VII.

È una caratteristica delle civette quella di dare agli atti, alle

parole più semplici un’apparenza che ne accresce la portata agli

occhi degli ingenui. Ogni donna dice _buona sera_, _buon giorno_,

_arrivederci_, ogni donna, se è stanca, accetta il braccio d’un

cavaliere; se ha sete, lo prega di procurarle un bicchiere d’acqua;

se le casca un guanto, lascia ch’egli lo raccolga; ma la civetta

farà tutto ciò in un suo modo particolare. Nel _buon giorno_, nella

_buona sera_ ci sarà un languore sentimentale; nell’_arrivederci_ ci

sarà una promessa; nell’appoggiarsi ci sarà un molle abbandono; nel

ringraziare d’un bicchier d’acqua portato, d’un guanto raccolto, ci

sarà un’espressione tenera di riconoscenza piena di sottintesi.

Così, in via ordinaria, non v’è motivo di scandalo e di meraviglia nel

fatto che una signora (e sia pur giovine e bella) vada una o più volte

nello studio d’uno scienziato d’età matura e di reputazione illibata.

E, in vero, abbiamo già detto che sulle prime il professore Teofoli

non aveva messo malizia alcuna nella visita sperata della contessa

Giorgina. Sarebbe stato certo un gran piacere per lui, ma la sua

innocente galanteria non mirava più in là. Era stata la contessa con lo

sue reticenze, col suo ordine di non dir nulla a nessuno che gli aveva

messo il sangue in fermento. E come non aveva dormito la notte, così

non seppe mettersi a lavorar di lena nei dì successivi. Dopo la sua

lezione all’Università non riusciva a far altro. Nel suo insegnamento

non si poteva scoprire il minimo sintomo di decadenza; la sua memoria,

la sua dialettica erano sempre ammirabili, la sua parola era sempre

limpida e colorita; anzi c’erano momenti ch’essa aveva un fascino

maggiore dell’usato come di strumento a cui si sia aggiunta una nuova

corda. Ma se il professore si manteneva all’altezza d’un tempo per ciò

che riguardava le sue lezioni, lo scienziato non era più quello per

l’assiduità nelle ricerche, per l’instancabile operosità del pensiero.

E non era nemmeno più quello per la sollecitudine verso gli scolari

dei quali una volta egli amava attorniarsi e che ora egli teneva

sempre a una certa distanza. Peggio poi da quando aspettava la visita

della Serlati. Bisognava assolutamente sviar quei ragazzi dal venirlo

a cercare a casa. E se uno di loro gli diceva che sarebbe passato a

disturbarlo per avere un libro in prestito, o per manifestargli alcuni

suoi dubbi su qualche questiono un po’ controversa, egli aveva una

sequela di ma, di se, di forse che scoraggiavano il sollecitatore.

Ecco, in quanto al libro, gliene indicasse pure il titolo; glielo

avrebbe fatto avere per mezzo del bidello. E circa ai dubbi che lo

studente desiderava esporgli, s’eran tali da potersi risolvere lì per

lì, valeva meglio spicciarsi subito; se no il giovine li mettesse in

carta, ed egli avrebbe risposto nello stesso modo. Coi colleghi teneva

un sistema analogo. S’isolava quanto più era possibile, insisteva sul

suo gran da fare; suggeriva loro, se avevano da parlargli e non si

sgomentavano dell’idea di aver fatto la strada inutilmente, di venir di

sera, dalle sette allo otto.... _Per solito_, a quell’ora era in casa.

— Par d’essere nel deserto — borbottava la signora Pasqua. Ed ella

che aveva in altri tempi molto brontolato pel continuo viavai della

ragazzaglia, adesso brontolava perchè, a eccezione del postino, non

c’era quasi nessuno che suonasse il campanello. E poi tutto andava

alla peggio. Talvolta a metà della giornata, il professore annunziava

che sarebbe stato a pranzo fuori, talvolta non si curava nemmeno di

annunziar nulla, e all’ora del desinare non si faceva vedere. E non

tollerava mica osservazioni. Oh sì. Era diventato un basilisco. — Se

non v’accomoda, quella è la porta — ecco il suo ritornello.

Ah se la signora Pasqua non gli fosse stata affezionata, se non avesse

trovato il suo tornaconto a stare al servizio d’un uomo solo! Non

le restava altro conforto che quello di sfogarsi con le vicine e coi

professori Frusti e Della Volpe, quando, venuti a cercar l’amico e non

trovatolo avevano anch’essi la loro dose di fiele da versar nell’animo

di qualcheduno. Già la signora Pasqua si conciliava subito la loro

benevolenza col dir male delle donne. — Avevano ragione, avevano

ragione da vendere. Le donne erano sempre la prima causa di tutti i

mali. Non poteva rimaner dov’era, quel serpente, quella contessa che

aveva reso irriconoscibile un uomo come il professore Teofoli?

