XVI.

Ormai tutti quelli che non avevano intenzione di assistere al

_cotillon_ lasciavano la festa.

Ai nomi sonori slanciati nella strada a voce alta dal guardaportone,

le carrozze signorili entravano a una a una nell’atrio, si fermavano

ai piedi della scala, accoglievano fra i morbidi guanciali e le

soffici coperte di lana i padroni imbacuccati nelle loro pelliccie,

e da quell’ambiente di luce e di tepore uscivano fuori nella burrasca

invernale.

Quando toccò il turno del professore, il guardaportone gli chiese il

suo nome.

— Chiamate il numero del fiacre, 174. È più sicuro, — disse il

professore.

Il maestoso personaggio aggrottò alquanto le ciglia, e come se lo sue

labbra si rifiutassero a così umile ufficio confidò quel miserabile

numero a un suo dipendente che andò a gridarlo di malavoglia. — Il

fiacre numero 174.

A compenso delle orecchie delicate offese da questo suono, il

guardaportone in persona fece, subito dopo, echeggiar l’aria di alcune

note superbe: — La carrozza del duca Ferrando della Torre Merlata.

Lo stuolo dei lacchè tirò un sospiro di soddisfazione. Questi son nomi!

Sebbene il fiacre numero 174 dovesse aver la precedenza sulla carrozza

del duca Ferrando della Torre Merlata, accadde tutto l’opposto, essendo

troppo giusto che il signor duca e la signora duchessa non pigliassero

freddo nemmeno per un minuto secondo. Il fiaccheraio, vedendosi passato

in seconda linea, si permise due o tre frasi poco parlamentari che

scandalizzarono il nobile servidorame. — È gente che non ha educazione

— notò con gravità uno della marmaglia.

— In queste case bisognerebbe venire per lo meno con legni di rimessa,

— soggiunse un altro.

E un terzo, più aristocratico, sentenziò: — Il meglio sarebbe non

invitare chi non ha equipaggio proprio.

Checchè ne sia, il professor Teofoli fu alla fine, bene o male,

insaccato nella sua vettura.

— Avanti, — disse uno dei domestici dei Gilbert chiudendo rumorosamente

lo sportello.

Avanti nella neve, avanti nel freddo e nel buio. Nella neve che

picchiava con un suono metallico sui vetri dei finestrini, nel freddo

che penetrava attraverso tutte le commessure, nel buio rotto appena dal

raggio fioco e tremolante dei due lampioni del fiacre. La città dormiva

avvolta nel suo lenzuolo bianco; non un’imposta, non un negozio aperto,

non un pedone nella via o sotto i portici; solo di tratto in tratto

qualche carrozza a due cavalli, proveniente anch’essa dal palazzo

Gilbert, oltrepassava in silenzio il modesto veicolo del professore.

Il valentuomo era in preda a una sonnolenza affannosa che gli faceva

appoggiar la testa ora da un lato ora dall’altro della vettura senza

quietarsi mai interamente, ma che aveva il vantaggio inestimabile di

smorzar in lui le impressioni di quella notte sciagurata. Delle cose

viste ed udite gli restava come una fantasmagoria confusa, come una

risonanza lontana; gli restava un vago ricordo, non troppo acerbo però,

di qualche torto patito, di qualche pena sofferta. E provava insieme

una gran maraviglia d’essersi trovato in mezzo a quel frastuono, a

quel chiasso, un desiderio intenso di solitudine e di raccoglimento,

un’impazienza vivissima d’esser di nuovo nel suo studio, in mezzo a’

suoi manoscritti e a’ suoi libri.

