L’indomani il capitano Atkinson portò a casa Prosperi un commensale non
invitato, il cane Tom, dal quale l’Ofelia non s’era voluto staccare a
nessun costo. Il capitano riconosceva francamente di non aver preveduto
questa difficoltà; all’ultimo momento, piuttosto di lasciar la
figliuola a bordo o di trascinarsela dietro per forza tutta ingrugnata
o piagnucolosa, egli s’era preso la licenza di accompagnare l’animale
della cui condotta osava farsi mallevadore. Infatti Tom si conduceva
assai meglio della sua padroncina che sulle prime rifiutava il cibo e
si nascondeva ostinatamente il viso fra le mani dichiarando di voler
andar via. Tom invece, seduto come il solito sulle gambe posteriori,
assisteva alla scena con la gravità d’un filosofo nemico d’ogni
escandescenza, ma disposto a perdonar molto all’infanzia.
Questi capriccetti dell’Ofelia empivano di confusione Master Atkinson
che si sentiva impotente di fronte alla sua piccola tiranna. Ah, se
avesse supposto una cosa simile non avrebbe certo accettato l’invito.
La signora Agnese, gaia, serena come non l’avevo mai vista, gli
ripeteva per confortarlo: — Lasci fare a me.
E con lo moine, con le carezze, con le rampogne scherzevoli, con tutte
quelle arti gentili di cui effettivamente gli uomini non hanno neppure
l’idea, ella riuscì a poco a poco a quetar la bambina. A colazione
finita, l’Ofelia era già divenuta amica della bella signora che le
parlava così bene nella sua lingua, con una voce così dolce, con modi
così persuasivi. Tantochè, quando la signora Agnese le domandò se
voleva andar con lei sola nel giardino, ella rispose tosto di sì...:
facendo però una riserva mentale relativamente a Tom. Di questa riserva
la signora Agnese s’accorse per un certo sguardo che la fanciulla
rivolse all’animale, e disse pronta: — Ah, Tom può venire.... Voi altri
ci raggiungerete più tardi, — ella soggiunse, indirizzandosi a noi.
— Che buona mamma sarebbe stata l’Agnese! — sospirò il signor Roberto
appena sua moglie fu uscita dal salotto. Poi cambiò argomento e ci
offerse dei sigari e del cognac.
Parlammo di viaggi. In Giappone il capitano Atkinson non c’era mai
stato; era stato un paio di volte a Singapore e credeva di dovervi
tornare nell’autunno a farvi un carico di pepe per l’Inghilterra. Già
egli calcolava di esser a Venezia col riso entro il mese d’agosto, onde
nella prima metà di settembre avrebbe potuto rimettersi in cammino.
Il King Arthur era uno dei vapori più rapidi della marina mercantile
inglese.
Ripensandoci molto tempo dopo, notai che Master Atkinson discorreva
volentieri del periodo più recente della sua carriera, ma schivava ogni
allusione ad un passato lontano.
Di lì a mezz’ora, scendemmo anche noi in giardino. Il nome era pomposo:
in realtà, non si trattava che d’un piccolo appezzamento di terra
chiuso per tre parti da muri, con una pergola che in quella stagione
dell’anno era senza foglie e con qualche aiuola ch’era senza fiori.
Comunque sia, quel po’ d’aria libera aveva servito a dissipar l’ultime
nubi dalla fronte dell’Ofelia, e prima ancora di vederla noi fummo
gradevolmente sorpresi dal suono delle sue risate argentine. Tenuta
a mano dalla signora Agnese, ella sedeva sul dorso di Tom e battendo
i piedini sul fianco del paziente quadrupede e gridando hop, hop,
si faceva condurre in giro per i sentieri che serpeggiavano intorno
alle aiuole. A ogni svolta ella rischiava di perder l’equilibrio e
s’aggrappava più forte alla sua guida e abbandonava la sua testina
bionda sul testone nero del cane fedele. Quelli erano i momenti della
massima ilarità. I riccioli d’oro le svolazzavano sulle tempie, un bel
colore di rosa le tingeva le guancie, e balenava ne’ suoi occhi sereni
e vibrava da tutte le sue tenere membra la voluttà della vita. _Hop,
hop!_ Ell’avrebbe continuato la sua cavalcata chi sa fino a quando,
tanto più che Tom non si stancava di portarla, nè la signora Agnese
si stancava di reggerla. Cosicchè suo padre che veniva a troncare
il suo divertimento non ebbe a rallegrarsi di troppo lusinghiere
accoglienze. Se prima aveva voluto andarsene, adesso voleva restare....
voleva restare con Tom e con _aunt Agnes_. La chiamava _aunt_, zia. La
_zia_ Agnese (per darle il titolo che le dava la bimba) intercedette
anch’ella in suo favore. Perchè l’Ofelia non poteva rimaner fino a
sera? Già il capitano aveva le sue faccende; che gusto ci trovava a
condur la figliuola in giro dai negozianti o dai sensali di noleggio?
