V.

Sarebbe un’offesa alla verità l’affermare che, dopo la villeggiatura,

i colloqui filosofici della Serlati con Teofoli procedessero molto

regolarmente. Le occupazioni della bella contessa non lo permettevano.

Quantunque la sua dimora a X fosse piuttosto un esperimento che

altro, ed ella si fosse accomodata provvisoriamente in un quartierino

ammobigliato, ella non intendeva vivervi nell’ombra e aveva quindi da

far visite e da riceverne, da conferire con la sarta, con la modista,

col gioielliere, da prepararsi insomma a passar bene il prossimo

carnevale. Inoltre, con tutto il rispetto per Spinoza, ella era forzata

a confessare che lo trovava più noioso del bisogno. Non si sarebbe

potuto, a tempo opportuno, occuparsi di Darwin, di Spencer?... Ma

sicuro; il professore non desiderava di meglio. Egli ammirava que’

due illustri pensatori; anzi con Darwin era stato e con Spencer era

in corrispondenza; figuriamoci se non si sarebbe volentieri fatto

interprete del loro pensiero con la contessa Giorgina! — Va bene, va

bene, — ella disse — sarà per la quaresima.

Se, per le gravi ragioni che sappiamo, la Serlati non si dedicava con

fervore agli studi, è innegabile però ch’ella seguitava a mostrarsi

singolarmente benevola al nostro professore. Gli aveva regalato una

sua fotografia ch’egli custodiva come una reliquia dentro un cassetto

per non esporla a sguardi profani; lo invitava a desinare da lei un

paio di volte per settimana, lo riceveva anche di giorno, a qualunque

ora, quand’era in casa, lo avvertiva delle sere ch’ella andava a

teatro, lo eccitava a lasciarsi presentare a due o tre famiglie che

avrebbero aperto i loro salotti in carnevale. Queste sollecitazioni

trovavano in principio il Teofoli renitente; egli pensava alle sue

care abitudini, alle sue serate tranquille, al suo studio, a’ suoi

fidi compagni; ma d’altra parte se quello era l’unico modo di veder

spesso la contessa Giorgina, se, rifiutando, si correva il pericolo di

disgustarla? Ond’egli fece violenza alla sua indole e comparve qualche

volta a teatro e consentì a frequentare qualche nuovo salotto. Non

che vi si divertisse; ah questo no. A teatro egli badava poco alla

scena; dal suo posto di platea guardava al palchetto della Serlati

ch’era sfolgorante di bellezza e di grazia e intorno alla quale c’era

un nugolo di adoratori. Per andare a salutarla egli avrebbe voluto

cogliere un momento in cui non ci fosse nessuno, ma questo momento non

capitava mai e gli conveniva pur risolversi a entrare nel palchetto

pieno. E dopo esser riuscito con fatica a darle la mano sedeva in un

angolo, assordato dal cinguettìo di tutta quella gioventù frivola

ed elegante che discorreva di balli, di _toilettes_, di sposalizi,

d’intrighi amorosi. Tuttavia la contessa Giorgina non lo dimenticava,

e rivolgendosi a lui con la sua voce flautata gli chiedeva il suo

parere sullo spettacolo. E siccome per poco ch’egli fosse stato attento

era stato certo più attento di lei, egli si accingeva ad esprimere

coscienziosamente i propri giudizi, ma gli era forza smetter subito,

o perchè la sua interlocutrice passava ad altro argomento, o perchè la

porta del palchetto s’apriva a nuovi visitatori. Naturalmente i primi

arrivati dovevano cedere il posto, e così, a mano a mano, quelli giunti

dopo si avanzavano dal fondo alla fronte del palco e si avvicinavano

al posto d’onore. Ma non ci rimanevano un pezzo, cacciati com’erano

dai sopravvenienti. Teofoli attendeva anch’egli il suo turno, sedeva

per un istante a fianco o dirimpetto alla contessa, e poi se ne tornava

alla sua poltroncina, o più sovente abbandonava addirittura il teatro,

riportandone un misto d’impressioni dolci ed amare. Egli aveva un bel

dire a sè stesso che una donnina come la Serlati non poteva a meno di

aver una folla di relazioni, e ch’era da aspettarsi di vederla cinta

