La brillante avventura del professore Teofoli non rimase a lungo celata.
Già sul far della sera la signora Pasqua venendo a portare il lume e a
chiuder le imposte si fermò sui due piedi arricciando il naso e disse:
— Che odore di muschio!
Il professore non rispose.
— Badi che si buscherà un’emicrania — ripigliò la governante, mentre
perlustrava lo studio in tutti i suoi sensi. — A un tratto ella
pronunziò queste gravi parole: — C’è stato un cane.
— Da quando in qua i cani hanno odore di muschio? — replicò Teofoli in
tuono ironico.
La signora Pasqua insisteva dando un’occhiata di sbieco sotto uno degli
scaffali: — Non parlo a caso. C’è stato un cane.
— Che cani, che cani? — riprese infastidito il padrone. — Dite
piuttosto un gatto. Ho dovuto cacciar via il vostro dilettissimo
_Tocci_ che s’era introdotto nella stanza.
— Sarà, — ripigliò impassibile la signora Pasqua, — ma c’è stato anche
un cane.... E un cane maleducato — ella continuò accalorandosi nel
discorso.
Teofoli perdette la pazienza. — Insomma cani o gatti, che cosa
v’importa?
— Molto m’importa. Io non sono disposta a tenerle pulita la stanza
perchè poi.... Ma come non sente il bisogno di spalancar le finestre?
— Io non sento niente.... Mettete giù il lume e lasciatemi in pace.
La signora Pasqua slanciò il cosidetto strale del Parto. — Non saranno
mica i suoi studenti che verranno a trovarlo coi cani dietro e col
muschio addosso. Ha ricevuto signore.
Al professore salirono le fiamme al viso. — Io ricevo chi mi pare e
piace e non ho conti da rendervi.
A questa rude intimazione l’austera donna fece due passi verso l’uscio;
poi voltandosi indietro e portando il grembiule agli occhi, disse: —
Capisco bene che lei non ha più fiducia in me.... La prego di cercarsi
prima della fine del mese chi prenda il mio posto.
Teofoli alzò la testa dalle sue carte. — Vi licenziate?
— Sissignore.... Io non sono una cameriera adattata per una casa dove
vengono le contesse....
— Tacete, sciocca che non siete altro — gridò il professore. — E
guardatevi bene dal ripetere queste fanfaluche.... In quanto al
licenziamento, da oggi alla fine del mese avete tempo da riflettere....
Adesso andate a preparare il desinare.
L’illustre professore aveva mostrato una grande padronanza di sè, ma
in fondo era più agitato della signora Pasqua e per tutta la notte non
fece che voltarsi e rivoltarsi nelle coperte.
Dopo gli splendidi risultati della giornata non ci mancava altro che
uno scandalo! E quella balorda era capacissima di farlo nascere se
spargeva fra le sue conoscenti la notizia di ciò che aveva creduto
indovinare. È vero ch’ella non aveva pronunziato alcun nome, ma
evidentemente ella alludeva alla contessa Giorgina, e non era probabile
che parlando con le sue amiche usasse la stessa discrezione che per
prudenza aveva usato parlando con lui. Così, di bocca in bocca, la
cosa sarebbe giunta senza dubbio fino agli orecchi del conte Serlati,
il quale era un marito frivolo che della moglie non si curava punto;
ma anche i mariti frivoli e noncuranti qualche volta s’accendono come
fiammiferi.... Se fosse venuto a fargli una scena, a provocarlo?...
