Col dire che non era _roba per lui_, quella signora che Teofoli
conosceva superficialmente aveva detto una gran verità, e il povero
professore nell’ubbidire all’ordine della contessa somigliava a chi si
getta a capofitto nell’acqua senza saper nuotare. Più basso di statura,
meno largo di spalle, meno forte di gomiti, meno robusto di polmoni
della maggior parte di quelli che s’addensavano intorno al banco, egli
non riesciva nè a cacciarsi innanzi nè a far sentire il suo disperato
appello. — Un _consommé_! Un _consommé_! — Nè s’avvedeva intanto che
Montalto il quale s’era impuntato a servir lui la contessa, stendendo
le suo lunghe braccia al disopra delle spalle d’un amico indulgente,
otteneva la desiderata tazza di brodo e la portava come trofeo alla
donna del suo cuore.
Sulle prime la Giorgina lo rimproverò. — Che insistenza è la vostra,
Montalto? Sapete che ho dato l’incarico al professore.
Le sue compagne si misero a ridere. — Sei matta ad aver questi
scrupoli?... Chi primo arriva primo alloggia.... E poi stai fresca se
aspetti il tuo professore....
— Voi altre però, — riprese la contessa, — avete più pazienza coi
vostri cavalieri.
— Eh.... se indugiassero troppo ricorreremmo anche noi a Montalto....
Non è vero, Montalto, che servirebbe anche noi.... s’intende dopo la
contessa Serlati?
— Si figurino.... Con tutto il piacere.
Queste eccellenti ragioni vinsero la perplessità della contessa.
Montalto, raggiante, le susurrò una parola di tenero ringraziamento e
si slanciò di nuovo nel fitto della mischia.
Uno a uno gli eleganti giovinotti si presentavano alle loro dame chi
con un piatto, chi con una bottiglia, ultimo comparve il professore con
la sua tazza di _consommé_.
— Tardi, tardi, Teofoli — disse l’adorabile marchesa di Pompadour con
accento di sincero rammarico. — Avevo proprio bisogno d’una goccia di
brodo, me l’hanno offerto e l’ho preso.
— Ha fatto bene, — rispose il professore a denti stretti. — A ogni modo
potrebbe prendere anche questa tazza....
— Ah no, grazie.... Mi basta.... Piuttosto cercate d’aver
qualcos’altro.... della lingua, del salmone, del pasticcio di
Strasburgo.... quello che vi si dà insomma.
— Sì, sì, professore, — gridò la Del Viale, una leggiadra brunetta in
costume di maga che sedeva a sinistra della Serlati, — ci porti del
pasticcio di Strasburgo.
— E del salmone in abbondanza, — soggiunse la Binasco, una madama
Recamier che pareva in camicia.
— Badi a me sola, — ripigliò la Serlati, — se no, non ne viene più a
capo.
E quando Teofoli si fu allontanato per ritentar la difficile impresa,
ella si rivolse alle amiche: — Non ci mancavate che voi per fargli
perdere la bussola.
— Vorresti aver tu questo privilegio? — dissero le altre. — Li
accaparri tutti gli uomini, di tutte le specie, di tutte l’età....
nobili e borghesi, dotti e ignoranti, giovani e vecchi;... non ti
vergogni?... Ecco, noi ti ruberemo il tuo professore.
Era chiaro che in quei cervelli leggeri era entrata l’idea di
burlarsi del disgraziato Teofoli. La Serlati resisteva ancora, ma
resisteva fiaccamente. Non poteva permettere che le si attribuisse
una inclinazione seria pel professore. E poi il caldo ed il vino
cominciavano a salirle alla testa.
Al banco crescevano la confusione e lo strepito, e i camerieri non
sapevano più da che parte voltarsi, sconcertati dallo spettacolo di
quelle cento braccia che s’agitavano in aria, quali per consegnare,
quali per ricevere un piatto, storditi dal frastuono di quei cento
ordini che si accavallavano, per così dire, l’uno sull’altro, nelle
diverse lingue europee, con le diverse inflessioni di voci, imperiose,
persuasive, supplichevoli.
— Del salmone....
— Prego, del pasticcio di Strasburgo.
— E questo prosciutto viene o non viene?
— Fate il piacere, del fagiano, per due signore....
— Una bottiglia di Bordeaux, presto.
I vari postulanti si guardavano in cagnesco, frenando a stento la
voglia di scambiarsi dei vituperi, di cacciarsi a calci fuori della
sala. Bastava sentire in che modo secco, rabbioso fossero pronunciati
quei _pardon, pardon_, che per un resto d’educazione accompagnavano
gli spintoni e le gomitate. Ma i più irritanti erano quattro o
cinque signori in _frac_ che giunti alla prima fila vi si mantenevano
imperterriti riempiendosi l’epa di tutti i cibi e di tutti i vini, e
opponendo una resistenza passiva alle preghiere, alle sollecitazioni,
ai sarcasmi, agli urti.
