— Per mia moglie e per i miei figliuoli, — diceva il buon professore,
prendendo a manate le confetture e riempiendosene le tasche. — È
vero che si rischia di rimetterci il _frac_.... un _frac_.... quasi
nuovo.... ma come si fa?... la famiglia porta degli obblighi.
— Adesso poi per me.
E accennava a uno dei servi di mescergli ancora un bicchiere di
_champagne frappé_, un nettare. Era il decimo ch’egli beveva.
Luini e Teofoli, per sottrarsi a questa pericolosa vicinanza, si
tirarono al capo opposto della tavola, ove cinque o sei persone posate
dei due sessi sorseggiavano tranquillamente la loro tazza di tè e
discorrevano della festa. In fondo, in un angolo, un paggio toscano del
quattrocento sbucciava un mandarino per una _walkiria_ pallida, bionda,
fantastica.
— Ecco l’età buona per questi divertimenti, — disse a voce bassa il
dottor Luini alludendo a quei due che parevano mangiarsi cogli occhi.
E soggiunse deponendo la chicchera sulla credenza: — Per me ne ho
d’avanzo.... Capisco che lei rimane, Teofoli.... È diventato un discolo
lei.... Buona notte.
— Vengo di là anch’io a dare una capatina nella sala da ballo.
— Non vuol perderne una, non vuole....
Il professore Arnaldi, un po’ allegro per lo sciampagna, gridò dietro
a Luini e a Teofoli: — Torneranno pel _buffet_ solido, spero.... Ho
saputo delle cose, delle cose.... Ci sarà del salmone fresco.... E
dei tartufi.... E del pasticcio di Strasburgo.... proprio genuino....
arrivato da Strasburgo direttamente.
— Ma! — notò il dottore mentre usciva dalla sala in compagnia del
nostro Teofoli. — Quell’uomo lì, un galantuomo, un brav’uomo, ha
trovato un mezzo infallibile per farsi ridicolo.
Teofoli non rispose. Egli aveva il vago presentimento che ci fossero
altri mezzi non meno sicuri per raggiungere il medesimo fine.