Dunque non c’era più dubbio: il professore Teofoli era innamorato
(spiritualmente, platonicamente) della contessa Giorgina Serlati.
Questa malattia (non si poteva chiamarla con altro nome) l’aveva côlto
in villa Ermansi e la contessa Susanna n’era dolente ed indispettita.
Può darsi che nel suo dolore e nel suo dispetto entrasse un po’ di
gelosia, poichè la Ermansi, senza essersi mai sognata che la sua
relazione con Teofoli uscisse dai confini d’un’onesta intimità,
s’era avvezza a considerare il buon professore come cosa sua e non
desiderava ch’egli stringesse dimestichezza con altre famiglie. Ma
sarebbe ingiusto il negare che i suoi sentimenti fossero dettati
da una sincera amicizia. Le spiaceva veder incamminarsi per una via
senza uscita un brav’uomo a cui ell’era affezionata, e avrebbe voluto
salvarlo finch’era in tempo. Bisogna convenire però che l’impresa non
era facile. Mettere in guardia un innamorato contro la sirena che lo
affascina è probabilmente un aggiunger esca al fuoco ed è poi quasi
sempre un farselo nemico. D’altra parte il dire a una donna galante che
non lusinghi un suo corteggiatore pel male che potrebbe derivarne a lui
è come parlare a un sordo. La donna galante non consentirà mai, senza
una suprema necessità, ad assottigliare la schiera dei suoi cicisbei.
Se ce ne sono di quelli che soffrono, di quelli che muoiono, tanto
peggio per loro. Così le pratiche della contessa Ermansi non riuscirono
che a render più freddi i suoi rapporti con Teofoli e con la Serlati.
Il professore continuava a frequentar casa Ermansi, ma era sulle spine
quando non ci trovava la Serlati, e quando ce la trovava non aveva pace
finchè non l’era seduto vicino. La Serlati, dal canto suo, si godeva a
mettere in burletta la Ermansi, e ne imitava i modi, i gesti, la voce,
e la chiamava dottoressa e maestra di buoni costumi.
Ma insomma, si domanderà, che cos’era questa Serlati? E a quale scopo
faceva ammattire quel povero Teofoli che non era giovine, che non era
bello, che non apparteneva alla società ov’ella brillava come uno degli
astri più fulgidi?
La contessa Giorgina Serlati era una civetta; e questa parolina
di sette lettere è grave di significato. Essa è nel medesimo tempo
un’accusa e un’attenuante. Perchè le civette di prima qualità, le
civette di razza (e la Serlati era una di queste) hanno, voglia o non
voglia, qualche cosa di spontaneo e d’irresponsabile che disarma le
collere e tempera i rancori. Gli avvocati della forza irresistibile non
potrebbero trovar campo più propizio alle loro eloquenti perorazioni.
Quand’una è nata civetta, ella è tale senz’accorgersene, senza volerlo;
vicina ad un uomo qualunque sia, sfoggerà le sue arti di seduzione, non
perchè quell’uomo le piaccia, ma perchè non può a meno di far così.
E se gli uomini saranno parecchi, avrà per ciascuno una preferenza,
un’attenzione particolare. In un salotto, in un ballo, confiderà a
questo il ventaglio mentre accorda un valzer a quello, permetterà
che uno raccolga un suo guanto e che un altro raccolga un suo fiore,
s’appoggerà voluttuosamente sul cavaliere che le dà il braccio, e
lascerà cader uno sguardo pieno di simpatia sullo spasimante timido
e sconosciuto che s’è messo sul suo cammino per vederla passare, per
toccar un lembo della sua veste, per essere avvolto dal suo respiro.
Susciterà desideri a cui non partecipa, speranze ch’ella non si sogna
di appagare, rivalità che non si cura di estinguere, inconsapevole del
male che fa, pronta a mostrare uno stupore ingenuo e sincero se vi sia
chi osi rinfacciarglielo, perch’ella è convinta di far piuttosto del
bene come fa il sole quando risplende sui forti e sugli umili. E il
peggio si è che s’ella tenta correggersi e per un momento accenna a
riuscirvi, ella perde le sue maggiori attrattive, onde quelli stessi
i quali le rimproveravano la sua civetteria, le rimproverano il suo
sussiego e la sua mancanza di naturalezza, e a lei non resta altro
partito da prendere che di tornare ciò ch’era prima.