Quando il professore Teofoli, dopo immani fatiche, arrivò presso al
banco per riconsegnarvi la tazza di brodo che la contessa Serlati
non aveva voluto, e per farsi dare del salmone, o della lingua, o
del pasticcio di Strasburgo, egli trovò dinanzi a sè, ultimo ma non
facilmente superabile ostacolo, uno di questi pilastri mangianti e
beventi. Ed egli aveva un bel dire, nella lingua internazionale dei
salotti: — _Pardon, monsieur_ — _permettez, monsieur, un petit moment_.
— _Monsieur_, che era rimasto sordo a tante esortazioni, sarebbe
rimasto sordo anche a questa, se non avesse riconosciuto, a malgrado
dell’idioma straniero, la voce dell’illustre Teofoli. Ciò lo indusse a
fare un quarto di giro e a presentare a Teofoli il suo profilo. Era il
professore Arnaldi.
— Caro collega, — esclamò costui reso tenero ed espansivo dal vino,
— dica a me, io la faccio servir subito.... Ma ha una tazza di brodo
ancora piena.... Perchè non la beve?... Vuol riconsegnarla?... Poteva
darla a un servo qualunque o metterla su una mensola.... A ogni
modo dia qui.... Ecco.... E adesso parli, che cosa desidera?... Io
la consiglierei a provar di tutto.... Non c’è niente da buttar via,
l’assicuro.... Cominci dalla lingua affumicata.
— Ma no, — interruppe Teofoli, — non si tratta di me.... si tratta di
alcune signore....
— _Alcune_ signore?... Corbezzoli.... Si piglia di questi impicci,
caro collega?... Non la invidio davvero.... Però vada pure per le
signore.... Che cosa devo procurare per le signore?
La qualità dell’alleato non piaceva troppo a Teofoli, nè gli piaceva,
nella sua aristocrazia di professore universitario, quel titolo
di collega datogli così da un maestrucolo; tuttavia egli non si
sentiva forte abbastanza da rispinger la mano pietosa che veniva in
suo soccorso, e disse: — Poichè è tanto gentile, cerchi d’aver del
salmone.... E del pasticcio.... in due piatti.... Già più di due piatti
non si possono mica portare.
In quel momento, come per dargli una solenne smentita, il marchese
Montalto gli passava accanto portando a ignota destinazione, con la
disinvoltura d’un cameriere di trattoria, non due piatti ma quattro.
Per fortuna Teofoli non se ne accorse.
— Del salmone! Del pasticcio! — gridava Arnaldi. E sentiva il bisogno
di soggiungere a sua giustificazione: — Non per me, per delle signore.
I camerieri ubbidivano in silenzio. Solo nel guardarsi sorridevano a
fior di labbro, di quel sorriso fine, diplomatico, che riavvicina un
credenziere a un ministro plenipotenziario.
Fra i presenti corse un fremito d’indignazione.
— È un’enormità.
— Non s’è mai visto una cosa simile.
— Quelli non son uomini, son lupi, pesci cani....
— Questa volta agisce per procura, — bisbigliò qualcuno che aveva côlto
una parte del dialogo tra i due professori.
— Sarà un pretesto, — rimbeccò uno scettico.
Ma convenne arrendersi all’evidenza. Allora un bello spirito slanciò un
epigramma. — Società di mutuo soccorso fra i docenti.
Troppo occupato a tener in equilibrio i suoi due piatti, Teofoli non
badò ai sarcasmi. Se arrivava sano e salvo era un miracolo.
Egli attraversò senza peripezie la barricata umana che divideva il
banco dal resto della sala, navigò felicemente tra gli scogli dei
tavolini, delle sedie smosse, dei lunghi strascichi di velluto e di
seta, e pervenne al termine del suo viaggio, cioè al tavolino della
Serlati. Ivi però lo aspettava una dolorosa sorpresa.
Intorno a quel tavolino s’addensava un nugolo di galanti. Ne avevano,
com’è giusto, anche le tre compagne della Giorgina, ma i più erano
per lei. E, ciò ch’è peggio, fra questi c’era Montalto che appoggiato
alla spalliera della seggiola della contessa le susurrava chi sa quali
freddure, mentr’ella alzando gli occhi dal piatto e volgendo alquanto
la testa lo ascoltava con deferenza e gli offriva un frutto con la
sua bianca manina. Insomma un idillio commovente. Il tavolino, si
può immaginarsi, era pieno d’ogni ben di Dio, da sfamare non quattro
delicate signore ma una dozzina d’uomini digiuni da una settimana;
poichè tutti quei giovinotti, confidando di giungere al cuore delle
loro belle per la via del palato e dello stomaco, erano andati a gara
per recar loro le proprie offerte.
