Il professore era a casa Serlati alle otto e un quarto. Sulle scale
egli trovò il conte Ercole che lo salutò cordialmente. — Bravo,
professore. Lo ringrazio anch’io della sua gentilezza. Alla Giorgina
non sarebbero mancati i cavalieri, ma noi abbiamo preferito lei.
— È un onore, un onore grandissimo, — biascicava Teofoli.
Il conte Ercole sorrise. — Basterà che rimanga finchè principia il
turno delle visite. Non avrà tanto da aspettare. Mia moglie conosce
ormai mezza città.
— Pur troppo, — avrebbe voluto rispondere il professore. Ma si contentò
di protestare ch’egli era ben lieto di consacrar l’intera serata alla
sua ottima amica.
Su in casa lo s’introdusse in un salottino bene riscaldato, bene
illuminato, pieno di ninnoli altrettanto inutili quanto eleganti, e lo
si pregò di attendere. La contessa finiva di vestirsi.
Di lì a pochi minuti ella comparve abbottonandosi i guanti e seguita
dalla cameriera che teneva spiegata una mantellina di stoffa bianca con
guarnizione di cigno.
— Lo sapevo bene che su voi si può fare assegnamento, — ella gli disse
stendendogli la mano. — Avete anticipato.
— Oh.... di qualche minuto.
Ella si affacciò allo specchio. — Ecco, per non lasciarvi solo son
venuta a compier qui la mia toilette.
Si rivolse alla cameriera. — Maria, infilami la mantellina.
La contessa Serlati quella sera era proprio un amore, con le sue belle
braccia nude, con l’abito di raso nero aperto sul davanti, con un
monile di perle intorno al collo di neve, e senz’altro ornamento in
testa che una camelia d’un color roseo pallido che faceva spiccare il
castano scuro de’ suoi capelli.
— Mi par di leggervi in cuore, — ella disse mentre dava un’ultima
occhiata allo specchio. — Queste donne non finiscono mai di lisciarsi,
di contemplarsi.... Tutte un impasto di vanità....
— Oh contessa....
— No, no, in fondo avete ragione.... Ma se siamo fatte così? Se la
cura della nostra persona e del nostro abbigliamento è parte del nostro
decoro, della nostra dignità?
— Ed è naturale, — rispose con galanteria il professore. — Quando la
persona è un’opera d’arte merita bene il conto di occuparsene.
— Sempre gentile, — ella soggiunse avvicinandosi.... — Io però credo
d’esser delle più spiccie a vestirmi.... Me ne appello alla Maria.
La cameriera chinò il capo assentendo.
— La carrozza? — domandò la contessa.
— È pronta.
— Andiamo allora.
Il professore Teofoli era stato più volte in carrozza con la contessa,
ma solo con lei, di sera, in un legno chiuso, non c’era stato mai. Si
sentiva al tempo stesso orgoglioso e turbato di quella vicinanza, di
quel tepore, di quel profumo che l’avvolgeva. Dai lampioni della strada
entravano ogni tanto dei fasci di luce nel landau, ed egli vedeva
quella testina adorabile voltata dalla sua parte, quei grandi occhi
scintillanti, quelle labbra rosee fatte per sorridere e per baciare....
Oh com’egli capiva che per un bacio di quelle labbra rosee si desse la
vita!... Se avesse osato?... Ma l’età dell’audacia era passata da un
pezzo.... E poi egli non era stato giovine nemmeno a trenta, nemmeno a
venti anni.... come poteva esser tale a cinquanta?
— Non avete niente da raccontarmi? — disse a un certo punto la Serlati.
— A che pensate stasera?
— Penso, — replicò il professore, — al dottor Fausto che dopo esser
invecchiato sui libri assimilandosi quasi tutto lo scibile umano,
vendette l’anima al diavolo per tornar giovine e farsi amare da
Margherita.
— E che c’entrano Fausto e Margherita in questo momento?
— Oh più di quello che non creda, contessa.
— Lasciamo stare Margherita. Sareste voi Fausto?
— Sono di quella famiglia.... Meno sapiente, s’intende.
— Meno vecchio piuttosto.
— Uno è vecchio appena ha cessato d’esser giovine.