Quest’era il caso della contessa Serlati. Per civetta era una civetta
adorabile; se si fosse forzata a divenire una donna savia, assestata,
casalinga, sarebbe parsa una creatura insignificante e melensa. Certo
che non erano da invidiare coloro che si abbruciavano a’ suoi raggi,
e il professore Clemente Teofoli era da invidiare meno di tutti.
L’incontro della Serlati era stato per lui un colpo di sole ben più
grave di quello che aveva minacciato l’esistenza del suo collega
Dalla Volpe. Ella lo aveva sin dal primo istante domato con la sua
bellezza e con la sua grazia, ell’aveva fatto vibrare in lui delle
corde che non avevano vibrato mai, gli aveva aperto lo spiraglio d’un
mondo ignoto al paragone del quale impallidivano anche le visioni
luminose del vero in cui soltanto s’era fino allora appuntata la sua
pupilla. Se si fosse chiesto a Teofoli che cosa desiderava, a che cosa
credeva potesse approdare questa sua passione, egli non avrebbe saputo
rispondere. O forse avrebbe risposto che non pretendeva nulla, che gli
bastava viver presso a quella donna incantevole, pendere dalle sue
labbra, inebbriarsi allo splendore de’ suoi occhi. E probabilmente,
nell’entusiasmo che scalda i primordi dell’amore, avrebbe soggiunto
che da quando la conosceva si sentiva la fantasia più feconda,
l’intelligenza più alacre, e che l’opera da lui meditata nelle lunghe
vigilie sarebbe giunta meglio a maturità ora che un dolce sorriso gli
era in pari tempo inspirazione e compenso. Gl’innamorati cominciano col
creder sempre così.
In quanto alla Serlati non c’era punto da maravigliarsi ch’ella
accettasse gli omaggi di Teofoli come accettava quelli di tutti gli
altri. E non era neanche così strano ch’ella mostrasse di aggradirli
in modo speciale. La sua vanità era stata singolarmente lusingata
dall’impressione fulminea ch’ella aveva prodotto sopra un uomo d’età
matura, di costumi austeri, dedito interamente agli studi e celebre
in Italia e fuori. Poichè le donne possono essere indifferenti alla
dottrina e all’ingegno; non sono mai indifferenti alla celebrità.
La contessa Giorgina pensava con ragione che di spasimanti della
risma di Montalto ella ne avrebbe trovati a dozzine, ma che i Teofoli
erano pochi e che non era piccola soddisfazione per lei l’averne uno
aggiogato al proprio carro. Aggiungasi un’ultima particolarità della
nostra bella contessa. Ell’aveva uno spirito leggero, superficiale;
pur non si poteva negarle una certa prontezza e versatilità, una certa
curiosità di sapere e d’apprendere. È poi naturale che queste doti
non accoppiate a nessuna perseveranza, a nessuna fermezza riuscissero
all’unico risultato di alloggiare nella sua povera testolina una serie
di nozioni confuse e mal digerite.
Ecco, per esempio, a Parigi l’era venuto il ghiribizzo di studiar
scienze fisiche e aveva preso alcune lezioni da uno scienziato che la
corteggiava. Ma le prime difficoltà l’avevano sbigottita; se l’era
presa col maestro che non sapeva insegnare, e gli aveva dato il ben
servito e come professore e come galante. Più tardi, a Roma, era stata
assalita da un nuovo capriccio. Avrebbe voluto imparare la pittura,
ma avrebbe voluto impararla presto, non in modo da far dei quadri
originali ma in modo da poter far delle copie. Non doveva esser così
difficile il copiare. Un artista famoso che le bazzicava per casa ebbe
l’insigne onore di dirigere quella mano gentile. Dopo qualche settimana
la contessa perdette la pazienza. — Di questo passo, — ella esclamò
infastidita, — ci vorranno cinquant’anni perchè io arrivi a dipingere
passabilmente una testa.
L’artista, vedute le disposizioni della sua allieva, pensava che
anzichè cinquanta gliene sarebbero voluti cento, e glielo fece
intendere. Ma siccome aveva più spirito dello scienziato francese,
glielo fece intender con garbo, offrendosi di avviarla in uno studio
diverso, quello dell’archeologia.
