Il professore passò un’altra notte senza dormire (ormai la cosa gli
accadeva spessissimo) e la mattina fu in piedi per tempo chiedendo a
sè stesso se veramente fosse spuntato il giorno più memorabile della
sua vita. In veste da camera entrò nello studio, quello studio ove
al tocco e mezzo avrebbe ricevuto _lei_, ne aperse le imposte non
badando al freddo, e quantunque il sole non fosse ancora visibile
s’assicurò che il cielo era tutto sereno. Da questo lato dunque non
c’era pericolo che sorgessero ostacoli alla visita della contessa.
Naturalmente, se fosse piovuto, ella sarebbe rimasta a casa sua. Il
buon Teofoli s’arrabbiò seco medesimo sorprendendo nel fondo del suo
cuore una segreta e timida benevolenza verso la pioggia, la quale,
in fin dei conti, gli avrebbe permesso di prepararsi meglio a questa
specie d’esame.... Possibile ch’egli fosse un vigliacco?... S’armò
d’un granatino e si diede a spolverar leggermente i mobili, i libri,
e alcune fotografie appese a una delle pareti. Erano per lo più
ritratti d’illustri contemporanei, italiani e stranieri, regalati in
gran parte e portanti la firma autografa del donatore. Vi figuravano
i principali cultori della storia, della filosofia e delle scienze
in Italia; dei Tedeschi, il Mommsen, il Gregorovius, il Ranke, lo
Strauss, il Virchow; dei Francesi, il Renan, il Littré, il Taine;
degli Inglesi, il Darwin, lo Spencer, l’Huxley — i campioni insomma
del pensiero moderno, dalle fronti ampie e severe ove la meditazione
aveva segnato i suoi solchi, dagli occhi profondi che s’erano stancati
nelle assidue ricerche. Teofoli che conosceva tanta parte delle loro
opere avrebbe voluto in quel momento penetrar bene addentro nelle loro
anime, sapere i loro segreti più intimi, chieder loro se si fossero
mai trovati in condizioni simili a quella in cui egli si trovava,
implorare il soccorso della loro esperienza. Ahimè, nè da loro nè dai
libri allineati negli scaffali gli veniva lume a’ suoi dubbi. Ed egli
era tentato di domandarsi a che servono le biblioteche se non danno una
guida, un conforto nei casi difficili.
Frattanto macchinalmente, inconsciamente riordinava le carte e gli
opuscoli che ingombravano il suo tavolino, apriva sul leggìo un
magnifico atlante di Stieler, avvicinava alquanto alla finestra un bel
mappamondo che aveva comperato l’anno addietro a Lipsia, metteva in
mostra un volume di Spencer arrivatogli una settimana addietro con la
dedica dell’autore. Molto di più avrebbe fatto, se non fosse stato il
timore d’insospettire la signora Pasqua con le novità.
Ma la signora Pasqua venendo, come usava ogni giorno, alle nove a
portare il caffè e ad accender la stufa non s’accorse di null’altro
che della brutta cera del padrone il quale dovrebbe almeno, ella
disse, rimanere in letto un’ora di più la mattina dopo che aveva preso
l’abitudine di passare una parte della notte fuori di casa. — Se crede
che le faccia bene, — ella soggiunse.
— Son fantasie vostre, cara Pasqua, — rispose il professore. — Io sto
benissimo....
— Sarà.... Ma l’altr’anno stava molto meglio.
— Nemmeno per sogno, — replicò Teofoli, rimettendo la chicchera sul
vassoio. — I miei vestiti sono pronti?
— Sissignore. E oggi è a casa tanto a colazione che a pranzo?
— Sì, sono a casa. Lasciatemi adesso, chè devo far qualche cosa prima
d’andare all’Università.
Mezz’ora dopo, il professore Teofoli saliva in cattedra ed esponeva
a’ suoi studenti con parola fluida e precisa il sistema di Augusto
Comte, ciò che prova, a chi ne dubitasse, che molte funzioni anche
intellettuali diventano con l’abitudine semplici funzioni meccaniche e
che basta toccar certe corde per averne certe sonate. In realtà quella
mattina il nostro professore non si curava nè di Augusto Comte nè della
filosofia positiva e la sola impressione destata in lui dalla presenza
della colta gioventù era quella che il più asino della classe avrebbe
affrontato con maggior serenità e baldanza di spirito le vicende di un
convegno galante.
A colazione egli fu altrettanto taciturno quanto la mattina, e la
signora Pasqua non riuscì a cavargli di bocca che qualche monosillabo.
Questa taciturnità crescente del suo padrone non era l’ultima delle
ragioni che spingevano la signora Pasqua ad approfittar delle sue due
ore di libertà per andare a sfogarsi con le sue amiche. E anche quel
giorno, alle dodici e cinquantacinque minuti, ella infilò la porta,
liberando il professore dalla paura che per uno o un altro motivo ella
s’indugiasse più dell’usato. Uscita lei, fu facile al nostro Teofoli
di sbarazzarsi del ragazzo Fedele, un galoppino che stava sempre a
sua disposizione e che una volta fuori del nido metteva un secolo
a tornarci. È vero che ordinariamente Fedele si tratteneva in casa
durante le assenze della signora Pasqua, ma egli non era uomo da far
obbiezioni ad andarsene, e accettò con entusiasmo due o tre incarichi
che gli fornivano un ottimo pretesto per stare in giro mezza giornata.
