V.

Aspettammo per alcuni giorni con la massima calma e serenità. La

signora Agnese era di buonissimo umore e dava l’ultima mano alla

cameretta ch’ella aveva preparata per la piccina. Era tormentata,

pareva almeno, da un unico dubbio. Si doveva tenersi anche Tom? E, in

ogni caso, era probabile che il capitano volesse privarsene? E, se non

voleva, che dispiacere non sarebbe stato quello per l’Ofelia?

— Quando non ci fosse che questo, — replicava il signor Roberto che

aveva preoccupazioni d’altra natura, — le procureremo un cane di

Terranuova identico a Tom. I fanciulli si consolano presto.

I più impazienti erano i sensali a cui premeva di veder meglio che

sui campioni la qualità di questo riso, sconosciuto fino allora a

Venezia. Avevano già in serbo gli ordini dei loro clienti e anelavano

d’eseguirli. D’altra parte appunto per l’incertezza della qualità, nè

essi si credevano autorizzati, nè noi desideravamo di vender la merce

viaggiante. Si contentavano di prender, come si direbbe, una specie

di prenotazione. Taluno ci susurrava all’orecchio che non dovevamo

tener troppo alte le nostre pretese, che i fratelli Gelardi stavano

facendo anch’essi un carico a Hiogo e che questo solo annunzio bastava

a raffreddare il mercato. Spauracchi vani. A ora che il carico dei

Gelardi arrivasse, la nostra operazione sarebbe liquidata da un pezzo.

Però, alla metà d’agosto il _King Arthur_ non era ancora giunto.

Telegrafammo a Suez per sapere se esso fosse passato di là; ci si

rispose di no. Evidentemente la sollecitudine eccezionale del viaggio

di andata ci faceva troppo esigenti pel viaggio di ritorno.

E continuammo ad aspettare. Ma non più con la stessa tranquillità di

spirito.

Si capiva che la sorte del bastimento cominciava ad impensierir tutti.

Non potevamo andar alla Borsa senza che ci si domandasse: — E questo

_King Arthur_?

E si trovava stranissimo, non tanto il ritardo, quanto la mancanza

d’ogni notizia. Come mai il capitano, seppur costretto a ripararsi in

qualche porto per cagion d’avaria, non aveva spedito un dispaccio?

La signora Agnese aveva per un pezzo usato violenza a sè stessa, s’era

stordita proponendosi di dar la baia a Master Giorgio pel suo ritardo

e facendo mille castelli in aria sulla villeggiatura autunnale con

l’Ofelia; poi questa commedia era divenuta superiore alle sue forze

ed ella non dissimulava più la sua inquietudine. Scendeva, saliva

dalla casa al banco, dal banco alla casa; fissava addosso certi occhi

scrutatori; non aveva pace un minuto.

Prosperi invitava ogni giorno due o tre persone a desinare. — Quando

siamo soli a tavola, mia moglie ed io — egli diceva — o il discorso

cade fatalmente sul _King Arthur_, o si tace.... E se si tace, è ancora

peggio.... Quello sciagurato legno, è lì, in mezzo a noi.

Pur troppo esso era sempre lì, per quanti fossero i commensali, per

quanto svariati gli argomenti che si mettevano sul tappeto. Si vedeva

subito che non c’era rispondenza fra la parola e il pensiero, come non

c’è mai allorchè lo spirito è occupato da una cura più grave.

Dopo uno di questi lugubri pranzi al quale avevo partecipato anch’io,

la signora Agnese mi chiamò in disparte con un pretesto, e mi disse a

voce bassa ma vibrata: — Mi si nasconde qualche cosa. È impossibile che

non sia successa una disgrazia al _King Arthur_.

Le diedi la mia parola d’onore che non le si nascondeva nulla perchè

realmente non si sapeva nulla. Tentai quindi alla meglio di dissipare

le sue apprensioni. Certo il viaggio aveva una durata maggiore

della prevista, ma le combinazioni son tante: contrarietà di venti,

deficienza di combustibile, guasto alla macchina....

