I due veterani parlano della guerra russo-giapponese.

E la vecchina fa la calza nel suo angolo, come ascoltando un passo

lievissimo, che avanza nell’oscurità...

La romanza dei tre vecchietti.

Erano tre vecchi amici, moglie, marito ed un compagno d’infanzia. Da

tempo immemorabile il compagno d’infanzia andava a trovarli tutte le

domeniche, mangiavano insieme, poi facevano un po’ di musica. Abitavano

in uno di quei piccoli appartamenti irregolari, ricavati nell’arruffio

di case e casette della vecchia Roma, piena di cortiletti, di viuzze,

di chiassuoli e di dislivelli, e godevano di un microscopico giardino,

contenente due piante di limone, una vite e una fontanella.

Nella casetta e nel giardinetto c’erano una gran pace ed un odore

di buona cucina casalinga, tutto era vecchio e pulito, dai mobili

pesanti, ancora arieggianti lo stile _empire_, alla cucina larga come

una pezzuola, al salottino in cui una vecchia pendola dorata, con un

cacciatore sopra il quadrante, segnava da cent’anni il passo tranquillo

del tempo.

Il padrone di casa, dopo pranzo, cavava dalla fodera verde un vecchio

violino e suonava: Gli altri, seduti, accanto a lui, nel piccolo

giardino, su cui si aprivano le finestre del vicinato, ascoltavano.

Erano arie del Donizetti e del Mercadante, semplici semplici, come un

filo d’oro sottile e schietto, piene di dondolamenti e di gorgheggi.

Le tre vecchie anime seguivano il filo nello spazio, lontano lontano,

in una gran pace di sole, gli occhi socchiusi vedevano lunghe vie

di campagna su cui correvano le diligenze dai bubboli d’argento,

rievocavano saloni di teatro sfolgoranti di candele di cera, e signore

pettinate alla _roccocò_ affacciate ai palchetti. Si separavano dal

gran mondo torbido ed affannoso, tutto sonante di macchine, di concioni

e di bestemmie, e provavano una voluttà quieta e gentile, una dolcezza

sentimentale come la buona musica, o come una poesia dell’Aleardi.

Pareva loro d’essere tornati al bel tempo antico, in cui si poteva

pensare, vivere e morire per un’idea pura, luminosa e semplice, mettere

una coccarda tricolore su di una tuba di _rat-mousquè_, e discutere sui

meriti comparati della Patti e della Malibran.

Dal fondo del cuore essi sentivano salire, in una sola onda canora,

la voluttà delle lacrime versate leggendo _Margherita Pusterla_, e

l’entusiasmo limpido delle leggende garibaldine: era come una visione

confusa, nella quale si armonizzavano le camicie rosse e la casacca

dei moschettieri, le piume dei guerrieri cinquecenteschi e quelle dei

bersaglieri, _Lucia di Lammermoor_ e il _Furioso dell’Isola di S.

Domingo_.

Qualcuno si affacciava alle finestre, una vecchina, al terzo piano,

si metteva ad ascoltare, immobile pensosa e pallida, e certe volte

si sarebbe perfino detto che piangesse anche lei, sommessamente, coi

singhiozzi della musica dolce e flessuosa, quando il violino attaccava

la romanza del _Barbiere: Se il mio nome saper voi bramate..._

Poi si faceva buio, il giardino, nascosto come in fondo ad un pozzo

dall’ombra delle case alte, si empiva di tenebre, e non vi si vedevano

altro che le chiome delle due piante di limone, ondeggianti pian piano,

mentre il violino singhiozzava: _sono Lindoro, che v’amo e v’adoro..._

Ma ora la musica finirà. Sono stati avanzati due reclami al padrone

di casa; da parte di una ex serva abruzzese, ora _chanteuse_ ed

intellettuale, abitante al primo piano, e di un giovane callista che,

essendosi lasciato crescere i capelli, è divenuto wagneriano.

Colui che appartenne a quella generazione la quale...

Quest’uomo notevole, ai tempi in cui nel suo paese dominavano i

tedeschi, era austrofilo per la pelle. Se ci fossero stati i turchi o

i samoiedi, avrebbe idolatrato i turchi o i samoiedi. Amava di esser

servo e ci si trovava bene, perchè la dominazione degli altri lo teneva

caldo come una coperta imbottita. Infatti, nel suo intimo, più era

servo e più si sentiva bene. Quando egli rifletteva che il principe

pensava a far le leggi per lui, senza obbligarlo a discutere, che il

prete pensava per lui, e scomunicava chi avrebbe dato lo scandalo

di pensare da sè, e che una doppia siepe di sbirri, di cannoni e di

baionette gli tracciava la via da seguire senza lasciargli l’imbarazzo

della scelta egli si sentiva il cuore pieno di tenera gratitudine

per il principe, il prete, i birri, i cannoni e le baionette. Ed era

vigliacco come una vecchia meretrice, ragione per cui tutte le forze

dell’animo suo le riserbava all’odio contro la gente di coraggio.

Quando pensava a Garibaldi, gli sembrava di vedere un mostro di fuoco

attraversargli il cammino e fantasticava un cannone enorme che lo

avesse spazzato via come un vento benefico abbatte un naviglio corsaro.

Ma al momento del colpo egli si sarebbe turato le orecchie. Del resto

era panciuto, benestante, ed anche morigerato, perchè il vizio gli

metteva paura.

Quando l’Italia attraversò la sua grande crisi di rinnovamento

politico, egli ebbe un periodo atroce, dovette rinnovarsi anche lui,

e glie ne sanguinò il cuore. Ammirò i nuovi padroni, ma con minore

entusiasmo, perchè ad ogni elezione politica gli pareva che quel

rimescolìo di uomini e di schede dovesse far vacillare lo Stato sulle

sue basi. Non poteva vedere un assembramento di cittadini intenti

a discutere di politica senza pensare con una certa nostalgia alle

sciabole degli ulani ed alla forca.

In mezzo a tutta questa confusione egli dimenticò di cambiare la

propria acconciatura e gli rimasero i capelli a spazzola ed il pizzo

alla Napoleone, che imbianchirono.

Fu così che egli divenne un vecchio patriota.

Prese l’abitudine di tenere la mano destra infilata nella bottoniera e

di portare un paletot _abbottonato fino al mento_. Ne avvenne che il

suo lustrascarpe gli disse un giorno, prendendo i due soldi: Grazie,

capitano.

Allora egli divenne terribile. Alzò spesso la voce, al caffè, parlando

moltissimo della generazione, che «aveva fatto l’Italia.» Pian piano

si immedesimò tanto con quella generazione, che diceva: «_Noi_» tanto

a proposito di Bezzecca, quanto a proposito di Solferino, come se egli

fosse stato, un tempo, tutta l’anima generosa d’Italia.

E, sopratutto, fu feroce con quelli che volevano trasformare qualcosa

nell’organismo dello Stato. La sola idea di veder trasformata

l’uniforme dei portalettere lo addolorava come il tramonto di un

ideale. Sentiva, con secreta intraducibile gioia, che il nuovo stato

pesava anch’esso su di lui, e quando la politica italiana si orientò

verso il clericalismo, gli parve di aver ritrovato un amico. Egli era a

suo agio: poteva essere una carogna, come era stato sempre, e parlare

come un eroe, curvare la testa al Governo e bestemmiare la rivoluzione.

Era felice.

Al tempo del dominio austriaco egli chiamava i liberali, come si

leggeva nei comunicati ufficiosi: _un pugno di forsennati_.

Un giorno avvenne una dimostrazione popolare, nella sua città, contro

un convento di frati ove erano avvenuti fatti innominabili. La

dimostrazione fu sciolta con la forza, e la sera egli disse questa

memorabile frase: «Benissimo. Noi che apparteniamo a quella generazione

la quale ha fatto l’Italia, non permetteremo mai che un pugno di

forsennati comprometta le nostre più sacre conquiste.» Ed un prete che

gli sedeva accanto disse: «Bravo, capitano.»

L’uomo solo.

Egli era solo. Ma occorre riflettere su questa parola, poichè la nostra

mente non è assuefatta all’idea dell’assoluto. Sulla superficie della

terra ogni oscurità ha in sè, disperso, un atomo di luce, in ogni

silenzio vaga l’eco di una voce lontana.

Ma l’anima di questo sciagurato aveva in sè le tenebre dell’abisso

e il silenzio degli spazi lontanissimi. In una selva o in un’isola

deserta egli non avrebbe potuto essere così solo, perchè sarebbe stato

in presenza della sua anima; nella città grande e laboriosa il mondo

esteriore si frapponeva fra lui ed il suo cuore, come un enorme quadro

fantastico. E le immagini di quel mondo scivolavano silenziosamente

sull’anima sua, senza penetrarla, come l’ombra di un gabbiano

sull’acqua morta e fredda.

Un tempo era stato un uomo: aveva avuto una casa ed una famiglia, c’era

stata una donna che aveva addormentato il tumulto del suo cervello

carezzandogli la fronte e dicendogli «figlio mio». Un’altra donna, un

giorno, lo aveva baciato. Ma tuttociò era sterminatamente lontano, era

perito, si era cancellato, non esisteva più. Egli non sapeva ormai più

per quali vie oblique e rovinose la sua esistenza fosse precipitata

così in basso, se fosse stata la colpa o la sventura a travolgerlo. Per

qualche tempo i legami fra lui ed il passato sopravvissero: qualche

fibra sottile lo allacciava ancora a quel mondo quasi obliato.

