Quel sabato sera, l’ultimo sabato di carnovale, quantunque nevicasse
fitto e tirasse un vento impetuoso che spegneva i lampioni alle
cantonate, una folla tenuta indietro a fatica da due guardie municipali
s’accalcava dinanzi al palazzo dei Gilbert. Quella gente venuta per
curiosità non vedeva null’altro che le finestre illuminate del primo
piano, e le carrozze che a una a una infilavano il portone e andavano
a deporre il proprio carico a’ piedi della scala, nell’ampio cortile
coperto di vetri e adorno di piante e di fiori. Ma gli sguardi profani
non arrivavano fino all’ampio cortile, non penetravano nelle chiuse
carrozze, e solo di tratto in tratto qualcheduno che conosceva il
cocchiere, o i cavalli, o lo stemma, o il monogramma, susurrava al
vicino un nome che correva poi per tutte le bocche. E ogni nome sonoro
e ogni equipaggio di lusso provocava un bisbiglio lunghissimo, mentre
i pochi _fiacres_ che portavano alla festa gl’invitati di minor conto
erano accolti da mormorii dispregiativi e da sghignazzate. Tanto
fascino conservano, in quest’epoca di vantata democrazia, il blasone
e la ricchezza! A quei poveri diavoli che irrigiditi e fradici fino
all’ossa stavano lì esposti all’intemperie a godersi lo spettacolo
del lusso altrui parevano degni di scherno i modesti borghesi che si
recavano al signorile ritrovo senza carrozza propria e livrea.
Anche l’umile vettura che conduceva il nostro Teofoli destò l’ilarità
petulante di alcuni monelli, uno dei quali, gran frequentatore della
Corte d’Assise, gridò con voce stentorea: — Entra la Corte. — Non si sa
se offeso o lusingato dal paragone, il magro ronzino mise un piede in
fallo e fu a un pelo per cadere; le risate aumentarono, il fiaccheraio
tirò tre o quattro moccoli, e il professore, abbassando il vetro della
portiera e cacciando fuori la testa, domandò a due riprese: — Che c’è?
Che c’è?
Il cocchiere non si curò di rispondergli, ma fatto far giudizio al
cavallo con un paio di frustate entrò solennemente nell’atrio del
palazzo.
Abbarbagliato dal fulgor dei lumi e dalla varietà dei colori, e
intontito dal brulichìo della gente che saliva lo scalone insieme con
lui, il celebre professore Teofoli si trovò, quasi senz’accorgersene,
prima nel guardaroba ove un servo gli levò di dosso la pelliccia e gli
consegnò una tessera, poi su nell’appartamento di fronte ai coniugi
Gilbert che nel severo costume dei contemporanei di Washington,
fondatori della libertà americana, ricevevano gli ospiti.
Ed essi ebbero anche per Teofoli una stretta di mano espansiva e una
parola gentile, ma non poterono prestare ascolto alla sua risposta,
costretti com’erano a badare ai sopravvenienti. Allora il professore
girando gli occhi intorno notò con rammarico che in quella sala su
trenta o quaranta uomini ce n’erano appena due o tre che vestissero
la prosaica marsina, nè una rapida corsa attraverso le altre sale
gli offrì argomento di conforto. Dappertutto l’abito nero figurava
come un’isola, e una brutta isola in mezzo all’Oceano e quelli che lo
indossavano avevano l’aria di vergognarsene. Persino Monsieur de la Rue
Blanche, all’ultimo momento, s’era deciso a camuffarsi da dottore della
Sorbona, in toga e parrucca, e Teofoli se lo vide comparir dinanzi in
questa foggia a braccio d’una _dama del primo impero_, non giovine, non
bella, ma d’un’opulenza di forme che rispondeva ai gusti dell’erudito
francese. Era una contessa Aginulfo che Monsieur de la Rue Blanche
aveva conosciuto tre sere addietro dal console francese e con la quale
egli sembrava disposto a esperimentare il suo sistema _de laudace_,
_toujours de l’audace_. In fatti egli passò accanto al suo recente
amico con piglio di conquistatore e con un sorriso fatuo sul labbro che
Teofoli interpretò così: Tu languisci da mesi per una femmina che ti
canzona; io in pochi giorni farò capitolar la fortezza.
— Ah, una femmina che mi canzona, — pensava Teofoli. — Riderà bene chi
riderà ultimo. Se mi casca un’altra volta sotto le unghie, non sarò
mica tanto ingenuo....
Due compagni di sventura del professore, vale a dire due persone
che come lui erano in _frac_, gli vennero incontro sorridenti ed
espansivi. L’uno d’essi, il vecchio dottor Lumi, medico dei Gilbert,
pieno di decorazioni. — Anche lei, — gli disse, — anche lei ha ottenuto
la _dispensa_.... Sfido io.... noi uomini seri, noi uomini maturi,
metterci la maschera, via....
