X.

La brillante avventura del professore Teofoli non rimase a lungo celata.

Già sul far della sera la signora Pasqua venendo a portare il lume e a

chiuder le imposte si fermò sui due piedi arricciando il naso e disse:

— Che odore di muschio!

Il professore non rispose.

— Badi che si buscherà un’emicrania — ripigliò la governante, mentre

perlustrava lo studio in tutti i suoi sensi. — A un tratto ella

pronunziò queste gravi parole: — C’è stato un cane.

— Da quando in qua i cani hanno odore di muschio? — replicò Teofoli in

tuono ironico.

La signora Pasqua insisteva dando un’occhiata di sbieco sotto uno degli

scaffali: — Non parlo a caso. C’è stato un cane.

— Che cani, che cani? — riprese infastidito il padrone. — Dite

piuttosto un gatto. Ho dovuto cacciar via il vostro dilettissimo

_Tocci_ che s’era introdotto nella stanza.

— Sarà, — ripigliò impassibile la signora Pasqua, — ma c’è stato anche

un cane.... E un cane maleducato — ella continuò accalorandosi nel

discorso.

Teofoli perdette la pazienza. — Insomma cani o gatti, che cosa

v’importa?

— Molto m’importa. Io non sono disposta a tenerle pulita la stanza

perchè poi.... Ma come non sente il bisogno di spalancar le finestre?

— Io non sento niente.... Mettete giù il lume e lasciatemi in pace.

La signora Pasqua slanciò il cosidetto strale del Parto. — Non saranno

mica i suoi studenti che verranno a trovarlo coi cani dietro e col

muschio addosso. Ha ricevuto signore.

Al professore salirono le fiamme al viso. — Io ricevo chi mi pare e

piace e non ho conti da rendervi.

A questa rude intimazione l’austera donna fece due passi verso l’uscio;

poi voltandosi indietro e portando il grembiule agli occhi, disse: —

Capisco bene che lei non ha più fiducia in me.... La prego di cercarsi

prima della fine del mese chi prenda il mio posto.

Teofoli alzò la testa dalle sue carte. — Vi licenziate?

— Sissignore.... Io non sono una cameriera adattata per una casa dove

vengono le contesse....

— Tacete, sciocca che non siete altro — gridò il professore. — E

guardatevi bene dal ripetere queste fanfaluche.... In quanto al

licenziamento, da oggi alla fine del mese avete tempo da riflettere....

Adesso andate a preparare il desinare.

L’illustre professore aveva mostrato una grande padronanza di sè, ma

in fondo era più agitato della signora Pasqua e per tutta la notte non

fece che voltarsi e rivoltarsi nelle coperte.

Dopo gli splendidi risultati della giornata non ci mancava altro che

uno scandalo! E quella balorda era capacissima di farlo nascere se

spargeva fra le sue conoscenti la notizia di ciò che aveva creduto

indovinare. È vero ch’ella non aveva pronunziato alcun nome, ma

evidentemente ella alludeva alla contessa Giorgina, e non era probabile

che parlando con le sue amiche usasse la stessa discrezione che per

prudenza aveva usato parlando con lui. Così, di bocca in bocca, la

cosa sarebbe giunta senza dubbio fino agli orecchi del conte Serlati,

il quale era un marito frivolo che della moglie non si curava punto;

ma anche i mariti frivoli e noncuranti qualche volta s’accendono come

fiammiferi.... Se fosse venuto a fargli una scena, a provocarlo?...

Teofoli non era pusillanime; tuttavia alla sua età, nella sua

posizione, con la sua inesperienza assoluta del maneggio d’ogni arma,

non gli sorrideva punto l’idea d’un duello. Certo ch’egli poteva dare

al conte le assicurazioni più tranquillanti.... pur troppo.... poteva

giurargli sul proprio onore che la visita della Giorgina era stata

innocentissima; sta a vedere però se colui ne sarebbe rimasto persuaso;

