L’andatura della contessa (poichè Teofoli non s’era ingannato) non
tradiva la minima esitanza, il minimo imbarazzo; s’ella aveva il velo
abbassato, s’ella studiava il passo, era pel freddo e non per la paura
di esser sorpresa. Giunta all’abitazione del professore, di cui ella
conosceva benissimo la facciata, ella infilò il portone che di giorno
era sempre aperto, salì la prima branca della scala e si fermò sul
pianerottolo. Ma non ebbe bisogno di suonare il campanello accanto al
quale era inciso su una piastra d’ottone il nome _Teofoli_, chè l’uscio
girò lentamente sui cardini e una voce soffocata disse dal di dentro: —
Contessa, o contessa Giorgina.
— Buon giorno, Teofoli, — ella rispose entrando con molta calma e
tranquillità.
— Com’è stata buona, com’è stata gentile! — esclamava il professore
porgendole la destra mentre con l’altra mano andava quietando _Darling_
che gli saltava alle gambe. — Non osavo sperare.
La contessa fece una risatina che mise allo scoperto una doppia fila di
denti bianchissimi, e domandò: — Cerbero non c’è?
— Nè Cerbero, nè nessuno, — replicò il professore con un accento che a
lei parve fin troppo tenero.
— Bah! — ella soggiunse. — In fondo sarebbe stato lo stesso.
Teofoli che precedeva di qualche passo la bella visitatrice e aveva già
aperto l’uscio della sua camera da studio non ebbe tempo di rilevare
il senso di questa frase poco appassionata, essendo avvenuto in quel
momento un singolare incidente.
Il gatto Tocci, avvertito dal suo fine odorato o dal tintinnio dei
sonagli di _Darling_ della presenza di un quadrupede estraneo sotto il
tetto domestico, si precipitò come un fulmine dal focolare della cucina
ove faceva il suo chilo e piombò minaccioso sulla cagnetta, la quale,
pusillanime per sua natura, evitò la pugna e inseguita dall’avversario
corse a ripararsi nello studio del professore, sotto uno scaffale.
_Tocci_, da animale che temperava l’audacia con la prudenza, non volle
impegnare battaglia in condizioni sfavorevoli, ma col pelo arruffato,
con la coda ingrossata si piantò dinanzi agli accampamenti dell’intruso
esprimendo i suoi fieri propositi con certi rauchi e lunghi miagolii
di non dubbio significato per chi conosce il linguaggio felino. Alle
grida della contessa atterrita dal pericolo di _Darling_, Teofoli
affrontò coraggiosamente il gatto belligero e dopo inutili sforzi per
impadronirsene riuscì infine a cacciarlo dallo studio nell’andito e
dall’andito nella camera della signora Pasqua di cui chiuse l’uscio
con un colpo secco. Compiuta questa lodevole impresa, il filosofo tornò
dalla Giorgina ch’egli trovò accovacciata sul tappeto e intenta a tirar
fuori _Darling_ dal suo rifugio.
— Che bestie feroci tenete presso di voi? — ella gli disse in tuono di
rimprovero.
— Oh per carità, contessa, mi perdoni, — balbettò il professore tutto
confuso. — Se avessi potuto credere, se avessi potuto immaginare....
_Darling_, povera _Darling_, quell’animalaccio non ti ha mica fatto
nulla?
— Paura le ha fatto.... Vedetela come trema.... Pur che non si
ricominci da capo al momento di uscire.
— Nemmen per idea. Ho preso le mie precauzioni.
— Dovevate prenderle prima, — rimboccò la Serlati che s’era messa a
sedere con la cagnetta in grembo e l’accarezzava come un bambino.
Il professore, umile e mortificato, non tentava nemmeno di difendersi.
Ahimè, l’abboccamento galante principiava male.
A poco a poco la contessa si rabbonì, depose Darling in terra, e
rivolgendosi a Teofoli disse: — Capisco, non ne avete colpa. — Indi
soggiunse gettando via la pelliccia e il manicotto con un movimento
rapido: — Fa un bel caldo qui.
— Se volesse levarsi anche il cappello? — egli propose timidamente.
