È una caratteristica delle civette quella di dare agli atti, alle
parole più semplici un’apparenza che ne accresce la portata agli
occhi degli ingenui. Ogni donna dice _buona sera_, _buon giorno_,
_arrivederci_, ogni donna, se è stanca, accetta il braccio d’un
cavaliere; se ha sete, lo prega di procurarle un bicchiere d’acqua;
se le casca un guanto, lascia ch’egli lo raccolga; ma la civetta
farà tutto ciò in un suo modo particolare. Nel _buon giorno_, nella
_buona sera_ ci sarà un languore sentimentale; nell’_arrivederci_ ci
sarà una promessa; nell’appoggiarsi ci sarà un molle abbandono; nel
ringraziare d’un bicchier d’acqua portato, d’un guanto raccolto, ci
sarà un’espressione tenera di riconoscenza piena di sottintesi.
Così, in via ordinaria, non v’è motivo di scandalo e di meraviglia nel
fatto che una signora (e sia pur giovine e bella) vada una o più volte
nello studio d’uno scienziato d’età matura e di reputazione illibata.
E, in vero, abbiamo già detto che sulle prime il professore Teofoli
non aveva messo malizia alcuna nella visita sperata della contessa
Giorgina. Sarebbe stato certo un gran piacere per lui, ma la sua
innocente galanteria non mirava più in là. Era stata la contessa con lo
sue reticenze, col suo ordine di non dir nulla a nessuno che gli aveva
messo il sangue in fermento. E come non aveva dormito la notte, così
non seppe mettersi a lavorar di lena nei dì successivi. Dopo la sua
lezione all’Università non riusciva a far altro. Nel suo insegnamento
non si poteva scoprire il minimo sintomo di decadenza; la sua memoria,
la sua dialettica erano sempre ammirabili, la sua parola era sempre
limpida e colorita; anzi c’erano momenti ch’essa aveva un fascino
maggiore dell’usato come di strumento a cui si sia aggiunta una nuova
corda. Ma se il professore si manteneva all’altezza d’un tempo per ciò
che riguardava le sue lezioni, lo scienziato non era più quello per
l’assiduità nelle ricerche, per l’instancabile operosità del pensiero.
E non era nemmeno più quello per la sollecitudine verso gli scolari
dei quali una volta egli amava attorniarsi e che ora egli teneva
sempre a una certa distanza. Peggio poi da quando aspettava la visita
della Serlati. Bisognava assolutamente sviar quei ragazzi dal venirlo
a cercare a casa. E se uno di loro gli diceva che sarebbe passato a
disturbarlo per avere un libro in prestito, o per manifestargli alcuni
suoi dubbi su qualche questiono un po’ controversa, egli aveva una
sequela di ma, di se, di forse che scoraggiavano il sollecitatore.
Ecco, in quanto al libro, gliene indicasse pure il titolo; glielo
avrebbe fatto avere per mezzo del bidello. E circa ai dubbi che lo
studente desiderava esporgli, s’eran tali da potersi risolvere lì per
lì, valeva meglio spicciarsi subito; se no il giovine li mettesse in
carta, ed egli avrebbe risposto nello stesso modo. Coi colleghi teneva
un sistema analogo. S’isolava quanto più era possibile, insisteva sul
suo gran da fare; suggeriva loro, se avevano da parlargli e non si
sgomentavano dell’idea di aver fatto la strada inutilmente, di venir di
sera, dalle sette allo otto.... _Per solito_, a quell’ora era in casa.
— Par d’essere nel deserto — borbottava la signora Pasqua. Ed ella
che aveva in altri tempi molto brontolato pel continuo viavai della
ragazzaglia, adesso brontolava perchè, a eccezione del postino, non
c’era quasi nessuno che suonasse il campanello. E poi tutto andava
alla peggio. Talvolta a metà della giornata, il professore annunziava
che sarebbe stato a pranzo fuori, talvolta non si curava nemmeno di
annunziar nulla, e all’ora del desinare non si faceva vedere. E non
tollerava mica osservazioni. Oh sì. Era diventato un basilisco. — Se
non v’accomoda, quella è la porta — ecco il suo ritornello.
Ah se la signora Pasqua non gli fosse stata affezionata, se non avesse
trovato il suo tornaconto a stare al servizio d’un uomo solo! Non
le restava altro conforto che quello di sfogarsi con le vicine e coi
professori Frusti e Della Volpe, quando, venuti a cercar l’amico e non
trovatolo avevano anch’essi la loro dose di fiele da versar nell’animo
di qualcheduno. Già la signora Pasqua si conciliava subito la loro
benevolenza col dir male delle donne. — Avevano ragione, avevano
ragione da vendere. Le donne erano sempre la prima causa di tutti i
mali. Non poteva rimaner dov’era, quel serpente, quella contessa che
aveva reso irriconoscibile un uomo come il professore Teofoli?
