XIV.

La sala da ballo, assai ampia e di forma regolare, pressochè

quadrata, era per tre delle sue pareti rivestita di grandi specchi

che moltiplicavano all’infinito le immagini, onde l’occhio si smarriva

in quello scintillìo di fiammelle, in quell’intrecciarsi turbinoso di

coppie che apparivano, si dileguavano, ricomparivano subitamente, ora

di qua ora di là, ora in forma concreta, e palpabile, ora come visioni

lontane e fantastiche. Del resto, con tanta folla, non si ballava che

dai più pertinaci, urtandosi di continuo coi gomiti, pestandosi i piedi

ad ogni momento, fra scuse e risatine brevi, e agitarsi di ventagli,

ed esclamazioni involontarie, e fruscìo di vesti, tutte cose che unite

insieme davano un rumore simile a quello dell’api che sciamano. Si

sarebbe detto che gli specchi rimandassero, oltre che le immagini, il

suono.

Il professore Teofoli aveva finito coll’appoggiarsi allo stipite d’un

uscio, adattandosi a ricever spintoni da quelli che s’ammontavano

dietro a lui per vedere, da quelli che uscivano, da quelli ch’entravano

e perfino dai servitori che portavano in giro i rinfreschi. Anzi uno

d’essi, dopo esser stato in procinto di rovesciare un vassoio per colpa

sua, brontolò con mala grazia: — Vogliamo star lì duri, impalati. — Era

singolare come quella sera tutti gli mancassero di riguardo. Teofoli

non aveva vanità, non aveva superbia, ma Dio buono, egli aveva pure

il convincimento di valer meglio di quattro quinti della gente ch’era

raccolta da Gilbert, era avvezzo a esser trattato con rispetto, con

deferenza. Quella sera invece non c’era un bellimbusto che non lo

squadrasse d’alto in basso con piglio di superiorità. Anche i suoi

conoscenti, gli stessi che usavano largheggiar seco in dimostrazioni

di stima, appena gli rivolgevano la parola. Passi per la Ermansi che

aveva ragioni plausibili di tenergli il broncio e che aveva risposto

con estremo sussiego al suo saluto. Ma c’era alla festa una ventina

di studenti universitari camuffati in varie foggie, giovinotti che a

scuola pendevano dalle sue labbra, volevano essere illuminati da’ suoi

consigli e dei quali non uno si degnava adesso di fermarsi a fare un

po’ di conversazione con lui. Il meno villano, un paggio Fernando della

_Partita a scacchi_, aveva buttato lì distrattamente un — buona sera,

professore, come sta? — E detto ciò per incarico di coscienza l’aveva

piantato in asso per correr dietro a un’Ofelia con la quale aveva

impegnato la seconda quadriglia.

Il modo di barattar quattro chiacchiere il nostro professore l’avrebbe

trovato sicuramente nella stanza da fumare, rifugio ordinario dei

vecchi scapoli che hanno rinunziato alla galanteria, e dei mariti

filosofi rassegnati ai decreti della Provvidenza; senonchè, egli era

inchiodato a quel posto di dove gli era concesso di veder ogni tanto

la bella Serlati. La vedeva ora a braccio dell’uno, ora a braccio

dell’altro, ballando un giro con questo e con quello, ma nei balli

figurati avendo sempre per cavaliere quell’antipatico di Montalto. Poi,

fra un ballo e l’altro ella usciva per una delle quattro porte della

sala, passava talvolta rasente a lui, accompagnata, ben s’intende,

da qualche spasimante, lo salutava con un cenno, con un sorriso, e si

perdeva via nella folla che invadeva le stanze vicine. Egli esprimeva

la tentazione di seguirla, rattenuto dal timore di farsi scorgere, di

recarle noia, e soprattutto dalla certezza di non coglierla mai sola,

di non poter mai discorrerle con libertà. E quand’ella rientrava alle

prime battute dell’orchestra, e con essa entrava un’onda di gente, una

vampata di caldo, egli era ancora appoggiato a quello stipite di marmo,

immobile come una cariatide, solo rasciugandosi macchinalmente il

sudore col fazzoletto.