Teofoli non era pusillanime; tuttavia alla sua età, nella sua
posizione, con la sua inesperienza assoluta del maneggio d’ogni arma,
non gli sorrideva punto l’idea d’un duello. Certo ch’egli poteva dare
al conte le assicurazioni più tranquillanti.... pur troppo.... poteva
giurargli sul proprio onore che la visita della Giorgina era stata
innocentissima; sta a vedere però se colui ne sarebbe rimasto persuaso;
se nella migliore ipotesi non avrebbe detto: — Caro professore, faccia
di meno di venire a casa mia...? E d’altra parte, Santo Iddio, come
regolarsi con la Pasqua? Rinnovarle più chiaramente l’intimazione di
tacere? Oh sì era lo stesso che farla parlare di più. Prenderla con
le buone, metterla nelle proprie confidenze, cercar insomma di avere
in lei una complice così pel passato come per l’avvenire? Peggio che
peggio. Questo sì sarebbe stato mutar una pulce in un elefante. In
fin dei conti quelle della Pasqua si riducevano a semplici ipotesi, a
congetture ch’era sempre lecito di smentir formalmente; col ricorrere
alle moine o alle minaccie per ottenere il suo silenzio si dava corpo
a’ suoi sospetti, si ammetteva di aver qualche magagna da nascondere.
La conclusione si fu che il professore deliberò di non fare pel
momento alcun passo con la sua donna di governo e di fingere che
la disputa di poche ore prima non fosse nemmeno avvenuta. Senonchè,
mentr’egli gustava per questo lato la calma relativa di chi ha preso un
partito, buono o cattivo che sia, lo ripigliava un’altra inquietudine.
Quell’imbecille del conte Ermansi aveva o non aveva vista la contessa
Giorgina? È vero che all’ultimo momento egli era entrato nella bottega
del rigattiere, ma anche dall’interno della bottega si poteva veder
benissimo il portone della casa dirimpetto.... Basta; bisognava sperare
che Ermansi non avesse visto nulla; se no quello lì chiacchierava
sicuramente.
Teofoli, molto timido e peritoso, andò dai Roncagli la sera
prossima, e con suo immenso terrore concepì subito il sospetto che la
scappatella della contessa Giorgina fosse già conosciuta. Gli lodavano
misteriosamente il suo studio, accennavano anche più misteriosamente
alle visite di studenti e non studenti ch’egli vi riceveva,
accompagnando i discorsi con risatine sardoniche e con significanti
tentennatine di testa.
Spaventato, egli colse un istante propizio per mettere sull’avviso la
contessa, che non aveva affatto l’aria di una persona sull’orlo d’un
precipizio.
La risposta ch’ella gli diede lo fece rimanere intontito. — Sì — ella
disse stringendosi nelle spalle — è il segreto di Pulcinella.... Chi
poi sarà stato il pettegolo?... Voi no...?
— Io? — esclamò Teofoli portandosi una mano al cuore.
— Vi credo, vi credo.... Ma non vale la spesa di affannarsi alla
ricerca del reo.... Alle prime avvisaglie ho subito parato il colpo.
Ero andata a fare un’improvvisata a un buon amico, a un vecchio amico,
a un amico rispettabile. Che cosa vi poteva esser di male?
— Niente — masticò fra i denti il professore, poco lusingato da tutti
questi epiteti onorifici. — E il conte?
— Mio marito prese la cosa come doveva prenderla, come una delle mie
tante eccentricità. Da quell’uomo savio ch’egli è — e la frase fu
pronunziata con manifesta ironia — mi fece una piccola predica e poi
si quetò.... Alla gente egli dice ch’era informatissimo della visita
che dovevo farvi, che mi avrebbe accompagnata volentieri, ma che non
potendolo mi lasciò andar sola.... Forse dirà lo stesso anche a voi....
_Tout est bien qui finit bien_ — ella concluse con un sorrisetto
troncando un colloquio che durava già da un mezzo minuto.
Sul tardi il conte Serlati tenne a Teofoli su per giù il discorso che
la Giorgina gli aveva pronunziato. E gli promise di capitar quando
meno se l’aspettava a sorprenderlo nel suo studio, o solo, o con la
moglie.... Sapeva ch’era uno studio così bello, così gaio....
A trovar la bonaccia assoluta dopo essersi preparato alla tempesta,
Teofoli, anzichè esser contento, provò un senso di mortificazione
e di rabbia. Ma dunque s’erano presi gioco di lui? Dunque nessuno
pensava che una donna potesse compromettersi a venir sola a casa sua?
E quell’imbecille di Serlati faceva lo spiritoso alle sue spalle? E
quell’altro peregrino intelletto di Montalto sogghignava anche lui
sotto i baffi? In verità non dovrebb’esser permesso ai cretini di
pigliare un’aria di superiorità verso gli uomini d’ingegno.
