XII.

Comunque sia, in quei giorni, con la migliore volontà del mondo, il

professore Teofoli non avrebbe potuto essere audace altro che in sogno.

I preparativi pel ballo mascherato dei Gilbert assorbivano tutte le

facoltà e tutto il tempo delle signore eleganti di X; le virtuose

non badavano più alla loro famiglia, le peccatrici non badavano più

ai loro amanti, e quelle che, senza essere ancora cadute, avevano

voglia di gustare il frutto proibito, si riserbavano a stendervi la

mano in quaresima. Per ora conveniva pensare alla gran serata. Ed

erano abboccamenti misteriosi e misteriose corrispondenze con sarti

e _vestiaristi_ del paese e di fuori, erano colloqui diplomatici

in cui le rivali si tasteggiavano a vicenda cercando strapparsi il

geloso segreto di un’acconciatura, del taglio d’un abito, del colore

d’un nastro. Si consultavano gli artisti, si sfogliavano le opere più

riputate sul costume antico e moderno dei vari popoli, si esaminavano

disegni e modelli, si applicava la celebre formola dell’Accademia del

Cimento: provando e riprovando.... ogni sorta di foggie. C’era poi da

combinare le coppie per le quadriglie, e anche questo grave argomento

era oggetto di lunghi e delicatissimi negoziati.

Le intenzioni della contessa rimasero per un pezzo avvolte in un

mistero impenetrabile. Finalmente si seppe ch’essa sarebbe comparsa da

Madama di Pompadour e che il suo cavaliere nella quadriglia sarebbe

stato il marchese Montalto in uniforme di gentiluomo della Corte di

Luigi XV.

Teofoli accolse la notizia con mediocre entusiasmo. La marchesa di

Pompadour, una favorita! Non c’era proprio di meglio da scegliere?

E con molte reticenze il professore fece intendere alla sua amica che

avrebbe preferito qualche cos’altro, qualche tipo immortalato dalla

poesia, reso sacro dalla sventura....

— Mio caro, — interruppe la Serlati, — la poesia e la sventura son

bellissime cose, ma in un ballo si bada a ben altro che a ciò.... Sarò

una marchesa di Pompadour adorabile, ve ne dò la mia parola d’onore...

senza esser per questo la favorita di nessun principe....

— O contessa cattiva, può attribuirmi un pensiero simile? Gli è ch’io

l’avrei vista così volentieri come Beatrice, come Laura, come Vittoria

Colonna....

— Per carità, Teofoli, lasciamole in pace queste illustri signore.

Beatrice una maestra di catechismo, Laura una smorfiosa, Vittoria

Colonna una pedante.... La mia marchesa di Pompadour almeno è una

donna, viziosa fin che vi piace, ma donna, piena di buon gusto,

d’eleganza, di spirito.... E poi ella vestiva bene, e quest’è

l’essenziale.... domandate l’opinione delle sarte sulle _toilettes_

delle vostre tre dame.

In complesso Teofoli non osava dirlo, ma più che la scelta del costume

lo infastidiva la scelta del cavaliere. Montalto? Sempre Montalto?

Perchè la Giorgina aveva accordato un tanto favore a quello tra i suoi

adoratori che gli dava più ombra?

Questa, pel professore, avrebbe dovuto essere un’ottima ragione per

riconfermarsi nella sua prima e savissima idea di non andare dai

Gilbert; ma in amore non vi sono ottime ragioni; vi sono degli istinti;

vi sono, come direbbero gli avvocati, delle forze irresistibili che

ci trascinano a fare precisamente il contrario di quello che sarebbe

richiesto dalla nostra quiete e dal nostro decoro.

Nè ormai c’era alcuno che avesse presa sull’animo del buon Teofoli,

che potesse trattenerlo sul pendìo sdrucciolevole nel quale egli era

avviato. Non aveva altra persona di famiglia che una sorella maritata a

Roma e con cui egli scambiava due lettere all’anno; sfuggiva gli amici

e in particolar modo gli Ermansi, Frusti, Dalla Volpe, e quando non era

all’Università, o nel suo studio, o dai Serlati, vedeva con qualche

frequenza il solo Monsieur de la Rue Bianche, che, senza parlargli

della contessa Giorgina, coltivava coi discorsi procaci le sue recenti

disposizioni erotiche e gl’intronava la testa col _mot de Danton: de

l’audace, de l’audace et toujours de l’audace_.

Si avvicinava intanto la sera del ballo e alla vigilia del memorabile

avvenimento la signora Pasqua vide giungere a casa due paia di guanti

_gris perle_, due paia di cravatte bianche e un abito nero completo.

Quest’abito nero fu quello che l’impressionò di più, perchè il

professore ne aveva uno, fatto da un anno in occasione d’una cerimonia

scolastica, e tuttora in buonissime condizioni, tantochè egli se n’era

servito anche nel corso dell’inverno per andare nelle sue società.

Dopo la scena che il lettore ricorda, le relazioni tra la signora

Pasqua e il padrone erano quelle di due potenze che hanno richiamato

gli ambasciatori senza venire a una aperta rottura. Del licenziamento

non si parlava nè da una parte nè dall’altra; si dicevano soltanto

le cose indispensabili, e si dicevano col minor numero di parole

possibile.

Questa volta però la signora Pasqua non potè tacere.

