Aspettammo per alcuni giorni con la massima calma e serenità. La
signora Agnese era di buonissimo umore e dava l’ultima mano alla
cameretta ch’ella aveva preparata per la piccina. Era tormentata,
pareva almeno, da un unico dubbio. Si doveva tenersi anche Tom? E, in
ogni caso, era probabile che il capitano volesse privarsene? E, se non
voleva, che dispiacere non sarebbe stato quello per l’Ofelia?
— Quando non ci fosse che questo, — replicava il signor Roberto che
aveva preoccupazioni d’altra natura, — le procureremo un cane di
Terranuova identico a Tom. I fanciulli si consolano presto.
I più impazienti erano i sensali a cui premeva di veder meglio che
sui campioni la qualità di questo riso, sconosciuto fino allora a
Venezia. Avevano già in serbo gli ordini dei loro clienti e anelavano
d’eseguirli. D’altra parte appunto per l’incertezza della qualità, nè
essi si credevano autorizzati, nè noi desideravamo di vender la merce
viaggiante. Si contentavano di prender, come si direbbe, una specie
di prenotazione. Taluno ci susurrava all’orecchio che non dovevamo
tener troppo alte le nostre pretese, che i fratelli Gelardi stavano
facendo anch’essi un carico a Hiogo e che questo solo annunzio bastava
a raffreddare il mercato. Spauracchi vani. A ora che il carico dei
Gelardi arrivasse, la nostra operazione sarebbe liquidata da un pezzo.
Però, alla metà d’agosto il _King Arthur_ non era ancora giunto.
Telegrafammo a Suez per sapere se esso fosse passato di là; ci si
rispose di no. Evidentemente la sollecitudine eccezionale del viaggio
di andata ci faceva troppo esigenti pel viaggio di ritorno.
E continuammo ad aspettare. Ma non più con la stessa tranquillità di
spirito.
Si capiva che la sorte del bastimento cominciava ad impensierir tutti.
Non potevamo andar alla Borsa senza che ci si domandasse: — E questo
_King Arthur_?
E si trovava stranissimo, non tanto il ritardo, quanto la mancanza
d’ogni notizia. Come mai il capitano, seppur costretto a ripararsi in
qualche porto per cagion d’avaria, non aveva spedito un dispaccio?
La signora Agnese aveva per un pezzo usato violenza a sè stessa, s’era
stordita proponendosi di dar la baia a Master Giorgio pel suo ritardo
e facendo mille castelli in aria sulla villeggiatura autunnale con
l’Ofelia; poi questa commedia era divenuta superiore alle sue forze
ed ella non dissimulava più la sua inquietudine. Scendeva, saliva
dalla casa al banco, dal banco alla casa; fissava addosso certi occhi
scrutatori; non aveva pace un minuto.
Prosperi invitava ogni giorno due o tre persone a desinare. — Quando
siamo soli a tavola, mia moglie ed io — egli diceva — o il discorso
cade fatalmente sul _King Arthur_, o si tace.... E se si tace, è ancora
peggio.... Quello sciagurato legno, è lì, in mezzo a noi.
Pur troppo esso era sempre lì, per quanti fossero i commensali, per
quanto svariati gli argomenti che si mettevano sul tappeto. Si vedeva
subito che non c’era rispondenza fra la parola e il pensiero, come non
c’è mai allorchè lo spirito è occupato da una cura più grave.
Dopo uno di questi lugubri pranzi al quale avevo partecipato anch’io,
la signora Agnese mi chiamò in disparte con un pretesto, e mi disse a
voce bassa ma vibrata: — Mi si nasconde qualche cosa. È impossibile che
non sia successa una disgrazia al _King Arthur_.
Le diedi la mia parola d’onore che non le si nascondeva nulla perchè
realmente non si sapeva nulla. Tentai quindi alla meglio di dissipare
le sue apprensioni. Certo il viaggio aveva una durata maggiore
della prevista, ma le combinazioni son tante: contrarietà di venti,
deficienza di combustibile, guasto alla macchina....
— Naufragi — soggiunse la signora Agnese guardandomi bene in faccia.
— Sì, anche naufragi — risposi. — Ma questi si vengono a sapere.
— Sempre? — ella insistè.
— Quasi sempre — diss’io.
— Ah, _quasi_ — ella ripetè cupamente. — Ci son dunque esempi di
navigli perduti senza che rimanga alcuna traccia di loro, senza che si
salvi un uomo dell’equipaggio, senza che una tavola galleggiante sul
mare dia un indizio della catastrofe?
Non potei negarle che di questi casi ce ne fossero, ma erano così rari,
così eccezionali da non doverci fermare il pensiero.
— Perchè vede, Ceriani — ella ripigliò — non so come sopporterei
l’annunzio positivo d’una sciagura; so che l’incertezza mi
ucciderebbe.... Ma, in nome del cielo — seguitò la povera signora
attorcigliando nervosamente il fazzoletto alle dita — si è poi fatto
tutto quello che si doveva per chiarire questo mistero?... Mio marito
lo afferma; io non lo credo.
Le enumerai le lettere, i telegrammi che si erano spediti; l’assicurai
che si sarebbe tornato a scrivere, a telegrafare.
Ella si strinse nelle spalle. — Scrivere? Telegrafare?... Ah se fossi
un uomo!
Qualcuno s’avvicinava, ed ella mi lasciò con queste parole,
slanciandomi uno sguardo metà di preghiera, metà di rimprovero.
Che pretendeva mai la signora Agnese? Ch’io andassi alla ricerca del
_King Arthur_ come Stanley era andato alla ricerca di Livingstone?...
Ohimè, l’impresa dello Stanley era stata una follia sublime; la mia non
sarebbe stata che una follia ridicola.
