Un pallido sole d’inverno illumina lo studio del professore Teofoli,
ove s’affollano, in quella fredda mattina di febbraio, i colleghi, gli
amici, i discepoli, tutti vestiti a bruno, tutti tristi e compunti,
alcuni con le lacrime agli occhi. Gl’intimissimi, quelli che si sentono
abbastanza sicuri de’ propri nervi, entrano un istante nella camera
attigua, danno un silenzioso saluto al defunto, composto nella bara
non ancora chiusa, irrigidito, non sformato però dalla morte, anzi
con un’espressione calma, serena, tranquillamente meditativa che
la sua fisonomia aveva perduto già da gran tempo. Forse egli aveva
finito col vincere la sua battaglia, con lo scacciar da sè le immagini
lusinghiere, le illusioni fallaci, forse, com’egli voleva, il vecchio
uomo era risorto.... Ma non c’era risorto che per morire.
Nello studio regna il disordine pieno di vita delle stanze abitate
fino a ieri; libri dappertutto; negli scaffali, sulla tavola, sulle
sedie; giornali sparsi qua e là alla rinfusa; quaderni ammonticchiati;
fogli manoscritti interrotti a metà di una linea, a metà di una parola
come per una chiamata urgente, improvvisa. E il tagliacarte d’avorio
fra una pagina e l’altra d’un nuovo volume, e il calamaio aperto
con gli orli ancora gocciolanti d’inchiostro, e la penna gettata
negligentemente sul calamaio e aspettante d’esser ripresa dalla
mano che l’ha deposta. Pendono dalla parete le solite fotografie di
celebri italiani e stranieri. Pendono e guardano. Videro per anni e
anni, dall’alba a notte inoltrata, il professore Teofoli intento nei
suoi lavori, ora esaltato dalla febbre della creazione, ora assorto
nelle minuzie dell’indagine, ora lieto, ora mesto, di quella gioia
vereconda, di quella mestizia pacata ch’è propria di chi ha un unico
amore, la scienza. E per anni e anni videro, soltanto in nome della
scienza, aprirsi le porte del santuario, e udirono suonar solo di
dispute scientifiche il luogo quieto e raccolto. Ma videro anche più
tardi sulla fronte pensosa del filosofo scender l’ombra di una cura
nuova e diversa, lo videro meno assiduo all’opera, meno paziente
nella ricerca, meno sollecito verso coloro che venivano ad attingere
alla ricca fonte della sua dottrina. Sin che un giorno, in quel fido
asilo di studi, irruppe un gaio folletto in cappellino color marrone,
pelliccia e manicotto, scompigliò i libri e le carte, spargendo intorno
a sè profumi acuti e sorrisi inebbrianti e promesse inadempiute di
arcane dolcezze. Sorrisero forse anch’essi gli illustri uomini pendenti
in effigie dalla parete, ma il professore Teofoli non sorrise più, non
trovò più conforto, non ebbe più pace. E adesso gl’illustri uomini
guardano s’egli esca dalla sua camera ov’entrò una mattina livido e
sfatto, se riprenda con animo sereno le sue occupazioni.
Sì certo ch’egli escirà dalla sua camera. N’esce chiuso fra
quattr’assi, sulle spalle di otto giovani della facoltà di lettere
che non vollero cedere a mani mercenarie l’onore di portare almeno
fino alla chiesa il loro diletto maestro. Attraversa un’ultima volta
lo studio, attraversa l’andito ove la signora Pasqua si stempera in
pianto, fa una breve sosta giù nel vestibolo terreno per lasciare che
si formi il corteo. A un dato segnale, la musica cittadina apre la
marcia intuonando funebri salmodie; subito dopo, la scolaresca coi
bidelli in gran tenuta e il gonfalone dell’Università velato a bruno, e
varie Associazioni con le rispettive bandiere. Poi viene il clero della
parrocchia, poi il feretro ch’è coperto di ghirlande e i cui cordoni
sono tenuti dal rettore dell’Università, dal sindaco, dal consigliere
delegato di Prefettura, dal presidente dell’Istituto di scienze e
da quattro professori tra i quali Frusti e Dalla Volpe. Seguono in
massa gli altri colleghi del corpo insegnante, compresi quelli che
non costumano di far lezione, e dietro a loro rappresentanze d’ogni
specie e cittadini d’ogni ordine, senza contare i semplici curiosi,
senza contare lo stuolo delle vanità che assistono ai funerali nella
speranza di veder citati i loro nomi dai fogli. Il corteggio passa in
mezzo a una doppia fila di popolo rispettoso; si parla del morto, se
ne ricordano le abitudini semplici, se ne lodano i modi gentili. — Un
così brav’uomo, e così privo di boria, — dice qualcuno. Indi corre per
le bocche la leggenda della contessa. — Era vero che una donna, una
_contessa_ gli aveva fatto girar la testa? Era vero che per seguirla di
qua e di là egli s’era rovinato la salute? — Ma sì, ma sì, era vero,
verissimo. E la contessa era quella Serlati ch’era venuta ad abitar
la città nell’inverno, e che si vedeva dappertutto. — Una bellezza!
