XIII.

Quel sabato sera, l’ultimo sabato di carnovale, quantunque nevicasse

fitto e tirasse un vento impetuoso che spegneva i lampioni alle

cantonate, una folla tenuta indietro a fatica da due guardie municipali

s’accalcava dinanzi al palazzo dei Gilbert. Quella gente venuta per

curiosità non vedeva null’altro che le finestre illuminate del primo

piano, e le carrozze che a una a una infilavano il portone e andavano

a deporre il proprio carico a’ piedi della scala, nell’ampio cortile

coperto di vetri e adorno di piante e di fiori. Ma gli sguardi profani

non arrivavano fino all’ampio cortile, non penetravano nelle chiuse

carrozze, e solo di tratto in tratto qualcheduno che conosceva il

cocchiere, o i cavalli, o lo stemma, o il monogramma, susurrava al

vicino un nome che correva poi per tutte le bocche. E ogni nome sonoro

e ogni equipaggio di lusso provocava un bisbiglio lunghissimo, mentre

i pochi _fiacres_ che portavano alla festa gl’invitati di minor conto

erano accolti da mormorii dispregiativi e da sghignazzate. Tanto

fascino conservano, in quest’epoca di vantata democrazia, il blasone

e la ricchezza! A quei poveri diavoli che irrigiditi e fradici fino

all’ossa stavano lì esposti all’intemperie a godersi lo spettacolo

del lusso altrui parevano degni di scherno i modesti borghesi che si

recavano al signorile ritrovo senza carrozza propria e livrea.

Anche l’umile vettura che conduceva il nostro Teofoli destò l’ilarità

petulante di alcuni monelli, uno dei quali, gran frequentatore della

Corte d’Assise, gridò con voce stentorea: — Entra la Corte. — Non si sa

se offeso o lusingato dal paragone, il magro ronzino mise un piede in

fallo e fu a un pelo per cadere; le risate aumentarono, il fiaccheraio

tirò tre o quattro moccoli, e il professore, abbassando il vetro della

portiera e cacciando fuori la testa, domandò a due riprese: — Che c’è?

Che c’è?

Il cocchiere non si curò di rispondergli, ma fatto far giudizio al

cavallo con un paio di frustate entrò solennemente nell’atrio del

palazzo.

Abbarbagliato dal fulgor dei lumi e dalla varietà dei colori, e

intontito dal brulichìo della gente che saliva lo scalone insieme con

lui, il celebre professore Teofoli si trovò, quasi senz’accorgersene,

prima nel guardaroba ove un servo gli levò di dosso la pelliccia e gli

consegnò una tessera, poi su nell’appartamento di fronte ai coniugi

Gilbert che nel severo costume dei contemporanei di Washington,

fondatori della libertà americana, ricevevano gli ospiti.

Ed essi ebbero anche per Teofoli una stretta di mano espansiva e una

parola gentile, ma non poterono prestare ascolto alla sua risposta,

costretti com’erano a badare ai sopravvenienti. Allora il professore

girando gli occhi intorno notò con rammarico che in quella sala su

trenta o quaranta uomini ce n’erano appena due o tre che vestissero

la prosaica marsina, nè una rapida corsa attraverso le altre sale

gli offrì argomento di conforto. Dappertutto l’abito nero figurava

come un’isola, e una brutta isola in mezzo all’Oceano e quelli che lo

indossavano avevano l’aria di vergognarsene. Persino Monsieur de la Rue

Blanche, all’ultimo momento, s’era deciso a camuffarsi da dottore della

Sorbona, in toga e parrucca, e Teofoli se lo vide comparir dinanzi in

questa foggia a braccio d’una _dama del primo impero_, non giovine, non

bella, ma d’un’opulenza di forme che rispondeva ai gusti dell’erudito

francese. Era una contessa Aginulfo che Monsieur de la Rue Blanche

aveva conosciuto tre sere addietro dal console francese e con la quale

egli sembrava disposto a esperimentare il suo sistema _de laudace_,

_toujours de l’audace_. In fatti egli passò accanto al suo recente

amico con piglio di conquistatore e con un sorriso fatuo sul labbro che

Teofoli interpretò così: Tu languisci da mesi per una femmina che ti

canzona; io in pochi giorni farò capitolar la fortezza.

— Ah, una femmina che mi canzona, — pensava Teofoli. — Riderà bene chi

riderà ultimo. Se mi casca un’altra volta sotto le unghie, non sarò

mica tanto ingenuo....

Due compagni di sventura del professore, vale a dire due persone

che come lui erano in _frac_, gli vennero incontro sorridenti ed

espansivi. L’uno d’essi, il vecchio dottor Lumi, medico dei Gilbert,

pieno di decorazioni. — Anche lei, — gli disse, — anche lei ha ottenuto

la _dispensa_.... Sfido io.... noi uomini seri, noi uomini maturi,

metterci la maschera, via....