— Scusi, — ella disse, — s’è dimenticato che ha un _frac_ quasi nuovo?

— Non ho dimenticato nulla, — rispose il professore, — ma quel _frac_

non va bene.

— Come? Non è più di moda?

— Già.... Non è più di moda, — replicò Teofoli per troncare il discorso.

Ma la signora Pasqua insistette. — Un uomo come lei curarsi della moda!

— ella brontolò. E soggiunse: — Io poi le giuro che il vestito vecchio

è dell’identico taglio di questo che il sarto le ha fatto adesso per

mangiarle dei quattrini.... Anzi vado a prenderlo.... Vedrà co’ suoi

occhi.

— No, no, — ripigliò il professore ordinandole di fermarsi. — Volete

saperla la ragione di quel _frac_ nuovo? L’altro era diventato troppo

largo e non c’era modo di stringerlo convenientemente....

Vi sono parole che illuminano.... La signora Pasqua guardò il

professore e riconobbe subito che il vecchio _frac_ doveva realmente

essergli diventato assai largo. In fatti gli eran diventati larghi

tutti i vestiti dell’anno scorso.

— È vero, — ella disse a mezza voce. — È dimagrato.

— Meglio così.

La signora Pasqua tentennò la testa. — Mi permetta di non esser del suo

parere. Creda a me, questa vita non le conferisce. Benedetti quei tempi

che aveva i suoi metodi, i suoi sistemi fissi, e stava solamente co’

suoi amici, e non pensava ad arricciarsi, a profumarsi....

— Oh, ci siamo con le prediche....

— Le chiami prediche fin che vuole, i fatti son fatti.... Una volta

aveva appetito e c’era una soddisfazione d’amor proprio a prepararle

qualche cosa di buono; adesso non bada neanche a quel boccone che

mangia.... seppur lo mangia; una volta era sempre di umore gaio, adesso

ha mille pensieri pel capo....

— Insomma, basta....

— Basterà, basterà.... Ma creda pure che non parlo per interesse....

gli è che vorrei il suo bene.... perchè meriterebbe d’esser

contento.... e mi fa una pena vedere invece....

— Via, via, — interruppe Teofoli, — vi ringrazio della vostra premura,

ma siate pur certa che non ho niente e che piuttosto d’ingrassare

son contento di divenir sottile come uno stecco.... In ogni caso il

carnevale è agli sgoccioli, e presto finiranno anche questi grandi

strapazzi.

— E, — domandò la signora Pasqua con una certa esitazione, — a quel

ballo ci va proprio?

— Sì che ci vado.... O credete che andare a un ballo sia come andare

alla guerra?

La signora Pasqua avrebbe aggiunto volentieri parecchie altre

considerazioni, ma desiderava di non far terminare con un diverbio

il primo colloquio amichevole che dopo un così lungo intervallo di

musoneria ell’aveva col suo padrone, e uscì lentamente, borbottando: —

Non son cose per lei.... Abbia pazienza, non son cose per lei.

Quantunque un po’ maravigliato della singolare tolleranza da lui

usata in quell’occasione verso la sua donna di governo, il nostro

amico era costretto a riconoscere che la signora Pasqua era animata

dalle migliori intenzioni del mondo e ch’egli avrebbe trovato il suo

tornaconto a seguire i consigli di lei piuttosto che quelli di chi si

ostinava a distrarlo dai suoi studi e dalle sue abitudini. Ed era anche

persuaso che la sua salute non fosse quella d’una volta, nè si guardava

nello specchio senza riportarne un’impressione penosa. Il dimagrimento

era il meno; aveva le guancie terree e fioscie, le labbra scolorite,

gli occhi smorti; quell’aspetto insomma che rivela l’amore, ma non

dice se si tratti d’un amore troppo felice, o troppo disgraziato.

E poi non si sentiva bene; pativa di emicranie, di vertigini, di

palpitazioni di cuore, di spossatezza; non si sarebbe più sognato,

come un anno addietro, di camminare tre ore di fila. Messo sull’avviso

dalle parole della signora Pasqua, egli avvertì, il giorno stesso della

sua conversazione con lei, un’oppressione di respiro, un insolito

abbassamento di voce, un uggioso tintinnio negli orecchi. Pur non

volle consultare il medico nè correre il rischio di esser sottoposto

a una cura, obbligato al riposo, impedito d’intervenire al ballo dei

Gilbert. E l’intervenire a quel ballo era per lui un punto d’onore, il

mancarvi gli sarebbe parso una diserzione, una pusillanimità; un darla

vinta agli Ermansi, al Frusti, al Dalla Volpe, alla signora Pasqua, un

offrirsi per bersaglio ai loro epigrammi. Ma questo non era il peggio.

Il peggio era che gli sarebbe stato forza di rinunziare ad accompagnare

la Serlati al _buffet_, di rinunziare a vederla in tutto lo splendore

della sua bellezza e della sua eleganza. L’avrebbe vista invece con

la fantasia, cinta dai suoi vagheggini, a braccio del suo Montalto,

trascinata nel vortice delle danze, e la visione tormentatrice

l’avrebbe fatto ammalar davvero. No, no, sin dopo la festa dei Gilbert

egli non aveva il diritto di badare a’ suoi piccoli acciacchi.

Prima di partire · 第 20 / 60 题