Ma, un giorno, egli si trovò come un animale inseguito, di fronte ad un

ostacolo insormontabile.

Era una sera gelida, egli sedeva sui gradini della chiesa. Nessuna

persona intorno, nessuna voce: gli uomini che avevano una casa erano

a casa, e il vento fischiava lamentosamente nel vuoto squallido delle

vie. Innanzi a lui le ombre proiettate da un fanale a gas danzavano e

si scomponevano.

E, ad un tratto, la spaventosa compagna che la sorte gli aveva

riservato uscì dalle tenebre e gli mormorò una parola all’orecchio.

Egli ne fu impietrito e non osò rivolgersi, perchè anima viva non

vedrà mai il volto della _Disperazione_. Da allora egli si perdette

nel buio. Le guardie di polizia raccoglievano talvolta per terra un

uomo lacero, terroso e squallido come un morto rubato alla tomba. Forse

rubava, forse elemosinava, forse si nutriva di immondizie, nessuno lo

seppe mai, nemmeno quella orrida vecchia che talvolta egli incontrava

sotto le volte dei ponti, nemmeno le bimbe lacere e dai piedi nudi che

attendevano allo svolto delle vie, la notte, con un sorriso ingenuo

ed infame, nemmeno gli uomini del male, che sbucavano dalle bettole a

notte oscura, e si avviavano silenziosi al delitto.

Gli pareva di essere in una città nuova e lontana dalla sua; talvolta,

le linee di qualche crocevia gli ricordavano qualcosa di informe e di

luminoso, che splendeva in un tempo lontano.

Una notte d’estate egli era seduto sulla banchina di un argine e

guardava passare l’acqua del fiume. Era, tutto intorno, un languore

così dolce di luce e di suoni, la luna splendeva così chiara, e il

vento era così carezzevole, che il petto di quel cadavere sospirò. Egli

intese l’acqua passare e cantare una ninna-nanna. Quando l’aveva udita,

quando?... Una infinita dolcezza gli scese nelle vene, si curvò sul

fiume, ancora, ancora un po’... le sue labbra dissero: Oh!... mamma!...

Gli parve, che tutte le tristezze del suo cuore morissero sotto una

carezza tepida e affettuosa. E si lasciò cadere.

Ma in quel momento passavano i due famosi canottieri Pippo e Federico,

in una _canoa_, con due _cocottes_. E siccome Pippo volle fare buona

figura, si gettò in acqua e lo ripescò.

Gli dettero una medaglia.

Buoni borghesi.

Nella casa di cui io vi parlo, da cinquant’anni non è stata cambiata la

tappezzeria al muro; anzi, non è stato cambiato nulla. In una parete

c’è una macchia d’inchiostro che vi fece il nonno, quarant’anni fa,

quand’era studente. Il nipotino, che ha tendenze alla pittura, ne ha

modificato intelligentemente i contorni bizzarri, fino a farne una

specie di mostro antidiluviano, con becco, ali ed artigli. I mobili

invecchiano sotto un decoroso strato di untume e gli specchi assumono

quella trasparenza verdastra in cui le immagini riflesse sembrano

galleggiare come corpi di affogati.

Nel salottino vi sono quadri commemorativi dipinti a furia di

margheritine, un salice piangente di capelli ed un tappeto di scatole

di fiammiferi. I tre lumi a petrolio hanno il tubo chiuso da tre

ninnoli, uno a cappello da cardinale, uno da bersagliere, uno da

parroco, simbologia evidente del colore politico di casa, che fu

liberale nel 1871 ed è tornata pacificamente al prete. Inoltre vi

sono scatole fatte con conchiglie, soprammobili consistenti in un

tempio di Vesta, che è poi un calamaio, una casa di cartone coi vetri

trasparenti, ed un cane che è una bomboniera.

Sulla _consolle_ vi sono due campane di vetro che coprono _bouquets_

di fiori di carta, e quando una persona attraversa il salotto, tutta

quella roba grottesca tremola e tintinna con discrezione.

Non si tratta di gente povera, nè di gente ricca: sono persone _così

così_. In casa c’è sempre l’odore di qualche cosa che frigge in cucina,

ed un non so che di grasso e di egoistico è in tutte le cose: perfino

il gatto sembra un piccolo maiale. Da tempo immemorabile quella gente

nasce, mangia, si sposa, fa dei figliuoli e muore in quel luogo. Lo

stesso vecchio divano di stoffa orribilmente gialla troverebbe nelle

sue molle vetuste l’energia di uno scatto, sotto l’offesa di un sedere

moderno.

Questa gente è morale: Vota per i preti, per i conservatori, va a

messa, le donne seguono il mese Mariano, e tutte le altre funzioni, i

giovanetti si comunicano e vanno in congregazione, i bambini hanno dei

pidocchi e fanno il presepe a Natale. La domenica si mangiano i suplis

di riso, il giovedì gnocchi, il sabato trippa, e di tuttociò, molto.

Una volta tutta la famiglia ebbe un brivido di terrore perchè al piano

sopra era venuto ad abitare un sovversivo, ma il sovversivo se ne andò

perchè la casa era infestata dagli scarafaggi.

Un’altra volta ci fu una minaccia seria: pareva che dovessero demolire

la casa per fare una strada nuova, ma la strada passò da un’altra

parte, come se avesse avuto paura.

E la vita seguitò a crogiolarsi in quell’angolo, pacificamente, come

una cosa che friggesse da secoli nella stessa padella piena d’olio

rancido.

Di giorno, il sole entra quasi timidamente là dentro, e tenta di

far scintillare i rami vecchi della cucina e la carta argentata dei

_bouquets_.

Ma, la notte, nella quiete profonda della casa, in cui lo sgocciolìo

dell’acquaio mal chiuso mette un tic-tac querulo, si ode partire dalle

stanze chiuse il respiro grosso dei dormienti: la signorina sogna che

il Papa faccia un decreto nuovo e che i preti possano prender moglie, e

le pantofole del capo di casa strisciano con prudente lentezza verso lo

sgabuzzino della serva.

Come fu che Asmodeo Ribelli non fece fortuna.

Quando l’usciere annunziò Asmodeo Ribelli, il ministro si aggiustò gli

occhiali sul naso ed assunse un’aria finemente diplomatica. Tuttociò

perchè Asmodeo Ribelli da quindici giorni aveva messo sossopra la

città. Nessuno avrebbe saputo dire perchè questa figura, ignota

due settimane avanti, avesse giganteggiato in mezzo ai tumulti,

facendo uscire da un semplice sciopero di fornai altri due scioperi,

minacciandone la estensione a tutte le corporazioni operaie e mettendo

in forse la vita del Ministero.

I rapporti di polizia parlavano del suo _singolare ascendente_ sulle

masse e della sua _eloquenza demagogica_. Dimodochè quando il ministro,

per oblique vie, seppe che egli sembrava _disposto a trattare_,

lo invitò con entusiasmo: Nel cassetto semiaperto S. E. aveva già

preparato un foglietto con la scritta a lapis: Cinquantamila lire al

signor Asmodeo.

E Asmodeo entrò. Aveva i capelli piuttosto lunghi, il naso in su e una

cravatta rossa fiammante e svolazzante. Era bello e terribile. Ma il

ministro, quando vide la cravatta rossa, mormorò: «È un po’ _démodé_,

faremo quarantamila».

I due si guardarono un momento: avevano tutti e due messo fuori il più

fine sorriso di cui disponevano, ma Asmodeo ebbe il torto di eseguire

una mossa leonina del capo, che aveva fatto furore alla Camera del

Lavoro. Altro sbaglio di grammatica che gli costò cinquemila lire.

— Signore — incominciò egli con una bella voce baritonale. — L’Europa

_CE_ guarda!

Il sorriso del ministro si fece più freddo.

— È vero — rispose con leggera ironia — essa _CI_ guarda, e appunto

perciò io faccio appello alla sincerità della sua fede democratica,

affinchè il doloroso stato di cose che Ella ha creato debba cessare.

Studieremo insieme, se Ella crede, i mezzi, le forme, le eque

soddisfazioni (e accentuò la parola) che possono offrirsi... (Se

sorride, mormorò il ministro, non gli dò un soldo). — E Asmodeo sorrise.

— Ecco — disse Asmodeo — mi piace che Ella intenda la situazione. Se

io mi ritiro dalla lotta il movimento si arresta con me; ma la mia

posizione politica è finita!...

— Che voglia un collegio? — si domandò il ministro.

— Finita — riprese Asmodeo — ed anche compromesso il mio avvenire di

operaio meccanico... perchè nessun padrone di officina mi vorrà!

Carte in tavola!... Nella amministrazione dello Stato ci sarà pure,

benchè modesto, un posticino sicuro...

Il ministro divenne di neve.

— Non intendo — disse — il vostro linguaggio troppo mercantile. Non

possiamo accordarci che sul terreno delle idealità politiche. Vedo che

non andiamo d’accordo, potete ritirarvi.

E suonò il campanello.

— Ma, signore!... — esclamò Asmodeo; e rifece, istintivamente, la mossa

leonina.

