Se il signor Roberto sperava che con la partenza del _King Arthur_
sbollissero gli ardori di sua moglie per la figliuola del capitano
Atkinson, la sua era proprio una speranza campata in aria. L’Ofelia
non c’era, ma la signora Agnese ne parlava come d’un’assente che non
si sarebbe fatta aspettare troppo e a cui bisognava apparecchiare
gli alloggi. Ne aveva sempre sotto gli occhi la fotografia, divisava
seco medesima mille cose da effettuarsi al ritorno della fanciulla,
le modificazioni che avrebbe introdotte nella distribuzione della
giornata, la cameretta che le avrebbe assegnata, la bambinaia che le
avrebbe presa, le lezioni d’italiano che le avrebbe date lei stessa.
Non voleva più dubitare di nulla; nè dell’assenso del capitano a
rinunciare per sempre all’Ofelia, nè di quello di suo marito a tenerla
definitivamente presso di sè, nè della buona riuscita ch’ella avrebbe
fatto nelle sue mani. L’antico sogno, il sogno dolcissimo di diventar
madre davvero cedeva il posto alla singolare fantasia di questa
maternità fittizia.
Il signor Roberto tentennava il capo e si rimproverava la sua
debolezza. Quest’è il modo di disfar la famiglia — lo intesi dire
un giorno al dottor Gandolfi. — È già male che una donna trascuri il
marito per non pensare che ai propri figliuoli: peggio ancora che lo
trascuri pei figliuoli degli altri.
— In massima avete ragione — replicò quello scettico del dottore; —
ma in casa l’essenziale è di aver la pace.... Se vostra moglie ve la
dà a queste condizioni, accettatela con gratitudine; e tutt’al più....
cercatevi qualche svago.... Gli svaghi sono le valvole di sicurezza del
matrimonio....
Dal suo punto di vista medico, Gandolfi era contentissimo che la sua
cliente si fosse scossa dal torpore doloroso in cui era immersa da un
pezzo. Ed egli levava a cielo la combinazione da lui suggerita e in
virtù della quale la signora Agnese aveva cinque mesi da pregustar la
sua gioia. — E i beni che si sperano — notava il dottore filosofo — ci
danno sempre maggior voluttà dei beni che si hanno. Se quella bimba
fosse qui adesso, la signora Agnese comincierebbe già a crucciarsi
pensando al momento di perderla; invece ella è felice pensando a quello
di trovarla.
È innegabile che la signora Agnese, appunto facendo assegnamento
sul non lontano ritorno dell’Ofelia, s’era rimessa prestissimo dalla
commozione provata alla partenza del _King Arthur_. Era sempre in moto,
sempre vispa e gioviale. Cosa insolita, la vedevamo spessissimo in
banco. Ci veniva con mille pretesti, ma in fondo non le stava a cuore
che una cosa sola; saper s’erano giunte notizie del capitano Atkinson,
il quale aveva promesso di scrivere anche prima del suo arrivo a Hiogo.
E scrisse in fatti da Suez parlando a lungo dell’Ofelia che aveva
continuamente in bocca la zia Agnese e dichiarava con grande solennità
di voler mandarle una lettera. A tal fine prendeva un pezzo di carta,
vi tracciava col lapis alcuni geroglifici, lo piegava in due e lo
consegnava al padre con l’incarico di spedirlo a Venezia. L’Ofelia,
seguitava il capitano, era buona e savia e consacrava ogni giorno
un’oretta a combinar le parole coi caratteri mobili, sperando di
ricevere e decifrare da sè qualche riga della _zia_ Agnese. Alla quale
la bimba faceva sapere che Tom era in castigo perchè in un impeto
di gelosia aveva spezzato in due il cane barbone, credendolo vivo.
Infine, sempre per incarico della figliuola, il capitano assicurava la
signora che la puppatola era benissimo conservata; solo che la sua voce
cominciava a indebolirsi e diceva _mamma_ e _papà_ con meno enfasi di
prima.... forse, osservava l’Ofelia, per effetto del mal di mare.
Si diede immediatamente comunicazione alla signora Agnese di questa
lettera che interessava più lei che la ditta Prosperi e si può
immaginarsi s’ella le facesse festosa accoglienza. Il giorno stesso
ella mi chiamò per consegnarmi un biglietto in nitido stampatello
destinato a
MISS OPHELIA ATKINSON
to the care of Master George Atkinson
of the english Steamer _King Arthur_.
Il biglietto venne inchiuso in una lettera nostra al capitano,
impostata la sera stessa per Hiogo.
