Dalla Volpe e Frusti non seppero nulla di questa visita. Nelle vacanze
i tre _indivisibili_ si dividevano. Quell’originale di Dalla Volpe,
appena finiti gli esami, partiva per ignota destinazione, guardandosi
bene di dare a chicchessia il suo indirizzo. Non voleva che la moglie
potesse raggiungerlo nè con la persona nè con le lettere. — Il mio
matrimonio — egli diceva — non mi accorda ormai altro benefizio che
questo; di poter viver tre mesi lontano dalla mia dolce metà, di
starmene pacificamente in qualche angolo remoto del mondo cullandomi
nella beata illusione d’esser scapolo o vedovo, o pensando almeno che
la cara Luisa urla, strepita, sbuffa ed espia i suoi vecchi peccati
senza di me.
Fedele al suo programma, durante le sue assenze non scriveva a nessuno.
Un anno lo si era visto in una dello stazioni alpine più romite e
solitarie; l’anno dopo si seppe ch’egli era in Egitto alle rovine di
Tebe dove corso il rischio di morire da un colpo di sole pigliato
nel decifrar geroglifici.... Ma neanche la paura dei colpi di sole
l’avrebbe indotto a rinunziare a quello ch’egli chiamava _il suo bagno
nel celibato_.
In quanto a Frusti, egli rimaneva sepolto dal luglio all’ottobre
d’ogni anno in qualche biblioteca d’Europa a ricercar documenti
relativi a Francesco I e a Carlo V. E ogni nuova scoperta era per
lui una grandissima gioia; non però una gioia senza mistura d’amaro,
accadendogli spesso di trovare un documento favorevole a Francesco I
quand’egli stava per mostrar le sue simpatie a Carlo V e uno favorevole
a Carlo V quand’era sul punto di giungere a una conclusione opposta.
Per solito Frusti e Dalla Volpe erano di ritorno dalle loro
peregrinazioni soltanto dopo l’amico Teofoli, il quale nel suo zelo per
l’Università non voleva mancare nemmeno alla prima seduta del Consiglio
accademico. Si pensi quindi che maraviglia fosse la loro quando,
arrivati a X la mattina stessa dell’apertura dei corsi, seppero che
Teofoli non sarebbe giunto che fra due o tre giorni. Peggio poi quando
udirono il resto dalla signora Pasqua scandalizzata. Il professore era
stato in Germania sino alla metà di ottobre; poi s’era fermato un paio
di giorni nella villa dei conti Ermansi; di là era venuto a casa per
poche ore, tanto da comperarsi alla sartoria della _Ville de Rome_ un
vestito completo e da far qualche altra spesuccia; e la sera stessa,
senza dire nè ai nè bai, senza voler dare una spiegazione soddisfacente
a lei, la signora Pasqua, che pur ne aveva diritto, aveva ripreso il
treno per Sant’Eufemia. Ah c’era del buio, molto buio. Un uomo come
il professore Teofoli, un uomo ch’era stato sempre così savio, così
costumato!...
Frusti e Dalla Volpe si guardarono tentennando il capo. L’avevano
sempre detto che la relazione degli Ermansi doveva esser fatale al loro
amico.
La condotta del nostro Teofoli al suo ritorno non tardò a giustificare
le maggiori apprensioni. Già bastava vederlo per capire che non era
più quello di prima. C’era nella sua _toilette_, nella sua andatura,
nell’espressione della sua fisonomia qualcosa di civettuolo che lo
rendeva irriconoscibile. Dal rettore al bidello, dai professori agli
studenti tutta l’Università era commossa da questa trasformazione.
Ogni giorno se ne sentiva una di nuova. Teofoli s’era abbuonato dal
parrucchiere, e aveva il fazzoletto impregnato d’acqua di Colonia!
Teofoli aveva ordinato al confettiere Grandi di spedire a Sant’Eufemia
(ove gli Ermansi si trovavano ancora) una colossale scatola di dolci!