— Lo Stato — aggiunse severamente il ministro — consulta la coscienza

dei cittadini, la guida, se ha la forza di farlo, ma non la compera.

Andate.

Asmodeo uscì barcollando.

— Bestia!... — mormorò il ministro quando fu solo. E accese una

sigaretta. Poi, lo sguardo gli cadde sul mandato delle cinquantamila

lire.

— Serviranno per _Fifine_ — mormorò, e se lo mise in tasca.

Pierino.

Carluccio s’era seduto davanti al tavolo, aveva intinto la penna nel

calamaio, poi l’aveva deposta, si era soffiato il naso nel tappeto,

aveva dato una pedata al gatto e si era sporcato le dita d’inchiostro.

Adempiti così i suoi doveri di fanciullo maleducato, aveva letto il

tema di componimento.

«_Pierino è la consolazione dei suoi genitori. Descrivete questo bravo

fanciullo e le sue lodevoli qualità_».

Si vede che il tema lo seduceva poco, perchè, dopo matura riflessione

concluse con questa frase pedagogico-morale: Accidenti al maestro!

Poi ebbe un’idea: — Mamma, strillò, mi compri l’automobile che si

carica?...

La mamma non lo udì nemmeno: era ritta davanti allo specchio,

ritoccandosi le sopracciglia col carboncino, e nello stesso tempo

sosteneva una viva discussione col suo legittimo consorte, il quale si

stava lavando i guanti con la benzina.

— Non ho pagato il conto, gridava la signora, perchè tu sei uno

scioperato e i soldi che guadagni, quando li guadagni, te li mangi con

le _cocottes_.

— Carolina, replicò il consorte, ti ho detto tante volte di non

mischiarti negli affari miei, come io non m’impiccio nei tuoi,

altrimenti finisce male!...

«_Pierino_, scrisse Carluccio, _la mattina si alza, si lava, si

pettina_...»

— E sta a vedere che io dovrò pensare a mandare avanti la famiglia?...

Sono stanca, sai?... Un giorno o l’altro pianto baracca e burattini e

ti lascio negl’impicci... Impiastro!....

— Carolina, misura le parole — replicò il consorte, — altrimenti oggi

facciamo il _bis_ dell’altra settimana!... Sai che scherzo poco!...

ricordati della canna d’india!... Mannaggia a...

— _Dice le sue preghiere_... continuò a scrivere Carluccio.

— Provati, strillò la signora, e mi metto alla finestra a gridare, e

faccio correre tutto il vicinato!... Anche questo debbo sopportare!...

Dopo dieci anni di una vita da cani come questa!... Dopo averti

beneficato!...

— Ah, ah, ah!... — fece il consorte ridendo ironicamente, — per quei

quattro soldi di dote che hai portato, e che ti sei mangiata a furia di

_toilettes_!...

— Sfido io!... — rispose la signora, — se aspettavo che me le facessi

tu, le _toilettes_, stavo fresca!...

— Te le ha fatte il barone!

— Me le ha fatte chi mi pare!...

— Sta zitta, pettegola...

— Sta zitto tu, buffone!...

Carluccio aveva interrotto il suo compito ed ascoltava con profondo

interesse, spiando il momento in cui sarebbe cominciata la battaglia,

per fare tempo a gettarsi sotto il tavolino.

Invece le cose si accomodarono, perchè il consorte si era arricciato i

baffi col ferro caldo e si era aggiustato per benino i capelli, e non

voleva scomporsi.

Quindi prese il piattino con la benzina e i guanti e si ritirò nella

stanza vicina. Allora Carluccio credette opportuno avanzare di nuovo la

sua proposta.

— Mamma, ripetè, mi compri l’automobile che si carica?...

— Sì!... proprio!... rispose la signora, dopo quelle belle parole che

hai detto ieri a padre Liborio, in congregazione!...

— Le parolacce le ha dette lui, anzi...

— Ma va al diavolo!... strillò la signora, che si era distrattamente

tinta di nero una gota.

— Va bene, se non mi compri l’automobile dico al barone quello che ho

visto in salotto, quando c’era il tenente...

— Pure tu!... brontolò a bassa voce la signora, provati!...

— E allora comprami l’automobile...

— Sì, sì, te lo comprerò, basta che mi ti levi d’innanzi, e che non ti

fai più vedere!...

— Me lo compra, me lo compra!... canterellò Carluccio dondolandosi

sulla sedia, quindi riprese la penna e continuò: _Dice le sue

preghiere, rivede i compiti e domanda la santa benedizione ai suoi cari

genitori_...

Una festa di beneficenza.

La notizia fu comunicata al cuoco dalla cameriera, il cuoco lo disse al

cocchiere, il cocchiere al servitore, e tosto un brivido di spavento

corse dal primo piano alla cucina, alla scuderia, all’anticamera.

La contessa Severina aveva una _soirée_ di beneficenza. Per esser più

precisi, doveva intervenire ad una festa a beneficio della _Società

Zoofila_. Cosa terribile.

La contessa, per solito, non era più cattiva di tante altre, ma

quando entrava di mezzo la beneficenza, diventava una piccola tigre;

dimodochè, bastava che in casa si udissero nominare i «fanciulli

deficienti», il «ricovero per gli inabili al lavoro» o l’«infanzia

abbandonata» perchè la cameriera impallidisse, il cuoco si sentisse

tremare le casseruole in mano ed il cocchiere preparasse la valigia per

andarsene.

Si raccontavano episodi quasi fantastici sulle sue crisi nervose, in

queste circostanze, perchè la contessa avrebbe mandato a rotoli il

mondo, pure di non mancare di un ette ai numerosi obblighi che si era

assunta verso la beneficenza cittadina. Quando essa diceva: Bisogna

fare il bene, _il bene_, IL BENE!... tutte le persone della famiglia

avevano un brivido di spavento. La prima a subire le conseguenze della

giornata fu la sarta. Entrò in camera della contessa alle cinque di

sera e ne uscì alle otto con gli occhi rossi. La cameriera, che era

rimasta di fuori ad orecchiare, comunicava di mano in mano le notizie

al resto del servitorame, ed erano sussulti di sgomento, come al

_crescendo_ disastroso degli annunzi d’una piena.

Alle sette giunse un messaggio allarmante: La contessa parlava

bergamasco. Era il suo dialetto d’origine, e ci ritornava solo nelle

grandi crisi. Fu annunziato che essa aveva detto: _Bamba_ e _Crapona_

alla sarta.

Il conte se n’era andato alle tre, prudentemente, ma il piccolo

visconte, che aveva cinque anni, avendo osato toccare gli _chiffons_

dell’abbigliamento, ricevette uno schiaffo proporzionato all’altezza

della situazione, e gli rimase per cinque giorni il segno degli anelli

materni sotto l’occhio destro.

La cameriera ricevette l’intimazione di andarsene entro otto giorni,

perchè aveva tirato i capelli alla signora, nel pettinarli, e siccome

in seguito a questo fatto la signora aveva mandato all’aria tutte le

porcellane della _toilette_, le fu annunziato che il relativo importo

le sarebbe ritenuto sullo stipendio.

Dalla cucina si udivano gli scoppi di voce iracondi della contessa,

e ad ognuno di essi succedeva un coro sommesso di bestemmie. Il

contagio si diffondeva dall’alto in basso; il cuoco dette una pedata

allo sguattero perchè aveva lasciato cadere un po’ di salsa nel

fuoco, ed il cocchiere allungò uno scapaccione al mozzo di stalla

perchè aveva lucidato male le maniglie della carrozza. Gli ordini

e le raccomandazioni del servizio passavano di bocca in bocca con

ringhi rabbiosi e perentori come comandi militari sotto il fuoco della

fucileria. Il cocchiere si giocò, a furia di bestemmie, l’ultimo

cantuccio di paradiso che gli era rimasto, ed il portinaio dette un

pugno nel naso alla legittima metà, dicendole: Oh!... fammi poco la

patronessa, altrimenti finisce a legnate!

Alla fine, alle nove e dieci, in ritardo, la contessa uscì di stanza:

la servitù, allineata sull’uscio, salutò in silenzio rispettoso.

— E tutto questo, brontolò il cameriere, dando una pedata a _Bibì_, il

cagnolino della contessa, tutto questo per una festa a beneficio degli

animali!...

— Presto, comandò la contessa al cocchiere, siamo in ritardo, via a

tutta velocità e frustate i cavalli!

Il gesuita volterriano.

Il signor Claudio Fibra era scettico, ateo, materialista e volterriano.

Non già che egli esumasse in sè stesso le vecchie teorie del grande

pensatore francese. Aveva ereditato la sua sottile ironia demolitrice.

Di più aveva una bella barba all’Enrico IV e, quando parlava, aveva

cura che il suo naso facesse un angolo di 45 gradi con la superficie

della vile terra. Questo dignitoso atteggiamento gli permetteva di

significare correttamente il suo disprezzo verso l’umanità. Disprezzava

la fede, il pregiudizio, la legge e tutte le formule costrittive nelle

quali la tremebonda plebe delle civiltà moderne organizza le sue file.

