II.

La conoscenza di Teofoli con la contessa Susanna Ermansi datava

dal giorno ch’egli aveva tenuto all’Università una prolusione a cui

assisteva il fiore della cittadinanza e nella quale erano adombrate

le idee fondamentali dell’opera sull’origine delle religioni. Non si

ricordava all’Università un trionfo simile. Che il Teofoli avesse

ingegno e dottrina all’altezza del tema lo sapevano tutti, ma non

tutti presumevano che insieme col filosofo non rifuggente da nessuna

audacia dell’intelletto ci fosse in lui un poeta atto ad intendere

ogni aspirazione dell’anima, ogni inquietudine della coscienza. Nulla

nel suo discorso che ricordasse la critica superficiale, beffarda del

secolo XVIII, ma una larga tolleranza, ma una simpatia schietta per

tutti gli sforzi con cui l’umanità tenta di penetrare il mistero che ne

avvolge, per tutte le ipotesi pie che il sentimento tramuta volentieri

in certezze. Così, mentre gli uni applaudivano l’erudito, gli altri

battevano le mani all’artista, che vestiva di forme elettissime gli

astrusi concetti, e l’eleganti donnine, alle quali tra la messa,

il magro e il confessionale non dispiace qualche spruzzo di libero

pensiero, erano le più entusiaste ammiratrici del facondo professore

che si faceva perdonare l’ardito razionalismo con un caldo soffio

d’idealità.

In quel dì memorabile Teofoli non potè esimersi dall’esser presentato

a una ventina di contesse, marchese, baronesse, eccetera eccetera,

che andarono a gara per colmarlo d’elogi e per sollecitarlo a tener

presto una serie di conferenze a cui esse si sarebbero fatte una festa

d’intervenire.

Non c’è dubbio che la vanità dell’uomo era lusingata da questo incenso;

tuttavia, egli non perdette il suo sangue freddo e non si lasciò

prendere negli ingranaggi fatali del cosidetto bel mondo. Si schermì

molto cortesemente dagl’inviti che gli piovevano da ogni parte, si

schermì dal tener le conferenze che gli si domandavano, e di tante

nuove relazioni che avrebbe potuto iniziare non ne accettò che una

sola, quella della Ermansi, il cui salotto era frequentato anche da

parecchi colleghi dell’Università e della quale egli conosceva da un

pezzo il marito. Superba di questa preferenza, la contessa colmava

il professore d’attenzioni e di regalucci; lo sapeva appassionato

dei fiori e gli mandava le più belle rose del suo giardino; lo sapeva

ghiotto delle frutta e gli mandava le primizie del suo orto; e quando

il conte marito tornava dalla caccia il professor Teofoli era sicuro

di ricevere dal palazzo Ermansi o un invito a desinare o il dono

d’un capo di selvaggina, che, dopo esser stato oggetto delle cure più

amorose da parte della signora Pasqua, era servito in tavola a uno dei

soliti pranzetti con l’intervento di Dalla Volpe e di Frusti. In queste

occasioni Teofoli diceva scherzosamente ai suoi due commensali: —

Dovete pur convenire che la mia amicizia con la Ermansi ha il suo lato

buono.

— Sì, sì, — borbottavano gli altri; — se tutto si limitasse a ricever

dei regali di frutta e di selvaggina. Ma presto o tardi la Ermansi ti

farà qualche brutto tiro.

— O che tiro volete che mi faccia? — esclamava Teofoli. — Farsi sposare

no sicuramente. È maritata.

— Le donne maritate possono restar vedove.

— Il conte Antonio gode una salute di ferro. E in ogni caso la contessa

è fuori di combattimento.

— Non si sa mai.... Del resto in casa sua ci vanno anche delle signore

giovani.

— Oh che uccelli di malaugurio! — replicava Teofoli infastidito. — Per

le giovani son vecchio io.... E sul serio, avete paura ch’io mi metta a

fare il galante?

I due amici tentennavano la testa con aria lugubre, e Frusti

sentenziava con la sua voce cavernosa: — Tutto è possibile.

In verità non era facile rappresentarsi il nostro Teofoli sotto

l’aspetto d’uomo galante. In primo luogo gli mancava quello che i

francesi chiamano _le physique de l’emploi_. Tozzo della persona, con

una fisonomia espressiva ma irregolare, con certi movimenti bruschi

e nervosi, egli non era mai stato l’Apollo del Belvedere. Nell’età

critica in cui noi l’incontriamo, cioè a cinquant’anni sonati, egli

aveva già la vista indebolita dalle lunghe veglie sui libri, aveva

sull’ampia fronte i segni dell’intensa applicazione mentale, e i

capelli radi e grigi non lasciavano nemmeno sospettare la chioma

folta e ricciuta ch’era stata forse l’unica bellezza della sua

infanzia. Vestiva con proprietà ma senza la minima ricerca d’eleganza;

soprabito nero di taglio _professorale_, cravatta pur nera, calzoni

e guanti scuri, cappello a tuba, occhiali fissi, mazza d’ebano col

pomo d’avorio. Certo che a sentirlo discorrere si dimenticava la sua

apparenza infelice. Non lo si poteva confondere coi Dalla Volpe, i

Frusti e _similia_, che portavano la cattedra dovunque andassero.