Diceva ciò quasi a dipingerlo come la vittima di un incanto, di

una malìa. Però i suoi interlocutori non ammettevano circostanze

attenuanti. Se avesse avuto vent’anni, trent’anni, passi. Ma alla sua

età? Non si è vittime quando non si vuol esser tali. Si fosse provata a

civettar con loro, la signora contessa! Gli è che Teofoli aveva avuto

sempre le sue debolezze per il bel sesso. Non aveva badato a chi gli

presagiva che il salotto Ermansi sarebbe stato la sua rovina, aveva

voluto girare intorno al fuoco e s’era bruciato le ali. Tanto peggio

per lui!

Il più arrabbiato era il Della Volpe che non perdonava al collega

di avergli fatto mangiare di magro a casa un venerdì inviandogli

all’ultimo momento un biglietto per contrammandare il solito invito

settimanale. Un’azionaccia, una vera azionaccia che lo aveva esposto ai

sarcasmi della moglie e l’aveva costretto il giorno dopo a prendere il

bicarbonato di soda per accomodarsi lo stomaco!

Del rimanente, anche quando i tre amici desinavano insieme, i loro

ritrovi non avevano niente a che fare con quelli d’una volta. Le

querimonie di Della Volpe contro la consorte viva e quelle di Frusti

contro la defunta non sollevavano nessuna ilarità; alle galanterie

di Teofoli non era lecito di fare il minimo accenno; i fatti della

19ª dinastia tebana e la rivalità di Carlo V e di Francesco I non

riuscivano ad animare la conversazione; le virtù culinarie della

signora Pasqua, per quanto apprezzate dai commensali, non ricevevano il

debito tributo di lodi in causa dell’inappetenza dell’anfitrione. La

signora Pasqua avvilita dal veder che il professore toccava appena le

vivande, gettava sdegnosamente gli avanzi al gatto _Tocci_, dicendo che

per poco che durasse così ell’avrebbe fatto la cucina soltanto per lui.

— Ma già — ella proseguiva con aria sprezzante — tu non sei migliore

del tuo padrone. Se ti salta qualche grillo, se la micia soriana dei

nostri vicini ti fa qualche smorfia, pianti il cibo e la casa e corri

dietro a quella poco di buono pegli orti e pei tetti. Bada però di non

portartela qui dentro.... Se vi colgo state freschi.... Scandali non ne

voglio.

La signora Pasqua, nel pronunciar queste gravi parole, non s’immaginava

che il professore meditava appunto lo scandalo ch’ella non avrebbe

perdonato a Tocci.

Erano trascorse due settimane dalla serata del teatro, nè la contessa

Giorgina aveva più soggiunto una sillaba sul delicato argomento della

sua visita. Dal canto suo il professore non osava interrogarla; cercava

bensì che ne’ suoi occhi ci fosse la domanda che non osava salirgli

alle labbra, ma non avrebbe potuto dire s’ella lo capiva o se voleva

capirlo. Già, eravamo alle solite; ch’aveva sempre intorno a sè uno

sciame d’oziosi, e, per quella sua benedetta fissazione d’esser cortese

con tutti quanti, i vecchi amici si trovavano allo stesso livello dei

nuovi arrivati. Teofoli non andava da lei senza dover subirsi una o due

presentazioni. Il conte tale, il marchese tal altro. Bravissimi giovani

piovuti dalle nuvole che a sentir il suo nome borghese chinavano

appena la testa e a cui non passava neppure in mente che quel nome

potess’essere più rispettabile e più conosciuto del loro. Che tirocinio

d’umiltà deve fare un uomo d’ingegno allorchè si mette a corteggiare

una donna galante!

Nondimeno, Teofoli era rassegnato a questo genere di mortificazioni.

Ne avrebbe subìto in pace anche di maggiori se avesse potuto acquistar

la certezza che la Serlati gli voleva un po’ di bene. Ma perchè

quel contegno enigmatico? Perchè quel silenzio ostinato circa alla

sua visita? Gliel’aveva o non gliel’aveva promessa? E come si può

dimenticar così una promessa?

Ebbene, una sera nel venir via dalla conversazione dei Roncagli

e proprio nel momento che il professore inghiottiva tanto veleno

pensando alle paroline, ai sorrisi, alle occhiate che la contessa aveva

scambiato fino allora con Montalto e con due o tre giovani ufficiali,

ella colse un pretesto qualunque per avvicinarglisi e gli susurrò

all’orecchio: — Aspettatemi domani, al tocco e mezzo.

Si pose il dito sulla bocca per intimargli silenzio, e senz’attender

risposta diede il braccio a Montalto che l’accompagnò giù della scala

fino alla carrozza.

Neppur volendo, Teofoli non avrebbe potuto rispondere. Era sbalordito,

ammutolito, con la testa in combustione; sarebbe stato incapace di

esprimere quel che provava. O fors’era simile al soldato che, dopo

aver mostrato una grande impazienza di battersi, sente raddoppiar

le pulsazioni del cuore nel vedere il nemico, e non è ben sicuro che

quelle pulsazioni sian figlie tutte d’uno schietto entusiasmo.

Prima di partire · 第 15 / 60 题