Rideva dei miracoli ed aveva raccolto quindici aforismi spiritosi sulla

verginità di Maria, su S. Giuseppe, sullo Spirito Santo, su Pio X,

sulla resurrezione della carne, sulla monarchia, sull’indissolubilità

del matrimonio, sugli ordini religiosi, ecc. E, malgrado ciò, egli

votava per i preti nelle elezioni amministrative, per i conservatori

in quelle politiche, mandava la sua signora a confessarsi, i figli

in congregazione, era abbonato ad un giornale forcaiolo e aveva una

immagine di S. Lucia a capo al letto, da quando era stato malato

d’occhi.

Egli era, nel suo intimo, quell’esasperazione del borghese clericale

che si chiama _codino_, e lo era con ardore di sentimento atavico.

Avrebbe preso volentieri delle pedate da un carabiniere o da un frate,

purchè esse avessero fatto parte di una larga distribuzione delle

medesime a tutto il genere umano. C’era in lui un oscuro rancore contro

la formidabile voce di ribellione che, da oltre un secolo, introna

le orecchie dell’umanità, un desiderio violento di veder calmare

questo ribollimento d’anime e di cose, perchè tutto fosse amabilmente

e decorosamente tranquillo. L’idea di approfondire una speculazione

filosofica e di trovarvi in fondo la impassibile e dura immagine della

verità lo tormentava come un incubo: aveva orrore delle cose idealmente

grandi, ma l’imperfetta classica coltura avuta a scuola e la gloriuccia

lontana di qualche dieci in _composizione_, gli avevano lasciato una

vaga smania di velare con forme estetiche i guidaleschi della sua anima.

Così, aveva di quelle frasi amabilmente cretine che sono il _frak_

della ignoranza.

Siccome doveva passare tutti i giorni presso il Foro Romano, e quella

mostruosa pagina aperta, che era muta per lui, lo infastidiva, un

giorno disse: Bisognerebbe abbattere quei ruderi: è inutile, la rovina

è _brutta_, anche quando è rovina di una grandezza.

Quando indicava la _Santa Lucia_ appesa a capo al letto, diceva: Io

sono un esteta, amo il bello, quella santa mi piace e non potrei

dormire se avessi al suo posto un ispido e barbuto Carlo Marx.

Era fedelmente dell’idea che andava di moda, e si era fabbricato una

corazza di sofismi graziosi e brillanti, come una stoffa di seta in cui

si potesse tagliare, indifferentemente, un piviale o una bandiera.

Per lunghi anni, quando sentiva parlare di anticlericalismo, faceva il

gesto d’un elegante davanti ad un provinciale rinfagottato e diceva:

_quarantottate!_

Quando il soffio gelido della catacomba clericale invase ed illividì la

politica italiana egli sfoderò le seguenti massime: «Aborro la folla

democratica: essa puzza di sudore» — «Lasciate che il popolo creda al

prete: quando gli avremo aperto gli occhi, che gli daremo in cambio del

suo Dio?» — «Aborro le dimostrazioni piazzaiole: che cosa sono esse di

fronte all’azione perseverante e tenace degli _altri?_» — «Fra l’_inno

dei lavoratori_ cantato da una mandria di popolaccio e il _Te Deum_

cantato in chiesa, preferisco andare a sentire il _Te Deum:_ è un’opera

d’arte.»

Così, fu a posto: Nella sua anima c’era la stessa luce discreta, la

stessa tappezzeria _liberty_, le stesse terracotte di Signa, e gli

stessi falsi bronzi che nel suo salotto: ci faceva lo stesso calduccio.

Quando gli vennero a proporre di votare per un candidato democratico,

nel suo collegio, egli rimase un po’ sopra pensiero, poi disse, con un

sorriso aristocratico: No, mio caro, non darò mai il mio voto ad un

uomo che ha le unghie in lutto!

Il farabutto semi-coscienzioso.

Lettore, io credo che tu sia onesto. Se tu mi domandi il perchè io

abbia questa convinzione, ti dirò, prima di tutto, che, a furia

d’essere scettico, io ho finito col non credere più al pessimismo; poi,

che siccome io e tu, in questo momento, ci parliamo, amo credere che

parlo con un galantuomo, come amo credere alla fedeltà del mio cane e

di colei, la quale, ecc.; alla perfettibilità della specie umana ed a

tutti gli aforismi che ci allontanano dalla disperazione.

Del resto, è meglio essere onesti, anche dal punto di vista egoistico,

perchè è più facile e c’è meno concorrenza.

Perciò, con quella carità cristiana che è privilegio esclusivo di noi

liberi pensatori, amo, voglio, credo e confido che tu sia onesto.

Ma se, per disgrazia tu non lo fossi, fatti coraggio e procura di

essere profondamente, sinceramente e deliberatamente farabutto.

Fallo per quel po’ di onestà che non potrai mai distruggere in te, dà

tutto il tuo cuore alle furie del male, ed intona i ruggiti della tua

malvagità alle voci più profonde del mondo circostante: sii scellerato

come il primo imperatore cristiano: Costantino, o come uno dei più

grandi pontefici: Sisto V. Sii scellerato con forza e con ampiezza di

gesto e, sopratutto, con la completa intensità del tuo spirito.

Non credere che io sia un collega: io sono forse buono, per quanto

non sia un apostolo, e dico ciò perchè quando tu sarai tale, quale

ti consiglio di essere, sarai meno pernicioso all’umanità, e meno

spregevole a te stesso.

Il vero scellerato, il vero farabutto compiono il male con una diretta

e precipitosa energia: uccidono o svaligiano il loro uomo, poscia

dicono a sè stessi: Io ho accoppato o svaligiato costui. Così, essi

sono, continuamente, in presenza dell’opera loro, possono valutarla, e

perfino pentirsene.

Il farabutto semi-coscienzioso è una calamità sociale meno reparabile.

Non è il leone, che si annuncia col ruggito, è il maiale che sorprende

un lattante nella culla e gli divora una mano. È schifoso ed atroce.

Egli non compie una cattiva azione senza essere in regola con la

propria coscienza. Quindi, se ha deciso di farci del male, deve prima

persuadere sè stesso e gli altri che egli ha ragione di farcelo. Quando

ci piomba addosso egli ha già ucciso la nostra riputazione, ha creato

intorno al nostro essere una zona di disprezzo e di diffidenza.

Egli non fa ciò in malafede: talvolta finisce col compiangere sè stesso

del male che noi non gli abbiamo fatto, e quando ci ha colpiti, se noi

ci permettiamo di gridare: ahi! esclama, ingrato!... dopo il bene che

gli avevo fatto.

Quindi, lettore, scegli. Se non riesci ad esser buono, salta il fosso e

iscriviti alla categoria _scellerati con risoluzione_. Sarà meglio per

tutti.

Sentimento.

In nessuna delle migliaia di case che vengono affittate ai cittadini

di Roma il culto del _Sentimento_ è così vivo come in casa Panzettoni.

Esso stilla ivi dalle pareti e le infiora come una muffa dello spirito.

Se vi volgete a destra, vedete l’oleografia di Giulietta e Relativo

Romeo, dall’altra parte Santuzza ai piedi di Turiddu, di fronte frate

Cristoforo benedice Lucia piangente e, dietro le spalle, Manrico tiene

l’_abbietta zingara_ addormentata sulle ginocchia. Si direbbe che

lacrime inconsolabili scorrano sui vetri delle credenze, o sgocciolino

dal lampadario.

I _pennacchi_ di canna che escono da vasi di terracotta, sulle mensole,

pendono come salici piangenti, e perfino il campanello dell’uscio,

quando suona, fa un _dindin_ dolce e rassegnato come il singhiozzo di

un fanciullo.

Il signor Panzettoni, è usciere in un ministero e, in casa sua,

scontista a forti interessi; la signora vende vestiti alle _cocottes_,

a rate, con utili assai rilevanti. Sono tutti e due grossi, quadrati,

bonaccioni, ladri e sentimentali. Il fiore della stirpe è la signorina

Clelia, troppo grassa per i suoi venticinque anni, con la mascella

quadrata di famiglia, il naso un po’ schiacciato ed i capelli che

sembrano sempre un po’ bagnati d’olio. Essa tiene i conti di casa,

sorveglia implacabilmente la morale della serva, suona il piano e canta.

Alla domenica, dopo il pranzo, che è abbondante e inaffiato con molto

vino, la famiglia fa un’orgia di lacrime.

Il droghiere che abita al primo piano sale su con la moglie, ed un

giovane che ha molte probabilità di avere un impiego e di sposare la

signorina Clelia accompagna la suddetta al pianoforte.

Il giovane recita anche dei versi, di Lorenzo Stecchetti. Egli recita

molto bene. Quando dice: «Mi si spezza la testa, io son malato!...»

si gratta la fronte angusta e fa una smorfia atroce, in cui le punte

impomatate dei baffetti prendono bizzarre divergenze.

Poi, la signorina canta: «Voi lo sapete, o Mamma!...» oppure: «L’ho

veduta distesa sul suo letto!» E quando giunge al punto acuto:

«Maledetto dolor che non mi ha ucciso!» mette uno strillo meraviglioso,

come se le cavassero, nel medesimo tempo, un dente, la radice di esso e

tutte le illusioni della gioventù.