se nella migliore ipotesi non avrebbe detto: — Caro professore, faccia

di meno di venire a casa mia...? E d’altra parte, Santo Iddio, come

regolarsi con la Pasqua? Rinnovarle più chiaramente l’intimazione di

tacere? Oh sì era lo stesso che farla parlare di più. Prenderla con

le buone, metterla nelle proprie confidenze, cercar insomma di avere

in lei una complice così pel passato come per l’avvenire? Peggio che

peggio. Questo sì sarebbe stato mutar una pulce in un elefante. In

fin dei conti quelle della Pasqua si riducevano a semplici ipotesi, a

congetture ch’era sempre lecito di smentir formalmente; col ricorrere

alle moine o alle minaccie per ottenere il suo silenzio si dava corpo

a’ suoi sospetti, si ammetteva di aver qualche magagna da nascondere.

La conclusione si fu che il professore deliberò di non fare pel

momento alcun passo con la sua donna di governo e di fingere che

la disputa di poche ore prima non fosse nemmeno avvenuta. Senonchè,

mentr’egli gustava per questo lato la calma relativa di chi ha preso un

partito, buono o cattivo che sia, lo ripigliava un’altra inquietudine.

Quell’imbecille del conte Ermansi aveva o non aveva vista la contessa

Giorgina? È vero che all’ultimo momento egli era entrato nella bottega

del rigattiere, ma anche dall’interno della bottega si poteva veder

benissimo il portone della casa dirimpetto.... Basta; bisognava sperare

che Ermansi non avesse visto nulla; se no quello lì chiacchierava

sicuramente.

Teofoli, molto timido e peritoso, andò dai Roncagli la sera

prossima, e con suo immenso terrore concepì subito il sospetto che la

scappatella della contessa Giorgina fosse già conosciuta. Gli lodavano

misteriosamente il suo studio, accennavano anche più misteriosamente

alle visite di studenti e non studenti ch’egli vi riceveva,

accompagnando i discorsi con risatine sardoniche e con significanti

tentennatine di testa.

Spaventato, egli colse un istante propizio per mettere sull’avviso la

contessa, che non aveva affatto l’aria di una persona sull’orlo d’un

precipizio.

La risposta ch’ella gli diede lo fece rimanere intontito. — Sì — ella

disse stringendosi nelle spalle — è il segreto di Pulcinella.... Chi

poi sarà stato il pettegolo?... Voi no...?

— Io? — esclamò Teofoli portandosi una mano al cuore.

— Vi credo, vi credo.... Ma non vale la spesa di affannarsi alla

ricerca del reo.... Alle prime avvisaglie ho subito parato il colpo.

Ero andata a fare un’improvvisata a un buon amico, a un vecchio amico,

a un amico rispettabile. Che cosa vi poteva esser di male?

— Niente — masticò fra i denti il professore, poco lusingato da tutti

questi epiteti onorifici. — E il conte?

— Mio marito prese la cosa come doveva prenderla, come una delle mie

tante eccentricità. Da quell’uomo savio ch’egli è — e la frase fu

pronunziata con manifesta ironia — mi fece una piccola predica e poi

si quetò.... Alla gente egli dice ch’era informatissimo della visita

che dovevo farvi, che mi avrebbe accompagnata volentieri, ma che non

potendolo mi lasciò andar sola.... Forse dirà lo stesso anche a voi....

_Tout est bien qui finit bien_ — ella concluse con un sorrisetto

troncando un colloquio che durava già da un mezzo minuto.

Sul tardi il conte Serlati tenne a Teofoli su per giù il discorso che

la Giorgina gli aveva pronunziato. E gli promise di capitar quando

meno se l’aspettava a sorprenderlo nel suo studio, o solo, o con la

moglie.... Sapeva ch’era uno studio così bello, così gaio....

A trovar la bonaccia assoluta dopo essersi preparato alla tempesta,

Teofoli, anzichè esser contento, provò un senso di mortificazione

e di rabbia. Ma dunque s’erano presi gioco di lui? Dunque nessuno

pensava che una donna potesse compromettersi a venir sola a casa sua?

E quell’imbecille di Serlati faceva lo spiritoso alle sue spalle? E

quell’altro peregrino intelletto di Montalto sogghignava anche lui

sotto i baffi? In verità non dovrebb’esser permesso ai cretini di

pigliare un’aria di superiorità verso gli uomini d’ingegno.