Ora bisognava rassegnarsi a un lungo silenzio, perchè il _King Arthur_
proseguiva direttamente pel Giappone senza poggiare a nessun punto
intermedio.
Noi intanto avevamo sollecitato il nostro banchiere di Londra ad
assumere qualche informazione precisa sul conto del capitano Atkinson,
sul suo carattere, sulla sua famiglia, sulla malattia da cui era morta
sua moglie, eccetera, eccetera. La risposta non si fece attender molto
e le informazioni furono, nel complesso, assai favorevoli. Il capitano
Atkinson, nativo di Glasgow, era da otto anni al servizio degli
armatori del _King Arthur_, i quali non avevano che da lodarsene. Era
uomo probo, intelligente, marinaio arditissimo, più colto di quello
che non sogliono essere le persone della sua classe. Non aveva parenti
prossimi; la moglie gli era morta pochi mesi addietro di tubercolosi
acuta lasciandogli un’unica figliuola in tenera età che adesso
viaggiava con lui.
Il punto nero era questo: la moglie morta di tubercolosi. La
possibilità che la figliuola avesse ereditato i germi della malattia
che aveva ucciso la madre impensieriva il signor Roberto e lo
raffermava nella risoluzione di non permettere che l’Ofelia prendesse
stabile dimora nella sua casa.
Ma di tutto ciò alla signora Agnese non fu tenuta parola. Era inutile
affliggerla fuori di tempo.
In mezzo alle preoccupazioni di vario genere che l’amabile bambina
del capitano Atkinson destava nei coniugi Prosperi era sfumata via la
grande curiosità di saper eseguita dai signori Holiday la commissione
del salottino giapponese. Però, in attesa dei gingilli che dovevano
adornarlo, il salotto d’angolo aveva, per la servitù e pei padroni,
preso già questo nome. Si era ormai avvezzi, domandando ove fosse
la signora, a sentirsi rispondere: — Nel _salottino giapponese_. —
Ella aveva sempre avuto una predilezione per questa stanza; adesso
vi passava anche più ore del solito, perchè il resto del palazzo era
sossopra a cagione dei ristauri. Invece il salotto d’angolo pel momento
non si toccava, e l’unica novità che vi fosse era quella delle due
fotografie dell’Ofelia e del _King Arthur_ che la signora Agnese aveva
provvisoriamente collocate sopra un tavolino.
Povera signora Agnese! Me la ricordo seduta presso la finestra, intenta
a ricamare od a leggere. M’aveva incaricato di comperarle qualche libro
che trattasse del Giappone, e le avevo portato tre o quattro volumi
ch’ella sfogliava con avidità.
— Capisco che questo non diventerà mai un salottino giapponese
autentico — ella mi disse un giorno. — Prima di tutto è troppo grande,
e poi vedo qui che veri e propri mobili i giapponesi non ne usano.
Hanno un’infinità di gingilli e ninnoli graziosissimi e stuoie, e
paraventi, e carte colorate, e specchi dipinti, e vasi, e tappeti,
ma non hanno nè sedie, nè tavole, nè armadi, nè letti.... Basta;
oggi le do il tè alla nostra maniera — ella soggiunse sorridendo; —
nell’inverno prossimo le metterò davanti le tazzine e quel fornelletto
di bronzo che i Giapponesi chiamano _tribacì_ e che serve per tenervi
in caldo l’acqua, e lei, accoccolato per terra che ben s’intende, si
leverà d’impiccio come potrà.
Di lì a poco cambiò argomento e mi chiese: — Dove sarà la nostra
piccola viaggiatrice?
— Ma! — risposi. — Non saprei.... A due terzi di cammino.... Nei mari
della China....
— Non vedo l’ora di ricevere l’annunzio telegrafico dell’arrivo a
Hiogo. Perchè il capitano telegraferà subito, non c’è dubbio.... L’ho
tanto pregato....
Io notai che in ogni caso avrebbero telegrafato i signori Holiday.
— Lo so, lo so — ella disse. — Ma non è la stessa cosa. I signori
Holiday non inseriranno nel dispaccio neanche una parola che si
riferisca all’Ofelia.... Questo non c’entra col vostro carico di riso.
Infatti, non c’entrava.
Dopo una breve pausa, la signora Agnese confessò che il suo trasporto
per quella fanciulla meravigliava lei stessa e che suo marito aveva
mille ragioni di rimproverarla di mancar di misura; ma certe cose non
si discutono.... L’Ofelia l’aveva ammaliata.