E allora tutte le pance tremano di commozione, un diluvio di lacrime

sgocciola nelle tazze di caffè e nei bicchierini di liquori che vanno

in giro. Una profonda beatitudine di dolore è nell’aria, con l’odore

grasso delle vivande e l’aròma del caffè, una voglia di lacrime, di

salici piangenti e di chiari di luna, un accoramento che si confonde

con tutte le quiete dolcezze del chilo... Un giorno il signor

Panzettoni si lasciò andare fino a cantare a mezza voce «_fenesta ca

lucive e mo non luce_» ed un altro giorno la signora si domandò con

slancio _come avrebbe potuto fare ad avere una passione infelice_ e per

tutta la sera guardò fiso il droghiere, che non se ne accorse perchè

era miope.

Un giorno, proprio in quell’ora, un debitore venne a domandare un

rinvio. Era un impiegatuccio sperduto in un _paletot_ troppo largo; con

due baffi di capecchio su di una bocca malinconica, da cui usciva un

alito di persona malaticcia e digiuna. Stette un’ora ad aspettare in

anticamera, oppresso dall’odore di cose che non aveva mangiato da anni

e dal ricordo del focolare spento in casa sua.

Alla fine venne la signora a parlargli, e disse di no in fretta, senza

pietà, anche perchè udiva la romanza della figlia svolgersi nella

camera vicina e voleva arrivare in tempo allo strillo.

Il postulante se ne andò, più misero, più accasciato, come se avesse

sulle spalle tutte le persone dei suoi creditori. La serva asserì, poi,

che aveva mancato di rispetto alla casa, fino a sputar sangue per le

scale.

E la signora rientrò in salotto: Era proprio il momento buono, lo

strillo la colpì in pieno petto, fra le mammelle e il ventre, ed essa

ebbe un brivido delizioso, mentre la consueta lacrima, addomesticata

e puntuale come una persona per bene, scendeva lentamente sulla sua

pappagorgia matronale.

La padroncina.

L’origine dell’odio feroce fra la signorina Claretta e la nominata

Angela Maria Imperatore, serva e ciociara, fu questa. Un giorno

Claretta, che aveva quindici anni e mezzo, età agra fra la ragazzina

e la signorina, andava a scuola. Essa camminava tre passi innanzi,

impettita, coi capelli accuratamente increspati in un _coq_ enorme

calato sulla fronte, e le vesti un po’ corte per mostrare il collo del

piede. Era un po’ olivastra (_colorito da creola_, diceva lei), aveva

gli occhi chiari (_occhi dai riflessi metallici_) e teneva le labbra

un po’ sollevate, in modo sprezzante, per mettere in evidenza i denti

(_sorriso fatale_).

Angela Maria era piuttosto belloccia, un po’ sudicia, occhi neri e

curve solide.

Sicchè quando passarono davanti alla bottega del macellaio, il sor

Angelo che era sulla porta, scaldandosi la pancia al sole, esclamò:

_Mannaggia li cani! È più bella la serva che la padrona._

Il _sorriso fatale_ si decompose in una smorfia crudele, e da quel

giorno le ostilità furono dichiarate. Già, una grande simpatia non

c’era stata mai, sopratutto per il rimpianto di Cristina, che aveva

preceduto Angela Maria nel servizio della casa. Cristina sapeva

leggere, era stata a servizio da una _cocotte,_ aveva nel baule un

libro così curioso, e raccontava certe cose così singolari!... Angela

Maria era bonaria, stupida, semplice e sana.

Da quel giorno Angela Maria esperimentò tutta la enorme distanza che

esiste fra una contadina di Frosinone e la figlia di un vicesegretario

delle Poste, distanza molto più grande e profonda di quella che

esisteva fra una matrona romana e la sua schiava etiope. Ad attenuare

questa distanza non valeva neppure la necessità in cui era la famiglia

di far conoscere alla serva, per la tirannia delle quattro camere

e cucina, tutti i ripieghi economici del bilancio familiare, tutte

le piccole sudicerie intime che, di giorno e di notte, trapelavano

attraverso le sottili pareti, le baruffe invereconde fra moglie e

marito, le polizze di pegno e le cambiali, protestate, le scappate

della signora e le abitudini estremamente plateali del capo di casa,

che mangiava e digeriva come un facchino.

L’animo esacerbato della signorina esplodeva con ferocie instancabili.

Essa si sentiva molto superiore all’ambiente. Sognava di abitare in una

torre stile _liberty_ in cui la sarebbe venuta a prendere un cavaliere

ricchissimo, che essa avrebbe fatto sospirar molto prima di lasciarsi

sposare. Poi lo avrebbe sposato, sarebbe stata una gran signora

ed avrebbe mangiato tutti i giorni moltissimi _sandwichs_ e molte

bistecche di filetto, per vendicarsi delle scarse patate quotidiane.

Angela Maria era abbrutita dallo spavento. Era il suo primo servizio,

quello, e la piccola casa borghese aveva per lei dei misteri di

ordinamento, delle sorprese stupefacenti, che la lasciavano perplessa.

Le piccole oleografie appese alle pareti la guardavano con la severità

austera con cui i ritratti degli antenati guardano l’intruso penetrato

in un castello. Una volta fu sorpresa dalla signorina mentre sputava

sugli scarpini della medesima, per lucidarli, e la bocca dal sorriso

fatale ebbe l’abilità di trovare tali insulti che la povera ragazza

pianse tutta la notte, per cui la signorina, il giorno dopo, espresse

a tavola il dubbio che essa non dormisse per uscir di casa nottetempo.

E siccome Angela Maria aveva risposto: Ma non è vero!... la signora

urlò: Tacete, non ammetto repliche! E l’avrebbero cacciata via, se non

avesse interceduto il padrone, che aveva delle vaghe aspirazioni agli

amori ancillari. Tuttavia la padroncina ottenne d’imporre alla serva le

seguenti volontà: 1. Che non si mettesse la veste nuova quando usciva

con lei, perchè era _troppo sfacciata_. 2. Che tenesse gli occhi bassi

quando parlava con lei. 3. Che non si affacciasse _mai_ alla finestra

della camera da pranzo, sede preferita della signorina Claretta che vi

leggeva i romanzi guardando di sottecchi uno studente del vicinato, e

gridando ogni tanto: Maria... Preparate il _thè!_

Parole misteriose, pronunziate con forte accento forestiero e con

le _r_ alla parigina. Maria, che non aveva mai veduto del _thè_ in

casa, era incaricata della risposta ad alta voce, perchè lo studente

sentisse, e la risposta, tradotta in ciociaro, era la seguente: _Vengo

subbeto, lo samuvarre è sul foco._

Ma un giorno avvenne una cosa orrenda: Maria fu sorpresa per le scale

a parlare con lo studente. La signorina fu presa da una crisi di

moralità che la trascinò a dire parole luride, imparate da Cristina;

la signora ebbe una severità esemplare, ed il padrone non fu capace di

salvarla. Fu licenziata su due piedi; e lo stipendio mensile di L. 12

le fu liquidato nel modo seguente: Ritenute: L. 3 per un vetro rotto

dalla signorina gettando via le scarpe che Maria aveva lucidato male,

L. 5 per una zuppiera restaurata già due volte, ma che era un ricordo

di famiglia. Pagabili entro qualche giorno, L. 4 in moneta corrente.

Maria, dopo 8 giorni, dovette accettare un pranzo dallo studente.

Il postulante.

Erano ormai anni ed anni che egli frequentava l’anticamera del

ministro. Era un vecchietto un po’ curvo, magro e malinconico, ma

pulito e ravviato. Giungeva col suo passo strisciante e faticoso e

domandava: «C’è Sua Eccellenza?» Gli uscieri gli rispondevano: «C’è, ma

è occupato.»

Egli si metteva a sedere nel solito cantuccio, sul divano foderato di

crine ed aspettava. Dopo qualche ora gli dicevano: «Sua Eccellenza è

uscito». Ed egli se ne andava.

Doveva avere un’istanza in tasca, ma non la voleva, evidentemente,

presentare altro che a S. E.

In tanti anni aveva visto sfilare dozzine di ministri, i varii

Gabinetti se lo trasmettevano come un capitolo trascurato del bilancio.

Una volta sola si pensò di cacciarlo via. Un capodivisione aveva avuto

il sospetto che egli venisse lì per stare al coperto, per non aver

freddo l’inverno e per non aver caldo l’estate. Questo sospetto indignò

l’ottimo funzionario, ma ci fu uno scrivano, noto per il suo umorismo,

che disse: «Facciamolo ricevere da S. E.!...» Così, la cosa finì in una

risata, e fu lasciato stare.

Ormai quel cantuccio del divano si era modellato sul suo corpo

angoloso, ed egli conosceva tutti gli oggetti di quell’anticamera,

come se fosse stato in casa sua. Rammentava i tempi arcaici

dell’illuminazione a petrolio, quando gli uscieri allineavano dodici

_flambeaux_ sul tavolo, rammentava l’avvento del gas e della luce

elettrica, quell’usciere gobbo che tossiva sempre e che era morto, quel

segretario che passava sempre a capo chino, mentre gli uscieri ridevano

sotto i baffi mormorando: Ecco il becco!... La sua figura magra e

malinconica si era armonizzata con l’ambiente in modo meraviglioso,

come se in lui ci fossero le tinte sbiadite della tappezzeria, le

macchie d’inchiostro che costellavano l’incerata del tavolo, ed il

_tic-tac_ dell’orologio vecchissimo, alto come una torre, che aveva a

metà della sua cassa di legno un occhio tondo da cui si vedeva passare

e ripassare il disco d’ottone del pendolo.

