XVIII.

Un pallido sole d’inverno illumina lo studio del professore Teofoli,

ove s’affollano, in quella fredda mattina di febbraio, i colleghi, gli

amici, i discepoli, tutti vestiti a bruno, tutti tristi e compunti,

alcuni con le lacrime agli occhi. Gl’intimissimi, quelli che si sentono

abbastanza sicuri de’ propri nervi, entrano un istante nella camera

attigua, danno un silenzioso saluto al defunto, composto nella bara

non ancora chiusa, irrigidito, non sformato però dalla morte, anzi

con un’espressione calma, serena, tranquillamente meditativa che

la sua fisonomia aveva perduto già da gran tempo. Forse egli aveva

finito col vincere la sua battaglia, con lo scacciar da sè le immagini

lusinghiere, le illusioni fallaci, forse, com’egli voleva, il vecchio

uomo era risorto.... Ma non c’era risorto che per morire.

Nello studio regna il disordine pieno di vita delle stanze abitate

fino a ieri; libri dappertutto; negli scaffali, sulla tavola, sulle

sedie; giornali sparsi qua e là alla rinfusa; quaderni ammonticchiati;

fogli manoscritti interrotti a metà di una linea, a metà di una parola

come per una chiamata urgente, improvvisa. E il tagliacarte d’avorio

fra una pagina e l’altra d’un nuovo volume, e il calamaio aperto

con gli orli ancora gocciolanti d’inchiostro, e la penna gettata

negligentemente sul calamaio e aspettante d’esser ripresa dalla

mano che l’ha deposta. Pendono dalla parete le solite fotografie di

celebri italiani e stranieri. Pendono e guardano. Videro per anni e

anni, dall’alba a notte inoltrata, il professore Teofoli intento nei

suoi lavori, ora esaltato dalla febbre della creazione, ora assorto

nelle minuzie dell’indagine, ora lieto, ora mesto, di quella gioia

vereconda, di quella mestizia pacata ch’è propria di chi ha un unico

amore, la scienza. E per anni e anni videro, soltanto in nome della

scienza, aprirsi le porte del santuario, e udirono suonar solo di

dispute scientifiche il luogo quieto e raccolto. Ma videro anche più

tardi sulla fronte pensosa del filosofo scender l’ombra di una cura

nuova e diversa, lo videro meno assiduo all’opera, meno paziente

nella ricerca, meno sollecito verso coloro che venivano ad attingere

alla ricca fonte della sua dottrina. Sin che un giorno, in quel fido

asilo di studi, irruppe un gaio folletto in cappellino color marrone,

pelliccia e manicotto, scompigliò i libri e le carte, spargendo intorno

a sè profumi acuti e sorrisi inebbrianti e promesse inadempiute di

arcane dolcezze. Sorrisero forse anch’essi gli illustri uomini pendenti

in effigie dalla parete, ma il professore Teofoli non sorrise più, non

trovò più conforto, non ebbe più pace. E adesso gl’illustri uomini

guardano s’egli esca dalla sua camera ov’entrò una mattina livido e

sfatto, se riprenda con animo sereno le sue occupazioni.

Sì certo ch’egli escirà dalla sua camera. N’esce chiuso fra

quattr’assi, sulle spalle di otto giovani della facoltà di lettere

che non vollero cedere a mani mercenarie l’onore di portare almeno

fino alla chiesa il loro diletto maestro. Attraversa un’ultima volta

lo studio, attraversa l’andito ove la signora Pasqua si stempera in

pianto, fa una breve sosta giù nel vestibolo terreno per lasciare che

si formi il corteo. A un dato segnale, la musica cittadina apre la

marcia intuonando funebri salmodie; subito dopo, la scolaresca coi

bidelli in gran tenuta e il gonfalone dell’Università velato a bruno, e

varie Associazioni con le rispettive bandiere. Poi viene il clero della

parrocchia, poi il feretro ch’è coperto di ghirlande e i cui cordoni

sono tenuti dal rettore dell’Università, dal sindaco, dal consigliere

delegato di Prefettura, dal presidente dell’Istituto di scienze e

da quattro professori tra i quali Frusti e Dalla Volpe. Seguono in

massa gli altri colleghi del corpo insegnante, compresi quelli che

non costumano di far lezione, e dietro a loro rappresentanze d’ogni

specie e cittadini d’ogni ordine, senza contare i semplici curiosi,

senza contare lo stuolo delle vanità che assistono ai funerali nella

speranza di veder citati i loro nomi dai fogli. Il corteggio passa in

mezzo a una doppia fila di popolo rispettoso; si parla del morto, se

ne ricordano le abitudini semplici, se ne lodano i modi gentili. — Un

così brav’uomo, e così privo di boria, — dice qualcuno. Indi corre per

le bocche la leggenda della contessa. — Era vero che una donna, una

_contessa_ gli aveva fatto girar la testa? Era vero che per seguirla di

qua e di là egli s’era rovinato la salute? — Ma sì, ma sì, era vero,

verissimo. E la contessa era quella Serlati ch’era venuta ad abitar

la città nell’inverno, e che si vedeva dappertutto. — Una bellezza!

