Fu una serata deliziosa, ma poco propizia ai colloqui intimi. A pranzo
non erano che in quattro persone, i due padroni di casa, il professore
Teofoli e un erudito francese, membro dell’Istituto, un Monsieur de la
Rue Blanche, che la Giorgina aveva conosciuto a Parigi. La contessa fu
amabilissima; presentò Teofoli all’accademico francese come uno dei
pensatori più illustri d’Italia e nello stesso tempo come un intimo
suo, accennò alla grande opera ch’egli aveva in lavoro, dolendosi solo
che l’operosità del suo amico non fosse pari al suo ingegno e alla
sua dottrina, e pronosticando a quell’opera, quando fosse compiuta, un
successo colossale. Ne parlava con un calore scevro di affettazione,
quasi d’una cosa in cui ella avesse parte, quasi d’una gloria che
dovesse gettare un riflesso sopra di lei. E aveva realmente l’aria di
persona appassionata pegli studi; non si sarebbe mai detto ch’ella
era la medesima donna che rideva agli scherzi scipiti di Montalto e
d’altri balordi simili. Teofoli e Monsieur de la Rue Blanche erano in
estasi; soltanto Seriati frenava a stento gli sbadigli. Quando non si
discorreva di cavalli e di _cocottes_ egli sbadigliava sempre.
Monsieur de la Rue Blanche era un uomo di mezza età e di buon aspetto,
e quantunque fosse un erudito era un uomo di spirito. Fu lui che portò
pel primo nella conversazione una nota mondana chiedendo so fosse
vero che Mister e Mistress Gilbert pei quali egli aveva una lettera di
raccomandazione dovessero dare una gran festa da ballo.
— Sicuro! — rispose la Serlati. — Consegnerà la lettera e andrà alla
festa anche lei.
— _Parbleu!_ — esclamò Monsieur de la Rue Blanche confessando che
andava pazzo per le feste da ballo, ciò che parve alquanto strano al
nostro Teofoli.
— Però.... una festa in costume.... — notò timidamente il professore.
Ma prima che il francese potesse dire se questa clausola creasse
per lui un ostacolo insuperabile, la contessa Giorgina intervenne
con vivacità. — Il costume non è più obbligatorio. I Gilbert
hanno risoluto.... un po’ per mio suggerimento, — ella soggiunse
rivolgendosi con un sorriso a Teofoli, — di ammettere in semplice
abito nero gli uomini di più di quarant’anni.... Tutto sta confessare i
quarant’anni.... Il professore li confessa?
— Sfido io.... A ogni modo....
La Serlati non badò a quell’_ogni modo_ gravido di restrizioni, e con
uno sguardo interrogativo all’altro commensale: — E Monsieur de la Rue
Bianche...?
Monsieur de la Rue Bianche trovava che questa degli anni è una faccenda
delicata per tutt’e due i sessi; ma già, seppur avesse giurato sul suo
onore di non aver compiuto i quaranta, nessuno gli avrebbe creduto....
Comunque sia, anche riconoscendo i suoi quarantacinqu’anni sonati, se
fosse stato a Parigi egli non avrebbe avuto una difficoltà al mondo di
cercarsi un costume; fuori di paese era cosa diversa, ed egli accettava
di buon grado la concessione dei signori Gilbert. Sarebbe andato in
abito nero. Non dubitava che il suo _cher confrère_ avrebbe fatto
altrettanto.
Ma il _cher confrère_ era molto perplesso. Non aveva frequentate le
feste nemmen da giovine; o che doveva cominciare alla sua età?
— Che età? Che età? — saltò su il francese. — Per lui non c’erano
uomini vecchi; c’erano tutt’al più uomini malati. E il _cher confrère_
stava bene; dunque...? Monsieur de la Rue Bianche, riscaldato un poco
dall’eccellente vino dei Serlati, si accinse a magnificare le splendide
veglie parigine a cui assistono senza vergognarsi personaggi gravi
e maturi, trovandovi, in mancanza di meglio, _un spectacle pour les
yeux_.... _Et quel spectacle!_... Ci vorrebbe altro che si dovesse far
penitenza appena cominciano a brizzolarsi i capelli.
Il buon umore di Monsieur de la Rue scosse dal suo intorpidimento anche
il conte Ercole che di Parigi si ricordava molte bellissime cose e ne
discorse con grande competenza abbassando la voce nei punti scabrosi ed
espandendosi col dotto forestiero.
Intanto la contessa Giorgina catechizzava Teofoli. Quella sua
ripugnanza ad andar dai Serlati era veramente incomprensibile. Valeva
la spesa ch’ella si sbracciasse a ottener dai Gilbert una modificazione
al loro programma! E l’aveva ottenuta pensando a lui, proprio a lui,
per togliergli la sola scusa che gli fosse lecito addurre con qualche
apparenza di ragione.... La bella figura ch’egli le avrebbe fatto far
coi Gilbert se si ostinava nel suo rifiuto!
