Ormai tutti quelli che non avevano intenzione di assistere al
_cotillon_ lasciavano la festa.
Ai nomi sonori slanciati nella strada a voce alta dal guardaportone,
le carrozze signorili entravano a una a una nell’atrio, si fermavano
ai piedi della scala, accoglievano fra i morbidi guanciali e le
soffici coperte di lana i padroni imbacuccati nelle loro pelliccie,
e da quell’ambiente di luce e di tepore uscivano fuori nella burrasca
invernale.
Quando toccò il turno del professore, il guardaportone gli chiese il
suo nome.
— Chiamate il numero del fiacre, 174. È più sicuro, — disse il
professore.
Il maestoso personaggio aggrottò alquanto le ciglia, e come se lo sue
labbra si rifiutassero a così umile ufficio confidò quel miserabile
numero a un suo dipendente che andò a gridarlo di malavoglia. — Il
fiacre numero 174.
A compenso delle orecchie delicate offese da questo suono, il
guardaportone in persona fece, subito dopo, echeggiar l’aria di alcune
note superbe: — La carrozza del duca Ferrando della Torre Merlata.
Lo stuolo dei lacchè tirò un sospiro di soddisfazione. Questi son nomi!
Sebbene il fiacre numero 174 dovesse aver la precedenza sulla carrozza
del duca Ferrando della Torre Merlata, accadde tutto l’opposto, essendo
troppo giusto che il signor duca e la signora duchessa non pigliassero
freddo nemmeno per un minuto secondo. Il fiaccheraio, vedendosi passato
in seconda linea, si permise due o tre frasi poco parlamentari che
scandalizzarono il nobile servidorame. — È gente che non ha educazione
— notò con gravità uno della marmaglia.
— In queste case bisognerebbe venire per lo meno con legni di rimessa,
— soggiunse un altro.
E un terzo, più aristocratico, sentenziò: — Il meglio sarebbe non
invitare chi non ha equipaggio proprio.
Checchè ne sia, il professor Teofoli fu alla fine, bene o male,
insaccato nella sua vettura.
— Avanti, — disse uno dei domestici dei Gilbert chiudendo rumorosamente
lo sportello.
Avanti nella neve, avanti nel freddo e nel buio. Nella neve che
picchiava con un suono metallico sui vetri dei finestrini, nel freddo
che penetrava attraverso tutte le commessure, nel buio rotto appena dal
raggio fioco e tremolante dei due lampioni del fiacre. La città dormiva
avvolta nel suo lenzuolo bianco; non un’imposta, non un negozio aperto,
non un pedone nella via o sotto i portici; solo di tratto in tratto
qualche carrozza a due cavalli, proveniente anch’essa dal palazzo
Gilbert, oltrepassava in silenzio il modesto veicolo del professore.
Il valentuomo era in preda a una sonnolenza affannosa che gli faceva
appoggiar la testa ora da un lato ora dall’altro della vettura senza
quietarsi mai interamente, ma che aveva il vantaggio inestimabile di
smorzar in lui le impressioni di quella notte sciagurata. Delle cose
viste ed udite gli restava come una fantasmagoria confusa, come una
risonanza lontana; gli restava un vago ricordo, non troppo acerbo però,
di qualche torto patito, di qualche pena sofferta. E provava insieme
una gran maraviglia d’essersi trovato in mezzo a quel frastuono, a
quel chiasso, un desiderio intenso di solitudine e di raccoglimento,
un’impazienza vivissima d’esser di nuovo nel suo studio, in mezzo a’
suoi manoscritti e a’ suoi libri.