Seduta presso di lui a un capo del divano che girava intorno alla sala,

e ansante e sbuffante al pari di lui, una signora forestiera di mezza

età, molto grassa, lo guardava di tratto in tratto con un’espressione

mite e benevola di donna altrettanto disposta a raccontare i propri

dolori quanto a intendere e a compatire i dolori altrui. Ella non

conosceva Teofoli che non l’era stato presentato, ma parendole ch’egli

fosse lì suo malgrado, vittima di qualche dovere domestico, cedette a

un bisogno irresistibile di sfogarsi, e lasciando da parte le cerimonie

gli disse con una cattiva pronunzia francese: — _Ah si ce n’était pour

nos enfants!_

— _Plait-il, Madame?_ — domandò il professore che non aveva capito.

Allora ella gli spiegò ch’era venuta a quella festa unicamente per

accompagnarvi le sue due ragazze e che supponeva vi fosse anche lui per

un motivo simile.... _Sans cela, mon Dieu!_...

Teofoli divenne rosso e balbettò una frase evasiva. Per fortuna la

degna signora era alquanto sorda e non voleva esser creduta tale, ciò

che la induceva ad appagarsi di qualunque risposta.

— _Ah, oui, naturellement_, — ella soggiunse. E saltando ad altro

argomento fece notare al suo vicino che in quella temperatura tropicale

sudavano persino i muri e ch’egli s’era bagnata la manica del vestito a

forza di stare appoggiato allo stipite.... Se si contentava del po’ di

posto che c’era vicino a lei.... E lealmente, coscienziosamente, ella

si ristrinse più che potè, mentr’egli per non commettere una troppo

grossa villania approfittava del non ambito favore.

Egli sedette così per alcuni minuti, rattrappito sul divano, soffocando

peggio di prima e non abbracciando più come prima con lo sguardo

l’insieme della sala. Anzi, davanti a sè, non vedeva che un gran

turbinio di veli, uno svolgersi serpentino di code, un ondeggiar di

capigliature nei ritmici movimenti del ballo. Vedeva invece alla sua

destra sullo stesso divano una serie di faccie sonnolenti e ingrugnate:

mamme sospiranti il letto e combattute fra la speranza che le loro

figliuole potessero trovare un marito e il timore ch’esse tornassero

a casa con nuovi grilli in capo; vecchie zitelle furibonde d’esser

lasciate in disparte; vecchie eleganti schiacciate dall’umiliazione

dell’insolito abbandono; fanciulle anche non goffe, non brutte, ma

smarrite in una società ove non conoscevano quasi nessuno e aventi

l’aria di naufraghi in cerca di una tavola di salvezza. Quante, quante

delusioni! E per pochi trionfi quante disfatte!

La facoltà di assurgere dalla considerazione dei fatti particolari alle

idee generali offre, per quel che dicono, qualche conforto. Essa offre

almeno un modo di distrarsi, e il nostro professore, nello studiare

il dietro scena d’una festa, sviava per un istante il pensiero dalle

sue tribolazioni e non s’accorgeva, non foss’altro che dal movimento

vertiginoso dell’orchestra, che i secondi _lanciers_ toccavano al

loro termine e che si avvicinava per lui il gran momento di porgere

il braccio alla contessa Giorgina Serlati. Poichè si sapeva che dopo i

secondi lanciers si sarebbe aperto il _buffet_.