E così, all’una e pochi minuti il professore Clemente Teofoli fu
solo.... aspettando. Non già nella camera da studio ch’era piuttosto
appartata, ma nel salottino da pranzo che dava sulla strada. Ne aperse
l’uscio per sentir meglio il campanello, sollevò alquanto il lembo
d’una tendina e si mise in vedetta. Da che parte sarebbe venuta? Se
veniva direttamente dalla sua abitazione sarebbe venuta dalla destra;
ma era probabile che avesse fatto una diversione, che venisse dal
lato opposto. Non importa; egli l’avrebbe vista a ogni modo. Ma come
sarebbe venuta? A piedi o in carrozza? Certo non nella sua carrozza.
Se no, come mantenere il segreto? Forse il meglio era ch’ell’avesse
preso un fiacre a nolo. E vero che anche il fiacre lì fermo ad
attenderla dinanzi alla porta aveva i suoi inconvenienti. Pazienza;
gl’inconvenienti non si potevano evitare nè in carrozza nè a piedi....
Qui poi lo assaliva un dubbio più fiero.... S’ella non fosse venuta?
S’egli l’avesse fraintesa? S’ell’avesse voluto fargli una burla? Ma
perchè? Ma perchè?
Era l’una e un quarto. Anche s’ella fosse stata puntuale non avrebbe
potuto esser da lui che tra un quarto d’ora; che ragione c’era ch’egli
stesse con gli usci aperti a pigliarsi il fresco prima del tempo?
Rientrò in camera da studio, non già per rimanervi, ma per dare
un’occhiata alla stufa, per rifondervi della nuova legna. Subito dopo
si rimise al suo osservatorio.
La strada era delle meno frequentate. Pochi pedoni; a lunghi intervalli
una vettura. Ah, come il cuore gli balzava a ogni scalpitìo di zampe
ferrate, a ogni romore di ruote, a ogni apparire in fondo alla via d’un
cappellino e d’un vestito femminile! Ma non era lei, non poteva esser
lei; mancavano dieci, mancavano cinque minuti all’ora prefissa.
Finalmente suonò la mezza, e da quell’istante le ansie dell’attesa
raddoppiarono. Ogni secondo pareva un minuto, ogni minuto pareva
un’ora. A un certo punto Teofoli ebbe una strana allucinazione. Vide
da lontano un suo studente con una donna, e quella donna, nella sua
fantasia riscaldata, pigliò l’aspetto della contessa Giorgina. Era
possibile? L’incanto fu subito rotto. Quello era bensì uno studente, ed
era in compagnia d’una ragazza, ma la ragazza, quantunque abbigliata
con una certa eleganza, aveva l’aria di non esser altro che una
crestaia. Ed egli aveva commesso il sacrilegio di scambiarla con la
Serlati! La giovine coppia passò sotto le finestre di Teofoli senza
nemmeno alzar la testa; lo scolaro ch’era venuto ripetutamente dal
suo professore per ragioni di studio aveva adesso ben altro che il
suo professore pel capo. Ah, come sembravano felici quei due! Come
camminavano svelti, spediti, come ridevano e ciarlavano e si divoravano
con gli occhi! Succedono pure di grandi trasformazioni in noi stessi.
Alcuni mesi addietro, Teofoli avrebbe certo biasimato in cuor suo
l’incauto discepolo che si lasciava adescare da una sguaiata, avrebbe
fatto eco alle filippiche di Dalla Volpe e di Frusti contro le femmine;
ora invece era pieno d’indulgenza pel sedotto e per la seduttrice e
quasi quasi avrebbe voluto essere al loro posto.
— Ma! Gioventù! — egli sospirò quando la coppia si fu dileguata.
E con un secondo sospiro guardò l’orologio. La lancetta segnava l’una e
tre quarti. Ah cattiva contessa; si sarebbe dunque presa gioco di lui?
In quel momento gli occhi del professore Teofoli caddero sopra una
persona la cui presenza gli recò una noia infinita. Dall’altra parte
della strada, poco men che dirimpetto alle sue finestre, il conte
Antonio Ermansi, spuntato non si sa di dove e fermo dinanzi alla mostra
di un rigattiere, esaminava in tutti i sensi alcuni vecchi libri,
mentre il padrone del negozio che stava sulla soglia in atto ossequioso
cercava d’indovinare dall’espressione e dai gesti del bibliomane il
valore della propria merce, da lui pagata a peso di carta.
— Cretino d’un Ermansi! — borbottava rabbiosamente il professore
stringendo i pugni. — Aveva da venir qui giusto oggi.... E non si
risolve mica ad andar via.... Oh sì.... Meno male che entra nella
bottega.... E poi dev’esser miope.... Ah!...
_Ah_, dice il dizionario, è una _interiezione che si usa per esprimere
diversi affetti_. Certo che adesso, in bocca del professore Clemente
Teofoli, essa ne esprimeva moltissimi. Chè di là ond’erano venuti
lo studente e la crestaia egli aveva visto sorgere (a lui era parso
davvero che sorgesse dal suolo) una bella, agile figura di donna,
avviluppata in una lunga pelliccia, con un cappellino di velluto color
marrone con nastri azzurri, la veletta calata sul volto e le mani
nascoste in un piccolo manicotto. Era lei, era lei. La cagnetta che
l’accompagnava e che aveva tutti i connotati di _Darling_ bastava a
rimuover gli ultimi dubbi.