E in quel giorno e nei giorni successivi ci fu a tutte l’ore un gran
viavai a casa Teofoli. Venivano i colleghi e i discepoli; venivano
gli amici e i semplici conoscenti; venivano, o mandavano, anche gli
estranei che tenevano in pregio l’ingegno e la dottrina del professore.
Alcuni privilegiati, o intimi realmente, o creduti tali dalla signora
Pasqua, erano lasciati salir le scale e fatti passar nella camera
da studio ch’era attigua alla camera da letto, e di dove potevano,
essendo aperto dì e notte l’uscio di comunicazione tra le due stanze,
scambiare con l’infermo uno sguardo, un gesto, una parola. Così,
nonostante il divieto dei dottori, egli vedeva spesso qualcheduno, o
colleghi, o studenti, o il rettore dell’Università, o il conservatore
dell’Archivio, o il prefetto della Biblioteca, ecc., ecc. E quand’essi
s’affacciavano alla soglia, egli, senz’alzar la testa dai guanciali,
chiamava a sè ora questo, ora quello, mormorava un ringraziamento,
chiedeva un’informazione. Una sera notò la presenza del conte Ermansi,
gli fece segno di avvicinarsi, lo pregò di salutar la contessa e di
assicurarla che la sua prima visita, quando uscisse di casa, sarebbe
per lei. Era manifesto che o non credeva o simulava di non credere alla
gravità del suo stato. Si sarebbe detto piuttosto ch’egli riteneva di
attraversare una crisi benefica dopo la quale il vecchio uomo sarebbe
risorto. E ch’egli aiutasse questa risurrezione con uno sforzo della
volontà si capiva anche dallo studio con cui schivava di alludere ai
casi e alle persone che avevano avuto una parte prominente negli ultimi
mesi della sua esistenza. Un’unica volta domandò alla signora Pasqua se
i Serlati si fossero fatti vivi.
— Sì, sì, mandano il servitore, — borbottò la donna con mala grazia. —
Avrebbero dovuto venir loro, mi sembra.
E la signora Pasqua si mostrava disposta a continuare su questo tuono,
ma Teofoli si voltò sul fianco per tentar di dormire, ciò che non
gli riusciva da quando s’era messo a letto, tormentato com’era da
un’ambascia ribelle a tutte le cure.
A ogni modo chi non badava che alle apparenze, chi lo vedeva conservar
la sua mente lucidissima, chi lo sentiva far mille disegni per
l’avvenire non sapeva capacitarsi ch’egli fosse in gran burrasca.
I medici invece tentennavano il capo sfiduciati. E alla fine della
settimana uno di loro, il professore Astigiano, accennò all’opportunità
di avvertir la sola parente stretta che Teofoli avesse, la sorella
maritata a Roma.
La signora Pasqua che, nonostante le sue molte singolarità, era uno
spirito equanime, propendeva pel sì; Frusti e Dalla Volpe, i due
amici più assidui al letto dell’ammalato, propendevano pel no. —
Una donna?.... — essi brontolavano. — Che cosa può far di bene una
donna?... Una sorella della quale Teofoli non parla mai?... Se l’avesse
desiderata l’avrebbe chiesta.
— E perchè non interrogare in proposito lui stesso?... — notò
giudiziosamente qualcuno.
Qui sorsero in gran copia i _ma_, i _se_, i _forse_.... Ma era poi
savio consiglio l’interrogarlo?... Se il toccar questo tasto lo
mettesse in apprensione?... _Forse_ si faceva peggio.
Mentre si discuteva, il maggior foglio locale, _La Specula,_ annunziava
nella sua cronaca con accento contrito che da circa una settimana
l’illustre professore Clemente Teofoli, decoro della Università
cittadina, decoro degli studi italiani, _guardava il letto per non
lieve malore_. Naturalmente al triste annunzio tenevano dietro i più
fervidi auguri di sollecita guarigione. L’articoletto di cronaca aveva
un poscritto del seguente tenore: — “Al momento di porre in macchina
veniamo assicurati esservi un sensibile miglioramento nelle condizioni
dell’insigne uomo. Aumenta quindi la speranza di salvare una vita
preziosa agli studi e alla patria.„
In seguito a questo articolo, riprodotto subito dai giornali più
diffusi della penisola, capitarono il domani a casa Teofoli parecchi
dispacci da varie parti d’Italia, e uno fra gli altri da Roma, della
sorella, che domandava pronte e particolareggiate notizie.