— E forse — ella continuava — anche Roberto finirà col subirne
il fascino, col desiderare ch’ella non vada più via. Si ha un bel
dire: “L’Ofelia è un’incognita.„ Ma tutti i bambini sono altrettante
incognite, persino i nostri quando ne abbiamo.... E se ci si decide
a dare ospitalità a quelli che non son nostri, il meglio si è che i
genitori o non ci siano, o siano lontani.... L’ho fatto l’esperimento
dei figliuoli dei parenti, degli amici; l’ho fatto nel terzo e
quart’anno del mio matrimonio.... C’era specialmente una bimbetta d’una
mia cugina che si lasciava da noi per due, tre mesi di fila.... Però
la madre veniva ogni tanto a vedersela e allora erano osservazioni su
questo, su quello.... La mia cugina andò a stabilirsi in Francia col
marito e con la figlia, e in quell’occasione io avevo giurato di non
voler più saperne nè di quella bimba, nè di nessun’altra.... Giuramenti
da marinaio.... Son nata mamma!
La signora Agnese si alzò e tendendomi la mano mi disse: — Sarà mio
alleato, non è vero? Patrocinerà la mia causa con mio marito e col
capitano Atkinson?
Balbettai qualche parola ch’ella interpretò nel senso più favorevole,
e m’allontanai col presentimento di essermi messo per una via irta di
triboli.
Questo colloquio era stato tenuto il lunedì o il martedì; la domenica,
almeno una settimana prima di quello che si sarebbe creduto, giunsero
due telegrammi da Hiogo, uno del capitano Atkinson che avvisava del
suo felice arrivo, l’altro dei signori James Holiday e C., in cifra,
che davano anch’essi la stessa notizia, assicuravano che si sarebbe
posto mano al più presto alla caricazione del riso, e confermavano una
lettera spedita per la posta circa al salottino giapponese. Non occorre
dire che il capitano aveva introdotta nel dispaccio la frase voluta
dalla signora Agnese.
Era il 20 di maggio. Il _King Arthur_ aveva compiuto il suo tragitto
in quarantacinque giorni. Se il ritorno si compiva con una celerità
uguale, accordato anche un mese per la caricazione, il bastimento si
sarebbe rivisto a Venezia ai primi di agosto.
Queste notizie e queste previsioni empirono d’allegria il banco e la
casa. Per la ditta Prosperi l’operazione non poteva presentarsi sotto
migliori auspici e c’era ormai la certezza di vendere tutta la partita
con un larghissimo margine sul prezzo di costo. Era inoltre una vera
compiacenza d’amor proprio l’aver iniziato un nuovo commercio con quei
lontani paesi. Gl’imitatori non sarebbero mancati, e già si sapeva che
i nostri rivali, i fratelli Gelardi, stavano trattando l’acquisto d’un
carico simile al nostro. Poco importava. Per presto ch’essi facessero
non avrebbero ricevuto la merce che un paio di mesi dopo di noi, e a
noi sarebbe sempre rimasto il merito di averli preceduti.
La signora Agnese si curava mediocremente di tutto ciò; quello che la
colmava di gioia era l’avvicinarsi del momento che la piccola Ofelia
sarebbe stata a Venezia, sua certo per qualche mese, sua forse per
sempre. Per creanza, ella mostrava talvolta di prendere interesse anche
all’affare in sè e indirizzava al signor Roberto mille domande a cui
egli rispondeva evasivamente, con un sorrisetto scettico. — Via via,
— egli le diceva — vorresti negarmi che se il _King Arthur_, invece
di contenere nella capace sua stiva una sessantina di mille sacchi di
riso, contenesse soltanto una bionda fanciulla di cinque anni chiamata
Ofelia, per te sarebbe precisamente lo stesso?
Ella protestava. — No, no, lo stesso, no....
— Quasi lo stesso allora — replicava il marito. — Sei contenta così?
Tre settimane dopo i dispacci annunzianti l’arrivo del bastimento ne
giunse un altro importantissimo dei signori Holiday. La caricazione del
riso era terminata; il salottino giapponese era stato incassato e non
mancava che di portarlo a bordo; il capitano si proponeva di partire al
più presto.
Quello fu un giorno di gran lavoro pel banco Prosperi. Si fece una
colossale rimessa di cambiali su Londra ai nostri banchieri Eliot
Green e C., per coprirli delle tratte che i signori Holiday avevano
certo spiccato sopra di loro, e si provvide senza ulteriori indugi
alla sicurtà che fu assunta da più Compagnie per la somma cumulativa
d’un milione di lire in cui era compreso anche l’utile probabile. Il
salottino giapponese venne assicurato a parte per 25 mila lire.