— Ci si trova però alquanto a disagio, — soggiunse l’altro signore,
il cavalier Forlier, consigliere di prefettura. — Siamo una minoranza
impercettibile.
— Per me, — riprese il dottor Luini, — me ne vado di qui a
un’oretta.... E lei, professore?
— Ma.... Non so.... Credo che mi tratterrò un poco di più....
Arrivederci. Voglio fare un giretto per le sale.
Era il secondo giretto che Teofoli faceva al solo ed unico scopo di
cercar la Serlati.
Ma la Serlati aveva sempre l’abitudine di arrivare fra le ultime.
Del resto, mancavano ancora parecchie fra le stelle della _high life_
cittadina.
Ciò non toglie che l’appartamento fosse ormai affollato e presentasse
uno spettacolo incantevole pel lusso degli addobbi, per lo splendore
dell’illuminazione, per lo scintillìo dei brillanti, per la bellezza
delle signore, pel largo contributo portato alla festa dai costumi di
tutti i luoghi e di tutti i tempi, dai capricci della fantasia, dalle
geniali evocazioni della letteratura e dell’arte. Qua un giovane e
colossale _higlander scozzese_ che pareva uscito da uno dei romanzi
di Walter Scott dava il braccio a una fanciulla idealmente bella,
miss Gilbert, nipote dei padroni di casa, che nell’aspetto e nel
vestire riproduceva alla perfezione il tipo della soave Evangelina di
Longfellow,
. . . . . . . in cerula gonnella,
E adorna il crin della normanna cuffia,
E le orecchie dei tremuli pendenti
Che, recati di Francia ai vecchi giorni,
Furon trasmessi poi di madre in figlia....
Più in là una Margherita biondissima, dimentica in quel momento di
Fausto, s’appoggiava con un certo abbandono a un mandarino chinese,
precedendo di pochi passi una Maria Antonietta, che improvvida
dell’avvenire, discorreva animatamente con un Enrico IV. Nel vano di
una finestra, un’altra tragica regina, Maria Stuarda, civettava in
lingua tedesca con un arabo dall’ampio e pittoresco turbante, e un
maresciallo Turenna, ritto davanti a una figlia di Madama Angot, stava
aspettando ch’ella avesse bevuto una limonata per riprender dalle sue
mani il bicchiere. E trovatori e castellane del Medio Evo, e donne
e cavalieri d’ogni età e d’ogni paese, e bizzarre personificazioni
di fiori e di piante, e albe rosee, e notti stellate passavano e
ripassavano, mentre dall’alto una musica invisibile dava il segnale
delle danze. Non si ballava però, o appena cominciato a ballare si
smetteva, tant’era la ressa della gente, tanta la curiosità che tutti
avevano di esaminarsi a vicenda.
Sulla mezzanotte, quasi contemporaneamente, arrivarono tre gruppi,
ciascuno di otto persone che furono ricevuti con grandi applausi. L’uno
di mugnai e mugnaie, era tutto composto di ragazze o di giovinetti la
cui avvenenza fresca e vivace poteva sfidare quel costume semplicissimo
e primitivo. Il secondo ed il terzo ci trasportavano in pieno secolo
decimottavo, all’epoca di Luigi XV. Otto fra pastori e pastorelle scesi
dai quadri del Watteau, e otto fra gentildonne e gentiluomini della
Corte frivola, arguta, elegante. In quest’ultimo gruppo era la Serlati,
da marchesa di Pompadour, e al fianco di lei, lindo, attillato,
con la mano sinistra sull’elsa dello spadino, il suo Montalto. Che
fascino c’era nella Serlati! E come i suoi occhi sfavillavano sotto la
parrucca incipriata! Ecco, ell’era appena giunta che già tutti quanti
gli sguardi si rivolgevano a lei e i travestimenti meglio riusciti
impallidivano al confronto del suo, e le più superbe bellezze si
vedevano per sua cagione disertate da una parte dei loro adoratori!
Ell’attraversava le sale senza imbarazzo e senza spavalderia, non
turbata, non esaltata dal fremito d’ammirazione e di desideri che
sollevava intorno a sè, ma con la sicurezza calma e serena, ma con la
facile indulgenza di chi non teme rivali.