Venisse a prenderla sul tardi, seppur non preferiva che la gli si
riaccompagnasse a bordo. O che non si fidava?
Durante quest’ultima parte della discussione l’Ofelia s’era ammutolita.
Seduta ai piedi della signora Agnese, ell’aveva posato il capo sulle
ginocchia di lei e vinta dalla stanchezza aveva chiusi gli occhi.
— Vede, — disse Master Atkinson, — a quest’ora mia figlia dovrebbe già
fare il suo sonnellino d’ogni giorno.... Sta per addormentarsi.
— Ma è bell’e addormentata, — esclamò con qualche maraviglia la signora
Agnese chinandosi sulla piccina. — Come si fa presto a quell’età!...
Non son due minuti che rideva, scherzava.... e adesso è con gli
angeli.... Adesso poi non gliela do neanche per idea, — ella ripigliò
in tono deciso. — Si figuri.... romperle il sonno.... costringerla a
tenersi ritta, a camminare.... No, no, la metterò a letto io stessa.
E nel dir questo se la prese in collo delicatamente senza svegliarla.
Il capitano era titubante. Gli dispiaceva recare un così gran disturbo;
inoltre non sapeva che impressione potesse fare all’Ofelia, nell’aprir
gli occhi, il trovarsi fuori della sua cabina, il non vedere il suo
babbo....
— Forse Master Atkinson ha ragione, — notò il signor Roberto che fino
allora non aveva pronunziato una parola sull’argomento. — I fanciulli
sono nervosi....
— E gli uomini non intendono nulla di certe cose, — replicò la signora
Agnese con una vivacità un po’ acre. — M’impegno io a calmar l’Ofelia
allorchè si desti.... Tutt’al più, per maggior precauzione, potrebbe
restare anche Tom.
A forza d’insistenza la signora Agnese ebbe causa vinta, e uscì
trionfante portandosi in camera sua la bambina che dormiva d’un sonno
tranquillo e profondo. Tom era rimasto alquanto perplesso, malcontento
di queste novità, desideroso di tornare sul suo bastimento, ma poco
disposto a tornarvi senza la sua inseparabile compagna. Alla fine
ubbidì agli ordini perentori del capitano, e col muso basso e la coda
fra le gambe seguì la sua padroncina.
Tutta questa scena aveva visibilmente conturbato il signor Roberto,
ed egli non me ne fece mistero. Non avrebbe condotta sua moglie a
visitare il _King Arthur_, mi disse, se avesse supposto di trovare a
bordo l’interessante orfanella. In fatto di bimbi, l’Agnese, che aveva
pure un sano criterio, andava soggetta a degl’impeti irriflessivi. Ora
li sfuggiva con affettazione, ora se ne appassionava fuor di misura. E
il peggio era appunto quando se ne appassionava. Se si fosse limitata
ad accoglierli con piacere, a voler averne spesso qualcheduno intorno
a sè, poichè il ciclo, fino allora almeno, gliene aveva negati de’
suoi, sarebbe stata una vera fortuna. Ed egli l’avrebbe assecondata
di tutto cuore. Era tanto lieto di vederla lieta. Ma le esagerazioni
lo sgomentavano. È sempre fatale il dimenticare la realtà delle cose.
È inutile; dei figli altrui non si poteva disporre come se fossero
propri; poteva accadere che dovessero allontanarsi temporaneamente,
che dovessero cambiar domicilio, ed egli sapeva per esperienza quante
lacrime e quanti singhiozzi costasse a sua moglie il rinunziare a
ognuno di questi sogni di maternità. Adesso quell’infatuazione per
l’inglesina sarebbe finita con una delle solite crisi. Di lì a un paio
di settimane, alla partenza del _King Arthur_, l’Agnese avrebbe sentito
più che mai il vuoto della casa, sarebbe ripiombata nella tristezza e
nello scoraggiamento.
In mezzo a queste savie riflessioni si capiva però che al signor
Roberto non bastava l’animo di opporsi in modo risoluto alle fantasie
della donna ch’egli adorava. E io che in principio lo tacciavo di
debolezza non tardai a spiegarmi la sua condotta. Ho anzi un rimorso;
di non aver contribuito a renderlo più pieghevole in un momento
decisivo e solenne.
Senza volerlo e senz’avvedermene io entravo nell’intimità della
famiglia. Nei dì successivi a quello in cui il principale m’aveva
rivelato le sue apprensioni, ebbi a trovarmi parecchie volte con la
signora Agnese che aveva persuaso il capitano Atkinson a lasciarle
ogni giorno per qualche ora l’Ofelia e che affidava a me l’incarico di
ricondurla a bordo quando non poteva accompagnarla lei stessa o quando
il padre non poteva venirla a prendere.
