Era destino però ch’io non potessi, neppur volendo, tenermi estraneo
alle faccende intime di casa Prosperi. Il giovedì mattina il principale
non venne in banco che tardi e mi chiamò subito nel suo gabinetto. Era
pallido, stravolto. — Ha fatto male ad andarsene iersera, — egli mi
disse. — Forse la sua presenza avrebbe evitato una scena penosa.
Mi raccontò poi che sua moglie lo aveva investito fieramente perchè con
le sue parole aveva incoraggiato la risposta sfavorevole del capitano
Atkinson, il quale non poteva tener un altro linguaggio dal momento che
le prime difficoltà venivano da una delle persone che avrebbero dovuto
ospitar la sua figliuola.
— In verità, — soggiunse il signor Roberto, — a me sembrava di avere
il diritto di far ben maggiori lagnanze dell’Agnese. Ell’aveva tirato
in campo, senza essersi intesa meco, un argomento gravissimo, aveva
tentato di forzarmi la mano, di vincere per sorpresa. Pur non le
mossi rimprovero di sorta. Mi limitai a spiegarle le ragioni per
le quali io giudicavo assolutamente inopportuna la sua proposta.
È sempre un’immensa responsabilità l’incaricarsi dei fanciulli che
non ci appartengono, ma la cosa può passare quando se ne conoscono a
fondo l’indole, le abitudini, le disposizioni fisiche; e sopratutto
quando se ne conosce a fondo la famiglia. Ora l’Ofelia si conosceva da
pochi giorni, suo padre si conosceva ancora meno di lei, e in quanto
ad altri parenti, fuori della madre ch’era morta, s’ignorava perfino
s’esistessero. E se la bimba s’ammalava in questi cinque mesi che,
nella più favorevole ipotesi, sarebbe durato il viaggio del capitano
Atkinson? Se, con la volubilità dell’età sua, domandava di tornar col
suo babbo mentr’egli era lontano migliaia di miglia?... Ma supposto
invece che tutto andasse pel meglio, come mai l’Agnese non aveva
considerato che il separarsi dall’Ofelia dopo cinque mesi di convivenza
le sarebbe riuscito più grave che il separarsene adesso? Poichè non si
poteva supporre che il capitano rinunziasse addirittura a sua figlia; e
quand’egli vi avesse rinunziato si sarebbe dovuto pensarci su molto da
parte nostra prima di risolverci a tenerla per un tempo indefinito....
Devo aver fatto un movimento inconsciente che il signor Roberto prese
per l’atto di chi si accinge a sollevare un’obbiezione. E s’interruppe
per dirmi: — Parli pure liberamente, Ceriani. Se ha un’opinione diversa
dalla mia, non abbia riguardo a manifestarmela.... Le assicuro; quasi
quasi vorrei aver torto.
Lo disingannai. I suoi argomenti mi parevano inappuntabili. — E la
signora? — chiesi.
— Ah, giovinotto mio, — egli rispose — le donne non discutono con
le ragioni, ma con le lacrime, ma con gli attacchi di nervi.... E
questa è la loro forza.... le ragioni di mia moglie erano deboli,
ma il suo pianto mi spezzava il cuore.... E al sentirla, in mezzo
ai singhiozzi, chiamar Dio in testimonio ch’ella non desiderava, nè
aveva mai desiderato nulla che non fosse onesto, a sentirla invidiar
la sorte della donnicciuola del popolo che tornando dal lavoro trova
un bimbo che le sorride e le stende le braccia e balbetta l’ineffabile
parola _mamma_, io provavo una gran tentazione di gettarmele ai piedi
e di domandarle perdono o di prometterle tutto quello che ella voleva.
Non lo feci per orgoglio, per puntiglio.... Ella stette male tutta la
notte cosicchè stamattina feci venire Gandolfi, il nostro dottore, e
prima e dopo la visita medica parlai con lui delle cause che avevano
provocato questa crisi, la quale, del rimanente, non ha nessuna
gravità. Ebbene, caro Ceriani, Gandolfi non è alieno dal credere che la
_vicematernità_, com’egli la chiama col suo frasario originale, sarebbe
forse il rimedio più efficace allo squilibrio nervoso della mia Agnese.