— Naufragi — soggiunse la signora Agnese guardandomi bene in faccia.

— Sì, anche naufragi — risposi. — Ma questi si vengono a sapere.

— Sempre? — ella insistè.

— Quasi sempre — diss’io.

— Ah, _quasi_ — ella ripetè cupamente. — Ci son dunque esempi di

navigli perduti senza che rimanga alcuna traccia di loro, senza che si

salvi un uomo dell’equipaggio, senza che una tavola galleggiante sul

mare dia un indizio della catastrofe?

Non potei negarle che di questi casi ce ne fossero, ma erano così rari,

così eccezionali da non doverci fermare il pensiero.

— Perchè vede, Ceriani — ella ripigliò — non so come sopporterei

l’annunzio positivo d’una sciagura; so che l’incertezza mi

ucciderebbe.... Ma, in nome del cielo — seguitò la povera signora

attorcigliando nervosamente il fazzoletto alle dita — si è poi fatto

tutto quello che si doveva per chiarire questo mistero?... Mio marito

lo afferma; io non lo credo.

Le enumerai le lettere, i telegrammi che si erano spediti; l’assicurai

che si sarebbe tornato a scrivere, a telegrafare.

Ella si strinse nelle spalle. — Scrivere? Telegrafare?... Ah se fossi

un uomo!

Qualcuno s’avvicinava, ed ella mi lasciò con queste parole,

slanciandomi uno sguardo metà di preghiera, metà di rimprovero.

Che pretendeva mai la signora Agnese? Ch’io andassi alla ricerca del

_King Arthur_ come Stanley era andato alla ricerca di Livingstone?...

Ohimè, l’impresa dello Stanley era stata una follia sublime; la mia non

sarebbe stata che una follia ridicola.

Nè la signora Agnese me ne riparlò nei giorni seguenti. La sua

agitazione febbrile aveva ceduto il posto a una calma apparente che ci

impensieriva ancora di più. Ella stava per lunghe ore sdraiata sulla

sua poltrona nel _salottino giapponese_, senza un libro, senza un

lavoro, immersa in un cupo silenzio. A colazione, a pranzo, toccava

appena il cibo, pronunziava appena qualche monosillabo, si faceva

una legge di non menzionar mai nè il _King Arthur_, nè il capitano

Atkinson, nè la piccola Ofelia. Solo una volta ella scattò dalla

seggiola quando il dottor Gandolfi le suggerì un viaggetto di un mese.

— Quest’anno non mi muovo da Venezia — ella risposo in tuono secco,

reciso.

Passavano i giorni, passavano le settimane. Eravamo venuti a sapere

d’un tifone che aveva infuriato nei mari della China fra il 25 e il 28

di giugno ed era penetrato nei nostri animi il convincimento che in

quella occasione appunto il _King Arthur_ si fosse perduto con tutto

l’equipaggio. Ma mentre si conoscevano i nomi d’altri legni ch’erano

scampati miracolosamente al pericolo, e sbattuti, malconci avevano

dovuto ripararsi in qualcheduno di quei porti, del _King Arthur_

nessuno poteva dir nulla. Nessuno lo aveva visto dopo la sua partenza

da Hiogo.

Anche i danni materiali d’un simile stato di cose erano gravissimi. Le

rimesse fatte a Londra per rimborsare il nostro banchiere importavano

circa ottocentomila lire, somma della quale c’era forza rimaner

scoperti finchè fosse spirato il termine necessario per acquistare

il diritto d’abbandono verso le compagnie assicuratrici, e non c’è

casa di commercio, per potente che sia, a cui non dia degl’impicci

l’immobilizzare un capitale di quasi un milione.