Allorchè il fiacre si fermò dinanzi alla porta della sua casa il

professore uscì bruscamente da quello stato di dormiveglia e sentì

per un momento ridestarsi nell’animo la rabbia, la mortificazione,

l’angoscia che lo avevano straziato a gara durante la festa. Ma non fu

che un momento. Una sofferenza fisica acuta distrasse la sua attenzione

dalle sofferenze morali. Appena sceso di carrozza s’accorse che durava

fatica a tenersi ritto; una puntura assidua alla parte sinistra del

petto gli toglieva il respiro; aveva un cerchio alla testa, un’arsura

alla gola, una gravezza fastidiosa a tutte le membra. Nondimeno,

senza chiamare la signora Pasqua che non lo aspettava mai alzata la

notte, egli potè accendere il lume, salir il breve tratto di scala

che conduceva al suo quartierino, entrar nella sua camera e mettersi

a letto. Ma invece di averne sollievo si sentì peggio. Gli cresceva

l’ambascia, il dolor di capo, la sete inappagata, rabbiosa. La coltrice

gli pareva irta di spine, le coperte gli pesavano come se avesse

addosso una montagna: aveva negli occhi, anche dopo spenta la candela,

un barbaglio molesto, aveva negli orecchi un ronzìo come di qualche

insetto che vi fosse prigioniero.

Era giunto a casa verso le quattro; alle sei non ne potè più e suonò il

campanello.

Al vederlo col petto ansante, col volto acceso, con le pupille

stralunate, la signora Pasqua congiunse le mani ed esclamò: — Vergine

santissima, che cos’ha?

— Sto poco bene; credo d’aver la febbre, — rispose il professore con

voce fioca.

La signora Pasqua che pretendeva d’intendersene gli tastò il polso. —

Altro che febbre! Un febbrone.

Poi, pentita della sua franchezza brutale, soggiunse: — Non sarà

nulla.... Sarà un’effimera.... Avrà preso del freddo uscendo da quella

festa.... Là, figuriamoci, sarà stata una fornace. E quando non si è

usi a certi strapazzi.... Se avesse dato retta a me....

— Sì, sì, avrei fatto molto meglio.... Non mi ci vedono mai più in quei

posti.... mai più.

La docilità insolita del professore sconcertò la signora Pasqua. — O

pover’uomo! — ella pensò. — Dev’essere proprio a mal partito se mi dà

ragione così....

E poichè era preparata a discutere rimase per qualche istante senza

parola, accomodando i guanciali sotto il capo dell’ammalato.

— Perchè non suonar subito? — ella disse finalmente.

— Speravo d’addormentarmi.... Ma non c’è stato verso.... Fatemi

aver del ghiaccio.... E appena vien Fedele mandatelo dal professore

Astigiano, il mio medico.... Dev’essere in città.... E se non c’è lui,

da Barelli, l’altro mio collega, che sta in piazza Vittorio Emanuele a

fianco del Caffè d’Italia.

Teofoli parlava a stento, interrotto da frequenti colpi di tosse.

— È un raffreddore, un gran raffreddore, — ripigliò la signora

Pasqua. — Non si sforzi a discorrere. Cerchi di sudare piuttosto. Dal

professore Astigiano andrò io in persona. Fedele non sarà qui che dopo

le otto.... Ma non si dia pensiero, non lo lascerò mica solo. Pregherò

la portinaia di salire per una mezz’ora. E se le occorre qualcosa, tiri

il campanello....

— Va bene.... Ma del ghiaccio, mi raccomando.

— Prenderò anche del ghiaccio.... quantunque, secondo me, un sudorifero

farebbe più al caso.... Basta, verrà il medico.

Di medici, anzichè uno, ne vennero due, prima il Barelli e poi

l’Astigiano che non era a casa quando la signora Pasqua andò a

chiamarlo, ma che tornò nella mattina stessa da un consulto in

provincia e corse subito dall’amico e cliente. I due luminari della

diagnosi e della terapeutica furono d’accordo nel riconoscere la

gravità della malattia ch’era una pleuropneumonite con complicazione

cardiaca, la qual cosa dava maggior pensiero del resto e portava seco

il pericolo di soffocazione improvvisa, per sincope. E siccome la

clinica universitaria vantava nel professore Ravanetti uno specialista

per le affezioni di cuore, anche il Ravanetti fu pregato di esaminare

l’infermo, ciò ch’egli fece nella sera stessa, pronunciando un responso

identico a quello dei due onorandi colleghi.

