IV.

Dunque non c’era più dubbio: il professore Teofoli era innamorato

(spiritualmente, platonicamente) della contessa Giorgina Serlati.

Questa malattia (non si poteva chiamarla con altro nome) l’aveva côlto

in villa Ermansi e la contessa Susanna n’era dolente ed indispettita.

Può darsi che nel suo dolore e nel suo dispetto entrasse un po’ di

gelosia, poichè la Ermansi, senza essersi mai sognata che la sua

relazione con Teofoli uscisse dai confini d’un’onesta intimità,

s’era avvezza a considerare il buon professore come cosa sua e non

desiderava ch’egli stringesse dimestichezza con altre famiglie. Ma

sarebbe ingiusto il negare che i suoi sentimenti fossero dettati

da una sincera amicizia. Le spiaceva veder incamminarsi per una via

senza uscita un brav’uomo a cui ell’era affezionata, e avrebbe voluto

salvarlo finch’era in tempo. Bisogna convenire però che l’impresa non

era facile. Mettere in guardia un innamorato contro la sirena che lo

affascina è probabilmente un aggiunger esca al fuoco ed è poi quasi

sempre un farselo nemico. D’altra parte il dire a una donna galante che

non lusinghi un suo corteggiatore pel male che potrebbe derivarne a lui

è come parlare a un sordo. La donna galante non consentirà mai, senza

una suprema necessità, ad assottigliare la schiera dei suoi cicisbei.

Se ce ne sono di quelli che soffrono, di quelli che muoiono, tanto

peggio per loro. Così le pratiche della contessa Ermansi non riuscirono

che a render più freddi i suoi rapporti con Teofoli e con la Serlati.

Il professore continuava a frequentar casa Ermansi, ma era sulle spine

quando non ci trovava la Serlati, e quando ce la trovava non aveva pace

finchè non l’era seduto vicino. La Serlati, dal canto suo, si godeva a

mettere in burletta la Ermansi, e ne imitava i modi, i gesti, la voce,

e la chiamava dottoressa e maestra di buoni costumi.

Ma insomma, si domanderà, che cos’era questa Serlati? E a quale scopo

faceva ammattire quel povero Teofoli che non era giovine, che non era

bello, che non apparteneva alla società ov’ella brillava come uno degli

astri più fulgidi?

La contessa Giorgina Serlati era una civetta; e questa parolina

di sette lettere è grave di significato. Essa è nel medesimo tempo

un’accusa e un’attenuante. Perchè le civette di prima qualità, le

civette di razza (e la Serlati era una di queste) hanno, voglia o non

voglia, qualche cosa di spontaneo e d’irresponsabile che disarma le

collere e tempera i rancori. Gli avvocati della forza irresistibile non

potrebbero trovar campo più propizio alle loro eloquenti perorazioni.

Quand’una è nata civetta, ella è tale senz’accorgersene, senza volerlo;

vicina ad un uomo qualunque sia, sfoggerà le sue arti di seduzione, non

perchè quell’uomo le piaccia, ma perchè non può a meno di far così.

E se gli uomini saranno parecchi, avrà per ciascuno una preferenza,

un’attenzione particolare. In un salotto, in un ballo, confiderà a

questo il ventaglio mentre accorda un valzer a quello, permetterà

che uno raccolga un suo guanto e che un altro raccolga un suo fiore,

s’appoggerà voluttuosamente sul cavaliere che le dà il braccio, e

lascerà cader uno sguardo pieno di simpatia sullo spasimante timido

e sconosciuto che s’è messo sul suo cammino per vederla passare, per

toccar un lembo della sua veste, per essere avvolto dal suo respiro.

Susciterà desideri a cui non partecipa, speranze ch’ella non si sogna

di appagare, rivalità che non si cura di estinguere, inconsapevole del

male che fa, pronta a mostrare uno stupore ingenuo e sincero se vi sia

chi osi rinfacciarglielo, perch’ella è convinta di far piuttosto del

bene come fa il sole quando risplende sui forti e sugli umili. E il

peggio si è che s’ella tenta correggersi e per un momento accenna a

riuscirvi, ella perde le sue maggiori attrattive, onde quelli stessi

i quali le rimproveravano la sua civetteria, le rimproverano il suo

sussiego e la sua mancanza di naturalezza, e a lei non resta altro

partito da prendere che di tornare ciò ch’era prima.