C’era in lui, e nell’ambiente, qualcosa di squallido e di rassegnato,

una specie di sbadiglio sommesso. Specialmente verso il tramonto, tutto

si appannava e si confondeva in una quiete misera e triste di colori

e di suoni, e l’occhio della pendola si empiva di tenebre, attraverso

le quali guizzava periodicamente un luccicore giallo. Poi le lampadine

si accendevano, ed il buio pareva fuggire fuori della finestra, nella

piazza enorme e nera, costellata di lumicini dorati.

Egli aveva finito con l’avere delle predilezioni per qualche aspetto

del luogo: sul soffitto, proprio sul suo capo, l’umidità aveva

disegnato una macchia strana, che pareva il disegno fantasticamente

abbozzato di un guerriero con lo scudo sul braccio. Egli guardava

quella macchia e completava mentalmente il disegno. Poi, mormorava fra

sè: Sì, è proprio un guerriero con lo scudo. E ricadeva in una specie

di atonìa grigia, in cui risuonava il _tic-tac_ dell’orologio, come il

passo di una sentinella posta lì per impedirgli di entrare.

Erano passati tanti ministri! Ne aveva veduti di quelli impettiti e

fieri, che passavano battendo il _parquet_ con piede da conquistatore,

ne aveva veduti di quelli malinconici, con un’aria da imbecille

molto preoccupato, ministri con la barba e coi baffi, con le

basette all’inglese e con la _mosca_ alla Napoleone III, giovani e

vecchi, tutta una plebe di signori vestiti di nero, che passavano,

scomparivano, tornavano, senza portar mai con sè qualcosa del rumore

vorticoso della piazza, come se quel silenzio attutisse tutte le voci

del loro spirito nello stesso _tic-tac_ di interminabili ore senza

scopo.

Un giorno egli fu veduto giungere più curvo del solito, fece la solita

domanda, ebbe la stessa risposta e si trascinò nel solito angolo. Poi,

si rimise a guardare la macchia del soffitto. Non ci vedeva bene, quel

giorno, gli pareva che il guerriero si muovesse lentamente, con gesti

di vaga minaccia, e gli ridesse sul volto con un riso stupido e feroce,

mormorando: Tu non entrerai!...

Poi, il rumore della pendola si fece più profondo e più forte, simile

al passo di un viandante inesorabile che si avvicinasse imperiosamente:

Fu visto impallidire e rovesciarsi nel divano. Gli uscieri gli corsero

intorno, e siccome in quel momento usciva anche Sua Eccellenza, gli

si avvicinò anche lui e lo guardò nel volto smarrito, negli occhi che

avevano uno sguardo strano: Ma chi siete?... gli domandò, come vi

chiamate?...

Non fu possibile udire la sua risposta, si compresero solo, nel suo

balbettìo le parole: il popolo... il popolo.

— Non lo conosco — disse Sua Eccellenza.

E si soffiò il naso.

Sul luogo del delitto.

Sono entrato, col mio taccuino di _reporter_ e la matita professionale,

nel piccolo appartamento solitario. Un gruppo di donnicciole raccolte

sulla scala mi hanno guardato con invidia, vedendomi parlamentare con

la guardia di servizio ed entrare nell’Eden della loro feroce curiosità.

Ed ho provato una sensazione indicibile di freddo al cuore. Ciò che vi

è di più orrendo, in un fatto di sangue, è l’immediato travolgimento di

rapporti che esso provoca, fra gli attori delle tragedie ed il mondo

esteriore. La folla proclama immediatamente il suo spaventevole imperio

sul luogo e sulle persone, come, nell’antichità, lo Stato indemaniava i

terreni colpiti dal fulmine.

Le discrete cortine della vita privata si squarciano: è un’invasione

d’estranei, sono sguardi curiosi e scrutatori che penetrano

dappertutto, mani grossolane che sfiorano le cortine ed i mobili, una

voluttà barbara e triste di conoscere, di poter narrare, di mettere

quello squallore di colori e di ricordi a contrasto con la quieta

felicità della propria vita quotidiana, una confisca implacabile con

cui si afferma il diritto di poter esercitare la pietà sulla sventura

altrui.

La pietà è talvolta il più squisito fra i sentimenti egoistici

dell’uomo ed in alcune creature arriva ad un’intensità così acuta

che esse caccerebbero gli occhi ad un uomo che ci vede, per aver la

dolcezza di compiangere il povero cieco.

. . . . . . .

Era una piccola stanza borghese, con un divano di _juta_ sbiadita,

un tavolino coperto da un tappeto di cotone rossiccio, una lampada a

petrolio e molte fotografie disposte a ventaglio sulle pareti. In un

angolo, su di una mensola, era un mandolino, e da una porta si vedeva

un cantuccio della cucina, con una pila di piatti sopra un tavolo.

Questi piccoli aspetti modesti avevano uno squallore rassegnato,

come il volto di una povera donna battuta dall’amante; pareva che

contenessero un ricordo stanco di piccole azioni, di pensieri angusti,

di cenci rappezzati mille volte, di giornate senza pane, davanti alla

tavola su cui la luce del sole, filtrando attraverso le tendine,

disegnava due quadrati immobili di luce.

Non si prova mai il senso dell’ignoto, come davanti a quelle piccole

fotografie ingiallite. C’era un sottufficiale di fanteria, con un

lieve sorriso fatuo sulle labbra, una donna brutta in un _decolletage_

sfacciato, un bimbo nudo, dalla testa troppo grossa, ed un ritratto

di giovanetta col velo della prima comunione e la scritta: «Alla cara

Elena, che voglio tanto bene — Gina».

Costoro avevano veduto tutto. I piccoli occhi immobili nelle testine

dai capelli lisciati per l’occasione, erano stati spettatori del

fatto orribile, e seguitavano a guardare nel vuoto, stupefatti della

solitudine tragica e dell’intruso che era penetrato fin là.

C’era nell’aria un odore nitroso di polvere, quell’odore lugubre che

sembra attaccarsi alle pareti ed ai mobili, un senso di vacuità penosa,

un silenzio abbandonato in cui le voci della via giungevano come da

un altro mondo. E pareva impossibile che la catastrofe fosse rimasta

circoscritta fra quelle quattro pareti dalla tappezzeria biancastra,

e che il fatto enorme di una vita che precipita nel nulla, strappando

dolorosamente tutti i fili che la congiungono alle altre vite, non

avesse lasciato un’eco del suo fragore di spavento fuori di quella

piccola stanza muta.

Si sarebbe detto che, da un momento all’altro, la porta avrebbe

cigolato sui cardini, e sarebbe comparsa una piccola donna pallida,

vestita male, una di quelle figure atone e insignificanti che sembrano

create per confondersi nella folla.

Come aveva fatto la tragedia, questa furia orrenda e sublime, a salire

fino lassù?... A mettere il suo urlo limpido e feroce come uno squillo

bronzeo, in quella quiete stupida e volgare?...

... Una vocina di bimba, da un cortiletto, si mise a cantare un

ritornello plebeo, con una intonazione petulante, ed una mosca,

ronzando, attraversò il polverio tenue del raggio di luce, e si

posò, per terra, dove una larga macchia oscura attestava il violento

passaggio della morte.

Le piccole fotografie ingiallite guardavano sempre nel vuoto,

stupefatte...

La signorina Virtù.

La signorina Claudia era virtuosa, ma in un modo particolarissimo.

Se non temessi di dire una cosa brutale, direi che era schifosamente

virtuosa.

La virtù era, nella sua psicologia, ciò che è la pirosi per lo stomaco,

un incomodo tedioso e volgare, una permanente acidità causata da

cattive digestioni: c’era in lei una piccola lupa impetuosa e lasciva

che essa aveva bisogno di battere a sangue perchè tacesse e non facesse

udire l’ululato della sua fame.

I suoi sensi, soffocati dalla gelida educazione familiare, in cui

tutto diveniva peccato, avevano dei raffinamenti atroci, in cui essa

contorceva tutto l’animo suo.

Essa si provocava delle visioni da vecchio libertino per flagellarle

con selvagge imprecazioni.

Nelle sue gelide notti, si destava sbarrando gli occhi accesi nel buio,

in cui si allacciavano fantasmi inverecondi, e mormorava fra sè: È

possibile ciò?... Oh!... gl’infami!... Oh!... sudicioni!... E Dio non

fulmina il mondo! Dalle sue labbra aride uscivano parole turpi e tutto

il suo essere si consumava in una ardente riprovazione con la quale

essa giustificava e quasi santificava la sua manìa evocatrice. Era come

se si fosse assunta il duro compito di trascinare un mostro con sè, per

punirlo della sua mostruosità.

Era in buona fede, tanto in buona fede che, quantunque fosse belloccia,

aveva dato alla propria fisionomia durezze così arcigne da allontanare

gli uomini. Vi erano momenti in cui la sua crudele pudicizia si

estendeva anche alle cose inanimate, in cui i fiori che aprivano le

loro corolle desiose la irritavano come un invito procace, e se il sole

avesse avuto due gote da schiaffeggiare con una vecchia pantofola,

essa lo avrebbe schiaffeggiato volontieri, perchè quella luce così

chiara, forte e limpida le pareva come un impudico abbraccio alla

terra. Quando sedeva, in chiesa, era tanto preoccupata dal timore che

le si vedessero i piedi od, orribile a dirsi, la caviglia, che ogni

tanto stirava accuratamente le sue sottane con la mano, tantochè dopo

cinque minuti il più casto osservatore, guidato da quel gesto, era

costretto a pensare al colore delle sue calze. Essa aveva finito col

fare della propria virtù una cosa innominabile e odiosa, un ringhio

stizzoso dell’animo, una parolaccia urlata da una persona per bene ad

una _rodeuse_.