Inoltre tutti i vantaggi sperati da un’iniziativa che doveva

riaffermare la superiorità della nostra ditta andavano in fumo per

esser raccolti in gran parte dai nostri rivali, i Gelardi, che avevano

commesso a Hiogo un carico di riso dopo di noi e che lo aspettavano

entro l’ottobre col vapore inglese _The Iron Duke_. Noi l’odiavamo

questa Iron Duke che seguiva la via tenuta dal _King Arthur_, che

probabilmente sarebbe passato sul punto ove il _King Arthur_ era stato

inghiottito dalle onde. Non credo che nessuno di noi gli augurasse

un disastro, ma è certo che a sentirlo nominare ci si rimescolava il

sangue. E lo si sentiva nominare così spesso. I sensali, che in attesa

del _King Arthur_ avevano imbastito degli affari con noi, adesso,

con la compunzione di chi fa una visita di condoglianza, venivano a

sciogliersi da ogni impegno e a dirci della _dolorosa_ necessità in

cui si trovavano di trattare coi Gelardi per l’acquisto della merce di

prossimo arrivo con l’_Iron Duke_. E poi gli stessi Gelardi, alquanto

vanitosi per loro natura, stimavano opportuno di comunicare ai giornali

cittadini le varie tappe del loro bastimento. Era partito il tal giorno

da Hiogo; aveva nel tal altro toccato Point-de-Galle; era passato per

Aden, era a Suez.... Il comandante dell’_Iron Duke_ non faceva economia

di telegrammi.

Finalmente, ai primi di novembre, una mattina, il bastimento entrò

in porto e andò ad ancorarsi alla Giudecca, proprio dove, in aprile,

era ancorato il _King Arthur_. Ed io procurai nella giornata medesima

di vedere il capitano per chiedergli se gli fosse venuta all’orecchio

nessuna voce circa al vapore che due mesi prima di lui aveva lasciato

il Giappone alla volta di Venezia. Ma egli non ne sapeva più di quello

che ne sapevamo noi.

Quando tornai in banco dopo questa mia pratica vana, il principale mi

disse: — Mia moglie ha ragione. L’incertezza è il peggiore dei mali,

e una speranza voluta conservare a ogni costo è una fonte perenne

d’inquietudine.... Ma che speranza? — egli corresse con un gesto

d’impazienza. — Noi non ne abbiamo più; noi non dubitiamo che il _King

Arthur_ sia perduto.... Ci manca però la forza di rassegnarvisi finchè

non abbiamo in mano un documento, una prova.... Ah, questa prova,

questa prova chi ce la darà?

Mi guardò in un modo singolare e soggiunse: — Senta, Ceriani. Il

viaggio d’esplorazione che l’Agnese parve consigliarle tempo addietro

è, anche a’ miei occhi, una cosa assurda. Nondimeno qualche passo si

potrebbe fare. Una corsa in Inghilterra per esempio, tanto da vedere

gli armatori, da consultarsi con persone esperimentate, da recarsi agli

uffici del Lloyd ove ci son notizie di tutto il mondo?... Andrei io, se

non avessi scrupolo di piantar quella disgraziata.... Lei, Ceriani, lei

ch’è giovine, ch’è libero, avrebbe difficoltà di partire per Londra al

più presto, domani sera, per esempio?...

Sollevai alcuni dubbi sull’utilità di questa gita, ma difficoltà ad

abbandonar Venezia per un quindici o venti giorni non ne avevo affatto.

In fondo, lo confesso, l’offerta mi tornava gradita, perchè ormai il

_King Arthur_ pesava sul banco come un incubo. Ora, quest’incubo io

l’avrei subìto anche durante le mie peregrinazioni che avevano per

iscopo preciso di far nuove indagini sulla sorte del naviglio: ma mi

sorrideva l’idea di cambiar aria, di sostituire una ricerca attiva

(fosse pure infruttuosa) a una preoccupazione inerte e opprimente.

Prima di partire · 第 33 / 60 题