La sala da ballo, assai ampia e di forma regolare, pressochè
quadrata, era per tre delle sue pareti rivestita di grandi specchi
che moltiplicavano all’infinito le immagini, onde l’occhio si smarriva
in quello scintillìo di fiammelle, in quell’intrecciarsi turbinoso di
coppie che apparivano, si dileguavano, ricomparivano subitamente, ora
di qua ora di là, ora in forma concreta, e palpabile, ora come visioni
lontane e fantastiche. Del resto, con tanta folla, non si ballava che
dai più pertinaci, urtandosi di continuo coi gomiti, pestandosi i piedi
ad ogni momento, fra scuse e risatine brevi, e agitarsi di ventagli,
ed esclamazioni involontarie, e fruscìo di vesti, tutte cose che unite
insieme davano un rumore simile a quello dell’api che sciamano. Si
sarebbe detto che gli specchi rimandassero, oltre che le immagini, il
suono.
Il professore Teofoli aveva finito coll’appoggiarsi allo stipite d’un
uscio, adattandosi a ricever spintoni da quelli che s’ammontavano
dietro a lui per vedere, da quelli che uscivano, da quelli ch’entravano
e perfino dai servitori che portavano in giro i rinfreschi. Anzi uno
d’essi, dopo esser stato in procinto di rovesciare un vassoio per colpa
sua, brontolò con mala grazia: — Vogliamo star lì duri, impalati. — Era
singolare come quella sera tutti gli mancassero di riguardo. Teofoli
non aveva vanità, non aveva superbia, ma Dio buono, egli aveva pure
il convincimento di valer meglio di quattro quinti della gente ch’era
raccolta da Gilbert, era avvezzo a esser trattato con rispetto, con
deferenza. Quella sera invece non c’era un bellimbusto che non lo
squadrasse d’alto in basso con piglio di superiorità. Anche i suoi
conoscenti, gli stessi che usavano largheggiar seco in dimostrazioni
di stima, appena gli rivolgevano la parola. Passi per la Ermansi che
aveva ragioni plausibili di tenergli il broncio e che aveva risposto
con estremo sussiego al suo saluto. Ma c’era alla festa una ventina
di studenti universitari camuffati in varie foggie, giovinotti che a
scuola pendevano dalle sue labbra, volevano essere illuminati da’ suoi
consigli e dei quali non uno si degnava adesso di fermarsi a fare un
po’ di conversazione con lui. Il meno villano, un paggio Fernando della
_Partita a scacchi_, aveva buttato lì distrattamente un — buona sera,
professore, come sta? — E detto ciò per incarico di coscienza l’aveva
piantato in asso per correr dietro a un’Ofelia con la quale aveva
impegnato la seconda quadriglia.
Il modo di barattar quattro chiacchiere il nostro professore l’avrebbe
trovato sicuramente nella stanza da fumare, rifugio ordinario dei
vecchi scapoli che hanno rinunziato alla galanteria, e dei mariti
filosofi rassegnati ai decreti della Provvidenza; senonchè, egli era
inchiodato a quel posto di dove gli era concesso di veder ogni tanto
la bella Serlati. La vedeva ora a braccio dell’uno, ora a braccio
dell’altro, ballando un giro con questo e con quello, ma nei balli
figurati avendo sempre per cavaliere quell’antipatico di Montalto. Poi,
fra un ballo e l’altro ella usciva per una delle quattro porte della
sala, passava talvolta rasente a lui, accompagnata, ben s’intende,
da qualche spasimante, lo salutava con un cenno, con un sorriso, e si
perdeva via nella folla che invadeva le stanze vicine. Egli esprimeva
la tentazione di seguirla, rattenuto dal timore di farsi scorgere, di
recarle noia, e soprattutto dalla certezza di non coglierla mai sola,
di non poter mai discorrerle con libertà. E quand’ella rientrava alle
prime battute dell’orchestra, e con essa entrava un’onda di gente, una
vampata di caldo, egli era ancora appoggiato a quello stipite di marmo,
immobile come una cariatide, solo rasciugandosi macchinalmente il
sudore col fazzoletto.