Era naturale quindi che la comparsa del professore fosse accolta con
uno scoppiettìo di frizzi mordaci.
— È il soccorso di Pisa.
— La vettura del Negri.
— Il leggendario burchiello di Padova.
— Caro amico, — disse la Giorgina, — è una fatalità, ma siete sempre in
ritardo.... Vedete quanta roba hanno già portato questi signori.
Teofoli, pallidissimo, si morse il labbro. — Però.... Io ho fatto
quanto più presto m’era possibile.... e speravo....
— Che avessi pazienza, non è vero?... Dio buono.... non conviene poi
prender le cose sulla punta della spada.... Son sere eccezionali.... Mi
dispiace che abbiate avuto tante seccature per nulla.
Ritto in mezzo a quella gioventù canzonatrice co’ suoi due piatti in
mano che non sapeva dove posare, il professore faceva una ben grama
figura.
— Mangi lei, — gli suggerì la Binasco.
— Guardi, — soggiunse la Fiorenzi, una bionda slavata che fino allora
aveva parlato pochissimo; — laggiù è rimasta libera una sedia.... La
pigli e s’accomodi vicino a me.
— O come vuoi che pigli la sedia se ha tutte le due mani impegnate? —
le chiese piano la Del Viale.
— Zitto, — rispose la Fiorenzi nello stesso tuono di voce. — Ho detto
apposta.... per confonderlo peggio.... Non vedi com’è grottesco?
Giurerei che fa qualche malanno.
La Fiorenzi aveva una reputazione bene assodata d’istinti profetici.
Ella aveva appena finito di confidare le sue previsioni alla Del Viale
che il professore con un movimento falso urtava una contessa Marziani
la quale s’era alzata allora da una tavola vicina e stava raccogliendo
la coda prolissa del suo vestito da gentildonna veneziana del secolo
scorso. Nell’urto uno dei due piatti si piegò alquanto da un lato,
e parte della gelatina che guarniva il pasticcio andò a cader sopra
l’abito della dama. Ella ebbe un ruggito da leonessa ferita e il suo
cavaliere, un alcade spagnuolo, slanciò a Teofoli insieme con uno
sguardo fulmineo un _monsieur_ che per sè non voleva dir nulla, ma
che, pel modo in cui era pronunciato, appariva gravido di minaccie
e poteva contenere anche un cartello di sfida. Guai se il professore
avesse reagito! Egli però riconosceva il suo torto e biascicò alcune
parole di scusa. Il cavaliere interrogò con gli occhi la sua dama,
pronto, non se ne dubita neanche, a lavar col sangue dell’offensore la
macchia fatta dalla gelatina al vestito di lei. Per fortuna la dama gli
accennò di smettere e la cosa terminò lì. La gentildonna veneziana e il
suo belligero campione si allontanarono maestosamente; il professore
Teofoli consegnò il suo carico malaugurato al primo domestico che gli
si parò innanzi, e si lasciò cader sfinito sopra una sedia.
Alla tavola della Serlati questa scenetta destò un’ilarità
irrefrenabile. Era quel riso che somiglia a una convulsione, che
s’alimenta da sè stesso, che fa dire a chi ne ignora la causa: — O che
son diventati matti?
Ma Teofoli non ne ignorava la causa. Egli capiva perfettamente
che quelle donnine frivole e quei zerbinotti melensi ridevano di
lui. E degli altri non gli sarebbe importato. Era il riso della
Giorgina che lo feriva al cuore, era il veder che la Giorgina si
faceva mescer lo sciampagna da Montalto, e accostava il suo calice a
quello dell’elegante marchese e gli permetteva di chinarsele addosso
sguajatamente fino quasi a sfiorarle con la bocca le spalle nude. A
un certo punto non ne potè più; ebbe uno scatto d’energia, si rizzò
in piedi d’un colpo e si mosse per andarsene da un luogo ove non
raccoglieva che umiliazioni.
— Professore, professore, — gridarono dal crocchio della contessa
Serlati. — Ma dove va? Ma venga qui.... Vogliamo fare un brindisi alla
sua salute.
— Teofoli.... via.... che furia avete? Bevete un bicchiere di
sciampagna con noi.
Era la voce della Giorgina. Ma anche quella voce rimase inascoltata.
Essa gli pareva rauca, aspra, stridula come se lo stromento si fosse
guasto, come se qualche corda se ne fosse infranta.
Uno di quei giovani gli corse dietro. In nome della contessa Serlati
e dell’altro signore, in nome di tutti lo si pregava di trattenersi
ancora un pochino, di sedere alla loro tavola.
Il professore fece un segno negativo col capo e affrettò il passo. Non
era più una partenza, era una fuga.