Il telegramma arrivò appunto quando i due medici, Astigiani e Barelli,
uscivano insieme dalla camera del paziente, e la risposta da inviarsi a
Roma fu combinata da Frusti e Dalla Volpe d’accordo con loro. Essa era
tale da lasciar ben poche illusioni a chi sapesse legger fra le righe.
In fatti il _sensibile miglioramento_ indicato dalla _Specula_ non
esisteva che nella fantasia del cronista. Anzichè migliorare, le cose
precipitavano al peggio. La paralisi polmonare accennava ad estendersi
dal lato sinistro al destro, gli attacchi al cuore divenivano più
frequenti, le forze scemavano, s’offuscava l’intelligenza. C’erano
momenti in cui l’ammalato non riusciva nè a connetter le idee, nè a
riconoscere le persone.
Nella notte successiva la febbre si esacerbò e cominciò il delirio.
Teofoli parlava della sua opera sulla origine delle religioni, dei
materiali che aveva raccolti e che gli permettevano di consegnare
all’editore il primo volume entro un mese e il secondo entro l’anno.
Poi, come se il libro fosse già stampato, passava in rassegna i
probabili giudizi dei critici, discuteva con dialettica maravigliosa
le obbiezioni di un avversario ipotetico. Sulle sue labbra si
avvicendavano date, nomi d’autori, citazioni in lingue diverse; pareva
di assistere allo scoppio d’un magazzino di fuochi d’artifizio. Ma
di tratto in tratto la sua fisonomia si contraeva spasmodicamente;
un pensiero che non si riferiva a’ suoi studi gli attraversava lo
spirito, un nome che non aveva nulla da far co’ suoi libri e co’ suoi
autori gli saliva alla bocca: — _Giorgina, Giorgina._ — Non l’aveva
dunque dimenticata? E quando, dopo uno sforzo per alzar la testa
dai guanciali, ricadeva esausto, e le sue pupille vitree, sbarrate
si volgevano ostinatamente verso l’uscio aperto della sua camera da
studio, guardava forse soltanto alla sua biblioteca di cui non avrebbe
più toccato i volumi, alla sua tavola da lavoro di cui non avrebbe più
mosso le carte? O non c’era ne’ suoi occhi l’ansietà dolorosa di chi
aspetta qualcheduno che non verrà?
No, la Giorgina, s’è lei ch’egli aspetta, non verrà. Forse il suo
primo impulso sarebbe stato di venire, perchè di cuore non è cattiva,
perchè nutre una certa amicizia per Teofoli, quantunque gli abbia fatto
tanto male (cosa ch’ella non sospetta nemmeno), ma in risposta a una
sua allusione in proposito il conte Ercole le disse: — Non conviene
che tu vada sola, specialmente dopo quella tua bambinata che diede
da discorrere oltre al bisogno. T’accompagnerò io al primo momento di
libertà. — Ed ella replicò con inusata mansuetudine: — Come vuoi. — Per
disgrazia il conte era occupatissimo a cercare una nuova pariglia pel
suo _landau_ e non aveva in quei giorni un minuto disponibile. Anche
la contessa era tanto tanto occupata.... a riposarsi dalle fatiche
del carnovale e a prepararsi alle penitenze della quaresima.... Però
ell’aveva dato ordine espresso a uno dei servi di passare ogni mattina
dal professore, e, quel che più importa, quando il servo tornava dalla
sua spedizione, ell’aveva l’abitudine non troppo comune di star a
sentire ciò ch’egli le riferiva. Anzi un paio di volte ella esclamò: —
Povero Teofoli! Quanto mi dispiace!