Quest’era il caso della contessa Serlati. Per civetta era una civetta

adorabile; se si fosse forzata a divenire una donna savia, assestata,

casalinga, sarebbe parsa una creatura insignificante e melensa. Certo

che non erano da invidiare coloro che si abbruciavano a’ suoi raggi,

e il professore Clemente Teofoli era da invidiare meno di tutti.

L’incontro della Serlati era stato per lui un colpo di sole ben più

grave di quello che aveva minacciato l’esistenza del suo collega

Dalla Volpe. Ella lo aveva sin dal primo istante domato con la sua

bellezza e con la sua grazia, ell’aveva fatto vibrare in lui delle

corde che non avevano vibrato mai, gli aveva aperto lo spiraglio d’un

mondo ignoto al paragone del quale impallidivano anche le visioni

luminose del vero in cui soltanto s’era fino allora appuntata la sua

pupilla. Se si fosse chiesto a Teofoli che cosa desiderava, a che cosa

credeva potesse approdare questa sua passione, egli non avrebbe saputo

rispondere. O forse avrebbe risposto che non pretendeva nulla, che gli

bastava viver presso a quella donna incantevole, pendere dalle sue

labbra, inebbriarsi allo splendore de’ suoi occhi. E probabilmente,

nell’entusiasmo che scalda i primordi dell’amore, avrebbe soggiunto

che da quando la conosceva si sentiva la fantasia più feconda,

l’intelligenza più alacre, e che l’opera da lui meditata nelle lunghe

vigilie sarebbe giunta meglio a maturità ora che un dolce sorriso gli

era in pari tempo inspirazione e compenso. Gl’innamorati cominciano col

creder sempre così.

In quanto alla Serlati non c’era punto da maravigliarsi ch’ella

accettasse gli omaggi di Teofoli come accettava quelli di tutti gli

altri. E non era neanche così strano ch’ella mostrasse di aggradirli

in modo speciale. La sua vanità era stata singolarmente lusingata

dall’impressione fulminea ch’ella aveva prodotto sopra un uomo d’età

matura, di costumi austeri, dedito interamente agli studi e celebre

in Italia e fuori. Poichè le donne possono essere indifferenti alla

dottrina e all’ingegno; non sono mai indifferenti alla celebrità.

La contessa Giorgina pensava con ragione che di spasimanti della

risma di Montalto ella ne avrebbe trovati a dozzine, ma che i Teofoli

erano pochi e che non era piccola soddisfazione per lei l’averne uno

aggiogato al proprio carro. Aggiungasi un’ultima particolarità della

nostra bella contessa. Ell’aveva uno spirito leggero, superficiale;

pur non si poteva negarle una certa prontezza e versatilità, una certa

curiosità di sapere e d’apprendere. È poi naturale che queste doti

non accoppiate a nessuna perseveranza, a nessuna fermezza riuscissero

all’unico risultato di alloggiare nella sua povera testolina una serie

di nozioni confuse e mal digerite.

Ecco, per esempio, a Parigi l’era venuto il ghiribizzo di studiar

scienze fisiche e aveva preso alcune lezioni da uno scienziato che la

corteggiava. Ma le prime difficoltà l’avevano sbigottita; se l’era

presa col maestro che non sapeva insegnare, e gli aveva dato il ben

servito e come professore e come galante. Più tardi, a Roma, era stata

assalita da un nuovo capriccio. Avrebbe voluto imparare la pittura,

ma avrebbe voluto impararla presto, non in modo da far dei quadri

originali ma in modo da poter far delle copie. Non doveva esser così

difficile il copiare. Un artista famoso che le bazzicava per casa ebbe

l’insigne onore di dirigere quella mano gentile. Dopo qualche settimana

la contessa perdette la pazienza. — Di questo passo, — ella esclamò

infastidita, — ci vorranno cinquant’anni perchè io arrivi a dipingere

passabilmente una testa.

L’artista, vedute le disposizioni della sua allieva, pensava che

anzichè cinquanta gliene sarebbero voluti cento, e glielo fece

intendere. Ma siccome aveva più spirito dello scienziato francese,

glielo fece intender con garbo, offrendosi di avviarla in uno studio

diverso, quello dell’archeologia.

