Comunque sia, in quei giorni, con la migliore volontà del mondo, il
professore Teofoli non avrebbe potuto essere audace altro che in sogno.
I preparativi pel ballo mascherato dei Gilbert assorbivano tutte le
facoltà e tutto il tempo delle signore eleganti di X; le virtuose
non badavano più alla loro famiglia, le peccatrici non badavano più
ai loro amanti, e quelle che, senza essere ancora cadute, avevano
voglia di gustare il frutto proibito, si riserbavano a stendervi la
mano in quaresima. Per ora conveniva pensare alla gran serata. Ed
erano abboccamenti misteriosi e misteriose corrispondenze con sarti
e _vestiaristi_ del paese e di fuori, erano colloqui diplomatici
in cui le rivali si tasteggiavano a vicenda cercando strapparsi il
geloso segreto di un’acconciatura, del taglio d’un abito, del colore
d’un nastro. Si consultavano gli artisti, si sfogliavano le opere più
riputate sul costume antico e moderno dei vari popoli, si esaminavano
disegni e modelli, si applicava la celebre formola dell’Accademia del
Cimento: provando e riprovando.... ogni sorta di foggie. C’era poi da
combinare le coppie per le quadriglie, e anche questo grave argomento
era oggetto di lunghi e delicatissimi negoziati.
Le intenzioni della contessa rimasero per un pezzo avvolte in un
mistero impenetrabile. Finalmente si seppe ch’essa sarebbe comparsa da
Madama di Pompadour e che il suo cavaliere nella quadriglia sarebbe
stato il marchese Montalto in uniforme di gentiluomo della Corte di
Luigi XV.
Teofoli accolse la notizia con mediocre entusiasmo. La marchesa di
Pompadour, una favorita! Non c’era proprio di meglio da scegliere?
E con molte reticenze il professore fece intendere alla sua amica che
avrebbe preferito qualche cos’altro, qualche tipo immortalato dalla
poesia, reso sacro dalla sventura....
— Mio caro, — interruppe la Serlati, — la poesia e la sventura son
bellissime cose, ma in un ballo si bada a ben altro che a ciò.... Sarò
una marchesa di Pompadour adorabile, ve ne dò la mia parola d’onore...
senza esser per questo la favorita di nessun principe....
— O contessa cattiva, può attribuirmi un pensiero simile? Gli è ch’io
l’avrei vista così volentieri come Beatrice, come Laura, come Vittoria
Colonna....
— Per carità, Teofoli, lasciamole in pace queste illustri signore.
Beatrice una maestra di catechismo, Laura una smorfiosa, Vittoria
Colonna una pedante.... La mia marchesa di Pompadour almeno è una
donna, viziosa fin che vi piace, ma donna, piena di buon gusto,
d’eleganza, di spirito.... E poi ella vestiva bene, e quest’è
l’essenziale.... domandate l’opinione delle sarte sulle _toilettes_
delle vostre tre dame.
In complesso Teofoli non osava dirlo, ma più che la scelta del costume
lo infastidiva la scelta del cavaliere. Montalto? Sempre Montalto?
Perchè la Giorgina aveva accordato un tanto favore a quello tra i suoi
adoratori che gli dava più ombra?
Questa, pel professore, avrebbe dovuto essere un’ottima ragione per
riconfermarsi nella sua prima e savissima idea di non andare dai
Gilbert; ma in amore non vi sono ottime ragioni; vi sono degli istinti;
vi sono, come direbbero gli avvocati, delle forze irresistibili che
ci trascinano a fare precisamente il contrario di quello che sarebbe
richiesto dalla nostra quiete e dal nostro decoro.
Nè ormai c’era alcuno che avesse presa sull’animo del buon Teofoli,
che potesse trattenerlo sul pendìo sdrucciolevole nel quale egli era
avviato. Non aveva altra persona di famiglia che una sorella maritata a
Roma e con cui egli scambiava due lettere all’anno; sfuggiva gli amici
e in particolar modo gli Ermansi, Frusti, Dalla Volpe, e quando non era
all’Università, o nel suo studio, o dai Serlati, vedeva con qualche
frequenza il solo Monsieur de la Rue Bianche, che, senza parlargli
della contessa Giorgina, coltivava coi discorsi procaci le sue recenti
disposizioni erotiche e gl’intronava la testa col _mot de Danton: de
l’audace, de l’audace et toujours de l’audace_.
Si avvicinava intanto la sera del ballo e alla vigilia del memorabile
avvenimento la signora Pasqua vide giungere a casa due paia di guanti
_gris perle_, due paia di cravatte bianche e un abito nero completo.
Quest’abito nero fu quello che l’impressionò di più, perchè il
professore ne aveva uno, fatto da un anno in occasione d’una cerimonia
scolastica, e tuttora in buonissime condizioni, tantochè egli se n’era
servito anche nel corso dell’inverno per andare nelle sue società.
Dopo la scena che il lettore ricorda, le relazioni tra la signora
Pasqua e il padrone erano quelle di due potenze che hanno richiamato
gli ambasciatori senza venire a una aperta rottura. Del licenziamento
non si parlava nè da una parte nè dall’altra; si dicevano soltanto
le cose indispensabili, e si dicevano col minor numero di parole
possibile.
Questa volta però la signora Pasqua non potè tacere.