Il bello si è che pel solo dubbio d’incontrar la Serlati non si recava
da Teofoli nemmeno la Ermansi, la quale avrebbe pur voluto portare il
suo perdono in _extremis_ all’amico che l’aveva offesa, ferita nel
suo amor proprio, posposta ad una civetta. Le due donne erano ormai
nemiche mortali, e la Ermansi parlando della Giorgina, diceva: — In
società devo subirla; se la trovassi in casa del professore temo che mi
dimenticherei d’essere una dama. — Ora, a essere una dama la contessa
ci teneva troppo per non sfuggir tutte le occasioni che potevano
farla discendere al grado di pedina. Rinunciò quindi al suo magnanimo
proposito affidando al conte marito l’ufficio di sostituirla.
In luogo della Serlati e della Ermansi, all’ultimo momento e quando
l’infermo aveva già perduto i sensi e non ravvisava nessuno, giunse
la sorella Teofoli da Roma. Era una signora magra, stecchita, dalla
fisonomia impassibile, d’un’età che non si sarebbe potuta determinare
a prima vista. In realtà aveva dieci o dodici anni meno del fratello
che studiava all’estero mentr’ella era fanciulla, che, per le necessità
della sua carriera, era rimasto lontano anche dopo, e col quale ella
non aveva nè analogia di gusti, nè consuetudine di vita, nè frequenza
di relazioni epistolari. L’imminente catastrofe la lasciava fredda;
mostrava appena quel tanto di dolore ch’era voluto dalle convenienze;
aveva piuttosto l’aria dell’erede che volgendo in giro lo sguardo
valuta, così a un dipresso, gli oggetti destinati a divenire in
breve sua proprietà. In fondo, di tutte le persone che in quell’ora
suprema s’affollavano nella casa, ell’era la meno afflitta, la meno
commossa; e verso quelle persone ella provava un sentimento difficile
a definirsi, un misto di stizza e di soggezione; le parevano intrusi,
e nel medesimo tempo una voce le diceva che l’intrusa era lei, lei che
del fratello non aveva curato la gloria, lei che ne ignorava i trionfi
e le debolezze. Pure, intrusa o no, poichè la parentela le dava una
larva di padronanza, ella si affrettò a far prevalere la sua volontà
in un soggetto delicatissimo. Tepida credente, ma ligia alle forme,
ma convinta della santità d’una massima che il suo consorte, impiegato
superiore al Demanio, amava spesso ripetere: _bisogna far sempre quello
che fa la maggioranza_; ella si scandalizzò altamente che Teofoli
si fosse ridotto a quel punto senz’adempiere alle pratiche di buon
cattolico. Che poi egli fosse vissuto sempre fuori d’ogni religione
positiva, che avesse ne’ suoi scritti e ne’ suoi discorsi sostenuto
dottrine razionaliste erano piccolezze che alla brava signora non
importavano affatto; le importava soltanto ch’egli uscisse dal mondo,
per dir così, _con le sue carte in regola_. Mandò quindi lì per lì a
chiamare un prete. Costui, un po’ per sincero zelo religioso, un po’
per il vanto di ricondurre in grembo alla Chiesa l’illustre professore
Teofoli, accorse subito, e non fu colpa sua se mentr’egli saliva le
scale l’illustre professore Teofoli esalava l’estremo sospiro. Però
la Curia fu di manica larga, tenne conto al morto del buon volere
manifestato da chi rappresentava la famiglia e si mostrò ben lieta di
accompagnarlo con le sue preghiere e di avvolgerlo nello sue pompe.
Alcuni arricciavano il naso, protestavano contro questa specie di
violenza postuma usata ad un uomo di cui erano notissime le opinioni,
e Dalla Volpe in particolare schizzava veleno pensando che la cosa
_avrebbe fatto piacere a sua moglie_. Ma già conveniva piegare il capo,
perchè in mancanza di qualsiasi disposizione del defunto non c’era
chi avesse diritto di opporsi all’autorità della sorella. Del resto,
anche molti indifferenti, molti scettici davano ragione a lei; dicevano
ch’ell’aveva fatto benissimo, che non c’è il prezzo dell’opera a
singolarizzarsi per questioni di forma, e che i funerali religiosi sono
più belli dei funerali civili.