— E vendereste l’anima al diavolo?
— Forse sarebbe inutile offrirgliela. Il diavolo è diventato più
positivo e s’è accorto che le anime non valgono quello che costano.
— Però voi non credete al diavolo, — soggiunse maliziosamente la
contessa.
— Credevo di non credervi.
— E avete mutato opinione?
— Sono problemi gravi.
— Ah Teofoli, — disse la Serlati con uno di quei bruschi passaggi di
cui le donne hanno il segreto, — che ce n’è delle nostre conferenze di
filosofia, del nostro Spinoza, del nostro Darwin, del nostro Spencer?
— Cara contessa, — ribattè il professore, — sa bene che dal canto
mio....
— Lo so, lo so, non è colpa vostra.... Ma vedete voi pure se ho un
momento di quiete.... V’avevo anche promesso di venir a vedere le
fotografie di quegli omenoni nel vostro studio.
— Magari venisse! — proruppe Teofoli. — Non ardisco sperarlo.
— Avete torto.... Forse sarei venuta se non temessi di esser morsicata
dal vostro Cerbero.
— Che Cerbero?
— La vostra governante, la vostra cuoca, quello che è insomma.
— La Pasqua?
— Si chiama Pasqua? Un nome stagionato, da persona matura.... Ebbene,
scommetterei che quella donna lì non mi può soffrire....
— Che idee!
— Ma sì; è naturale.... dev’essere uno spirito metodico la vostra
signora Pasqua. Deve averla con me per la rivoluzione che ho portato
nelle vostre abitudini.
Il professore seguitava a negare, ma in cuor suo riconosceva che la
contessa Giorgina aveva colto nel segno. Che donna perspicace!
— In ogni modo, — egli insinuò timidamente, — dal tocco alle tre la
Pasqua non c’è mai.
— Davvero?
— Sono le sue ore di libertà.... Non ci rinunzierebbe a nessun patto.
— Eh, allora.... chi sa che un bel giorno quando meno ve l’aspettate....
— Contessa, cara contessa, — esclamò Teofoli ingalluzzito. — Parla sul
serio?
— Sicuro.
— E quando verrà?
— Oh questo poi.... Non ha da essere una sorpresa?
— No.... riflettendoci bene.... potrei aver gente.... potrei esser
fuori.
— È giusto.... Allora vi avvertirò un giorno prima.... È inutile far
chiacchiere intanto....
— Si figuri....
E il professore strinse con entusiasmo la mano che la Giorgina gli
porse quasi a conferma della sua promessa.
La carrozza si fermò sotto la loggia coperta del teatro.
Teofoli aiutò la sua dama a scendere, e dandole il braccio attraversò
pomposamente il vestibolo. Camminava con la testa alta, con passo
leggero ed elastico; gli pareva di aver vent’anni.
Ma l’apparizione del giovine marchese di Montalto sul primo
pianerottolo dello scalone gli fece l’effetto d’una doccia fredda. Il
marchese si mise subito al fianco della contessa, ed entrò in palco
con lei e col professore. Egli rivolse alla Giorgina mille complimenti
sulla sua bellezza, sul buon gusto della sua _toilette_, e passando
in rassegna col cannocchiale le varie signore che c’erano in teatro
sentenziò che nessuna, proprio nessuna, poteva reggere al confronto di
lei. Nella quale opinione Teofoli consentiva interamente; gli seccava
però che la cosa fosse detta da Montalto, e più ancora che la Serlati
mostrasse di gradirla tanto e scherzasse con quella testa di legno e
gli concedesse una strana familiarità.
A poco a poco sopraggiunsero i soliti visitatori, i soliti cicisbei
sguaiati, svenevoli con cui la Giorgina aveva il torto di ridere e di
divertirsi.
— Ormai, — ella disse a Teofoli, — sono ben custodita, e non voglio
tenervi prigioniero. Grazie della vostra cortesia.
Fatto si è che nel palco non ci si stava più e che il professore non
poteva insistere per rimanere.
Al garbato congedo della contessa egli rispose:
— Scendo in platea.... Ripasserò sul tardi per sentire se le occorre
nulla.