In altri tempi sarebbe stata una di quelle sante laide e pervertite che

hanno creato la degenerazione sadica della religione, ma non avrebbe

portato il cilicio, perchè la violenza punitrice con cui aggrediva il

male, le dava l’illusione di aver scavato fra sè ed esso, un precipizio.

Una volta, in casa sua, s’era addormentata sul ricamo e si destò mentre

una vicina diceva: Questa è la verità nuda!... Ed essa, fra la veglia

ed il sonno, urlò: Porcacciona!

Un giorno, in sacrestia, il sagrestano, che era una specie di vecchio

fauno tabaccoso, l’afferrò per la nuca e la baciò. Ed essa lo lasciò

fare, sentendo con gioia selvaggia, in quella carezza brutale e

sudicia, che qualcosa di sè, che era ancora impudicamente vivo, veniva

schiaffeggiato con una pantofola vecchia, come essa avrebbe fatto al

sole ed alle statue ignude.

Un uomo tutto d’un pezzo.

Il signor Doriforiano non era un uomo di carattere, e nemmeno un uomo

di coraggio. Una volta che, su di una _pratica_ di ufficio aveva osato

scrivere _finestra_ invece di _fenestra_, come voleva che si scrivesse

il capodivisione analfabeta, tollerò dal medesimo una formidabile

lavata di testa condita con ingiurie personali e non ebbe neppure il

coraggio di tremare.

Però, fra le pareti domestiche, diventava un altro uomo. Fino da

ragazzo, quando aveva avuto una pedata da un compagno, senza osare

di restituirla, egli faceva castelli in aria sognando d’essere uno

di quegli uomini di bronzo che impongono la loro volontà alle folle

col solo fascino dello sguardo. Alla sera, quando era solo in camera,

si poneva davanti allo specchio con la destra nella bottoniera, come

Napoleone, ed ipnotizzava la propria immagine con sguardi terribili. La

sua sconfinata ammirazione per gli uomini di grande energia e di grande

carattere si riversava sui piccoli atti della vita con straordinaria

violenza. Egli doveva esser parente di quel personaggio di Jules Vallès

che era tanto grasso da non potersi allacciare le scarpe e mormorava

con tristezza: Ah!... io era nato per fare il corsaro!

Egli era nato per essere imperatore. Una volta, dopo aver inteso

il _Nerone_ di Cossa al teatro, dette, rincasando, un formidabile

scappellotto al cane, e glie ne avrebbe dati due, se non avesse avuto

paura del padron di casa, che era zoofilo.

Quando Doriforiano ebbe sotto la sua autorità una moglie, un figlio,

una serva e due canari, egli fu felice. Aveva costituito un piccolo

mondo su misura nel quale imperava senza discussione. Aveva gesti

classici: ordinava alla serva di sparecchiare la tavola col tono di

voce con cui Cesare avrà detto: Avanti la decima legione! Quando la

moglie diceva: Amico mio, si va a spasso, oggi? Egli rispondeva,

aggrottando le sopracciglia: No, oggi non si va a spasso, e basta. Io

mi spezzo, ma non mi piego.

Quando egli sonava il campanello, un brivido di terrore correva per

tutta la casa. Egli compariva con cipiglio severo e ordinava con voce

secca e perentoria: Le mie pantofole, la mia pipa, il giornale, march!

E la moglie, la serva, il figlio, si precipitavano in tre direzioni

differenti.

Egli aveva in casa la _piccola fonte_ del suo carattere, in quei tre

esseri timidi. La moglie era una donnina pallida e rinfagottata, che

sarebbe morta di terrore alla vista di un topo, la serva era una specie

di pellirosse ruzzolata dall’Abruzzo a Roma, il bambino era debitamente

rachitico, ed egli diceva con fermezza ai suoi compagni d’ufficio: La

mia famiglia? Io la tengo in pugno così.

Del resto, la sua tendenza dominatrice si manifestava anche un pochino

fuori di casa: egli si fermava vicino al binario, per prendere il tram,

ed ordinava al tramviere di fermar la vettura, con lo stesso gesto con

cui Giosuè intimò l’_alt_ al sole. In tutte le circostanze in cui la

sua imperiosità poteva insinuarsi senza paura d’essere presa a pedate,

egli la affermava con voluttà. Le telefoniste si sentivano annunziare i

numeri che egli richiedeva come se fossero state divisioni d’esercito

da mobilizzare, e il giornalaio si sentiva gridare: «Qui, _Tribuna!_»

come l’_alto là_ d’una sentinella.

Così, egli fu assolutamente disorientato quando ebbe la prova

indiscussa che sua moglie lo tradiva con un vicino, ventenne, studente

e alto come un granatiere.

Evidentemente la povera donna aveva inteso la necessità di una voce

meno imperiosa e più carezzevole.

Doriforiano meditò cose atroci, in fondo alle quali, però, compariva

l’immagine atletica dell’avversario. Per cui egli pensò che avrebbe

custodito il terribile segreto in sè stesso, meditando confusamente una

implacabile vendetta, e si promosse da sè a Conte di Monte Cristo della

propria sventura coniugale.

Allora egli si guardò nello specchio, prese un’aria convenientemente

fatale e mormorò a sè stesso con fiero orgoglio: Tacerò, sì, tacerò,

dovessi morirne!... Mi spezzo ma non mi piego!

Un aumento di pigione.

Giocondo Bonomi era un uomo felice, benchè guadagnasse centocinquanta

lire al mese, con le quali doveva mantenere la moglie, sempre

infermiccia, e la figlia, allieva del Magistero superiore e pianista.

Ma egli aveva istituito un sistema economico meraviglioso, in cui le

piccole partite si bilanciavano con tanto rigore, che a mezzogiorno di

ogni 27 del mese, quando egli rientrava in casa dall’ufficio, giungeva

precisamente in tempo a riattivare il movimento amministrativo della

famiglia.

Il meccanismo domestico era così preciso che se egli avesse tardato due

ore, perfino l’orologio della stanza da pranzo si sarebbe fermato, il

fuoco si sarebbe spento e la pentola contenente i duecento grammi di

bollito avrebbe cessato di borbottare sui fornelli.

Qualcosa di simile sarebbe avvenuto se Giocondo avesse fumato un mezzo

sigaro di più o se la signorina Clelia avesse fatto un’iniezione di

ferro più del prescritto. Ma ciò non era necessario, perchè Giocondo

fumava regolarmente 15 sigari al mese e la signorina Clelia veniva su

bene, malgrado un po’ d’anemia; era graziosa e sapiente e chiudeva

con sommo disprezzo le finestre in faccia all’inquilino di rimpetto,

sessantenne, ricco, porco e capo divisione.

Quando, alla sera, essa eseguiva sul piano «L’ultima preghiera d’una

vergine», Giocondo lasciava cadere il giornale, chiudeva gli occhi, si

sentiva felice, e sognava di andare a villeggiare a Frascati, con un

_panama_ in testa e un paio di calzoni di _piquet_ bianco.

Un giorno, però, avvenne che la Banca che era proprietaria della

casa in cui Giocondo abitava avesse l’idea filantropica ed igienica

d’imbiancare le scale e di fare un berretto nuovo al portinaio.

Come logica conseguenza aumentò di 30 lire al mese la pigione di tutti

gli inquilini. Giocondo fu atterrito. Per alcuni giorni si aggirò

come un forsennato per i quartieri della città, ed ogni giorno tornò

a casa più pallido e più disfatto. Non c’era modo di alloggiare ad un

prezzo più conveniente. Trovò solo un appartamentino in una viuzza del

Trastevere. Il padrone di casa lo dava a buon mercato, ma al piano

inferiore c’era una casa che non era nemmeno sospetta, e bisognò

rinunciarvi.

Giocondo soppresse il mezzo sigaro quotidiano, il giornale, il caffè,

il vino, ed alcune altre spese voluttuarie. Non bastò, dovette

ricorrere ad uno strozzino. E fu finita. Qualcosa di grigio e di

squallido, quella malinconia rassegnata e prosaica delle case borghesi

in cui non si mangia tutti i giorni, penetrò nel piccolo appartamento,

una piega amara si disegnò agli angoli della bocca della signorina,

quella piega cattiva delle fanciulle che non possono _brillare._

Aver vent’anni, essere bella, e dover nascondere i piedi per non

mostrare gli stivalini rotti!...

Persino la signora, che prima si rovinava la salute per tener la casa

in ordine, diventò trascurata e sciattona. La polvere si stese sul

_piano_, i vetri si appannarono, e gli occhi stanchi di Giocondo videro

inconsueti aspetti ostili nelle linee familiari dei mobili.