Quale ella paresse a Teofoli non c’è bisogno di dirlo. Tutti i
superlativi del vocabolario gli salivano al labbro ed egli susurrava
fra sè: — Stupenda, celeste, divina! — Però, quanto maggiore era il
suo entusiasmo, tanto più egli sentiva la follia della sua passione,
tanto più si maravigliava seco medesimo delle parole temerarie che
aveva poco innanzi masticato fra i denti, quasi per rispondere alla
tacita canzonatura di Monsieur de la Rue Blanche. Egli esser l’amante
della contessa Giorgina Serlati! Era possibile? Non era un segno
d’aberrazione il solo averlo supposto? Eppure.... eppure egli l’amava,
su questo punto non c’era dubbio, e l’amore, nato in lui così tardi,
aveva tutta la violenza degli amori giovanili.... Sarebbe stato tanto
felice di morire per lei. Anzi, poichè questa, ragionevolmente, era
la sola felicità a cui egli potesse aspirare, il suo pensiero vi si
riposava con una specie di voluttà dolorosa.... Morire.... morire....
Intanto egli era combattuto fra il desiderio di salutar la Giorgina e
quello di dileguarsi inavvertito, di fuggir mille miglia lontano da un
luogo ov’egli appariva assurdo, ridicolo agli occhi propri.
Ma ella che lo aveva scorto in mezzo alla gente e che non voleva
perdere i suoi omaggi (a lei premeva di raccogliere persino le
briciole) gli si avvicinò con quella affabilità che le accattivava
gli animi. — O Teofoli, bisogna dunque che vi venga incontro io.... E
avete voluto far a modo vostro.... venire in _frac_. V’era così facile
indossare una toga di professore.... Avete visto il vostro amico de la
Rue Blanche?.... Quei quindici o venti _frac_ (non saranno mica di più)
sono i _punti neri_ della festa e son quasi pentita d’aver interceduto
io per ottenere questa concessione dai padroni di casa.... Non importa,
mi accompagnerete ugualmente al _buffet_.... quando sarà l’ora della
cena.... Speravate forse di esimervi dal vostro impegno? Vi leggo in
viso io il vostro tradimento....
— Oh contessa....
— Sì, sì, mi negherete che avevate una mezza intenzione d’andarvene?
— Ma.... — balbettò Teofoli, come uno scolaro côlto in fallo.
— Eh, — interpose con un sorrisetto il marchese di Montalto che faceva
da cavaliere alla contessa, — il signor professore non ha l’abitudine
di far così tardi....
— In quanto a questo, — replicò l’altro punto sul vivo, — non si dia
pensiero.... All’ora della cena sarò al mio posto.
— Bravo Teofoli, — esclamò la Serlati. — Ogni promessa è debito....
verrete a cercarmi nella sala da ballo.... Arrivederci.
E si confuse nella folla.
Era destino. Qualunque atto d’indipendenza egli volesse fare, ella era
pronta ad accorgersene, pronta a risaldar la catena che lo avvinceva a
lei.
S’era finalmente incominciato a ballare, e per quella selezione
naturale che avviene in queste occasioni gli uomini gravi e maturi si
trovavan separati dalla parte più giovine e vivace della società.
Il dottor Luini si riaccostò a Teofoli e lo prese pel braccio. — Venga
con me, professore, venga a bevere una tazza di tè; chè questo è il
vero momento di trovar la sala del _buffet_ quasi vuota.
Teofoli si lasciò condurre, più che per la tazza di tè di cui non gli
premeva punto, per _riconoscere la situazione_. Non era qui infatti
ch’egli doveva accompagnare la contessa Giorgina?
Senza esser quasi vuota, come il dottor Luini aveva previsto, la sala
del _buffet_ non era nemmeno affollata. La divideva nel senso della
sua larghezza una gran tavola ad arco dietro la parte rientrante della
quale stavano dodici camerieri in livrea; sulla tovaglia bianca di neve
erano disposti in bell’ordine vasi di fiori, trionfi di dolci, piramidi
di frutta, vassoi con ogni sorta di pasticceria, servizi di tè e di
caffè, ciotole da guazzi, gruppi di bottiglie, calici da sciampagna,
bicchieri e bicchierini di tutte le forme e misure. E pensare che il
meglio sarebbe venuto poi, quando dopo una mezz’oretta di preparazione,
il _buffet_ dolce si sarebbe trasformato in _buffet_ solido e i
conoscitori sarebbero stati chiamati a giudicar l’opera collettiva
di tre cuochi rivali pacificatisi per poco dinanzi alle medesime
casseruole!
Nell’attesa del _buffet_ solido, il professore Arnaldi, maestro
d’italiano di Miss Gilbert, faceva onore al _buffet_ dolce, ed egli
s’affrettò ad illuminare il dottor Luini e il professor Teofoli sui
meriti rispettivi delle varie paste, delle frutta, dei vini ch’egli
aveva assaggiati. Già aveva assaggiato di tutto e poteva parlare con
cognizione di causa. — Tutto è eccellente, ma provino di questo, ma
provino di quello. — E li incoraggiava con l’esempio.