Sarebbe un’offesa alla verità l’affermare che, dopo la villeggiatura,
i colloqui filosofici della Serlati con Teofoli procedessero molto
regolarmente. Le occupazioni della bella contessa non lo permettevano.
Quantunque la sua dimora a X fosse piuttosto un esperimento che
altro, ed ella si fosse accomodata provvisoriamente in un quartierino
ammobigliato, ella non intendeva vivervi nell’ombra e aveva quindi da
far visite e da riceverne, da conferire con la sarta, con la modista,
col gioielliere, da prepararsi insomma a passar bene il prossimo
carnevale. Inoltre, con tutto il rispetto per Spinoza, ella era forzata
a confessare che lo trovava più noioso del bisogno. Non si sarebbe
potuto, a tempo opportuno, occuparsi di Darwin, di Spencer?... Ma
sicuro; il professore non desiderava di meglio. Egli ammirava que’
due illustri pensatori; anzi con Darwin era stato e con Spencer era
in corrispondenza; figuriamoci se non si sarebbe volentieri fatto
interprete del loro pensiero con la contessa Giorgina! — Va bene, va
bene, — ella disse — sarà per la quaresima.
Se, per le gravi ragioni che sappiamo, la Serlati non si dedicava con
fervore agli studi, è innegabile però ch’ella seguitava a mostrarsi
singolarmente benevola al nostro professore. Gli aveva regalato una
sua fotografia ch’egli custodiva come una reliquia dentro un cassetto
per non esporla a sguardi profani; lo invitava a desinare da lei un
paio di volte per settimana, lo riceveva anche di giorno, a qualunque
ora, quand’era in casa, lo avvertiva delle sere ch’ella andava a
teatro, lo eccitava a lasciarsi presentare a due o tre famiglie che
avrebbero aperto i loro salotti in carnevale. Queste sollecitazioni
trovavano in principio il Teofoli renitente; egli pensava alle sue
care abitudini, alle sue serate tranquille, al suo studio, a’ suoi
fidi compagni; ma d’altra parte se quello era l’unico modo di veder
spesso la contessa Giorgina, se, rifiutando, si correva il pericolo di
disgustarla? Ond’egli fece violenza alla sua indole e comparve qualche
volta a teatro e consentì a frequentare qualche nuovo salotto. Non
che vi si divertisse; ah questo no. A teatro egli badava poco alla
scena; dal suo posto di platea guardava al palchetto della Serlati
ch’era sfolgorante di bellezza e di grazia e intorno alla quale c’era
un nugolo di adoratori. Per andare a salutarla egli avrebbe voluto
cogliere un momento in cui non ci fosse nessuno, ma questo momento non
capitava mai e gli conveniva pur risolversi a entrare nel palchetto
pieno. E dopo esser riuscito con fatica a darle la mano sedeva in un
angolo, assordato dal cinguettìo di tutta quella gioventù frivola
ed elegante che discorreva di balli, di _toilettes_, di sposalizi,
d’intrighi amorosi. Tuttavia la contessa Giorgina non lo dimenticava,
e rivolgendosi a lui con la sua voce flautata gli chiedeva il suo
parere sullo spettacolo. E siccome per poco ch’egli fosse stato attento
era stato certo più attento di lei, egli si accingeva ad esprimere
coscienziosamente i propri giudizi, ma gli era forza smetter subito,
o perchè la sua interlocutrice passava ad altro argomento, o perchè la
porta del palchetto s’apriva a nuovi visitatori. Naturalmente i primi
arrivati dovevano cedere il posto, e così, a mano a mano, quelli giunti
dopo si avanzavano dal fondo alla fronte del palco e si avvicinavano
al posto d’onore. Ma non ci rimanevano un pezzo, cacciati com’erano
dai sopravvenienti. Teofoli attendeva anch’egli il suo turno, sedeva
per un istante a fianco o dirimpetto alla contessa, e poi se ne tornava
alla sua poltroncina, o più sovente abbandonava addirittura il teatro,
riportandone un misto d’impressioni dolci ed amare. Egli aveva un bel
dire a sè stesso che una donnina come la Serlati non poteva a meno di
aver una folla di relazioni, e ch’era da aspettarsi di vederla cinta
da uno stuolo di spasimanti; aveva un bel dire che tutte lo signore
giovani, avvenenti, ricche, spiritose sono quasi costrette a menar
l’identica vita; ciò non bastava a calmar l’inquietudine de’ suoi
nervi. La Giorgina (tra sè e sè egli la chiamava così) a ventidue o
ventitrè anni appena avrebbe avuto necessità di una guida, non avrebbe
dovuto esser lasciata esposta a tutte le tentazioni. Quel suo marito
era d’una leggerezza! Non si curava nemmeno d’assumere informazioni sul
conto di quelli ch’eran presentati a sua moglie! E ce n’erano d’ogni
specie; ufficiali e forestieri per la massima parte, gente che di punto
in bianco avrebbe preso il volo per lidi ignoti e che dalla instabilità
del domicilio era resa pressochè irresponsabile.