Nè la signora Agnese me ne riparlò nei giorni seguenti. La sua
agitazione febbrile aveva ceduto il posto a una calma apparente che ci
impensieriva ancora di più. Ella stava per lunghe ore sdraiata sulla
sua poltrona nel _salottino giapponese_, senza un libro, senza un
lavoro, immersa in un cupo silenzio. A colazione, a pranzo, toccava
appena il cibo, pronunziava appena qualche monosillabo, si faceva
una legge di non menzionar mai nè il _King Arthur_, nè il capitano
Atkinson, nè la piccola Ofelia. Solo una volta ella scattò dalla
seggiola quando il dottor Gandolfi le suggerì un viaggetto di un mese.
— Quest’anno non mi muovo da Venezia — ella risposo in tuono secco,
reciso.
Passavano i giorni, passavano le settimane. Eravamo venuti a sapere
d’un tifone che aveva infuriato nei mari della China fra il 25 e il 28
di giugno ed era penetrato nei nostri animi il convincimento che in
quella occasione appunto il _King Arthur_ si fosse perduto con tutto
l’equipaggio. Ma mentre si conoscevano i nomi d’altri legni ch’erano
scampati miracolosamente al pericolo, e sbattuti, malconci avevano
dovuto ripararsi in qualcheduno di quei porti, del _King Arthur_
nessuno poteva dir nulla. Nessuno lo aveva visto dopo la sua partenza
da Hiogo.
Anche i danni materiali d’un simile stato di cose erano gravissimi. Le
rimesse fatte a Londra per rimborsare il nostro banchiere importavano
circa ottocentomila lire, somma della quale c’era forza rimaner
scoperti finchè fosse spirato il termine necessario per acquistare
il diritto d’abbandono verso le compagnie assicuratrici, e non c’è
casa di commercio, per potente che sia, a cui non dia degl’impicci
l’immobilizzare un capitale di quasi un milione.
Inoltre tutti i vantaggi sperati da un’iniziativa che doveva
riaffermare la superiorità della nostra ditta andavano in fumo per
esser raccolti in gran parte dai nostri rivali, i Gelardi, che avevano
commesso a Hiogo un carico di riso dopo di noi e che lo aspettavano
entro l’ottobre col vapore inglese _The Iron Duke_. Noi l’odiavamo
questa Iron Duke che seguiva la via tenuta dal _King Arthur_, che
probabilmente sarebbe passato sul punto ove il _King Arthur_ era stato
inghiottito dalle onde. Non credo che nessuno di noi gli augurasse
un disastro, ma è certo che a sentirlo nominare ci si rimescolava il
sangue. E lo si sentiva nominare così spesso. I sensali, che in attesa
del _King Arthur_ avevano imbastito degli affari con noi, adesso,
con la compunzione di chi fa una visita di condoglianza, venivano a
sciogliersi da ogni impegno e a dirci della _dolorosa_ necessità in
cui si trovavano di trattare coi Gelardi per l’acquisto della merce di
prossimo arrivo con l’_Iron Duke_. E poi gli stessi Gelardi, alquanto
vanitosi per loro natura, stimavano opportuno di comunicare ai giornali
cittadini le varie tappe del loro bastimento. Era partito il tal giorno
da Hiogo; aveva nel tal altro toccato Point-de-Galle; era passato per
Aden, era a Suez.... Il comandante dell’_Iron Duke_ non faceva economia
di telegrammi.
Finalmente, ai primi di novembre, una mattina, il bastimento entrò
in porto e andò ad ancorarsi alla Giudecca, proprio dove, in aprile,
era ancorato il _King Arthur_. Ed io procurai nella giornata medesima
di vedere il capitano per chiedergli se gli fosse venuta all’orecchio
nessuna voce circa al vapore che due mesi prima di lui aveva lasciato
il Giappone alla volta di Venezia. Ma egli non ne sapeva più di quello
che ne sapevamo noi.
Quando tornai in banco dopo questa mia pratica vana, il principale mi
disse: — Mia moglie ha ragione. L’incertezza è il peggiore dei mali,
e una speranza voluta conservare a ogni costo è una fonte perenne
d’inquietudine.... Ma che speranza? — egli corresse con un gesto
d’impazienza. — Noi non ne abbiamo più; noi non dubitiamo che il _King
Arthur_ sia perduto.... Ci manca però la forza di rassegnarvisi finchè
non abbiamo in mano un documento, una prova.... Ah, questa prova,
questa prova chi ce la darà?
Mi guardò in un modo singolare e soggiunse: — Senta, Ceriani. Il
viaggio d’esplorazione che l’Agnese parve consigliarle tempo addietro
è, anche a’ miei occhi, una cosa assurda. Nondimeno qualche passo si
potrebbe fare. Una corsa in Inghilterra per esempio, tanto da vedere
gli armatori, da consultarsi con persone esperimentate, da recarsi agli
uffici del Lloyd ove ci son notizie di tutto il mondo?... Andrei io, se
non avessi scrupolo di piantar quella disgraziata.... Lei, Ceriani, lei
ch’è giovine, ch’è libero, avrebbe difficoltà di partire per Londra al
più presto, domani sera, per esempio?...
Sollevai alcuni dubbi sull’utilità di questa gita, ma difficoltà ad
abbandonar Venezia per un quindici o venti giorni non ne avevo affatto.
In fondo, lo confesso, l’offerta mi tornava gradita, perchè ormai il
_King Arthur_ pesava sul banco come un incubo. Ora, quest’incubo io
l’avrei subìto anche durante le mie peregrinazioni che avevano per
iscopo preciso di far nuove indagini sulla sorte del naviglio: ma mi
sorrideva l’idea di cambiar aria, di sostituire una ricerca attiva
(fosse pure infruttuosa) a una preoccupazione inerte e opprimente.