— Non è affare.... Ci vuol troppo a rimetterlo.
— I guanti almeno....
— No, no.... Riallacciar tutti questi bottoni!...
Ella balzò in piedi nella grazia incantevole della elegante persona,
e disse con un sorriso: — Orsù, Teofoli, fate gli onori di casa.... È
pieno di luce il vostro studio.... Dove guarda?
— Su un giardino.... Oh non ci son finestre di fronte.... Può
affacciarsi liberamente.
— E perchè no?... Ah capisco, — ella ripigliò in tuono leggero; — sono
una donna che si compromette.
Quindi, dando un’occhiata intorno, — Quest’è, per voi altri dotti,
quello ch’è il salotto per noi donne.... Invece di ninnoli inutili, di
vasi, di stoffe, di tappeti appesi ai muri o gettati alla rinfusa sui
mobili, libri, libri, e poi libri.... Mi piace.... Se fossi un uomo,
vorrei anch’io.... Ah mio marito, poverino, non ha di questi gusti....
E scommetto neppur Montalto.... Lo studio di Montalto deve avere un
aspetto affatto diverso del vostro. Sarei curioso di vederlo.... Che
viso fate, Teofoli! — ella esclamò ridendo. — Non vi spaventate. Nello
studio di Montalto non andrò.... Mi comprometterei di più.
Teofoli, così eloquente dalla sua cattedra, così piacevole anche nella
conversazione ordinaria, non trovava parole. Ce n’erano due che gli
bruciavano le labbra e ch’egli non ardiva pronunziare, due paroline
piccole piccole — _Vi amo_ — che un pudore, un terrore invincibile
non gli aveva in tanto tempo permesso di dire alla Giorgina. E sì che
delle dichiarazioni gliene aveva fatte; delle dichiarazioni contorte,
poetiche, arcadiche; ma quelle due paroline che hanno il merito di
esser tanto chiare egli non gliele aveva dette mai. A dirgliele,
chi sa, egli si sarebbe attirato da lei un rabbuffo, avrebbe per lo
meno richiamato sulla sua bocca una di quelle risate rumorose che
gli facevan male; non era meglio lasciar ch’ella le indovinasse da
sè?... E poichè certo ella le aveva già indovinate e pur sentendo
ch’egli l’amava era venuta nel suo studio, nel suo santuario, non si
poteva dire che il metodo da lui seguito fino allora fosse interamente
sbagliato. Adesso però, adesso in qual modo doveva regolarsi? Non era
giunto l’istante di parlar chiaro?
Ebbene, non c’era caso, il coraggio gli mancava sul più bello.... Egli
a cinquant’anni, ella a poco più di venti, egli uomo grave, dedito a
una vita di pensiero, ella, donnina alla moda, avvenente, corteggiata,
assetata di divertimenti e di svaghi!... Oh quanto meglio gli sarebbe
stata la parte di padre che quella di damerino!... Ecco, pur dianzi,
quando la Serlati accennava celiando allo studio di Montalto, Teofoli
aveva provato una stretta al cuore, e sarebbe ingiusto il credere
ch’egli non sentisse che il morso acuto della gelosia. La gelosia c’era
senza dubbio, ma c’era anche un altro impulso più delicato e più casto;
come una gentile pietà di quella giovinetta che nessuno guidava, che si
lasciava esposta a tutte le tentazioni, che sarebbe stata capacissima
di cedere, se non oggi, domani alla curiosità di visitar lo studio d’un
libertino. Egli sentiva che avrebbe dovuto dirle: — Badi, Giorgina,
è su una strada falsa. Lei scherza col fuoco e il fuoco la brucierà.
Abbia giudizio per quelli che non ne hanno. Dia uno scopo serio alla
vita. Se sarà madre, s’occupi de’ suoi figliuoli.... Le gioie della
maternità la risarciranno di ciò che le è mancato come moglie.... Che
se pure è destino che neanche a lei possa bastar la famiglia, aspetti
almeno di ubbidire a una voce imperiosa del cuore. La passione attenua
sempre e talora scusa e nobilita la colpa.... Ma sopratutto non sia una
civetta volgare....