Ah uomini d’ingegno, uomini d’ingegno! Per modesti che siano o fingano

d’essere, l’orgoglio ch’è in loro fa capolino quando più converrebbe

ch’esso restasse celato. Ogni volta ch’essi si mettono in una posizione

falsa dando agli sciocchi il diritto di canzonarli, si lagnano se gli

sciocchi ne approfittano e li canzonano.

Tuttavia il maggior cruccio del disgraziato Teofoli derivava dal

sospetto che la contessa Giorgina fosse stata realmente d’accordo col

marito e coi galanti per fargli il brutto tiro e per rider poscia di

lui. Qui proprio egli si sbagliava. Seppur la Serlati avesse avuto

l’idea di burlarsi per conto proprio della passione senile ch’ell’aveva

destata, non avrebbe certo avuto quella di chiamar nessuno a partecipar

della burla. Ma non si trattava nemmeno per lei d’una burla. Era andata

da Teofoli un po’ per compiacenza, un po’ per curiosità, con quella

meditata spensieratezza (ci si passi buona la frase contraddittoria)

che si riscontra così sovente in qualche bizzarro cervellino di donna.

Aveva novanta su cento probabilità di non rischiar nulla nella sua

visita; in quanto alle dieci probabilità sfavorevoli si affidava al

caso, il regolatore supremo di gran parte dei fatti umani. Nè c’è

dubbio che non avendo da guadagnarci a propalare il segreto, per

conto suo avrebbe taciuto; ma poichè, senza sua colpa, la faccenda era

trapelata, ella si levava d’impaccio con molta disinvoltura, persuasa

in buonissima fede di render un servizio al suo amico.

Teofoli invece, a pensarci su, si riscaldava il sangue da solo, e

sarebbe stato un bel trionfo per la signora Pasqua il vederlo tornare a

casa in un parossismo di collera; per disgrazia la signora Pasqua era a

letto e non potè goder lo spettacolo del suo padrone inferocito contro

il proprio idolo. La celeste Giorgina, la creatura ideale, l’angiolo di

paradiso era divenuta un demonio, un mostro di nequizia. Strani effetti

dell’amore attraverso il quale noi non vediamo mai le cose nelle loro

proporzioni naturali, ma ora più grandi ora più piccole del vero, come

attraverso un canocchiale che si tenga a vicenda diritto o rovescio!

Quantunque fossero quasi le due del mattino, il professore rimase

alzato nel suo studio e s’accinse a scrivere. Non scriveva già un

capitolo del suo libro, una monografia per qualche giornale, una serie

di note per le sue lezioni; scriveva una lettera, a _lei_. A parlarle

non avrebbe mai avuto il coraggio di dire quello che voleva. Con la

penna in mano, chi sa! E scrisse, e scrisse senza mai riuscire a trovar

la nota giusta. Non uno de’ suoi lavori scientifici gli aveva costato

tanta fatica. Cominciò con l’intonazione secca, ricisa, d’un uomo che

brucia i suoi vascelli. Non intendeva esser lo zimbello di nessuno;

chi non apprezzava i suoi sentimenti mostrava di non esserne degno.

In quanto a lui, ormai aveva aperto gli occhi e doveva tutelare la

sua dignità. Ma a questo punto la lettera gli fece l’effetto d’esser

troppo brutale e stracciò il foglio e lo gettò nel cestino. E dopo il

primo un secondo, e dopo il secondo un terzo, e un quarto, e via via.