Qual cambiamento nella signora Agnese! Non serbava la minima traccia
di quell’alterigia che i miei colleghi le rimproveravano ad una voce;
non aveva più quell’aria tra uggita e sprezzante che io pure avevo
notata in lei; era affabile, espansiva, sempre dolce di modi, spesso
col sorriso sul labbro. Ed ella era la prima a riconoscere questa
sua trasformazione, e ne dava il merito all’Ofelia. — È così buona, —
diceva, — che si diventa buoni a starle insieme. Già i bambini sono una
gran benedizione del cielo.... È incomprensibile che ci sia della gente
che non li può soffrire, o che tutt’al più li tollera come una molestia
necessaria.... Ah se non ci fossero, sarebbe pur triste il mondo!
Non duravo fatica a darle ragione.
Ed ella seguitava: — Anche a lei, Ceriani, piacciono i bambini....
Si vede subito.... E non è mai sprecato l’affetto che si ha per
loro.... Li dicono interessati, egoisti.... Non è vero.... Son
meglio di noi grandi.... Noi altri invece ripaghiamo spesso l’amore
con l’indifferenza, l’indifferenza con l’amore.... A loro ciò non
accade.... Essi amano chi li ama.... L’Ofelia le vuol bene, sa?
Di tratto in tratto la signora Agnese sospirava: — Se avessi avuto
figliuoli...!
Un giorno mi arrischiai a dirle! — Ne avrà.... È tanto giovine.
Ella tentennò tristamente il capo e i suoi occhi s’inumidirono.
Io assistevo a un dramma domestico, a un dramma semplice e toccante,
quantunque non vi fosse in gioco nessuna di quelle che si ha
l’abitudine di chiamar forti passioni. Non l’adulterio con le sue
febbri, non la gelosia co’ suoi furori, non l’ambizione con le sue
inquietudini. Due persone nel fiore degli anni, certo con diversità
notevoli d’aspetto e di carattere, ma tutte e due sane di corpo, e
con un gran fondo di rettitudine morale, due persone che s’erano unite
sotto gli auspici più lieti a cui un capriccio della sorte avvelenava
resistenza! Nella moglie un istinto esagerato della maternità che
le rendeva incomportabile il non aver prole; nel marito, che pur si
sarebbe rassegnato a questa sventura, un cruccio, un rodimento continuo
di saper infelice una sposa per la quale egli avrebbe versato fin
l’ultima goccia del proprio sangue, un’acuta mortificazione di sentirla
sempre più fredda, più riluttante fra le sue braccia di mano in mano
che s’affievoliva la speranza di ciò che agli occhi di lei nobilitava
l’amore.
Altri particolari non ricercati, non chiesti, ma sorpresi facilmente
sulle labbra di questo o di quello contribuivano a illuminarmi sullo
stato delle cose. Si alludeva a consulti medici fatti sino dal secondo
anno di matrimonio e ripetuti poi, a cure contradditorie qua e là, ora
certi bagni, ora certe acque, ora la doccia, o il ferro, o l’arsenico.
E io mi figuravo la signora Agnese, lei così poetica, così riservata
nei modi, me la figuravo sottoposta a interrogatorî delicatissimi,
offesa ne’ suoi pudori più intimi senza che il sacrifizio approdasse
a nulla. Qual maraviglia che l’amore non fosse sopravvissuto a queste
prove dolorose, o che almeno esso ne fosse uscito col germe di qualche
male organico ed insanabile?
— Sicuro, — mi diceva il dottor Gandolfi, medico dei Prosperi, —
sicuro, quella che i moralisti chiamano psicologia ha sempre una base
fisiologica. — Ed egli soggiungeva che quest’era veramente un caso
singolare. A nessuno dei due coniugi si poteva imputare la sterilità
del matrimonio. C’erano novanta probabilità su cento che il marito
avesse avuto figliuoli da un’altra moglie e la moglie ne avesse avuti
da un altro marito. A questo punto il dottore ch’era un uomo di manica
larga si divertiva a sciorinar delle teorie molto ardite e a citar dei
versi d’un poeta latino sugli effetti benefici di certi strappi alla
fede coniugale. — Guai però a chi osasse tener questi discorsi alla
signora Agnese! — egli si affrettava a concludere.
Fatto si è che comprendendo le pene, le delusioni della signora Agnese,
vedevo anch’io che era una crudeltà l’insidiarle i suoi pochi momenti
di gioia.