Ahi, poteva il professor Teofoli tener questo linguaggio alla contessa
Serlati, egli che non badando alla differenza d’età le faceva il
cascamorto, egli che s’era preparato a riceverla misteriosamente
come usa un giovinotto quando ha una di quelle che si chiamano _buone
fortune_?
Tutto ciò, si capisce, cresceva il suo impiccio che già non sarebbe
stato piccolo in nessun modo. Non osava essere un amante, non sapeva
essere un padre, non sapeva più nemmeno essere un amico. Le girava
intorno inquieto, seguitando a ripeterle: — Cara contessa, Giorgina,
s’accomodi.
E le additava un divano a molle ch’era in mezzo alla stanza.
— No, no, — replicava la contessa, — perchè volete farmi sedere? Sto
benissimo così.
Pareva un uccellino che salta di frasca in frasca. Ferma un istante
davanti agli scaffali, s’alzava in punta di piedi come se avesse
l’intenzione di decifrare i titoli dei volumi addensati nei palchetti,
ma appena il professore si accingeva a farle da cicerone, ella
sguizzava da un’altra parte, ed eccola curva sul mappamondo quasi
cercasse un punto importantissimo dell’orbe terracqueo.
Il professore le si accostava pieno di sollecitudine. — Che cerca?
— Niente, — rispondeva lei, alzando con un sorriso la sua bella testina.
E rivolgeva per pochi secondi la sua attenzione all’atlante che Teofoli
aveva spiegato sul leggìo.
— Quest’atlante, — cominciava il professore, — è il più completo di
quanti ci siano. Non si sa se più lodarne la nitidezza tipografica,
oppure....
La contessa assentiva. — Bello. Sembra un messale.... Perù preferisco
veder davvicino questi ritratti.... Di qualcheduno c’è il nome
sotto.... Autografi preziosi.... Quello è Renan. Ne vidi la fotografia
un’altra volta.... Che tipo singolare!... Come si vede ch’è stato
prete.... C’è una frase latina.... _semel_.... _semel_.... ah finitela
voi....
— _Semel abbas, semper abbas._
— Bravo.... E questi chi sono?
Teofoli glieli nominò ad uno ad uno.
— Tutti quanti illustri, — ella disse con aria convinta. — Non sarebbe
male che fossero più giovani.
— Eh, cara Giorgina, in certi studi non si arriva così presto a farsi
una celebrità.
— Ma nella poesia, nella musica, sì?
— Qualche volta.
— Ho visto i ritratti di Byron, di Mozart, di Bellini.... Non li avete
mica?
— No.... Ma d’un altro ritratto non mi domanda conto? — egli soggiunse
a mezza voce.
— Quale ritratto?
— Il suo.
— È vero.... Quello che vi diedi in campagna.... Dov’è?
Il professore aperse misteriosamente un cassetto.
— È qui.
— Lo custodite come una reliquia?
— _Per me_, è una reliquia....
— Dio, come siete sentimentale! Però è bene che non mi mettiate in
mostra.... Prima di tutto non converrebbe.... E poi la fotografia non
mi piace.... Spero che l’ultima di cui non ho ancora visto la prova sia
riuscita meglio. Faremo il cambio.
— Se mi permette le terrò tutt’e due, — disse Teofoli.
Ella si strinse nelle spalle. — Accomodatevi pure.
Indi sedette dinanzi alla tavola del professore, sulla sua poltrona, e
si diede a scartabellare i suoi fogli. — È qui che scrivete la vostra
grande opera sulle religioni?
— È qui che dovrei scriverla, — egli rispose. — Ma chi sa quando ne
verrò a capo.
Teofoli non osava confessare che dacchè l’aveva conosciuta non aveva
lavorato un giorno solo di lena.
— Male! — sentenziò con gravità la contessa. — Bisogna venirne a capo
presto. Siete già un uomo celebre, ma quel libro assoderà in modo
definitivo la vostra riputazione.
Il professore ch’era ritto dietro a lei si chinò adagio adagio fino
quasi a sfiorarle con le labbra una ciocca di capelli che le svolazzava
sulla nuca, e susurrò: — Le preme dunque la mia riputazione?