Ah uomini d’ingegno, uomini d’ingegno! Per modesti che siano o fingano
d’essere, l’orgoglio ch’è in loro fa capolino quando più converrebbe
ch’esso restasse celato. Ogni volta ch’essi si mettono in una posizione
falsa dando agli sciocchi il diritto di canzonarli, si lagnano se gli
sciocchi ne approfittano e li canzonano.
Tuttavia il maggior cruccio del disgraziato Teofoli derivava dal
sospetto che la contessa Giorgina fosse stata realmente d’accordo col
marito e coi galanti per fargli il brutto tiro e per rider poscia di
lui. Qui proprio egli si sbagliava. Seppur la Serlati avesse avuto
l’idea di burlarsi per conto proprio della passione senile ch’ell’aveva
destata, non avrebbe certo avuto quella di chiamar nessuno a partecipar
della burla. Ma non si trattava nemmeno per lei d’una burla. Era andata
da Teofoli un po’ per compiacenza, un po’ per curiosità, con quella
meditata spensieratezza (ci si passi buona la frase contraddittoria)
che si riscontra così sovente in qualche bizzarro cervellino di donna.
Aveva novanta su cento probabilità di non rischiar nulla nella sua
visita; in quanto alle dieci probabilità sfavorevoli si affidava al
caso, il regolatore supremo di gran parte dei fatti umani. Nè c’è
dubbio che non avendo da guadagnarci a propalare il segreto, per
conto suo avrebbe taciuto; ma poichè, senza sua colpa, la faccenda era
trapelata, ella si levava d’impaccio con molta disinvoltura, persuasa
in buonissima fede di render un servizio al suo amico.
Teofoli invece, a pensarci su, si riscaldava il sangue da solo, e
sarebbe stato un bel trionfo per la signora Pasqua il vederlo tornare a
casa in un parossismo di collera; per disgrazia la signora Pasqua era a
letto e non potè goder lo spettacolo del suo padrone inferocito contro
il proprio idolo. La celeste Giorgina, la creatura ideale, l’angiolo di
paradiso era divenuta un demonio, un mostro di nequizia. Strani effetti
dell’amore attraverso il quale noi non vediamo mai le cose nelle loro
proporzioni naturali, ma ora più grandi ora più piccole del vero, come
attraverso un canocchiale che si tenga a vicenda diritto o rovescio!
Quantunque fossero quasi le due del mattino, il professore rimase
alzato nel suo studio e s’accinse a scrivere. Non scriveva già un
capitolo del suo libro, una monografia per qualche giornale, una serie
di note per le sue lezioni; scriveva una lettera, a _lei_. A parlarle
non avrebbe mai avuto il coraggio di dire quello che voleva. Con la
penna in mano, chi sa! E scrisse, e scrisse senza mai riuscire a trovar
la nota giusta. Non uno de’ suoi lavori scientifici gli aveva costato
tanta fatica. Cominciò con l’intonazione secca, ricisa, d’un uomo che
brucia i suoi vascelli. Non intendeva esser lo zimbello di nessuno;
chi non apprezzava i suoi sentimenti mostrava di non esserne degno.
In quanto a lui, ormai aveva aperto gli occhi e doveva tutelare la
sua dignità. Ma a questo punto la lettera gli fece l’effetto d’esser
troppo brutale e stracciò il foglio e lo gettò nel cestino. E dopo il
primo un secondo, e dopo il secondo un terzo, e un quarto, e via via.