La contessa accettò con trasporto. L’archeologia studiata a Roma, sotto

una guida esperta e simpatica! Ma era una di quelle fortune da non

lasciarsi scappare. E poi il dedicarsi all’archeologia era un prender

due piccioni a una fava; era uno studiare, con la storia dei monumenti,

la storia di Roma, senza noia di libri, nelle condizioni più propizie

possibili, parte in carrozza, parte a piedi, quasi sempre all’aria

aperta. In conseguenza di ciò la bella contessa fu vista tra i ruderi

della città eterna, insieme col celebre artista, intenta a prender

note sul suo taccuino, ora al Campidoglio, ora al Foro Romano, ora al

Palazzo dei Cesari, o al Colosseo, o alle Catacombe, o alle Terme di

Caracalla. Per i primi due giorni l’accompagnò il marito. Diavolo! Non

era mica conveniente che una signora della sua età girasse sola per

Roma con un estraneo. Ma que’ due giorni misero a troppo dura prova

le forze del conte Serlati. Alzarsi presto la mattina, trascurare i

suoi cavalli e il suo club per veder quattro sassi e sentir degli

sproloqui sui primi abitatori del Lazio e sulla fusione dell’arte

greca con l’arte romana? Ah, non era affare per lui. Ed egli tentò di

persuader sua moglie che non sarebbe stato nemmeno affare per lei. Ma

ella tenne fermo. Non era così volubile, sebbene la dicessero tale;

non intendeva troncare uno studio così bene incominciato. In quanto

a lui, chi lo costringeva a seguirla? Non credeva ch’ella sapesse

custodirsi da sola? Riluttante sul principio, il conte finì col

lasciarsi persuadere. E la eccentrica signora continuò le passeggiate

archeologiche col suo cicerone. Continuò per un paio di settimane,

miracolo di perseveranza, chi consideri il suo carattere. È vero che

badando alle chiacchiere dei maligni, la bella contessa e il celebre

artista non si occupavano soltanto di archeologia. A ogni modo, passate

le due settimane, la contessa Giorgina dovette riconoscere che anche

l’archeologia ha i suoi inconvenienti. O le bisognava trascurare i suoi

alti doveri sociali, o rinunciare ad aver mai un momento di quiete.

Arrivava dalle sue conoscenti ansante, trafelata; i suoi adoratori non

la trovavano mai in casa; la sera, nei salotti, le accadeva di esser

côlta da un’invincibile sonnolenza. Le amiche la canzonavano. Sei

matta? Vuoi diventar socia dell’accademia dei Lincei? Non ti accorgi

che per poco che la duri sarai la favola del paese? E non capisci

che ti _comprometti_? Che ti si crede più invaghita dell’archeologo

che dell’archeologia? Se vedessi poi come ti sciupi la pelle! Perdi

ogni freschezza, finirai col farti la carnagione di quelli che stanno

esposti all’aria ed al sole.

Questo pronostico recò il colpo di grazia alla vocazione della contessa

per lo ricerche archeologiche.

Pareva anzi che si fossero acquetate in lei definitivamente le

curiosità intellettuali e ch’ella fosse rassegnata a esercitar le sue

forze soltanto nel campo della galanteria ove non c’era chi potesse

contrastarle la palma. Ma l’incontro con Teofoli a Sant’Eufemia

riaccese uno de’ suoi fuochi di paglia. Alcune parole ch’egli disse una

sera intorno a Spinoza la invogliarono della filosofia. Quello doveva

essere uno studio attraente, quando si potesse avere un professore

come Teofoli, un uomo che rendeva chiari i soggetti più astrusi. O se

Teofoli avesse voluto! Figuriamoci se non voleva! Sarebbe stato per lui

un onore, una felicità. Egli si metteva a sua disposizione e adesso

in campagna e più tardi in città, alle ore che lei desiderava, anche

tutti i giorni.... anche tutto il giorno se a lei fosse piaciuto — egli

concluse con enfasi e infiammandosi in volto.

Troppe grazie!... a lei bastava una infarinatura, quella che può

occorrere a una donna, specialmente sulle dottrine di Spinoza.