Infine il lunedì 18 giugno 1878 alle cinque pomeridiane (ricordo il
giorno e l’ora) capitò un nuovo e ultimo telegramma, brevissimo, dei
signori Holiday, avvisandoci che il _King Arthur_ era uscito quella
mattina dal porto di Hiogo.
— Non sarebbe da stupirsi — disse qualcuno — se il carico fosse qui
prima delle polizze.
Intanto la posta, ora per la via di Hong-Kong, Singapore e il Mar
Rosso, ora per quella di San Francisco, Nuova York e l’Atlantico,
recò una serie di lettere che i fulminei telegrammi avevano preceduto.
Lettere dei signori Holiday, lettere del capitano Atkinson, e persino
un foglietto per la signora Agnese con tre parole dell’Ofelia, della
quale evidentemente s’era condotta la mano: _Many kisses-Ophelia_. E
il capitano Atkinson nell’inviar questo prezioso autografo dava minuti
ragguagli sulla sua figliuoletta che non aveva sofferto nemmeno un’ora
di mal di mare e non aveva avuto nemmeno un capriccio; o a meglio dire
ne aveva avuto uno solo, quello di tener qualche volta il broncio
al suo babbo perchè non faceva venir la _zia_ Agnese. Del resto la
_zia_ l’avrebbe trovata cresciuta di statura e florida d’aspetto.
Anche Tom, dopo quella sua birichinata in principio del viaggio,
s’era condotto benissimo. Non solo aveva adempiuto scrupolosamente
ai suoi due uffici di custodir l’Ofelia e di dar la caccia ai topi,
ma s’era altresì reso meritevole di una decorazione salvando, con lo
slanciarsi spontaneamente nell’acqua, un mozzo che stava per affogare.
Figuriamoci, scriveva il capitano, ciò che farebbe quella buona bestia
se, Dio guardi, l’Ofelia avesse a correre un pericolo analogo!
Una delle lettere dei nostri corrispondenti di Hiogo conteneva un
lungo poscritto relativo al salottino giapponese, poscritto vergato
tutto quanto dalla mano di M. James Holiday in persona, il quale
si dichiarava lietissimo di rendere un piccolo servigio all’egregio
signor Prosperi e alla sua _most gracious lady_, da lui rammentata con
rispettosa ammirazione. Il detto signore confidava di poter raccogliere
in brevissimi giorni tutti gli oggetti necessari per l’arredo del
salottino, pagandone una somma inferiore a quello che i suoi amici eran
disposti a spendere. Egli si riprometteva eziandio, in un suo futuro
viaggio in Europa, di visitare questo salotto alla cui formazione egli
avrebbe contribuito e di prendervi una tazza di tè, preparata dalle
mani della più gentile signora ch’egli avesse avuto la fortuna di
conoscere ne’ suoi viaggi.
Queste galanterie dettele in faccia sarebbero parse alla signora Agnese
sciocche e dozzinali; avrebbero provocato sulle sue labbra uno di
quei motti freddi ed alteri con cui ella scoraggiava i corteggiatori,
e riusciva, lei, bella, ricca, elegante, a tenerne lontano lo sciame
importuno. Venute invece dal Giappone attraverso migliaia e migliaia
di miglia, esse lusingavano il suo amor proprio, la empivano di
gratitudine, la facevano arrossire di compiacenza.
Seguirono altre lettere di minor conto, finchè nella prima settimana
d’agosto ne capitò una portante la data dell’ultimo telegramma, 18
giugno. Essa confermava la partenza del _King Arthur_, conteneva le
polizze di carico, le fatture del riso, e la nota delle tratte emesse
da Hiogo sui banchieri Eliot, Collins e C. Nell’importo di queste
tratte era compreso anche il valore del salottino giapponese che
ammontava, se non mi falla la memoria, a qualcosa meno di 800 lire
sterline. I signori Holiday avvertivano di aver consegnato al capitano
la distinta particolare degli oggetti e dei prezzi.
Inchiuso nel foglio dei signori Holiday c’era pure un bigliettino di
Master Atkinson coi saluti e i baci dell’Ofelia per la zia Agnese.
La previsione che il bastimento arrivasse prima delle polizze di
carico, non s’era avverata. Ma in ciò non v’era nulla di straordinario,
tanto più che l’ultima posta aveva preso la via di San Francisco,
la quale, se si trovano le coincidenze esatte, porta sempre qualche
risparmio di tempo. Bisognava aspettare. E aspettammo.