da uno stuolo di spasimanti; aveva un bel dire che tutte lo signore

giovani, avvenenti, ricche, spiritose sono quasi costrette a menar

l’identica vita; ciò non bastava a calmar l’inquietudine de’ suoi

nervi. La Giorgina (tra sè e sè egli la chiamava così) a ventidue o

ventitrè anni appena avrebbe avuto necessità di una guida, non avrebbe

dovuto esser lasciata esposta a tutte le tentazioni. Quel suo marito

era d’una leggerezza! Non si curava nemmeno d’assumere informazioni sul

conto di quelli ch’eran presentati a sua moglie! E ce n’erano d’ogni

specie; ufficiali e forestieri per la massima parte, gente che di punto

in bianco avrebbe preso il volo per lidi ignoti e che dalla instabilità

del domicilio era resa pressochè irresponsabile.

In società Teofoli faceva le medesime riflessioni, aveva le medesime

angustie che in teatro. Non era possibile giungere fino alla contessa

che oltrepassando una barriera di galanti cosmopoliti. Con la sua

innata affabilità che diceva: — Buona sera, Teofoli, — lo eccitava

ad accostare una sedia, e a mettersi anch’egli nel suo circolo. Ma

quand’egli cedeva alla tentazione non tardava a trovarsi a disagio,

egli uomo più che maturo fra tanti giovani, egli uomo grave fra tanti

scapati. Si vedeva squadrato dalla testa ai piedi, notava un fondo

d’ironia perfino nella deferenza che gli si mostrava. Involontariamente

correva col pensiero alla sua cameretta raccolta, alla sua solitudine

pensosa, alla sua biblioteca, a’ suoi quaderni, alla sua grande opera

storico-filosofica a cui le mutate abitudini gl’impedivano di attendere

come avrebbe dovuto. E suo malgrado lo assaliva un rimpianto di quei

tempi tranquilli, di quelle laboriose giornate che gli costavano tanto

minor fatica delle distrazioni presenti. Allora le sue distrazioni si

limitavano alle passeggiate con Dalla Volpe e con Frusti, che ormai gli

tenevano il broncio, alle due sere per settimana passate dalla Ermansi,

che diveniva sempre più fredda verso di lui, che non gli mandava

neanche più le sue rose dopo che aveva saputo ch’esse andavano a finire

dalla bella contessa Giorgina. Tutta, tutta la vita di Teofoli era

cambiata. E per causa di chi? Per causa della Serlati.

A mente fredda egli formava mille propositi eroici. Avrebbe diradato

le sue visite, avrebbe cercato di esonerarsi dagl’inviti a pranzo,

non sarebbe andato nè a teatro, nè in società, luoghi che non erano

fatti per lui. Oh sì. Proprio negl’istanti in cui la sua risoluzione

pareva più salda, qualche incidente imprevisto lo costringeva a mutar

consiglio. È più facile a un gran generale di perdere una battaglia

che a una civetta sopraffina di perdere un adoratore. Un istinto

infallibile l’avverte del pericolo e le suggerisce il rimedio. La

contessa Giorgina non intendeva rinunziare agli omaggi di Teofoli,

ch’era certo il più vecchio, il meno chic de’ suoi vagheggini, ma

ch’era anche il più illustre, quello che forse le voleva più bene di

tutti, quello a ogni modo che non badava ad altre donne che a lei. E

allorchè le sembrava ch’egli mirasse a emanciparsi, ella lo legava a

sè con uno sguardo, con un sorriso, con una parola, con una preferenza

spiccata. Le preferenze femminili, già si sa, sono servigi richiesti

a ciascuno secondo le sue attitudini. Un giorno ella gli mandò un

bigliettino così concepito:

“Caro Teofoli. Potreste stasera accompagnarmi a teatro? Non si tratta

che di accompagnarmi e di restare al massimo una mezz’oretta in palco

con me fin che capiti qualcheduno. In ogni caso, sul tardi verrà mio

marito che ha non so quale impegno subito dopo pranzo, ma sarà libero

prima delle undici. Se non mi manderete a dir nulla in contrario, vi

aspetterò per le otto e mezza a casa mia. Scusate e prendete la mia

indiscrezione come una prova della mia amicizia.„

Prima di partire · 第 13 / 60 题