Seduta presso di lui a un capo del divano che girava intorno alla sala,
e ansante e sbuffante al pari di lui, una signora forestiera di mezza
età, molto grassa, lo guardava di tratto in tratto con un’espressione
mite e benevola di donna altrettanto disposta a raccontare i propri
dolori quanto a intendere e a compatire i dolori altrui. Ella non
conosceva Teofoli che non l’era stato presentato, ma parendole ch’egli
fosse lì suo malgrado, vittima di qualche dovere domestico, cedette a
un bisogno irresistibile di sfogarsi, e lasciando da parte le cerimonie
gli disse con una cattiva pronunzia francese: — _Ah si ce n’était pour
nos enfants!_
— _Plait-il, Madame?_ — domandò il professore che non aveva capito.
Allora ella gli spiegò ch’era venuta a quella festa unicamente per
accompagnarvi le sue due ragazze e che supponeva vi fosse anche lui per
un motivo simile.... _Sans cela, mon Dieu!_...
Teofoli divenne rosso e balbettò una frase evasiva. Per fortuna la
degna signora era alquanto sorda e non voleva esser creduta tale, ciò
che la induceva ad appagarsi di qualunque risposta.
— _Ah, oui, naturellement_, — ella soggiunse. E saltando ad altro
argomento fece notare al suo vicino che in quella temperatura tropicale
sudavano persino i muri e ch’egli s’era bagnata la manica del vestito a
forza di stare appoggiato allo stipite.... Se si contentava del po’ di
posto che c’era vicino a lei.... E lealmente, coscienziosamente, ella
si ristrinse più che potè, mentr’egli per non commettere una troppo
grossa villania approfittava del non ambito favore.
Egli sedette così per alcuni minuti, rattrappito sul divano, soffocando
peggio di prima e non abbracciando più come prima con lo sguardo
l’insieme della sala. Anzi, davanti a sè, non vedeva che un gran
turbinio di veli, uno svolgersi serpentino di code, un ondeggiar di
capigliature nei ritmici movimenti del ballo. Vedeva invece alla sua
destra sullo stesso divano una serie di faccie sonnolenti e ingrugnate:
mamme sospiranti il letto e combattute fra la speranza che le loro
figliuole potessero trovare un marito e il timore ch’esse tornassero
a casa con nuovi grilli in capo; vecchie zitelle furibonde d’esser
lasciate in disparte; vecchie eleganti schiacciate dall’umiliazione
dell’insolito abbandono; fanciulle anche non goffe, non brutte, ma
smarrite in una società ove non conoscevano quasi nessuno e aventi
l’aria di naufraghi in cerca di una tavola di salvezza. Quante, quante
delusioni! E per pochi trionfi quante disfatte!
La facoltà di assurgere dalla considerazione dei fatti particolari alle
idee generali offre, per quel che dicono, qualche conforto. Essa offre
almeno un modo di distrarsi, e il nostro professore, nello studiare
il dietro scena d’una festa, sviava per un istante il pensiero dalle
sue tribolazioni e non s’accorgeva, non foss’altro che dal movimento
vertiginoso dell’orchestra, che i secondi _lanciers_ toccavano al
loro termine e che si avvicinava per lui il gran momento di porgere
il braccio alla contessa Giorgina Serlati. Poichè si sapeva che dopo i
secondi lanciers si sarebbe aperto il _buffet_.