Perchè a una donna dovesse occorrere specialmente la conoscenza, sia

pure superficiale, delle dottrine di Spinoza è piuttosto difficile a

intendere. Ma Teofoli non volle contraddire alla sua bella discepola

e si accinse con molto fervore a spiegarle i principii cardinali su

cui si appoggiano l’_Etica_ e il _Trattato teologico politico_ del

sommo Olandese. Questi dotti colloqui succedevano per solito nel

giardino degli Ermansi, nell’ora in cui gli altri usavano ritirarsi

nelle proprie camere, e vi partecipava la cagnetta _Darling_, la quale

aveva un debole per le gambe del professore, e non avrebbe rinunziato

per tutto l’oro del mondo a mordergli almeno i calzoni. Onde accadeva

sovente che i discorsi sull’Ente assoluto e sulla legge di causalità

fossero interrotti dalle sommesse e quasi carezzevoli proteste del

filosofo minacciato nella sua integrità personale e dalle rampogne

più severe della contessa contro il poco rispettoso quadrupede.

Talvolta c’erano altri motivi di distrazione. La Serlati aveva qualche

suggerimento da dare al professore Teofoli circa alla sua _toilette_.

Quella cravatta col fiocco fisso non era di buon gusto; quei polsini

staccati dalla camicia non si usavano più; quei colletti troppo alti

erano da notaio, eccetera, eccetera. L’ottimo professore pendeva dalle

labbra della sua scolara e s’impegnava a seguirne in tutto e per tutto

i consigli. — Chi non imparerebbe con una tal maestra? — egli diceva

entusiasta. Ed ella replicava compiacente e lusinghiera: — È cosa

reciproca, caro Teofoli, è cosa reciproca.... Mutuo insegnamento.

Quelle erano ore deliziose per Teofoli. C’era però il rovescio della

medaglia. Quando la contessa era insieme col marchese di Montalto e con

altri giovinastri della stessa risma, ospiti come lei degli Ermansi,

ella dimenticava interamente la filosofia ed il filosofo. O se ne

ricordava soltanto per scherzarne.... scherzi senza dubbio argutissimi,

ma che il nostro egregio amico gustava limitatamente, quantunque egli

si affrettasse a dichiarare che tutto stava bene su quella bocca di

rosa.

Già, per disinvolto che volesse parere, alcune cose gli mettevano

addosso un’inquietudine, un cruccio grandissimo. Si rodeva di non poter

seguirla nelle sue cavalcate con quei capiscarichi, ma più di tutto si

rodeva se nel dopo pranzo, allorchè l’intera compagnia era raccolta

sul terrazzo, la bella donnina si allontanava in silenzio e scendeva

in giardino con Montalto o con altri perdendosi in quei viali, in

quei boschetti ove poche ore prima egli l’aveva intrattenuta in dotti

ragionamenti frammezzati di silenzi, di sospiri, di discrete allusioni

che dovevano farle capire la sua passione rispettosa e profonda. Chi sa

se Montalto sarebbe stato così riservato? Il professore Teofoli se la

prendeva col conte Ercole, il marito, il quale fumava tranquillamente

discorrendo di cani e di cavalli con Ermansi senza neppur badare alla

moglie. Ah mariti, mariti! Paion fatti apposta per tirarsi addosso le

disgrazie. Però Teofoli non poteva a meno di fare in cuor suo qualche

rimprovero anche alla contessa Giorgina. Che gusto doveva trovarci una

donna come lei a prestare orecchio a dei libertini che non avevano

nè ingegno, nè spirito, nè coltura? Oh, su questo punto Teofoli non

s’ingannava. Egli aveva buon naso. Di Montalto, per esempio, egli

parlava _ex informata conscientia_; avendolo avuto anni addietro per

scolaro all’Università. Uno scolaro che non assisteva mai alle lezioni,

che doveva ripeter tre o quattro volte gli esami e a cui si finiva

coll’accordare il passaggio per non vederselo più davanti agli occhi.

Ecco, la contessa Giorgina faceva male, proprio male a perdere il suo

tempo con quel balordo.... Ah se Teofoli avesse potuto immaginarsi che

Montalto dava del balordo a lui, e che, in quel momento, un giudice

imparziale sarebbe stato in un bell’impiccio a dire chi dei due avesse

ragione!

Prima di partire · 第 12 / 60 题