Allorchè il fiacre si fermò dinanzi alla porta della sua casa il
professore uscì bruscamente da quello stato di dormiveglia e sentì
per un momento ridestarsi nell’animo la rabbia, la mortificazione,
l’angoscia che lo avevano straziato a gara durante la festa. Ma non fu
che un momento. Una sofferenza fisica acuta distrasse la sua attenzione
dalle sofferenze morali. Appena sceso di carrozza s’accorse che durava
fatica a tenersi ritto; una puntura assidua alla parte sinistra del
petto gli toglieva il respiro; aveva un cerchio alla testa, un’arsura
alla gola, una gravezza fastidiosa a tutte le membra. Nondimeno,
senza chiamare la signora Pasqua che non lo aspettava mai alzata la
notte, egli potè accendere il lume, salir il breve tratto di scala
che conduceva al suo quartierino, entrar nella sua camera e mettersi
a letto. Ma invece di averne sollievo si sentì peggio. Gli cresceva
l’ambascia, il dolor di capo, la sete inappagata, rabbiosa. La coltrice
gli pareva irta di spine, le coperte gli pesavano come se avesse
addosso una montagna: aveva negli occhi, anche dopo spenta la candela,
un barbaglio molesto, aveva negli orecchi un ronzìo come di qualche
insetto che vi fosse prigioniero.
Era giunto a casa verso le quattro; alle sei non ne potè più e suonò il
campanello.
Al vederlo col petto ansante, col volto acceso, con le pupille
stralunate, la signora Pasqua congiunse le mani ed esclamò: — Vergine
santissima, che cos’ha?
— Sto poco bene; credo d’aver la febbre, — rispose il professore con
voce fioca.
La signora Pasqua che pretendeva d’intendersene gli tastò il polso. —
Altro che febbre! Un febbrone.
Poi, pentita della sua franchezza brutale, soggiunse: — Non sarà
nulla.... Sarà un’effimera.... Avrà preso del freddo uscendo da quella
festa.... Là, figuriamoci, sarà stata una fornace. E quando non si è
usi a certi strapazzi.... Se avesse dato retta a me....
— Sì, sì, avrei fatto molto meglio.... Non mi ci vedono mai più in quei
posti.... mai più.
La docilità insolita del professore sconcertò la signora Pasqua. — O
pover’uomo! — ella pensò. — Dev’essere proprio a mal partito se mi dà
ragione così....
E poichè era preparata a discutere rimase per qualche istante senza
parola, accomodando i guanciali sotto il capo dell’ammalato.
— Perchè non suonar subito? — ella disse finalmente.
— Speravo d’addormentarmi.... Ma non c’è stato verso.... Fatemi
aver del ghiaccio.... E appena vien Fedele mandatelo dal professore
Astigiano, il mio medico.... Dev’essere in città.... E se non c’è lui,
da Barelli, l’altro mio collega, che sta in piazza Vittorio Emanuele a
fianco del Caffè d’Italia.
Teofoli parlava a stento, interrotto da frequenti colpi di tosse.
— È un raffreddore, un gran raffreddore, — ripigliò la signora
Pasqua. — Non si sforzi a discorrere. Cerchi di sudare piuttosto. Dal
professore Astigiano andrò io in persona. Fedele non sarà qui che dopo
le otto.... Ma non si dia pensiero, non lo lascerò mica solo. Pregherò
la portinaia di salire per una mezz’ora. E se le occorre qualcosa, tiri
il campanello....
— Va bene.... Ma del ghiaccio, mi raccomando.
— Prenderò anche del ghiaccio.... quantunque, secondo me, un sudorifero
farebbe più al caso.... Basta, verrà il medico.
Di medici, anzichè uno, ne vennero due, prima il Barelli e poi
l’Astigiano che non era a casa quando la signora Pasqua andò a
chiamarlo, ma che tornò nella mattina stessa da un consulto in
provincia e corse subito dall’amico e cliente. I due luminari della
diagnosi e della terapeutica furono d’accordo nel riconoscere la
gravità della malattia ch’era una pleuropneumonite con complicazione
cardiaca, la qual cosa dava maggior pensiero del resto e portava seco
il pericolo di soffocazione improvvisa, per sincope. E siccome la
clinica universitaria vantava nel professore Ravanetti uno specialista
per le affezioni di cuore, anche il Ravanetti fu pregato di esaminare
l’infermo, ciò ch’egli fece nella sera stessa, pronunciando un responso
identico a quello dei due onorandi colleghi.