Egli era piacevole, arguto, alieno da qualunque pedanteria, e aveva

uno spirito così largo e una cultura così varia che nessun argomento

grave o leggero lo coglieva alla sprovveduta. E anche con le signore

era amabile e disinvolto più che non si sarebbe supposto in un uomo

tanto dedito agli studi. Non che di tratto in tratto non gli accadesse

di commettere qualche goffaggine, di toccare qualche tasto falso, di

dir qualche madrigale che sentiva di rancido e di stantìo, ma eran

peccatucci veniali che gli si perdonavano volentieri, in grazia delle

molte sue qualità.

Anzi alla contessa Susanna non bastava averlo frequentatore assiduo

del suo salotto; ell’avrebbe voluto accaparrarselo per la sua

villeggiatura. — Venga a passare un mesetto con noi.... due settimane

almeno.... nel nostro romitorio di Sant’Eufemia, a tre ore dalla città,

in luogo tranquillo, con aria salubre e vista incantevole.... Venga,

venga. Farà un vero piacere a me e a mio marito.... E sarà in libertà

piena.... Potrà portarsi i suoi libri, le sue carte, potrà studiare....

Da noi non ci sono cerimonie, non ci sono etichette.... Ospiti, o

nessuno, o pochissimi, e gente alla buona.... Venga, venga.

Il conte Antonio faceva eco alla moglie. E pigliando a parte il

professore, soggiungeva in segreto: — Se ci onora della sua visita

le mostrerò la mia collezione di edizioni rare del 1600. La tengo in

campagna per godermela nelle giornate di brutto tempo.... Qui ho altre

occupazioni.... Ma in campagna quando non posso andare alla caccia non

trovo divertimento maggiore che quello di starmene fra i miei vecchi

libri.

Notiamo fra parentesi che chi avesse argomentato da ciò che il conte

Antonio Ermansi fosse una persona colta avrebbe pigliato un bel

granchio. Il conte Ermansi era un bibliomane; nulla più e nulla meno.

Egli non amava i libri per sè, ma per le loro curiosità tipografiche.

E anche le sue ricerche in proposito si limitavano al secolo XVII. La

più preziosa opera stampata nell’anno 1599 non valeva per lui quanto la

più stupida stampata nel 1601. D’altra parte, nello stesso secolo XVII

egli non si curava affatto degli autori celebri, noti, i cui scritti

erano stati pubblicati e ripubblicati; a’ suoi occhi non avevano pregio

che gli oscuri, quelli che nessuno conosceva, quelli che forse in

tutta la loro vita non avevano dato alla luce che un misero opuscolo di

venti pagine. Già il conte Ermansi non leggeva nè i volumi grandi, nè

i piccoli; una volta sicuro che del libercolo da lui scovato fuori su

un muricciuolo non c’erano che cinque o sei esemplari in Europa, egli

era contento come una Pasqua. Del resto, non era più noioso degli altri

della sua specie.

Comunque sia, è probabile che la collezione del conte Ermansi

esercitasse una scarsa attrattiva sul professore Teofoli e contribuisse

a fargli rimandar da un autunno all’altro l’accettazione dell’invito.

Egli si scusava adducendo la sua antica abitudine d’intraprender nelle

vacanze un lungo viaggio fuori d’Italia, a Parigi, a Vienna, a Berlino,

a Londra, a Edimburgo, allo scopo di rovistar biblioteche, di annodare

o di rinfrescar conoscenze coi confratelli di studio sparsi pel

mondo. Guai per lui se cedeva alla tentazione d’impigrirsi negli ozi

campestri.

Ma gli Ermansi non si davano per vinti. No, no, badasse a loro. Un

po’ di quiete è indispensabile sopratutto agli uomini che affaticano

molto il cervello. Avrebbe lavorato meglio dopo. In ogni modo, non si

pretendeva ch’egli rinunziasso al suo viaggio. Avrebbe fatto un viaggio

più breve, ecco tutto.... Anzi, se si fosse trovato male, sarebbe

ripartito il giorno dopo il suo arrivo, senza che nè lei nè suo marito

se ne adontassero.... Ma s’immagini. Con un vecchio amico!...

Alla lunga Teofoli si lasciò carpire una mezza promessa per l’autunno

187.... Non voleva impegnarsi, ma insomma, se gli era possibile,

al ritorno dalla Germania sarebbe passato a fare una visitina a

Sant’Eufemia.

E avvenne proprio così.

Prima di partire · 第 10 / 60 题