— Ci si trova però alquanto a disagio, — soggiunse l’altro signore,

il cavalier Forlier, consigliere di prefettura. — Siamo una minoranza

impercettibile.

— Per me, — riprese il dottor Luini, — me ne vado di qui a

un’oretta.... E lei, professore?

— Ma.... Non so.... Credo che mi tratterrò un poco di più....

Arrivederci. Voglio fare un giretto per le sale.

Era il secondo giretto che Teofoli faceva al solo ed unico scopo di

cercar la Serlati.

Ma la Serlati aveva sempre l’abitudine di arrivare fra le ultime.

Del resto, mancavano ancora parecchie fra le stelle della _high life_

cittadina.

Ciò non toglie che l’appartamento fosse ormai affollato e presentasse

uno spettacolo incantevole pel lusso degli addobbi, per lo splendore

dell’illuminazione, per lo scintillìo dei brillanti, per la bellezza

delle signore, pel largo contributo portato alla festa dai costumi di

tutti i luoghi e di tutti i tempi, dai capricci della fantasia, dalle

geniali evocazioni della letteratura e dell’arte. Qua un giovane e

colossale _higlander scozzese_ che pareva uscito da uno dei romanzi

di Walter Scott dava il braccio a una fanciulla idealmente bella,

miss Gilbert, nipote dei padroni di casa, che nell’aspetto e nel

vestire riproduceva alla perfezione il tipo della soave Evangelina di

Longfellow,

. . . . . . . in cerula gonnella,

E adorna il crin della normanna cuffia,

E le orecchie dei tremuli pendenti

Che, recati di Francia ai vecchi giorni,

Furon trasmessi poi di madre in figlia....

Più in là una Margherita biondissima, dimentica in quel momento di

Fausto, s’appoggiava con un certo abbandono a un mandarino chinese,

precedendo di pochi passi una Maria Antonietta, che improvvida

dell’avvenire, discorreva animatamente con un Enrico IV. Nel vano di

una finestra, un’altra tragica regina, Maria Stuarda, civettava in

lingua tedesca con un arabo dall’ampio e pittoresco turbante, e un

maresciallo Turenna, ritto davanti a una figlia di Madama Angot, stava

aspettando ch’ella avesse bevuto una limonata per riprender dalle sue

mani il bicchiere. E trovatori e castellane del Medio Evo, e donne

e cavalieri d’ogni età e d’ogni paese, e bizzarre personificazioni

di fiori e di piante, e albe rosee, e notti stellate passavano e

ripassavano, mentre dall’alto una musica invisibile dava il segnale

delle danze. Non si ballava però, o appena cominciato a ballare si

smetteva, tant’era la ressa della gente, tanta la curiosità che tutti

avevano di esaminarsi a vicenda.

Sulla mezzanotte, quasi contemporaneamente, arrivarono tre gruppi,

ciascuno di otto persone che furono ricevuti con grandi applausi. L’uno

di mugnai e mugnaie, era tutto composto di ragazze o di giovinetti la

cui avvenenza fresca e vivace poteva sfidare quel costume semplicissimo

e primitivo. Il secondo ed il terzo ci trasportavano in pieno secolo

decimottavo, all’epoca di Luigi XV. Otto fra pastori e pastorelle scesi

dai quadri del Watteau, e otto fra gentildonne e gentiluomini della

Corte frivola, arguta, elegante. In quest’ultimo gruppo era la Serlati,

da marchesa di Pompadour, e al fianco di lei, lindo, attillato,

con la mano sinistra sull’elsa dello spadino, il suo Montalto. Che

fascino c’era nella Serlati! E come i suoi occhi sfavillavano sotto la

parrucca incipriata! Ecco, ell’era appena giunta che già tutti quanti

gli sguardi si rivolgevano a lei e i travestimenti meglio riusciti

impallidivano al confronto del suo, e le più superbe bellezze si

vedevano per sua cagione disertate da una parte dei loro adoratori!

Ell’attraversava le sale senza imbarazzo e senza spavalderia, non

turbata, non esaltata dal fremito d’ammirazione e di desideri che

sollevava intorno a sè, ma con la sicurezza calma e serena, ma con la

facile indulgenza di chi non teme rivali.