— Questo sì.... Ma che civetta! — E poi così giovine!... Come mai il

professore Teofoli non ha capito che quello non era pane per i suoi

denti?

In chiesa c’è già una cinquantina di persone, nomini e signore, che

aspettano. Fra gli uomini il marchese di Montalto, mister Gilbert

che s’è fatto male a un piede e cammina a fatica, Monsieur de la Rue

Blanche ch’è appena tornato da una gita a Firenze; fra le signore,

oltre a parecchie mogli di professori, la Ermansi, la Roncagli, le

due Gilbert, zia e nipote, la tanto nominata Serlati. La Ermansi,

sinceramente afflitta per la perdita dell’antico frequentatore

del suo salotto, slancia occhiate velenose alla Serlati alla quale

ella attribuisce la colpa della catastrofe; dal canto suo, la bella

Giorgina, le mille miglia lontana dal sentirsi rea del delitto di

cui la si accusa, rimane impassibile sotto i fulmini della matura

contessa ed esamina attentamente miss Gilbert, la sola donna che

potrebbe rivaleggiare con lei. Ella conchiude però di non aver nulla da

temere nemmeno da miss Gilbert, ch’è troppo magra e non sa vestirsi,

mentr’ella, la Serlati, ha anche oggi una _toilette_ da lutto che le

sta a pennello.

Queste considerazioni sono interrotte dall’arrivo del funerale. E

durante tutta la cerimonia il contegno della Serlati è ammirabile.

Ella non sbadiglia, non chiacchiera con le vicine, non consulta troppo

spesso l’orologio; bensì, a un certo punto, non potendone più dal

caldo prodotto dalla gente e dai lumi, alza il velo che le nascondeva

la faccia. Nessuno ha l’obbligo di morir soffocato. Allora, non c’è

che dire, quegli uomini, giovani e vecchi, si turbano, si distraggono;

una fiamma passa nei loro occhi, un fremito agita le loro membra, una

parola si forma loro sulle labbra, una parola non pronunziata ma che

la Giorgina sente lo stesso: — Bella, bella! — Soltanto Frusti e Volpe

conservano un atteggiamento di fiera protesta. E quando il feretro è

portato fuori di chiesa, issato sul carro funebre che lo condurrà al

cimitero, passando per l’Università ove si pronunzieranno i discorsi,

Frusti arringa con piglio iracondo un gruppo di scolari intenti a

guardare estatici la Serlati che monta in carrozza. — Non vi curate

delle femmine, disgraziati che siete. La migliore di esse, e quella

lì è una delle peggio, non merita da noi il sacrifizio d’un’ora, d’un

pensiero.... Ogni minuto che diamo alla donna è tolto alla nostra pace,

alla nostra salute, a quelle pure e schiette gioie intellettuali che

valgono più di tutti i baci d’una sirena.

Mediocremente persuasi di questa sentenza, gli studenti sorridono sotto

i baffi.

Ma il Rettore, ch’è un uomo di molto buon senso, posa la mano sulla

spalla del focoso collega. — Via, via, Frusti, lasciate che i giovani

sian giovani.... In certe materie, credetelo, gli studenti hanno

maggior competenza dei professori....

— Bravo, — replica ironico lo storico di Carlo V e Francesco I,

— difendete anche voi il cosidetto sesso debole.... Mi sembra che

l’esempio del povero Teofoli....

— L’esempio del povero Teofoli non calza, — interrompe il Rettore.

— Teofoli ha avuto il torto, o la disgrazia, d’innamorarsi a

cinquant’anni passati; e d’innamorarsi d’una persona che non gli

conveniva sotto nessun rapporto. Era una cosa fatta fuori di tempo e

fuori di posto, e le cose fatte fuori di tempo e fuori di posto non

possono andare che male.

Forse queste semplici e savie parole riassumono tutta la filosofia del

nostro racconto.

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