Teofoli s’era comperato due cravatte di raso color crema e un paio
di lenti da sostituirsi in certi casi agli occhiali, troppo solenni
e cattedratici! Teofoli, invece della sua mazza d’ebano col pomo
d’avorio, aveva un leggero bastoncello di canna d’India! Teofoli aveva
minacciato di licenziare la signora Pasqua s’ella si permetteva di
seccarlo con le sue querimonie!
Nè le osservazioni dei due indivisibili erano accolte meglio. Egli
si meravigliava delle loro meraviglie. S’era forse impegnato a vestir
sempre ad un modo? O che un professore non potrà mettersi una cravatta
di raso chiaro e farsi ravviare dal parrucchiere i pochi capelli che
gli restano? Credevano di giovare alla scienza con simili pedanterie?
No, no, egli era persuaso che quell’abisso voluto scavare fra gli
studiosi ed i semplici mortali era un ostacolo alla diffusione del
sapere. In quanto a lui era risoluto a esser un uomo come tutti
gli altri, e non trovava necessario di andar a pescare dei motivi
misteriosi a una determinazione così naturale.
— Teofoli, non ce la dai ad intendere — dicevano sarcasticamente Frusti
e Dalla Volpe. — Tu non ti profumi d’acqua di Colonia per agevolar la
diffusione del sapere. Qui sotto c’è una femmina.
Il professore alzava le spalle in atto stizzoso. — Che femmina, che
femmina?
Ma ogni volta che gli toccavano questo tasto, diveniva rosso come un
papavero.
Che la femmina ci fosse non c’era dubbio. Restava a sapere _chi_ fosse.
Era evidente che Teofoli doveva averla incontrata in villeggiatura
dagli Ermansi ove quell’autunno c’era stata più gente del solito, e ove
con una magnanimità degna di lode la contessa Susanna, riconoscendo
la propria insufficienza fisica, aveva invitato anche cinque o sei
signore giovani e belle. La più bella, la più giovine era la contessa
Giorgina Serlati, sposa da due anni di un lontano parente degli
Ermansi, vissuta fino allora tra Roma e Parigi e rassegnata adesso,
per riguardi di economia, al soggiorno meno costoso di X.... Questa
Giorgina non s’era vista a X che di passaggio subito dopo il suo
matrimonio, e aveva prodotto una notevole impressione per la singolare
avvenenza dell’aspetto e per la festività un po’ rumorosa e bizzarra
del carattere. La dicevano adesso ancora più seducente, ancora più
originale; insomma una di quelle che paiono nate apposta per corbellare
gli uomini. Aggiungasi un marito melenso, insignificante, persuaso da
un pezzo della vanità d’ogni suo tentativo d’invigilar la moglie, e
disposto a chiuder un occhio pur di esser libero d’occuparsi de’ suoi
cavalli e delle sue galanterie di bassa lega.
Che fosse mai questa la donna che faceva girar la testa al professore
Teofoli? È ben vero ch’egli poteva esser suo padre; ma non importa. In
amore, le bestialità più grosse sono le più probabili, e non c’era da
stupirsi se Teofoli a cinquant’anni sonati aveva preso una cotta per
una donna di ventidue o ventitrè. In ogni caso, la faccenda si sarebbe
chiarita appena gli Ermansi avessero abbandonato la villeggiatura,
tirandosi dietro gli ospiti che rimanevano ancora presso di loro. E i
Serlati erano appunto tra questi.
Ora il 25 novembre di quell’anno il professor Teofoli finì la sua
lezione dieci minuti prima che il bidello suonasse la campana,
e, congedandosi nell’atrio da tre o quattro studenti che avevano
l’abitudine di accompagnarlo a casa, entrò in un _fiacre_ appostato
presso il portone dell’Università.
— O dove andrà il professore? — chiesero due di quei bravi giovinotti.
— Ve lo saprò dire più tardi — soggiunse un terzo che non aveva fretta
di far colazione. E senza por tempo in mezzo montò in un altro _fiacre_
che passava di là ed era vuoto.