Anzi, nello stato presente delle cose, egli la ritiene preferibile
alla maternità vera che in un organismo già scosso porta sempre gravi
pericoli. Insomma, secondo lui, sarebbe stato miglior consiglio non
contraddire ai desideri di mia moglie e veder di persuadere il capitano
Atkinson a lasciar qui la bambina o durante questo, o durante un suo
prossimo viaggio.... Eccomi in un bell’impiccio, perchè, lo confesso,
le parole del dottore non mi hanno convertito che a mezzo e i miei
dubbi restano intatti.... Ma d’altra parte se c’è un modo di ridar
all’Agnese la serenità, la pace dell’animo, mi è lecito ostinarmi
nella mia negativa?... Chi sa?... La soluzione intermedia accennata
da Gandolfi, quella cioè di aver qui l’Ofelia durante un _prossimo
viaggio_, potrebb’esser la buona. Se l’Agnese si acquetasse a una
promessa formale del capitano in questo senso?... Perchè già è chiaro
che, subito, egli non ci confiderebbe l’Ofelia quando pur gliela
ridomandassimo.... Ah, Ceriani, — conchiuse il signor Roberto con un
sorriso triste — prevedo che avrò bisogno dell’opera sua.
— Disponga — risposi. — Ma come?
— Per tasteggiare il capitano meglio che non possa farlo io col mio
sciagurato inglese.... e anche per dir qualche parolina all’Agnese ove
se ne presenti l’opportunità.... L’Agnese ha molta stima di lei.... E
tutti e due, sa, mia moglie ed io, la consideriamo ormai come uno di
famiglia....
Chinai il capo ringraziando.
Alle corte, non seppi esimermi da quest’ufficio di negoziatore che mi
piombava sulle spalle. E riuscii oltre all’aspettativa. Così parve
allora agli altri, così pareva a me stesso.... Più tardi, di fronte
ad avvenimenti imprevisti, si levarono in me degli scrupoli, dei
rimorsi.... Usando una maggiore insistenza con Master Atkinson avrei
forse potuto ottenere.... quest’idea non mi vuole uscir dalla mente....
ch’egli aderisse alla primitiva richiesta della signora Agnese, nel
qual caso si sarebbero evitati dei grossi guai.... Basta; si rimase
d’accordo col capitano che se al suo ritorno dal Giappone i signori
Prosperi fossero stati ancora disposti a tenersi per qualche tempo
l’Ofelia egli l’avrebbe affidata a loro durante il nuovo viaggio da
Venezia a Singapore e da Singapore a Liverpool che secondo l’ultima
lettera de’ suoi armatori era definitivamente stabilito. I signori
Prosperi s’impegnavano poi, a viaggio compiuto, di riaccompagnare o far
riaccompagnare la bimba a Liverpool.
Quella clausola dubitativa _se i signori Prosperi fossero stati ancora
disposti_, destò l’ammirazione del signor Roberto. — È un tratto
di diplomazia sopraffina — egli esclamò. — In cinque mesi possono
succedere tante cose.... e va bene non aver legate le mani.
Non era presumibile che la signora Agnese facesse un’accoglienza
ugualmente festosa a questa specie di compromesso. Ciò ch’ella
desiderava era di non separarsi dall’Ofelia, le cui grazie ingenue
avevano conquistato il suo cuore. Invece le toccava separarsene tosto
per non riaverla che di lì ad alcuni mesi, e per alcuni mesi soltanto,
col patto espresso di restituirla al padre in un termine non breve
ma certo non lunghissimo. A ogni modo, sia ch’ella si fosse convinta
dell’impossibilità di ottener maggiori concessioni, sia che sperasse
di convertir l’atto della restituzione in una semplice visita della
figliuola al babbo, ella fu più ragionevole ch’io non avrei creduto. Mi
ringraziò della parte presa in questa faccenda e si mostrò riconoscente
anche al marito di ciò ch’egli aveva fatto per compiacerla.
Giunse così il sabato, giorno della partenza. S’era convenuto di
recarci a bordo, i coniugi Prosperi ed io, la mattina per tempo, e di
trattenerci non solo finchè il _King Arthur_ avesse levato le áncore,
ma finch’esso fosse arrivato a Malamocco. Là si sarebbe scesi per
tornare a Venezia col vapore che viene da Chioggia.