La contessa accettò con trasporto. L’archeologia studiata a Roma, sotto
una guida esperta e simpatica! Ma era una di quelle fortune da non
lasciarsi scappare. E poi il dedicarsi all’archeologia era un prender
due piccioni a una fava; era uno studiare, con la storia dei monumenti,
la storia di Roma, senza noia di libri, nelle condizioni più propizie
possibili, parte in carrozza, parte a piedi, quasi sempre all’aria
aperta. In conseguenza di ciò la bella contessa fu vista tra i ruderi
della città eterna, insieme col celebre artista, intenta a prender
note sul suo taccuino, ora al Campidoglio, ora al Foro Romano, ora al
Palazzo dei Cesari, o al Colosseo, o alle Catacombe, o alle Terme di
Caracalla. Per i primi due giorni l’accompagnò il marito. Diavolo! Non
era mica conveniente che una signora della sua età girasse sola per
Roma con un estraneo. Ma que’ due giorni misero a troppo dura prova
le forze del conte Serlati. Alzarsi presto la mattina, trascurare i
suoi cavalli e il suo club per veder quattro sassi e sentir degli
sproloqui sui primi abitatori del Lazio e sulla fusione dell’arte
greca con l’arte romana? Ah, non era affare per lui. Ed egli tentò di
persuader sua moglie che non sarebbe stato nemmeno affare per lei. Ma
ella tenne fermo. Non era così volubile, sebbene la dicessero tale;
non intendeva troncare uno studio così bene incominciato. In quanto
a lui, chi lo costringeva a seguirla? Non credeva ch’ella sapesse
custodirsi da sola? Riluttante sul principio, il conte finì col
lasciarsi persuadere. E la eccentrica signora continuò le passeggiate
archeologiche col suo cicerone. Continuò per un paio di settimane,
miracolo di perseveranza, chi consideri il suo carattere. È vero che
badando alle chiacchiere dei maligni, la bella contessa e il celebre
artista non si occupavano soltanto di archeologia. A ogni modo, passate
le due settimane, la contessa Giorgina dovette riconoscere che anche
l’archeologia ha i suoi inconvenienti. O le bisognava trascurare i suoi
alti doveri sociali, o rinunciare ad aver mai un momento di quiete.
Arrivava dalle sue conoscenti ansante, trafelata; i suoi adoratori non
la trovavano mai in casa; la sera, nei salotti, le accadeva di esser
côlta da un’invincibile sonnolenza. Le amiche la canzonavano. Sei
matta? Vuoi diventar socia dell’accademia dei Lincei? Non ti accorgi
che per poco che la duri sarai la favola del paese? E non capisci
che ti _comprometti_? Che ti si crede più invaghita dell’archeologo
che dell’archeologia? Se vedessi poi come ti sciupi la pelle! Perdi
ogni freschezza, finirai col farti la carnagione di quelli che stanno
esposti all’aria ed al sole.
Questo pronostico recò il colpo di grazia alla vocazione della contessa
per lo ricerche archeologiche.
Pareva anzi che si fossero acquetate in lei definitivamente le
curiosità intellettuali e ch’ella fosse rassegnata a esercitar le sue
forze soltanto nel campo della galanteria ove non c’era chi potesse
contrastarle la palma. Ma l’incontro con Teofoli a Sant’Eufemia
riaccese uno de’ suoi fuochi di paglia. Alcune parole ch’egli disse una
sera intorno a Spinoza la invogliarono della filosofia. Quello doveva
essere uno studio attraente, quando si potesse avere un professore
come Teofoli, un uomo che rendeva chiari i soggetti più astrusi. O se
Teofoli avesse voluto! Figuriamoci se non voleva! Sarebbe stato per lui
un onore, una felicità. Egli si metteva a sua disposizione e adesso
in campagna e più tardi in città, alle ore che lei desiderava, anche
tutti i giorni.... anche tutto il giorno se a lei fosse piaciuto — egli
concluse con enfasi e infiammandosi in volto.
Troppe grazie!... a lei bastava una infarinatura, quella che può
occorrere a una donna, specialmente sulle dottrine di Spinoza.