L’improvviso cessar della musica e la confusione, che ne seguì

richiamarono Teofoli al senso della realtà. Egli si alzò di scatto,

dominando con uno sforzo della volontà un inesplicabile malessere,

stupito di non provare nessun entusiasmo, di sentirsi piuttosto simile

a chi ubbidisce a una consegna che a chi è posseduto dal fuoco sacro

delle battaglie. Durante il tempo che era stato seduto aveva perso

di vista la contessa; la scorse adesso in fondo alla sala, appoggiata

tuttavia al braccio di Montalto e cinta dalle altre coppie che avevano

ballato nel medesimo _carré_ e che parevano, uomini e donne, inchinarla

come regina. Era una dedizione universale; _bella_, dicevano con

entusiasmo gli sguardi accesi degli uomini; _bella_, dicevano con

manifesto dispetto i sorrisi forzati delle signore.

Il professore esitò. L’idea d’appressarsi al crocchio dove si trovava

la Giorgina lo atterriva addirittura. Ah se avesse potuto sguisciar

via inosservato! Probabilmente ella non lo aspettava, non si ricordava

nemmeno di lui, della promessa che gli aveva fatta; e quando pur se ne

fosse ricordata, gli sarebbe stata riconoscente di dimenticarsene in

vece sua.... E in ogni modo, non avrebb’egli sempre potuto addurre la

scusa d’un’indisposizione subitanea?

Ma non gli rimase agio di pesare il pro e il contro di questa fuga.

La contessa aveva notato la sua presenza, e rispondendo con una

scrollatina di spalle alle rimostranze e alle preghiere di Montalto lo

aveva chiamato a sè con un cenno.

Non c’era più via di scampo e Teofoli fendette la folla per avvicinarsi

alla sua tiranna.

— Ebbene, — ella gli disse staccandosi bruscamente dal suo cavaliere e

passando sotto il braccio di lui il suo braccio nudo fino all’ascella,

— perchè non eravate pronto?...

Ella si voltò a Montalto che non si risolveva ad allontanarsi, e gli

tese la mano con un — A più tardi.

Una signora in costume da _Direttorio_ susurrò dietro il ventaglio

al suo cavaliere: — Pagherei sapere che gusto ci trovi la Serlati a

mettere alla berlina quel povero professore Teofoli.

— Eh, — replicò l’interrogato; — il gusto che le donne ci trovano

sempre a far disperare gli uomini.

— La più bella della festa in compagnia del più brutto, — sghignazzò

qualcheduno.

— Sì, — soggiunse un altro, — ma la figura ridicola la fa lui.

— Montalto inghiotte tanto veleno, — notò con compiacenza una Caterina

de’ Medici che non poteva soffrire il marchesino.

— Non credere, — disse un’amica. — Se non ha rivali più formidabili di

così....

Tutta questa gente usciva in processione dalla sala da ballo,

attraversava altre quattro stanze fra cui la stanza da giuoco, e si

dirigeva al _buffet_ ch’era rimasto chiuso per una mezz’ora e adesso

si riapriva trasformato interamente d’aspetto con una ventina di

tavolini da quattro posti per ciascheduno, apparecchiati di qua dal

banco ove gl’intenditori avrebbero potuto ammirare una vera esposizione

gastronomica. Quello però non era il momento di contemplazioni

platoniche.

Come accade sempre, il _buffet_ fu preso d’assalto. S’era bensì fatta

correr la parola d’ordine che i posti a sedere, anche per le sole

signore, eran pochi, che la stanza era d’una capacità limitata e che

sarebbe stato opportuno di non venirci tutti quanti in una volta. La

grande maggioranza non s’era arresa a queste ragioni. In un attimo

i tavolini furono occupati, e dinanzi al banco si vide la scena

edificante d’una massa d’uomini urlanti, dimenantisi a guisa d’ossessi,

intenti a soverchiarsi a vicenda, quali per saziar presto le loro dame,

quali per saziar sè medesimi.

— Qua, Giorgina.... Qua, contessa, — gridarono ad una voce tre signore

chiamando alla loro tavola la bella Serlati. — C’è un posto.... Ed è

Teofoli che ti serve?

— Ma sì.

— Come vuoi che faccia? È proprio roba per lui....

— Vedremo.... Da bravo, Teofoli, procuratemi intanto una tazza di

_consommé_.

Prima di partire · 第 23 / 60 题