Il programma fu eseguito appuntino. Eravamo sul bastimento poco dopo le
otto antimeridiane, e mi par sempre di veder l’Ofelia correrci incontro
sul ponte co’ suoi bei capelli biondi che le ondeggiavano sulle
spalle e con Tom che le galoppava a fianco. Ell’aveva un vestito di
mussola bianca stretta alla vita da una cintura di seta nera e con due
nastri pur neri svolazzanti sugli omeri. Erano nere anche le scarpine
e le calze. Ella saltò al collo della signora Agnese baciandola e
ribaciandola, ma non perdendo d’occhio un grossissimo involto che uno
dei marinai aveva ricevuto da Beppi, il gondoliere, e portava su per
la scaletta. Quando poi l’involto fu aperto e ne uscirono sei o sette
scatole e scatolini, e quando il prezioso contenuto delle scatole
fu messo in mostra sulla coperta, l’entusiasmo della bimba non ebbe
confine. Erano balocchi d’ogni specie che la signora Agnese regalava
alla sua piccola amica, e fra questi primeggiavano una magnifica
bambola che chiamava _mamma_ e _papà_, e un can barbone che moveva la
testa, apriva la bocca e alzava le zampe anteriori, con grande ira di
Tom, non ben sicuro se avesse dinanzi a sè un fantoccio o un rivale in
carne ed ossa.
Si fece colazione prima che il _King Arthur_ si movesse dal Canale
della Giudecca, perchè il capitano voleva essere sul ponte del comando
al momento della partenza. Alle frutta Master Atkinson bevette alla
salute del signor Roberto e della signora Agnese ringraziandoli
dell’infinite cortesie usate a lui e all’Ofelia e pregandoli di
accettare un esemplare, uno dei due che gli restavano (l’altro era
quello che avevamo visto appeso nell’anticamera della sua cabina),
della fotografia del _King Arthur_ fatta fare a Liverpool alla vigilia
del suo ultimo viaggio. Per lui quella fotografia aveva un pregio
singolarissimo. In un gruppo di figurine appena percettibili che
si vedevano raccolte sul castello di poppa c’era anche sua moglie.
Naturalmente egli solo sarebbe riuscito a distinguerla, ma forse
appunto per questo la fotografia gli era più cara. Pregava i signori
Prosperi di serbarla per ricordo suo. Rispose il signor Roberto nel
miglior inglese che gli fu possibile, accettando il dono con animo
riconoscente e augurando prosperi l’andata e il ritorno al _King
Arthur_. — Siamo al 5 di aprile, — egli disse. — Speriamo di trovarci
qui uniti di nuovo il 5 di settembre.
Durante questo scambio di brindisi la signora Agnese s’era presa sulle
ginocchia l’Ofelia e tenendosela stretta al cuore le susurrava dolci
parole e le discorreva di ciò che avrebbero fatto insieme nell’autunno,
a viaggio finito.
Risalimmo sopra coperta, e di lì a pochi minuti il _King Arthur_ lasciò
la banchina e si diresse alla volta di Malamocco. Dietro di noi Venezia
s’impiccoliva e sfumava come un quadro dissolvente.
In vicinanza del porto il vapore rallentò la sua corsa, e una barca
s’avvicinò alla scaletta. Bisognava separarsi.
Ancora una volta l’Ofelia si aggrappò al collo della signora Agnese. —
Vieni con noi — le diceva — vieni con noi.... Noi dobbiamo tornare....
Tornerai anche tu.
E poichè il signor Roberto si era accostato alla moglie per
sollecitarla — Va via tu solo — gridò la fanciulla. — Cattivo, che
vorresti la zia Agnese tutta per te.
Vi furono di nuovo baci, lacrime e strette di mano in quantità. Alla
fine noi prendemmo posto nella barca che ci attendeva, il vapore
ripigliò la sua rotta.
S’agitarono i fazzoletti; l’Ofelia, sollevata sulle braccia dal padre,
mandava baci alla zia; Tom girava su e giù pel ponte abbaiando. Il
_King Arthur_ oltrepassò presto la diga e scomparve; per qualche minuto
si vide ancora una striscia di fumo nel cielo azzurro; si udì, o si
credette udire, il vocione di Tom; poi non si udì e non si vide più
nulla.
. . . . . . .