Intanto la notizia del male violento che aveva colpito l’insigne

professore Teofoli s’era diffusa nella città e vi aveva destato una

dolorosa maraviglia. — Come? — si diceva: — Se poche ore fa era alla

festa dei Gilbert?

Allora qualcheduno notava che il professore da un pezzo non era più

lui, ch’era pallido, ch’era magro, ch’era di cattivo umore. E altri

accennavano in aria di mistero a quella sua disgraziata passione per la

Serlati, la prima origine di tutti quanti i suoi guai.

— Sarà un travaso di bile per chi sa che brutto tiro di quella civetta,

— borbottavano Frusti e Dalla Volpe.

E nel loro scetticismo non vollero, il primo giorno, nemmeno passare a

casa Teofoli ad assumervi informazioni precise.

La seconda mattina però, dopo un colloquio con l’Astigiano e col

Barelli, i due arcigni e ringhiosi personaggi si piegarono a più miti

consigli e si recarono in persona da colui che pochi mesi addietro essi

seguivano come due cani fedeli.

Teofoli mostrò di vederli con piacere, discorse loro, per quanto

glielo consentiva il respiro corto e affannoso, delle faccende

dell’Università, li invitò a tornar presto, ed espresse l’intenzione,

appena ristabilito, di riprender la vita d’un tempo, i suoi pranzetti

nell’intimità, le sue passeggiate, le sedutine in birreria.

In complesso i due professori non furono scontenti della loro visita.

— Il diavolo non sarà così brutto come si voleva farci credere, — essi

dissero alla signora Pasqua che li riaccompagnava. — E sembra almeno

che d’una delle sue malattie, della peggiore, egli sia guarito....

Quella femmina....

— Quella femmina, — proruppe con impeto la signora Pasqua, — lo ha

assassinato.... Guarito di quella malattia?... È vero, sembrerebbe che

fosse guarito. Ma non c’è da fidarsene.... E scommetterei che uscendo

di casa egli correrebbe subito dalla signora contessa.... Pur troppo,

— ella soggiunse rasciugandosi gli occhi col lembo del grembiale, — non

esce di casa, no, per adesso.... E voglia il cielo....

— Eh via....

— E pensare che se non ci fosse stata quella femmina....! — ripigliò

la signora Pasqua sfogando la sua acrimonia contro la Serlati. —

Brutta pettegola!... Lusingare un uomo come il professor Teofoli e poi

prendersi gioco di lui.... Perchè è andata così, giurerei ch’è andata

così.

— Donne, cara signora Pasqua, donne! — esclamò Frusti.

— Per questo è vero, — ella rispose. — Donne, e s’è detto molto.... Ma

che non ci sian proprio eccezioni?... Io, per poco donna che mi senta,

se avessi dato delle speranze a un uomo....

La signora Pasqua capì ch’era in procinto di dir qualche cosa di

contrario alla pudicizia e lasciò che i suoi interlocutori tirassero la

conclusione delle sue premesse.

— Già, signora Pasqua, già, — biascicarono i due professori, alquanto

stupiti che la fiera virago venisse ad ammettere implicitamente di

avere un sesso. E con questo innocuo monosillabo si accomiatarono.

Cammin facendo, l’ombroso Frusti manifestò al compagno il sospetto che

la signora Pasqua mirasse ad offrirsi al padrone come succedaneo della

contessa Serlati.

Dalla Volpe si strinse nelle spalle. — Sei pazzo? Un mostro simile?

Credi che Teofoli se ne contenterebbe?

— Eh, quando a uno si caccia nell’ossa il prurito amoroso, — replicò

Frusti, — non c’è mostro che tenga. Si comincia col cercar la bellezza,

si finisce coll’adattarsi a quel che si trova.... Beati quegli

organismi che son maschio e femmina a un tempo.... Per loro almeno la

questione è risolta.

— Sì, — rimbeccò Dalla Volpe, — sarebbe come s’io avessi mia moglie

sempre attaccata. Non ci mancherebbe altro.

Prima di partire · 第 25 / 60 题