— Questo sì.... Ma che civetta! — E poi così giovine!... Come mai il
professore Teofoli non ha capito che quello non era pane per i suoi
denti?
In chiesa c’è già una cinquantina di persone, nomini e signore, che
aspettano. Fra gli uomini il marchese di Montalto, mister Gilbert
che s’è fatto male a un piede e cammina a fatica, Monsieur de la Rue
Blanche ch’è appena tornato da una gita a Firenze; fra le signore,
oltre a parecchie mogli di professori, la Ermansi, la Roncagli, le
due Gilbert, zia e nipote, la tanto nominata Serlati. La Ermansi,
sinceramente afflitta per la perdita dell’antico frequentatore
del suo salotto, slancia occhiate velenose alla Serlati alla quale
ella attribuisce la colpa della catastrofe; dal canto suo, la bella
Giorgina, le mille miglia lontana dal sentirsi rea del delitto di
cui la si accusa, rimane impassibile sotto i fulmini della matura
contessa ed esamina attentamente miss Gilbert, la sola donna che
potrebbe rivaleggiare con lei. Ella conchiude però di non aver nulla da
temere nemmeno da miss Gilbert, ch’è troppo magra e non sa vestirsi,
mentr’ella, la Serlati, ha anche oggi una _toilette_ da lutto che le
sta a pennello.
Queste considerazioni sono interrotte dall’arrivo del funerale. E
durante tutta la cerimonia il contegno della Serlati è ammirabile.
Ella non sbadiglia, non chiacchiera con le vicine, non consulta troppo
spesso l’orologio; bensì, a un certo punto, non potendone più dal
caldo prodotto dalla gente e dai lumi, alza il velo che le nascondeva
la faccia. Nessuno ha l’obbligo di morir soffocato. Allora, non c’è
che dire, quegli uomini, giovani e vecchi, si turbano, si distraggono;
una fiamma passa nei loro occhi, un fremito agita le loro membra, una
parola si forma loro sulle labbra, una parola non pronunziata ma che
la Giorgina sente lo stesso: — Bella, bella! — Soltanto Frusti e Volpe
conservano un atteggiamento di fiera protesta. E quando il feretro è
portato fuori di chiesa, issato sul carro funebre che lo condurrà al
cimitero, passando per l’Università ove si pronunzieranno i discorsi,
Frusti arringa con piglio iracondo un gruppo di scolari intenti a
guardare estatici la Serlati che monta in carrozza. — Non vi curate
delle femmine, disgraziati che siete. La migliore di esse, e quella
lì è una delle peggio, non merita da noi il sacrifizio d’un’ora, d’un
pensiero.... Ogni minuto che diamo alla donna è tolto alla nostra pace,
alla nostra salute, a quelle pure e schiette gioie intellettuali che
valgono più di tutti i baci d’una sirena.
Mediocremente persuasi di questa sentenza, gli studenti sorridono sotto
i baffi.
Ma il Rettore, ch’è un uomo di molto buon senso, posa la mano sulla
spalla del focoso collega. — Via, via, Frusti, lasciate che i giovani
sian giovani.... In certe materie, credetelo, gli studenti hanno
maggior competenza dei professori....
— Bravo, — replica ironico lo storico di Carlo V e Francesco I,
— difendete anche voi il cosidetto sesso debole.... Mi sembra che
l’esempio del povero Teofoli....
— L’esempio del povero Teofoli non calza, — interrompe il Rettore.
— Teofoli ha avuto il torto, o la disgrazia, d’innamorarsi a
cinquant’anni passati; e d’innamorarsi d’una persona che non gli
conveniva sotto nessun rapporto. Era una cosa fatta fuori di tempo e
fuori di posto, e le cose fatte fuori di tempo e fuori di posto non
possono andare che male.
Forse queste semplici e savie parole riassumono tutta la filosofia del
nostro racconto.