Intanto la notizia del male violento che aveva colpito l’insigne
professore Teofoli s’era diffusa nella città e vi aveva destato una
dolorosa maraviglia. — Come? — si diceva: — Se poche ore fa era alla
festa dei Gilbert?
Allora qualcheduno notava che il professore da un pezzo non era più
lui, ch’era pallido, ch’era magro, ch’era di cattivo umore. E altri
accennavano in aria di mistero a quella sua disgraziata passione per la
Serlati, la prima origine di tutti quanti i suoi guai.
— Sarà un travaso di bile per chi sa che brutto tiro di quella civetta,
— borbottavano Frusti e Dalla Volpe.
E nel loro scetticismo non vollero, il primo giorno, nemmeno passare a
casa Teofoli ad assumervi informazioni precise.
La seconda mattina però, dopo un colloquio con l’Astigiano e col
Barelli, i due arcigni e ringhiosi personaggi si piegarono a più miti
consigli e si recarono in persona da colui che pochi mesi addietro essi
seguivano come due cani fedeli.
Teofoli mostrò di vederli con piacere, discorse loro, per quanto
glielo consentiva il respiro corto e affannoso, delle faccende
dell’Università, li invitò a tornar presto, ed espresse l’intenzione,
appena ristabilito, di riprender la vita d’un tempo, i suoi pranzetti
nell’intimità, le sue passeggiate, le sedutine in birreria.
In complesso i due professori non furono scontenti della loro visita.
— Il diavolo non sarà così brutto come si voleva farci credere, — essi
dissero alla signora Pasqua che li riaccompagnava. — E sembra almeno
che d’una delle sue malattie, della peggiore, egli sia guarito....
Quella femmina....
— Quella femmina, — proruppe con impeto la signora Pasqua, — lo ha
assassinato.... Guarito di quella malattia?... È vero, sembrerebbe che
fosse guarito. Ma non c’è da fidarsene.... E scommetterei che uscendo
di casa egli correrebbe subito dalla signora contessa.... Pur troppo,
— ella soggiunse rasciugandosi gli occhi col lembo del grembiale, — non
esce di casa, no, per adesso.... E voglia il cielo....
— Eh via....
— E pensare che se non ci fosse stata quella femmina....! — ripigliò
la signora Pasqua sfogando la sua acrimonia contro la Serlati. —
Brutta pettegola!... Lusingare un uomo come il professor Teofoli e poi
prendersi gioco di lui.... Perchè è andata così, giurerei ch’è andata
così.
— Donne, cara signora Pasqua, donne! — esclamò Frusti.
— Per questo è vero, — ella rispose. — Donne, e s’è detto molto.... Ma
che non ci sian proprio eccezioni?... Io, per poco donna che mi senta,
se avessi dato delle speranze a un uomo....
La signora Pasqua capì ch’era in procinto di dir qualche cosa di
contrario alla pudicizia e lasciò che i suoi interlocutori tirassero la
conclusione delle sue premesse.
— Già, signora Pasqua, già, — biascicarono i due professori, alquanto
stupiti che la fiera virago venisse ad ammettere implicitamente di
avere un sesso. E con questo innocuo monosillabo si accomiatarono.
Cammin facendo, l’ombroso Frusti manifestò al compagno il sospetto che
la signora Pasqua mirasse ad offrirsi al padrone come succedaneo della
contessa Serlati.
Dalla Volpe si strinse nelle spalle. — Sei pazzo? Un mostro simile?
Credi che Teofoli se ne contenterebbe?
— Eh, quando a uno si caccia nell’ossa il prurito amoroso, — replicò
Frusti, — non c’è mostro che tenga. Si comincia col cercar la bellezza,
si finisce coll’adattarsi a quel che si trova.... Beati quegli
organismi che son maschio e femmina a un tempo.... Per loro almeno la
questione è risolta.
— Sì, — rimbeccò Dalla Volpe, — sarebbe come s’io avessi mia moglie
sempre attaccata. Non ci mancherebbe altro.