Diceva ciò quasi a dipingerlo come la vittima di un incanto, di
una malìa. Però i suoi interlocutori non ammettevano circostanze
attenuanti. Se avesse avuto vent’anni, trent’anni, passi. Ma alla sua
età? Non si è vittime quando non si vuol esser tali. Si fosse provata a
civettar con loro, la signora contessa! Gli è che Teofoli aveva avuto
sempre le sue debolezze per il bel sesso. Non aveva badato a chi gli
presagiva che il salotto Ermansi sarebbe stato la sua rovina, aveva
voluto girare intorno al fuoco e s’era bruciato le ali. Tanto peggio
per lui!
Il più arrabbiato era il Della Volpe che non perdonava al collega
di avergli fatto mangiare di magro a casa un venerdì inviandogli
all’ultimo momento un biglietto per contrammandare il solito invito
settimanale. Un’azionaccia, una vera azionaccia che lo aveva esposto ai
sarcasmi della moglie e l’aveva costretto il giorno dopo a prendere il
bicarbonato di soda per accomodarsi lo stomaco!
Del rimanente, anche quando i tre amici desinavano insieme, i loro
ritrovi non avevano niente a che fare con quelli d’una volta. Le
querimonie di Della Volpe contro la consorte viva e quelle di Frusti
contro la defunta non sollevavano nessuna ilarità; alle galanterie
di Teofoli non era lecito di fare il minimo accenno; i fatti della
19ª dinastia tebana e la rivalità di Carlo V e di Francesco I non
riuscivano ad animare la conversazione; le virtù culinarie della
signora Pasqua, per quanto apprezzate dai commensali, non ricevevano il
debito tributo di lodi in causa dell’inappetenza dell’anfitrione. La
signora Pasqua avvilita dal veder che il professore toccava appena le
vivande, gettava sdegnosamente gli avanzi al gatto _Tocci_, dicendo che
per poco che durasse così ell’avrebbe fatto la cucina soltanto per lui.
— Ma già — ella proseguiva con aria sprezzante — tu non sei migliore
del tuo padrone. Se ti salta qualche grillo, se la micia soriana dei
nostri vicini ti fa qualche smorfia, pianti il cibo e la casa e corri
dietro a quella poco di buono pegli orti e pei tetti. Bada però di non
portartela qui dentro.... Se vi colgo state freschi.... Scandali non ne
voglio.
La signora Pasqua, nel pronunciar queste gravi parole, non s’immaginava
che il professore meditava appunto lo scandalo ch’ella non avrebbe
perdonato a Tocci.
Erano trascorse due settimane dalla serata del teatro, nè la contessa
Giorgina aveva più soggiunto una sillaba sul delicato argomento della
sua visita. Dal canto suo il professore non osava interrogarla; cercava
bensì che ne’ suoi occhi ci fosse la domanda che non osava salirgli
alle labbra, ma non avrebbe potuto dire s’ella lo capiva o se voleva
capirlo. Già, eravamo alle solite; ch’aveva sempre intorno a sè uno
sciame d’oziosi, e, per quella sua benedetta fissazione d’esser cortese
con tutti quanti, i vecchi amici si trovavano allo stesso livello dei
nuovi arrivati. Teofoli non andava da lei senza dover subirsi una o due
presentazioni. Il conte tale, il marchese tal altro. Bravissimi giovani
piovuti dalle nuvole che a sentir il suo nome borghese chinavano
appena la testa e a cui non passava neppure in mente che quel nome
potess’essere più rispettabile e più conosciuto del loro. Che tirocinio
d’umiltà deve fare un uomo d’ingegno allorchè si mette a corteggiare
una donna galante!
Nondimeno, Teofoli era rassegnato a questo genere di mortificazioni.
Ne avrebbe subìto in pace anche di maggiori se avesse potuto acquistar
la certezza che la Serlati gli voleva un po’ di bene. Ma perchè
quel contegno enigmatico? Perchè quel silenzio ostinato circa alla
sua visita? Gliel’aveva o non gliel’aveva promessa? E come si può
dimenticar così una promessa?
Ebbene, una sera nel venir via dalla conversazione dei Roncagli
e proprio nel momento che il professore inghiottiva tanto veleno
pensando alle paroline, ai sorrisi, alle occhiate che la contessa aveva
scambiato fino allora con Montalto e con due o tre giovani ufficiali,
ella colse un pretesto qualunque per avvicinarglisi e gli susurrò
all’orecchio: — Aspettatemi domani, al tocco e mezzo.
Si pose il dito sulla bocca per intimargli silenzio, e senz’attender
risposta diede il braccio a Montalto che l’accompagnò giù della scala
fino alla carrozza.
Neppur volendo, Teofoli non avrebbe potuto rispondere. Era sbalordito,
ammutolito, con la testa in combustione; sarebbe stato incapace di
esprimere quel che provava. O fors’era simile al soldato che, dopo
aver mostrato una grande impazienza di battersi, sente raddoppiar
le pulsazioni del cuore nel vedere il nemico, e non è ben sicuro che
quelle pulsazioni sian figlie tutte d’uno schietto entusiasmo.