Perchè a una donna dovesse occorrere specialmente la conoscenza, sia
pure superficiale, delle dottrine di Spinoza è piuttosto difficile a
intendere. Ma Teofoli non volle contraddire alla sua bella discepola
e si accinse con molto fervore a spiegarle i principii cardinali su
cui si appoggiano l’_Etica_ e il _Trattato teologico politico_ del
sommo Olandese. Questi dotti colloqui succedevano per solito nel
giardino degli Ermansi, nell’ora in cui gli altri usavano ritirarsi
nelle proprie camere, e vi partecipava la cagnetta _Darling_, la quale
aveva un debole per le gambe del professore, e non avrebbe rinunziato
per tutto l’oro del mondo a mordergli almeno i calzoni. Onde accadeva
sovente che i discorsi sull’Ente assoluto e sulla legge di causalità
fossero interrotti dalle sommesse e quasi carezzevoli proteste del
filosofo minacciato nella sua integrità personale e dalle rampogne
più severe della contessa contro il poco rispettoso quadrupede.
Talvolta c’erano altri motivi di distrazione. La Serlati aveva qualche
suggerimento da dare al professore Teofoli circa alla sua _toilette_.
Quella cravatta col fiocco fisso non era di buon gusto; quei polsini
staccati dalla camicia non si usavano più; quei colletti troppo alti
erano da notaio, eccetera, eccetera. L’ottimo professore pendeva dalle
labbra della sua scolara e s’impegnava a seguirne in tutto e per tutto
i consigli. — Chi non imparerebbe con una tal maestra? — egli diceva
entusiasta. Ed ella replicava compiacente e lusinghiera: — È cosa
reciproca, caro Teofoli, è cosa reciproca.... Mutuo insegnamento.
Quelle erano ore deliziose per Teofoli. C’era però il rovescio della
medaglia. Quando la contessa era insieme col marchese di Montalto e con
altri giovinastri della stessa risma, ospiti come lei degli Ermansi,
ella dimenticava interamente la filosofia ed il filosofo. O se ne
ricordava soltanto per scherzarne.... scherzi senza dubbio argutissimi,
ma che il nostro egregio amico gustava limitatamente, quantunque egli
si affrettasse a dichiarare che tutto stava bene su quella bocca di
rosa.
Già, per disinvolto che volesse parere, alcune cose gli mettevano
addosso un’inquietudine, un cruccio grandissimo. Si rodeva di non poter
seguirla nelle sue cavalcate con quei capiscarichi, ma più di tutto si
rodeva se nel dopo pranzo, allorchè l’intera compagnia era raccolta
sul terrazzo, la bella donnina si allontanava in silenzio e scendeva
in giardino con Montalto o con altri perdendosi in quei viali, in
quei boschetti ove poche ore prima egli l’aveva intrattenuta in dotti
ragionamenti frammezzati di silenzi, di sospiri, di discrete allusioni
che dovevano farle capire la sua passione rispettosa e profonda. Chi sa
se Montalto sarebbe stato così riservato? Il professore Teofoli se la
prendeva col conte Ercole, il marito, il quale fumava tranquillamente
discorrendo di cani e di cavalli con Ermansi senza neppur badare alla
moglie. Ah mariti, mariti! Paion fatti apposta per tirarsi addosso le
disgrazie. Però Teofoli non poteva a meno di fare in cuor suo qualche
rimprovero anche alla contessa Giorgina. Che gusto doveva trovarci una
donna come lei a prestare orecchio a dei libertini che non avevano
nè ingegno, nè spirito, nè coltura? Oh, su questo punto Teofoli non
s’ingannava. Egli aveva buon naso. Di Montalto, per esempio, egli
parlava _ex informata conscientia_; avendolo avuto anni addietro per
scolaro all’Università. Uno scolaro che non assisteva mai alle lezioni,
che doveva ripeter tre o quattro volte gli esami e a cui si finiva
coll’accordare il passaggio per non vederselo più davanti agli occhi.
Ecco, la contessa Giorgina faceva male, proprio male a perdere il suo
tempo con quel balordo.... Ah se Teofoli avesse potuto immaginarsi che
Montalto dava del balordo a lui, e che, in quel momento, un giudice
imparziale sarebbe stato in un bell’impiccio a dire chi dei due avesse
ragione!