— Ma no, non vi disturbate, — ella insistè con un principio
d’impazienza. — Che cosa deve occorrermi?
— Però.... se non venisse suo marito.... per riaccompagnarla in
carrozza....
— Mio marito verrà certamente.
— In ogni caso ci siamo noi, — gridarono all’unissono i presenti.
— Vedete che i cavalieri non mi mancano, — soggiunse la Giorgina. —
Buona notte, Teofoli, e grazie di nuovo.
E nel palco fu un coro di — Buona notte, professore, buona notte,
— con certe inflessioni di voce che davano alla frase innocente il
significato di: — Se ne vada, si spicci, non secchi più.
— Già, i cavalieri non le mancano, — borbottava l’ottimo professore
scendendo le scale. — Voglio sperare ch’ella li stimi per quello
che valgono. Con l’ingegno che ha non dovrebbe prender lucciole per
lanterne.... Quel marito però è un gran minchione.
Giunto nell’atrio, Teofoli non seppe resistere alla tentazione di
fermarsi alquanto in platea, ove, non avendo sedia chiusa, stette
ritto in mezzo alla folla con gli occhi fissi al palco 24 di prima fila
ch’era quello della Serlati.
Era un gran cicaleccio in quel palco, e di tratto in tratto dal basso
salivano dei tss, tss prolungati all’indirizzo dei disturbatori. Due
vicini del professore si sfogavano a sparlare di _quelle dame_ in
generale e della Serlati in particolare che soggiornava da pochissimo
tempo a X e quantunque fosse sposa da soli due anni faceva già
discorrer sul conto suo come le _veterane_. Il nostro amico sudava
freddo a sentir questi orrori, e avrebbe voluto ricacciar lo parole
in gola a quei bifolchi. Ma come promuovere uno scandalo alla sua
età, nella sua posizione sociale?... E poi non era peggio anche per
la contessa Giorgina? Non era un dare il nome di lei in pascolo al
pettegolezzo cittadino? No, no, era più savio consiglio l’andarsene.
Mentre Teofoli agitava in mente questi pensieri, al parapetto del palco
N. 24 di prima fila s’affacciava il conte Serlati e con la sua presenza
rimoveva gli ultimi scrupoli dall’animo del professore. Ormai c’era il
marito, e di lui non si aveva più bisogno.
Egli uscì dunque dal teatro. Ne uscì con la testa confusa, col cuore
in tumulto, con quello strano miscuglio d’impressioni e di sensazioni
contrarie ch’egli provava sempre dopo esser stato con la Giorgina.
Mai, mai una volta da poter dire senz’ambagi: — Oggi sono contento. —
Ma fors’è così nella vita; ove c’è intensità di gioia c’è intensità di
dolore.
Però, nel rifare la strada di casa e di mano in mano che l’aria
fresca metteva un po’ d’ordine nelle sue idee, Teofoli diceva a sè
stesso che quella sera egli aveva un gran torto di pensare ad altro
che alla promessa dolcissima fattagli ripetutamente dall’amabile
contessa; quella di venirlo a visitare nel suo studio. È vero che di
quest’argomento s’era già discorso in passato, ma se n’era discorso
per incidenza, nè egli stesso vi si era trattenuto più che tanto, nè vi
aveva attribuito un grande significato. Adesso era tutt’altro, adesso
la Giorgina s’era impegnata in modo solenne, e con una cert’aria di
mistero che aggiungeva importanza alla cosa. Non c’è dubbio, la Serlati
non veniva da lui come ci sarebbe venuta, per esempio, la Ermansi....
Ma come, come ci veniva? Con quali idee, con quali aspettazioni? Qui la
mente del povero professore si smarriva in un pelago di congetture, ed
egli sentiva alternarsi nell’anima audacie di leone e pusillanimità di
coniglio, e avrebbe dati volentieri dieci degli anni che gli restavano
a vivere per aver chiara e limpida davanti a sè la via da seguire. Ah,
in fin dei conti, un po’ di pratica non è mai una disgrazia.
Insomma non è punto da far le maraviglie se dopo una serata così ricca
di commozioni, il professore Clemente Teofoli non potè chiuder occhio
per tutta la notte.