Ella si voltò bruscamente. — Mi avete fatto paura. Sì che mi preme.....
Ma perchè me lo domandate con quell’aria lugubre, sepolcrale, come
d’uomo che mediti un delitto?
Anche questa volta i modi della Giorgina lo sconcertarono. Era lì lì
per aver coraggio e non l’ebbe.
— Ebbene, Teofoli, — ella disse alzandosi in piedi; — non vi lagnerete
di me.... Ho mantenuto la mia promessa, son venuta a trovarvi a rischio
di far nascere chi sa quanti pettegolezzi.... e adesso vado via.... Ma
dov’è _Darling_?
— Va via.... così! — esclamò il povero professore.
— Come volete che vada?... Se sapeste quante cose ho da fare.... Ma
dove diamine è _Darling_?... _Darling_, o _Darling_.
La cagnetta, che s’era rifugiata di nuovo sotto lo scaffale, cacciò
fuori il muso dal suo nascondiglio e volse in giro gli occhi spauriti.
— Ha ancora la tremarella alle gambe, — notò la Giorgina. — L’eroismo
non è il suo forte.... Andiamo, _Darling_.... Non ci son più
pericoli.... Qua, qua.
_Darling_, a passini piccoli e cauti e quasi strisciando col ventre
per terra, s’avvicinò alla padrona che le disse minacciandola
dolcemente col dito: — Non conviene esser così vigliacchi. Dovevi
mostrare i denti, e chi sa che quell’altra bestiaccia non avrebbe fatto
rodomontate.... Orsù, Teofoli, aiutatemi a infilar la pelliccia.
— Non sia cattiva, Giorgina, non abbia questa fretta, — insisteva il
professore.
— Abbiate pazienza, amico mio.... Non posso aspettare un minuto di
più.... Ho lasciato detto a casa che per le due e mezzo circa sarò di
ritorno, e sono già le 2,35.... Poi debbo vestirmi per uscir alle tre
in carrozza... Ho da far quattro visite... pur troppo.... Oh avete
ragione, è una vita impossibile.... Ma non c’è rimedio.... Sfido per
esempio a non andar oggi stesso da Mistress Gilbert.... A proposito....
riceverete dai Gilbert l’invito per un ballo in costume che daranno
l’ultimo sabato di carnevale.
— Quei signori americani?... Se li conosco appena?
— Non importa.... Siete un luminare della scienza, e vi vogliono....
Così va bene.... grazie.
Quantunque a malincuore, Teofoli s’era rassegnato a metter la pelliccia
sulle spalle della contessa.
— Sono grato ai signori Gilbert — egli rispose. — Ma andare a un ballo,
e a un ballo in costume per giunta.... si figuri....
— Gran che! Temete di compromettere la vostra dignità?
— Non dico questo.... A ogni modo non è affare per me....
— Via via, vi lascierete persuadere.... Ne riparleremo. Intanto, vi
prego, datemi anche il manicotto.... È lì sul divano.... Grazie.... E
addio, Teofoli.... Badate che domani e doman l’altro non sono in casa
nè di giorno nè di sera. Posdomani sera ci troveremo dai Roncagli.
Prima che il professore potesse far un ultimo tentativo di trattenerla,
prima ch’egli potesse almeno carpirle la promessa di ritornare, ella
era già nell’andito vicino alla porta della scala. Bisognò pur che
Teofoli si decidesse ad aprirle.
— Buon giorno, — ella disse scendendo rapidamente gli scalini seguita
da _Darling_ i cui sonagli mettevano un tintinnio argentino.
Teofoli tornò nel salotto da pranzo e si riaffacciò alla finestra da
dove l’aveva vista venire. E dalla stessa finestra la vide allontanarsi
e l’accompagnò con lo sguardo sinch’ell’ebbe svoltato il canto della
via. Allora liberò il gatto _Tocci_ che miagolava e graffiava l’uscio
della sua prigione, e ricondottosi nello studio s’abbandonò sul divano,
stanco, sfinito come dopo una giornata campale.