In società Teofoli faceva le medesime riflessioni, aveva le medesime
angustie che in teatro. Non era possibile giungere fino alla contessa
che oltrepassando una barriera di galanti cosmopoliti. Con la sua
innata affabilità che diceva: — Buona sera, Teofoli, — lo eccitava
ad accostare una sedia, e a mettersi anch’egli nel suo circolo. Ma
quand’egli cedeva alla tentazione non tardava a trovarsi a disagio,
egli uomo più che maturo fra tanti giovani, egli uomo grave fra tanti
scapati. Si vedeva squadrato dalla testa ai piedi, notava un fondo
d’ironia perfino nella deferenza che gli si mostrava. Involontariamente
correva col pensiero alla sua cameretta raccolta, alla sua solitudine
pensosa, alla sua biblioteca, a’ suoi quaderni, alla sua grande opera
storico-filosofica a cui le mutate abitudini gl’impedivano di attendere
come avrebbe dovuto. E suo malgrado lo assaliva un rimpianto di quei
tempi tranquilli, di quelle laboriose giornate che gli costavano tanto
minor fatica delle distrazioni presenti. Allora le sue distrazioni si
limitavano alle passeggiate con Dalla Volpe e con Frusti, che ormai gli
tenevano il broncio, alle due sere per settimana passate dalla Ermansi,
che diveniva sempre più fredda verso di lui, che non gli mandava
neanche più le sue rose dopo che aveva saputo ch’esse andavano a finire
dalla bella contessa Giorgina. Tutta, tutta la vita di Teofoli era
cambiata. E per causa di chi? Per causa della Serlati.
A mente fredda egli formava mille propositi eroici. Avrebbe diradato
le sue visite, avrebbe cercato di esonerarsi dagl’inviti a pranzo,
non sarebbe andato nè a teatro, nè in società, luoghi che non erano
fatti per lui. Oh sì. Proprio negl’istanti in cui la sua risoluzione
pareva più salda, qualche incidente imprevisto lo costringeva a mutar
consiglio. È più facile a un gran generale di perdere una battaglia
che a una civetta sopraffina di perdere un adoratore. Un istinto
infallibile l’avverte del pericolo e le suggerisce il rimedio. La
contessa Giorgina non intendeva rinunziare agli omaggi di Teofoli,
ch’era certo il più vecchio, il meno chic de’ suoi vagheggini, ma
ch’era anche il più illustre, quello che forse le voleva più bene di
tutti, quello a ogni modo che non badava ad altre donne che a lei. E
allorchè le sembrava ch’egli mirasse a emanciparsi, ella lo legava a
sè con uno sguardo, con un sorriso, con una parola, con una preferenza
spiccata. Le preferenze femminili, già si sa, sono servigi richiesti
a ciascuno secondo le sue attitudini. Un giorno ella gli mandò un
bigliettino così concepito:
“Caro Teofoli. Potreste stasera accompagnarmi a teatro? Non si tratta
che di accompagnarmi e di restare al massimo una mezz’oretta in palco
con me fin che capiti qualcheduno. In ogni caso, sul tardi verrà mio
marito che ha non so quale impegno subito dopo pranzo, ma sarà libero
prima delle undici. Se non mi manderete a dir nulla in contrario, vi
aspetterò per le otto e mezza a casa mia. Scusate e prendete la mia
indiscrezione come una prova della mia amicizia.„