Intanto i suoi ardori sbollivano, e al quarto o quinto rimaneggiamento

la sua epistola divenne così melensa e insignificante che nulla più. Ma

nel rileggerla gli saltò la stizza di nuovo, s’accusò di debolezza, di

pusillanimità, si picchiò rabbiosamente la fronte coi pugni, e preso un

altro foglio ritentò l’ardua prova. Ed era sempre la medesima cosa. Ora

diceva troppo, ora troppo poco. Verso l’alba non ne poteva più e andò

a coricarsi senz’aver concluso nulla. Appena alzato si mise all’opera

e finì col vergare una trentina di righe che non erano nè carne nè

pesce, ma delle quali si contentò nella sfiducia assoluta di poter far

meglio. Ripiegò il foglio, lo chiuse nella busta, e rompendo gli indugi

lo consegnò al ragazzo Fedele perchè lo portasse subito subito alla sua

destinazione. Mezz’ora dopo uscì per recarsi all’Università. Camminava

torvo, stralunato, parlando fra sè, onde un collega, incontrandolo,

credette ch’egli declamasse dei versi di Virgilio o di Dante. Non

erano versi che Teofoli recitava; erano frasi della sua lettera, e

adesso, nel ripeterle a sè medesimo, stentava a trarne un senso chiaro

e preciso. Quella sua prosa arruffata, dissimile tanto dalla sua

prosa ordinaria, rifletteva lo stato della sua anima, combattuta tra

diversi affetti. Da un periodo traspariva in lui il fermo proposito

d’infrangere la sua catena; dal periodo seguente si sarebbe potuto

arguire ch’egli desiderasse di legarsi di più. Che avrebbe detto, che

avrebbe pensato la contessa Giorgina? E se non avesse detto nulla? Se

avesse inflitto al suo adoratore la massima delle umiliazioni, non

curandosi neanche di ciò ch’egli le scriveva, lasciandolo libero di

venire o non venire, di troncare o no ogni rapporto con lei?

L’ora della lezione fu, come sempre, un’ora di tregua, di pace pel

nostro Teofoli. In quell’Università ch’era il suo regno, in quelle aule

rese domestiche dalla lunga consuetudine, davanti alle faccie allegre

di quegli studenti che, pur cambiando ogni anno, conservavano un’aria

di famiglia, egli non dimenticava già le sue pene, ma gli pareva che il

carico ne fosse men grave.

L’agitazione ricominciò appena egli fu di nuovo all’aperto, e andò

crescendo di mano in mano ch’egli si avvicinava a casa. Era già presso

al portone quando sentì qualcheduno che lo rincorreva e una voce che

non gli era ignota lo chiamò replicatamente: — Professore, professore.

Era il cameriere della contessa Serlati.

— Ho questo biglietto per lei, — egli disse. — Non c’è risposta.

Fece un inchino e tirò innanzi.

Bianco come un cadavere, con le gambe che gli traballavano, Teofoli

s’appoggiò allo stipite della porta, e aperse con mano tremante il

biglietto sulla cui soprascritta aveva riconosciuto la calligrafia

della contessa.

Poche parole. “Ieri avete certo pranzato male e digerito peggio. Una

ragione di più perchè veniate oggi a desinare con noi alle sette. Non

si accettano scuse di nessuna specie e il mio servo ha l’ordine di non

star nemmeno ad aspettar la risposta. Arrivederci. Giorgina.„

In fondo, con queste poche righe la contessa Serlati non solo schivava

ogni spiegazione immediata, ma non lasciava intravedere nessuna

probabilità di spiegazioni future. Alle sfuriate di Teofoli ella dava

incirca quel peso che suol darsi alle bizzarrie d’un bambino che si

rabbonisce coi trastulli e coi dolci. Se il professore fosse stato

davvero sollecito della propria dignità come pretendeva di essere,

non avrebbe accettato l’invito. Ma egli era un innamorato e gli

innamorati trovano sempre argomenti efficacissimi per giustificare la

loro vigliaccheria. Prima ancora di fare i quindici o venti scalini

che mettevano al suo quartierino, egli aveva vinti tutti i suoi dubbi,

ribattute tutte le sue obbiezioni. Non andar dai Serlati sarebbe stata

una sconvenienza senza nome, sarebbe stato anche un imperdonabile

errore. Era precisamente coll’andarvi che si poteva presentar

l’opportunità d’un colloquio intimo con la Giorgina, la quale del resto

faceva prova d’una grande equanimità non prendendo in mala parte le

parole risentite del professore, e continuando a trattarlo come un

amico.

Prima di partire · 第 18 / 60 题