Teofoli non si recava in nessun luogo illecito e misterioso. I due
_fiacre_ si fermarono alla stazione. Il professore discese dal suo e lo
studente fece lo stesso; il professore si mise a passeggiare su e giù
in atto d’uomo che aspetta, lo studente andò a sedere al caffè.
Circa dieci minuti dopo giunse una corsa, e Teofoli ch’era riuscito
a spingersi fin sotto la tettoia ricomparve in mezzo a una folla di
persone tra le quali lo studente riconobbe i coniugi Ermansi. Ma più
dei coniugi Ermansi lo colpì una signora giovine, alta, bellissima, dai
grandi occhi bruni che lampeggiavano sotto la veletta, dal corpo svelto
e flessuoso, dalla voce argentina, squillante. La seguiva a pochi
passi di distanza un uomo pur giovine, in soprabito grigio, dall’aria
annoiata, certo il marito. Al fianco di lei c’era Teofoli e le parlava
animatamente, e teneva sul braccio un suo _impermeabile_, e si tirava
dietro col cordino una cagnetta _pinch_ alla quale la bella signora
slanciava degli sguardi teneri chiamandola a nome: _Darling, Darling_.
Facevano parte della brigata altri tre o quattro signori, senza tener
conto d’un codazzo di servi d’ambo i sessi, carichi di valigie, di
sacchi da viaggio, di panieri, d’ombrelli e perfino di gabbie di
canarini.
Fuori c’erano le carrozze, e la comitiva si divise con gran
dimostrazioni di cordialità. Gli Ermansi salirono in un _landau_
chiuso, l’altra coppia prese posto in un legno scoperto insieme con
la cagnetta. Però nel momento che il cocchiere stava per allentar le
redini sul collo dei cavalli la signora disse una parolina a Teofoli,
e questi ch’era ancora ritto davanti allo sportello mise il piede sul
montatoio e con una prestezza di movimenti di cui non lo si sarebbe
creduto capace fu in un attimo nella carrozza seduto accanto alla bella
persona che lo aveva invitato.
Rinvenuto appena dalla meraviglia di veder il suo professore dileguarsi
in quell’equipaggio signorile e al fianco di quella splendida
fata, lo studente colse a volo alcune frasi d’un colloquio fra due
zerbinotti ch’erano arrivati anch’essi in compagnia degli Ermansi e
che s’avviavano in città a piedi seguiti da un fattorino a cui avevano
consegnato il loro piccolo bagaglio.
Uno di questi zerbinotti che lo studente conosceva di nome, il marchese
di Montalto, diceva dispettosamente all’amico: — Alla lunga quel
balordo di Teofoli dà sui nervi.
— Non crederai mica che la Serlati lo prenda sul serio?
— Lo so anch’io che non lo prende sul serio. È però una gran noia
l’averlo sempre tra i piedi.
— Speriamo che quando ella lo avrà reso completamente ridicolo lo
getterà da parte.
— Sì, sì.... intanto si rende ridicola anche lei.
— Oh — notò l’interlocutore che prendeva le cose con maggior calma —
una donna bella come la contessa non si rende mai ridicola.
Lo studente non intese più di così, ma quello che aveva inteso,
unito con quello che aveva visto, gli bastò per riferire ai suoi
condiscepoli che la donna alla quale il professore Teofoli prestava i
suoi omaggi era la contessa Serlati, una creatura deliziosa, nel primo
fiore degli anni, un bocconcino insomma più adattato agli scolari
che ai professori. E quei bravi ragazzi che pur volevano un gran
bene a Teofoli, che lo consideravano un luminare della scienza, che
l’avrebbero difeso accanitamente contro i suoi detrattori, provavano
in quell’occasione una specie d’animosità contro di lui e si sentivano
disposti a far eco a quel mezzo cretino del marchese di Montalto che
con tanta disinvoltura gli aveva dato del _balordo_. Gli è che se non
capita mai il momento in cui il balordo paia un uomo di spirito, ci
sono anche troppi momenti nella vita in cui l’uomo di spirito pare, ed
è davvero, un balordo.