— Scusi, — ella disse, — s’è dimenticato che ha un _frac_ quasi nuovo?
— Non ho dimenticato nulla, — rispose il professore, — ma quel _frac_
non va bene.
— Come? Non è più di moda?
— Già.... Non è più di moda, — replicò Teofoli per troncare il discorso.
Ma la signora Pasqua insistette. — Un uomo come lei curarsi della moda!
— ella brontolò. E soggiunse: — Io poi le giuro che il vestito vecchio
è dell’identico taglio di questo che il sarto le ha fatto adesso per
mangiarle dei quattrini.... Anzi vado a prenderlo.... Vedrà co’ suoi
occhi.
— No, no, — ripigliò il professore ordinandole di fermarsi. — Volete
saperla la ragione di quel _frac_ nuovo? L’altro era diventato troppo
largo e non c’era modo di stringerlo convenientemente....
Vi sono parole che illuminano.... La signora Pasqua guardò il
professore e riconobbe subito che il vecchio _frac_ doveva realmente
essergli diventato assai largo. In fatti gli eran diventati larghi
tutti i vestiti dell’anno scorso.
— È vero, — ella disse a mezza voce. — È dimagrato.
— Meglio così.
La signora Pasqua tentennò la testa. — Mi permetta di non esser del suo
parere. Creda a me, questa vita non le conferisce. Benedetti quei tempi
che aveva i suoi metodi, i suoi sistemi fissi, e stava solamente co’
suoi amici, e non pensava ad arricciarsi, a profumarsi....
— Oh, ci siamo con le prediche....
— Le chiami prediche fin che vuole, i fatti son fatti.... Una volta
aveva appetito e c’era una soddisfazione d’amor proprio a prepararle
qualche cosa di buono; adesso non bada neanche a quel boccone che
mangia.... seppur lo mangia; una volta era sempre di umore gaio, adesso
ha mille pensieri pel capo....
— Insomma, basta....
— Basterà, basterà.... Ma creda pure che non parlo per interesse....
gli è che vorrei il suo bene.... perchè meriterebbe d’esser
contento.... e mi fa una pena vedere invece....
— Via, via, — interruppe Teofoli, — vi ringrazio della vostra premura,
ma siate pur certa che non ho niente e che piuttosto d’ingrassare
son contento di divenir sottile come uno stecco.... In ogni caso il
carnevale è agli sgoccioli, e presto finiranno anche questi grandi
strapazzi.
— E, — domandò la signora Pasqua con una certa esitazione, — a quel
ballo ci va proprio?
— Sì che ci vado.... O credete che andare a un ballo sia come andare
alla guerra?
La signora Pasqua avrebbe aggiunto volentieri parecchie altre
considerazioni, ma desiderava di non far terminare con un diverbio
il primo colloquio amichevole che dopo un così lungo intervallo di
musoneria ell’aveva col suo padrone, e uscì lentamente, borbottando: —
Non son cose per lei.... Abbia pazienza, non son cose per lei.
Quantunque un po’ maravigliato della singolare tolleranza da lui
usata in quell’occasione verso la sua donna di governo, il nostro
amico era costretto a riconoscere che la signora Pasqua era animata
dalle migliori intenzioni del mondo e ch’egli avrebbe trovato il suo
tornaconto a seguire i consigli di lei piuttosto che quelli di chi si
ostinava a distrarlo dai suoi studi e dalle sue abitudini. Ed era anche
persuaso che la sua salute non fosse quella d’una volta, nè si guardava
nello specchio senza riportarne un’impressione penosa. Il dimagrimento
era il meno; aveva le guancie terree e fioscie, le labbra scolorite,
gli occhi smorti; quell’aspetto insomma che rivela l’amore, ma non
dice se si tratti d’un amore troppo felice, o troppo disgraziato.
E poi non si sentiva bene; pativa di emicranie, di vertigini, di
palpitazioni di cuore, di spossatezza; non si sarebbe più sognato,
come un anno addietro, di camminare tre ore di fila. Messo sull’avviso
dalle parole della signora Pasqua, egli avvertì, il giorno stesso della
sua conversazione con lei, un’oppressione di respiro, un insolito
abbassamento di voce, un uggioso tintinnio negli orecchi. Pur non
volle consultare il medico nè correre il rischio di esser sottoposto
a una cura, obbligato al riposo, impedito d’intervenire al ballo dei
Gilbert. E l’intervenire a quel ballo era per lui un punto d’onore, il
mancarvi gli sarebbe parso una diserzione, una pusillanimità; un darla
vinta agli Ermansi, al Frusti, al Dalla Volpe, alla signora Pasqua, un
offrirsi per bersaglio ai loro epigrammi. Ma questo non era il peggio.
Il peggio era che gli sarebbe stato forza di rinunziare ad accompagnare
la Serlati al _buffet_, di rinunziare a vederla in tutto lo splendore
della sua bellezza e della sua eleganza. L’avrebbe vista invece con
la fantasia, cinta dai suoi vagheggini, a braccio del suo Montalto,
trascinata nel vortice delle danze, e la visione tormentatrice
l’avrebbe fatto ammalar davvero. No, no, sin dopo la festa dei Gilbert
egli non aveva il diritto di badare a’ suoi piccoli acciacchi.