L’improvviso cessar della musica e la confusione, che ne seguì
richiamarono Teofoli al senso della realtà. Egli si alzò di scatto,
dominando con uno sforzo della volontà un inesplicabile malessere,
stupito di non provare nessun entusiasmo, di sentirsi piuttosto simile
a chi ubbidisce a una consegna che a chi è posseduto dal fuoco sacro
delle battaglie. Durante il tempo che era stato seduto aveva perso
di vista la contessa; la scorse adesso in fondo alla sala, appoggiata
tuttavia al braccio di Montalto e cinta dalle altre coppie che avevano
ballato nel medesimo _carré_ e che parevano, uomini e donne, inchinarla
come regina. Era una dedizione universale; _bella_, dicevano con
entusiasmo gli sguardi accesi degli uomini; _bella_, dicevano con
manifesto dispetto i sorrisi forzati delle signore.
Il professore esitò. L’idea d’appressarsi al crocchio dove si trovava
la Giorgina lo atterriva addirittura. Ah se avesse potuto sguisciar
via inosservato! Probabilmente ella non lo aspettava, non si ricordava
nemmeno di lui, della promessa che gli aveva fatta; e quando pur se ne
fosse ricordata, gli sarebbe stata riconoscente di dimenticarsene in
vece sua.... E in ogni modo, non avrebb’egli sempre potuto addurre la
scusa d’un’indisposizione subitanea?
Ma non gli rimase agio di pesare il pro e il contro di questa fuga.
La contessa aveva notato la sua presenza, e rispondendo con una
scrollatina di spalle alle rimostranze e alle preghiere di Montalto lo
aveva chiamato a sè con un cenno.
Non c’era più via di scampo e Teofoli fendette la folla per avvicinarsi
alla sua tiranna.
— Ebbene, — ella gli disse staccandosi bruscamente dal suo cavaliere e
passando sotto il braccio di lui il suo braccio nudo fino all’ascella,
— perchè non eravate pronto?...
Ella si voltò a Montalto che non si risolveva ad allontanarsi, e gli
tese la mano con un — A più tardi.
Una signora in costume da _Direttorio_ susurrò dietro il ventaglio
al suo cavaliere: — Pagherei sapere che gusto ci trovi la Serlati a
mettere alla berlina quel povero professore Teofoli.
— Eh, — replicò l’interrogato; — il gusto che le donne ci trovano
sempre a far disperare gli uomini.
— La più bella della festa in compagnia del più brutto, — sghignazzò
qualcheduno.
— Sì, — soggiunse un altro, — ma la figura ridicola la fa lui.
— Montalto inghiotte tanto veleno, — notò con compiacenza una Caterina
de’ Medici che non poteva soffrire il marchesino.
— Non credere, — disse un’amica. — Se non ha rivali più formidabili di
così....
Tutta questa gente usciva in processione dalla sala da ballo,
attraversava altre quattro stanze fra cui la stanza da giuoco, e si
dirigeva al _buffet_ ch’era rimasto chiuso per una mezz’ora e adesso
si riapriva trasformato interamente d’aspetto con una ventina di
tavolini da quattro posti per ciascheduno, apparecchiati di qua dal
banco ove gl’intenditori avrebbero potuto ammirare una vera esposizione
gastronomica. Quello però non era il momento di contemplazioni
platoniche.
Come accade sempre, il _buffet_ fu preso d’assalto. S’era bensì fatta
correr la parola d’ordine che i posti a sedere, anche per le sole
signore, eran pochi, che la stanza era d’una capacità limitata e che
sarebbe stato opportuno di non venirci tutti quanti in una volta. La
grande maggioranza non s’era arresa a queste ragioni. In un attimo
i tavolini furono occupati, e dinanzi al banco si vide la scena
edificante d’una massa d’uomini urlanti, dimenantisi a guisa d’ossessi,
intenti a soverchiarsi a vicenda, quali per saziar presto le loro dame,
quali per saziar sè medesimi.
— Qua, Giorgina.... Qua, contessa, — gridarono ad una voce tre signore
chiamando alla loro tavola la bella Serlati. — C’è un posto.... Ed è
Teofoli che ti serve?
— Ma sì.
— Come vuoi che faccia? È proprio roba per lui....
— Vedremo.... Da bravo, Teofoli, procuratemi intanto una tazza di
_consommé_.