Teofoli era sulle spine. Avrebbe voluto compiacer la contessa alla
quale era riconoscente dal fondo dell’anima della nuova prova di
benevolenza ch’ella gli dava. Ma, Dio buono! Che parte poteva essergli
riserbata in una festa? Se avesse ballato, se fosse stato in grado di
chiedere una quadriglia, un lancier alla persona che sapeva lui....
allora sì. Invece quella persona egli l’avrebbe appena vista, avrebbe
appena potuto dirle una parola....
La contessa si mise a ridere. — Via, via.... _Quella persona_,
che forse io conosco, non vi offre una quadriglia, un _lancier_,
dal momento che non ballate.... Ma si farà accompagnare da voi al
_buffet_.... un privilegio che molti v’invidieranno.
Era una sirena, una vera sirena quella Giorgina. Come resisterle?
Teofoli sollevava ancora qualche lieve obbiezione, tanto per la
forma, ma si capiva bene che ormai si dava per vinto. Se almeno
la sua mansuetudine gli avesse valso dalla contessa una franca
spiegazione sull’argomento che più gli stava a cuore! Sembrava però
ch’ella neanche si ricordasse d’aver ricevuto da lui una lettera meno
docile, meno sommessa del consueto. A un cenno ch’egli gliene fece con
infinita circospezione, ella gli chiuse la bocca con una risata e una
scrollatina di spalle. — Siete un visionario, — ella disse. E fu tutto.
Alle nove ella si accommiatò da’ suoi ospiti, dovendo vestirsi pel
teatro, e Monsieur de la Rue Bianche uscì insieme col professore
Teofoli al quale egli mostrava una simpatia straordinaria. E presolo
a braccetto si fece accompagnare da lui per le vie della città
parlandogli poco di studi e molto di femmine e chiedendogli una serie
di notizie che il candido professore non era in grado di fornirgli.
Anzi il linguaggio cinico assunto dall’accademico francese circa al bel
sesso frenò sulle labbra del buon Teofoli le espansioni e le confidenze
a cui forse, come ogni innamorato, egli sarebbe stato disposto. No,
non avrebbe tradito il suo sentimento con un uomo che nell’amore non
vedeva altro che un passatempo e riassumeva in qualche frase brutale
le sue massime sulla linea di condotta da tenersi con le donne. — _De
l’audace_, _de l’audace_, _et toujours de l’audace_, — egli diceva
battendo forte sulla spalla del suo interlocutore. — _C’est le mot de
Danton_.
Quel benedetto Monsieur de la Rue Bianche non si decideva più a
tornare all’albergo. E dopo non so quanti giri e rigiri, attratto
dall’illuminazione d’una birreria posta sulla piazza maggiore della
città, egli insistè per entrarvi. Ora quella era appunto la birreria
ove una volta il professore soleva recarsi tre o quattro sere per
settimana, e proprio di fronte alla porta d’ingresso Teofoli si trovò
faccia a faccia con Frusti e Dalla Volpe che sedevano soli soletti ad
un tavolino. Non potè a meno di salutarli e di presentar loro Monsieur
de la Rue Bianche, che Dalla Volpe specialmente avrebbe dovuto conoscer
di nome perchè s’occupava di studi analoghi ai suoi. Ma tra i due
professori e il dotto _confrère_ c’era troppa diversità d’indole perchè
il colloquio riuscisse animato, e Frusti e Dalla Volpe, limitandosi a
scambiar poche parole col forestiero, preferirono di vuotare il sacco
degli epigrammi contro il collega. Il più esacerbato era Dalla Volpe
che aveva sullo stomaco una quantità di pranzi di magro ammannitigli
dalla consorte. E tirò in campo la festa dei Gilbert alla quale aveva
sentito dire che Teofoli fosse invitato. Era vero?
Verissimo.
E ci sarebbe andato?
Probabile.
— E in che costume? — seguitò Dalla Volpe.
Teofoli avrebbe potuto rispondere che sarebbe andato in abito nero,
ma non volle abbassarsi a troppe spiegazioni. — Si vedrà, — egli disse
seccamente.
— Allora, — ripigliò Dalla Volpe, — scommetto ch’è vero anche questo:
che comparirai da Zefiro....
— E che ballerai un passo di grazia con la contessa Serlati — soggiunse
Frusti.
Il professore replicò con mal garbo, e chi sa che battibecco sarebbe
successo se la presenza d’un estraneo non avesse servito di freno.
Però Teofoli e Monsieur de la Rue Blanche non istettero molto ad
accommiatarsi. Il francese esternò subito la sua antipatia pei due
istrici che l’altro gli aveva fatto conoscere e svolse le sue idee
sulla necessaria inferiorità di quelli che sfuggono le donne. Beninteso
_qu’il ne faut pas nager dans l’azur_; bisogna andar subito al
concreto; se no, guai.
Fra i sarcasmi di Dalla Volpe e di Frusti e le dottrine radicali di
Monsieur de la Rue Bianche, il professore tornò a casa che aveva la
testa come un cestone. E tutta la notte sognò _le mot de Danton: de
l’audace, de l’audace, et toujours de l’audace_. E, sempre in sogno,
fu audacissimo; tanto audace che la mattina, a ricordarsene, sentì
drizzarsi i capelli sulla fronte e salirsi le fiamme al viso.