaccio annunziante un disastro, ma novanta volte su cento i
telegrammi che riceviamo a ogni ora del giorno ci parlano di bastimenti
arrivati, di bastimenti partiti, di bastimenti apparsi in qualche punto
remoto del globo e che mandano un saluto alla patria lontana.... Eh,
non ci resta mica tempo d’indugiarci troppo a pianger sui morti.
Orgoglioso della grandezza della sua patria, della grandezza
dell’istituzione alla quale egli apparteneva, il mio interlocutore,
uomo dall’aria positiva quanto mai, diventava poeta. E io subivo, mio
malgrado, il fascino della sua eloquenza e nelle linee maestose del
quadro ch’egli mi tracciava vedevo ridursi alle proporzioni d’un dramma
domestico il pietoso episodio del _King Arthur_. Ripetevo a me stesso
quella frase crudele: _Non ci resta tempo d’indugiarci troppo a pianger
sui morti_ — e mi pareva che, pronunziata in quella sala ove fa capo
il commercio marittimo del mondo, ella perdesse alquanto della sua
brutalità. Non ceder mai nè all’accidia, nè allo scoraggiamento, nè al
sentimentalismo, ecco il segreto della forza e della potenza.
Comunque sia, io ero già al termine della mia missione senz’aver
raggiunto il fine sperato. Indizi in quantità, certezza morale fin che
si vuole; ma prove materiali, palpabili, nessuna. Da Venezia Prosperi
mi scriveva lasciando in mia facoltà di spingermi magari all’India,
alla China, al Giappone se credevo al risultato pratico di questo
viaggio.... Io però non ci credevo, nè ci credeva alcuno di quelli
a cui ne parlai. — Dove andreste? — mi si diceva. — È un’ipotesi
ragionevole che il _King Arthur_ si sia perduto nel tifone dal 25 al
28 giugno. Ma è sempre un’ipotesi. E in ogni modo, pur riuscendo a
precisare il raggio di quel tifone, come scoprirete il punto ove il
bastimento si è sommerso? Che esercito di palombari prenderete con voi?
E vi par possibile ch’essi discendano a una profondità di migliaia e
migliaia di metri?
Quest’era vero, ma io obbiettai che forse qualche uomo dell’equipaggio
s’era salvato, rifugiato in un’isola, in una spiaggia deserta, che
forse si poteva trovarlo....