Intanto i suoi ardori sbollivano, e al quarto o quinto rimaneggiamento
la sua epistola divenne così melensa e insignificante che nulla più. Ma
nel rileggerla gli saltò la stizza di nuovo, s’accusò di debolezza, di
pusillanimità, si picchiò rabbiosamente la fronte coi pugni, e preso un
altro foglio ritentò l’ardua prova. Ed era sempre la medesima cosa. Ora
diceva troppo, ora troppo poco. Verso l’alba non ne poteva più e andò
a coricarsi senz’aver concluso nulla. Appena alzato si mise all’opera
e finì col vergare una trentina di righe che non erano nè carne nè
pesce, ma delle quali si contentò nella sfiducia assoluta di poter far
meglio. Ripiegò il foglio, lo chiuse nella busta, e rompendo gli indugi
lo consegnò al ragazzo Fedele perchè lo portasse subito subito alla sua
destinazione. Mezz’ora dopo uscì per recarsi all’Università. Camminava
torvo, stralunato, parlando fra sè, onde un collega, incontrandolo,
credette ch’egli declamasse dei versi di Virgilio o di Dante. Non
erano versi che Teofoli recitava; erano frasi della sua lettera, e
adesso, nel ripeterle a sè medesimo, stentava a trarne un senso chiaro
e preciso. Quella sua prosa arruffata, dissimile tanto dalla sua
prosa ordinaria, rifletteva lo stato della sua anima, combattuta tra
diversi affetti. Da un periodo traspariva in lui il fermo proposito
d’infrangere la sua catena; dal periodo seguente si sarebbe potuto
arguire ch’egli desiderasse di legarsi di più. Che avrebbe detto, che
avrebbe pensato la contessa Giorgina? E se non avesse detto nulla? Se
avesse inflitto al suo adoratore la massima delle umiliazioni, non
curandosi neanche di ciò ch’egli le scriveva, lasciandolo libero di
venire o non venire, di troncare o no ogni rapporto con lei?
L’ora della lezione fu, come sempre, un’ora di tregua, di pace pel
nostro Teofoli. In quell’Università ch’era il suo regno, in quelle aule
rese domestiche dalla lunga consuetudine, davanti alle faccie allegre
di quegli studenti che, pur cambiando ogni anno, conservavano un’aria
di famiglia, egli non dimenticava già le sue pene, ma gli pareva che il
carico ne fosse men grave.
L’agitazione ricominciò appena egli fu di nuovo all’aperto, e andò
crescendo di mano in mano ch’egli si avvicinava a casa. Era già presso
al portone quando sentì qualcheduno che lo rincorreva e una voce che
non gli era ignota lo chiamò replicatamente: — Professore, professore.
Era il cameriere della contessa Serlati.
— Ho questo biglietto per lei, — egli disse. — Non c’è risposta.
Fece un inchino e tirò innanzi.
Bianco come un cadavere, con le gambe che gli traballavano, Teofoli
s’appoggiò allo stipite della porta, e aperse con mano tremante il
biglietto sulla cui soprascritta aveva riconosciuto la calligrafia
della contessa.
Poche parole. “Ieri avete certo pranzato male e digerito peggio. Una
ragione di più perchè veniate oggi a desinare con noi alle sette. Non
si accettano scuse di nessuna specie e il mio servo ha l’ordine di non
star nemmeno ad aspettar la risposta. Arrivederci. Giorgina.„
In fondo, con queste poche righe la contessa Serlati non solo schivava
ogni spiegazione immediata, ma non lasciava intravedere nessuna
probabilità di spiegazioni future. Alle sfuriate di Teofoli ella dava
incirca quel peso che suol darsi alle bizzarrie d’un bambino che si
rabbonisce coi trastulli e coi dolci. Se il professore fosse stato
davvero sollecito della propria dignità come pretendeva di essere,
non avrebbe accettato l’invito. Ma egli era un innamorato e gli
innamorati trovano sempre argomenti efficacissimi per giustificare la
loro vigliaccheria. Prima ancora di fare i quindici o venti scalini
che mettevano al suo quartierino, egli aveva vinti tutti i suoi dubbi,
ribattute tutte le sue obbiezioni. Non andar dai Serlati sarebbe stata
una sconvenienza senza nome, sarebbe stato anche un imperdonabile
errore. Era precisamente coll’andarvi che si poteva presentar
l’opportunità d’un colloquio intimo con la Giorgina, la quale del resto
faceva prova d’una grande equanimità non prendendo in mala parte le
parole risentite del professore, e continuando a trattarlo come un
amico.