Quale ella paresse a Teofoli non c’è bisogno di dirlo. Tutti i

superlativi del vocabolario gli salivano al labbro ed egli susurrava

fra sè: — Stupenda, celeste, divina! — Però, quanto maggiore era il

suo entusiasmo, tanto più egli sentiva la follia della sua passione,

tanto più si maravigliava seco medesimo delle parole temerarie che

aveva poco innanzi masticato fra i denti, quasi per rispondere alla

tacita canzonatura di Monsieur de la Rue Blanche. Egli esser l’amante

della contessa Giorgina Serlati! Era possibile? Non era un segno

d’aberrazione il solo averlo supposto? Eppure.... eppure egli l’amava,

su questo punto non c’era dubbio, e l’amore, nato in lui così tardi,

aveva tutta la violenza degli amori giovanili.... Sarebbe stato tanto

felice di morire per lei. Anzi, poichè questa, ragionevolmente, era

la sola felicità a cui egli potesse aspirare, il suo pensiero vi si

riposava con una specie di voluttà dolorosa.... Morire.... morire....

Intanto egli era combattuto fra il desiderio di salutar la Giorgina e

quello di dileguarsi inavvertito, di fuggir mille miglia lontano da un

luogo ov’egli appariva assurdo, ridicolo agli occhi propri.

Ma ella che lo aveva scorto in mezzo alla gente e che non voleva

perdere i suoi omaggi (a lei premeva di raccogliere persino le

briciole) gli si avvicinò con quella affabilità che le accattivava

gli animi. — O Teofoli, bisogna dunque che vi venga incontro io.... E

avete voluto far a modo vostro.... venire in _frac_. V’era così facile

indossare una toga di professore.... Avete visto il vostro amico de la

Rue Blanche?.... Quei quindici o venti _frac_ (non saranno mica di più)

sono i _punti neri_ della festa e son quasi pentita d’aver interceduto

io per ottenere questa concessione dai padroni di casa.... Non importa,

mi accompagnerete ugualmente al _buffet_.... quando sarà l’ora della

cena.... Speravate forse di esimervi dal vostro impegno? Vi leggo in

viso io il vostro tradimento....

— Oh contessa....

— Sì, sì, mi negherete che avevate una mezza intenzione d’andarvene?

— Ma.... — balbettò Teofoli, come uno scolaro côlto in fallo.

— Eh, — interpose con un sorrisetto il marchese di Montalto che faceva

da cavaliere alla contessa, — il signor professore non ha l’abitudine

di far così tardi....

— In quanto a questo, — replicò l’altro punto sul vivo, — non si dia

pensiero.... All’ora della cena sarò al mio posto.

— Bravo Teofoli, — esclamò la Serlati. — Ogni promessa è debito....

verrete a cercarmi nella sala da ballo.... Arrivederci.

E si confuse nella folla.

Era destino. Qualunque atto d’indipendenza egli volesse fare, ella era

pronta ad accorgersene, pronta a risaldar la catena che lo avvinceva a

lei.

S’era finalmente incominciato a ballare, e per quella selezione

naturale che avviene in queste occasioni gli uomini gravi e maturi si

trovavan separati dalla parte più giovine e vivace della società.

Il dottor Luini si riaccostò a Teofoli e lo prese pel braccio. — Venga

con me, professore, venga a bevere una tazza di tè; chè questo è il

vero momento di trovar la sala del _buffet_ quasi vuota.

Teofoli si lasciò condurre, più che per la tazza di tè di cui non gli

premeva punto, per _riconoscere la situazione_. Non era qui infatti

ch’egli doveva accompagnare la contessa Giorgina?

Senza esser quasi vuota, come il dottor Luini aveva previsto, la sala

del _buffet_ non era nemmeno affollata. La divideva nel senso della

sua larghezza una gran tavola ad arco dietro la parte rientrante della

quale stavano dodici camerieri in livrea; sulla tovaglia bianca di neve

erano disposti in bell’ordine vasi di fiori, trionfi di dolci, piramidi

di frutta, vassoi con ogni sorta di pasticceria, servizi di tè e di

caffè, ciotole da guazzi, gruppi di bottiglie, calici da sciampagna,

bicchieri e bicchierini di tutte le forme e misure. E pensare che il

meglio sarebbe venuto poi, quando dopo una mezz’oretta di preparazione,

il _buffet_ dolce si sarebbe trasformato in _buffet_ solido e i

conoscitori sarebbero stati chiamati a giudicar l’opera collettiva

di tre cuochi rivali pacificatisi per poco dinanzi alle medesime

casseruole!

Nell’attesa del _buffet_ solido, il professore Arnaldi, maestro

d’italiano di Miss Gilbert, faceva onore al _buffet_ dolce, ed egli

s’affrettò ad illuminare il dottor Luini e il professor Teofoli sui

meriti rispettivi delle varie paste, delle frutta, dei vini ch’egli

aveva assaggiati. Già aveva assaggiato di tutto e poteva parlare con

cognizione di causa. — Tutto è eccellente, ma provino di questo, ma

provino di quello. — E li incoraggiava con l’esempio.

Prima di partire · 第 21 / 60 题