Adesso ell’era beata nella compagnia della gentile Ofelia. A poco a
poco era riuscita a tenersela seco dalla mattina alla sera, la colmava
di regali, la conduceva in gondola, a passeggio, tirandosi dietro,
che già s’intende, l’inseparabile cane di Terranuova. Se il capitano
Atkinson faceva qualche osservazione, ella gli dava sulla voce. —
Non sia cattivo, si tratta di pochi giorni. — E intanto lo invitava
spessissimo a colazione e a pranzo.
— Curioso tipo quella Prosperi, — dicevano i pettegoli di caffè.
— Sempre con quella bambina cascata dalle nuvole! E co’ suoi gusti
aristocratici, col suo fare schizzinoso, ha per unici commensali un
capitano mercantile e un semplice commesso.
Il commesso ero io. Quando c’era l’Ofelia, la signora Agnese mi
tratteneva sovente a desinare.
Una mattina ella mi pregò di fissarle un’ora dal fotografo. Voleva far
fare un gruppo dell’Ofelia e di Tom. Ma badassi di non parlare della
cosa nè con suo marito, nè con Master Atkinson, nè con altri. Doveva
essere un’improvvisata.
Poche sere dopo, a tavola, il capitano trovò sotto il tovagliuolo
una copia della bellissima fotografia, e fu una gradita sorpresa.
La signora Agnese magnificò la discrezione dell’Ofelia. Una bimba di
quell’età, non essersi lasciata scappare una parola! Era un prodigio.
E in un impeto di tenerezza si alzò dalla seggiola e andò ad abbracciar
la fanciulla. Nel tornar al suo posto aveva le lacrime agli occhi;
Prosperi, inquieto, non sapeva staccar lo sguardo da lei.
Gli è che l’idillio s’avvicinava alla fine. Eravamo al mercoledì e la
partenza del _King Arthur_ era stabilita per sabato.
Ora la sera di quello stesso mercoledì, mentre il capitano Atkinson
stava per accommiatarsi, la signora Agnese, stringendogli forte la
mano, gli disse con una certa esaltazione: — Quanto durerà il suo
viaggio, fra andata e ritorno?
— Non più di cinque mesi, spero.
— Ebbene, vuol fare una bella cosa?... Affidi a noi l’Ofelia per questi
cinque mesi....
— Ma, Agnese.... — interruppe il signor Roberto. — come puoi domandare
a Master George di privarsi della sua figliuola?
— Oh lo sa anche lui che non potrà condurla sempre in giro pel mondo....
— Appunto per questo la vorrà seco adesso, — replicò Prosperi, —
evidentemente infastidito dal ghiribizzo saltato in capo a sua moglie.
La signora Agnese insistette. — Non lo si sforza mica. Sentiamo quel
che ne pensa lui.... lui e l’Ofelia.
S’era chinata sulla bimba per agganciarle i bottoni del soprabitino e
le susurrava in tono carezzevole: — Non è vero, Ofelia, che resteresti
volentieri con la zia Agnese?
Per l’Ofelia il restar con la zia Agnese significava andar a spasso
ogni giorno, far baldoria con Tom in giardino, aver sempre nuovi
balocchi da ammirare e da rompere, tutte cose piene di attrattive per
lei. Ma l’idea di separarsi per un pezzo dal padre non entrava nella
sua testolina, ed ella espresse ingenuamente il suo pensiero: — Con la
zia Agnese, col babbo e con Tom.
Il capitano Atkinson frattanto ringraziava la signora Prosperi
dell’ospitalità ch’ella offriva all’Ofelia.... L’avrebbe affidata a lei
come a una seconda mamma.... e avrebbe viaggiato sicuro, tranquillo,
anche per qualche anno di seguito.... In quel momento però temeva che
quella compagnia gli fosse necessaria.... Non s’era rimesso ancora dal
dolore per la perdita della moglie, e la sua unica consolazione era
quella di aver presso di sè la soave creaturina che nella voce, nei
lineamenti gli ricordava la sua povera morta.
Parlava commosso, agitato, cercando con gli occhi l’Ofelia di cui la
signora Agnese era sempre occupata ad agganciare i bottoni con mano
incerta e febbrile.
Forse la bimba sentì quello sguardo appassionato che l’avvolgeva; fatto
si è ch’ella si staccò dolcemente dalla zia, dicendo: — Lascia finire
al babbo: ha più pratica....
La signora Agnese vedeva svanire il suo sogno.
— Capisco, — ella balbettò in risposta a Master Atkinson, — capisco....
Ma non mi dia subito una negativa assoluta.... Rifletta fino a
domani.... La notte porta consiglio.
Ella diceva così, ma in fondo non sperava più nulla.
E quando il capitano e l’Ofelia furono usciti ella si abbandonò sulla
poltrona, con la faccia rivolta verso la spalliera e si mise a piangere
dirottamente.
A me parve delicato di lasciar soli marito e moglie e mi dileguai in
silenzio.