Egli incominciò a non farsi più la barba tutti i giorni, divenne più

curvo; forse qualche volta piangeva, perchè aveva sempre gli occhi

rossi e stanchi: una sera si ubriacò, per non pensare, e tornò a casa

traballando, con infinito disgusto della signorina. Era come una

nevicata grigia, come una di quelle sconsolate pioggie di cenere che

desolano le campagne vesuviane.

Un giorno Giocondo scomparve. Qualcuno asserì di averlo veduto verso

Ponte Milvio, sull’argine del Tevere camminare senza cappello sotto la

pioggia. E nel piccolo appartamento si udì lungamente piangere...

Poi, la Banca fece mettere i campanelli elettrici alle porte, e aumentò

la pigione di altre 20 lire. Ma la signorina Clara e la mamma rimasero.

Avevano affittato una stanza all’inquilino dirimpetto.

Bibì.

Era capitato là per caso, una sera di pioggia, per svagarsi un poco,

stanco di una giornata di studio, ed il tepore del luogo, pieno di un

acre odore di fumo, di muschio e di liquori, lo aveva trattenuto troppo

a lungo. Il pubblico non gli piaceva gran che. Era il solito pubblico

dei caffè-concerto di terz’ordine. Sottufficiali molto impomatati,

qualche commesso di negozio e qualche vecchio vizioso, seduti sulle

seggiole più vicine al palcoscenico, idiotamente beati dei sorrisi

amichevoli delle _stelle_ e molto soddisfatti nel battere il tempo dei

ritornelli picchiando i cucchiaini sulle tazze. Tuttavia quella sera

decise il suo fato.

Quando io lo conobbi, _Lorette_ lo aveva già conquistato. _Lorette_

era una _chanteuse_ di venticinque anni, con gli occhi troppo neri ed

un enorme _chignon_ di capelli, senza voce e abbastanza sfacciata.

Era ciociara e cantava in dialetto napoletano, con quella falsa

cadenza delle canzonette da caffè-concerto. Quando scendeva dal

palcoscenico e girava fra i tavoli facendo la sua questua, chiamava i

suoi ammiratori con nomignoli: Il _Siciliano_, il _Moro_, _Barbetta a

punta_, ecc. Consuetudine estremamente volgare che accusava vagamente

una provenienza postribolare. Il passato di _Lorette_ era scuro come

una notte di tempesta. C’erano dei vecchi libertini che si vantavano,

a mezza voce, di averla addottorata quando aveva sedici anni. Il

nuovo venuto si chiamò _Bibì_, per _Lorette_. E siccome veniva tutte

le sere, non le diceva mai nulla, non le dava pizzicotti e aveva due

grandi occhi penetranti e pensosi, due occhi romantici che stonavano

con la sua persona grassoccia e pacifica, _Lorette_ ebbe un capriccio

per lui; un capriccio acuto e sfacciato, che suscitò l’invidia e la

riprovazione di un brigadiere delle guardie di finanza, di un giovine

merciaio piuttosto _souteneur_ e di un vecchio ufficiale pensionato che

aspiravano alle sue grazie.

_Bibì_ scese la sua china senza avvedersene. Qualcosa di luminoso si

ottenebrava lentamente in lui, c’erano delle idealità che appassivano

a quel tepore malsano, dei lembi della sua anima che si coprivano di

fango. Un giorno egli ebbe un diverbio con lei, e _Lorette_ affermò

che: _Gli uomini_ non l’avevano mai trattata così. Egli scappò. Fu

come se egli avesse fatto un salto fuori della propria vita, e per un

istante vide sè stesso _dal di fuori_.

Era divenuto ridicolo fino quasi all’infamia, poichè si confessò

crudamente i seguenti fatti: egli _amava_ Lorette, egli trovava

perfettamente naturale che la donna amata, questo essere misticamente

lontano sognato nell’adolescenza, fosse _una cosa_ che chiunque poteva

pizzicare, ammetteva che i vecchi libertini fossero vili mentitori, ed

aveva trovato una parola francese _crânerie_ che giustificava con un

po’ di sapore _bohémien_, tutte le libertà accordate da _Lorette_ ai

suoi ammiratori. E la sera tornò da _Lorette_. Era un po’ più pallido,

un po’ più triste, i grandi occhi pensosi avevano dei lampi cupi, ma

sedette innanzi al solito tavolo, provando un senso d’orrore all’idea

che avrebbe veduto, attraverso la nebbia azzurrognola del fumo, le

stesse decorazioni sbiadite sul muro, lo stesso volto ebete del

cameriere, e che Ciccillo Bomba, il _buffo eccentrico_, avrebbe detto

le stesse spiritosaggini del giorno innanzi.

Era come se una pioggia fredda e perenne fosse caduta sulla sua anima

nuda, sferzandola senza pietà e senza requie.

E seguitò a scendere. Si mise al livello dell’ambiente, ebbe invidie

e rancori professionali per _Clary_, la concorrente e rivale di

_Lorette_, discusse il merito del direttore d’orchestra, fece delle

scampagnate con Ciccillo Bomba, e discusse di politica col _Cavaliere_,

personaggio rispettabile e d’ignota provenienza che aveva i baffi

bianchi e faceva la corte a _Lorette_.

Battè _Lorette_ e fu graffiato da lei, si ubbriacò, fece a pugni con

_Barbetta a punta_, ed ebbe una vertenza d’onore col brigadiere delle

guardie di finanza, vertenza che fu composta e terminò con un banchetto.

Qualche volta, mentre _Lorette_ cantava, si facevano nel suo spirito

dei silenzi paurosi, in cui egli vedeva la vita come un uomo che

annega vede il sole, attraverso un velo d’acqua fangosa, ed una amara

voluttà di colpirsi e spregiarsi gli serrava il cuore: Ma _Lorette_

incominciava a cantare: _Partendo dal villaggio..._ Ed egli sentiva

qualcosa di tenace e di flaccido, come un braccio dalla carne un po’

floscia, ma calda ed acremente profumata, circondargli il collo e

trattenerlo, invincibilmente.

Fu per questo che un giorno ingoiò due pastiglie di sublimato. Ma non

riuscì nemmeno a morire, e mentre era malato _Lorette_ lo tradì col

_Moro_.

Li ho veduti tutti e tre, in una osteria di campagna, in compagnia del

_Cavaliere,_ che pagò il conto.

Il genio morboso.

Era un buon diavolaccio qualunque, un artista meno che mediocre, che

aveva esordito, quand’era ancora ingenuo, con un orribile quadro di

ciociare, appassito in silenzio nelle vetrine di un negoziante di via

Condotti.

Ma un giorno, mentre egli si aggirava nelle sale di un’Esposizione,

ebbe un lampo rivelatore. S’era fermato davanti al quadro di un

norvegese.

Come in certi stabilimenti c’è quasi sempre una ragazza pseudo

spagnuola che si chiama Carmen, così in tutte le esposizioni c’è un

norvegese che dipinge con colori strani. Quello di cui parlo dipingeva

in azzurro, con ombre violacee: la luce del sole, invece, era verde.

Una signora coi capelli tagliati corti si fermò davanti al quadro,

guardò, non capì, e disse: Stupendo!

Il nostro protagonista, invece, capì. E fu l’unica cosa, o quasi, che

egli riuscisse a capire. Incominciò col lasciarsi crescere i capelli, e

non rinnovò più la sua guardaroba, espediente che presentava un doppio

vantaggio dal punto di vista dell’economia e da quello della figura.

Infatti, essendo quasi certo che Michelangelo non si cambiava mai

(_pardon_) le calze, l’ideale dell’anomalia geniale deve consistere nel

soffiarsi il naso con la barba o nell’avere i calzoni a sbrendoli.

Il vecchio metodo _bohémien_ della pipetta di gesso e del cappellone

di feltro essendo ormai troppo abusato, egli fumò molte sigarette e

raccontò agli amici molte sofferenze nervose che egli provava. I nostri

progenitori dell’epoca classica davano al piacere fisico una gigantesca

estensione, ed avevano poi dei rimasugli di energia intellettuale che

permettevano loro di essere grandissimi uomini di pensiero e d’azione.

Il giovane artista di cui parlo si procurò invece una sensibilità

atrocemente raffinata. L’odore delle rose lo faceva svenire, la musica

di Beethoven gli dava dei forti dolori occipitali, e un quadro di

grande autore gli faceva male ai denti.

Il grande autore, del resto, non era nè Michelangelo, nè Raffaello, nè

alcuno dei grandissimi o dei grandi. Egli inventava dei nomi pieni di

_h_ e di _w_, dei nomi scandinavi, ungheresi, giapponesi, e diceva con

languidezza, come un uomo sopraffatto da un piacere troppo intenso:

Hai veduto quel quadro di Hoblujenko?... Hai letto gli ultimi versi di

Selimura? Ti piace la sonata in sol minore di Hikzwiesky?... E siccome

l’italiano ha un rispetto illimitato per le consonanti _h, y, x, j,_ le

quali rappresentano per esso tante incognite meravigliose o paurose,

tutti dicevano di sì.

In tal modo passò per un giovane colto, specialità intellettuale

succeduta al giovane spensierato del periodo romantico. Ebbe delle

amanti che portavano cappellucci di feltro spiovente, senza piume, fu

amico di uno scultore rodiniano che scolpiva uomini dalle mani enormi,

e di un acquafortista che disegnava degli scheletri con le pantofole, e

fu veduto spesso nelle sale dei concerti, ove sedeva tenendo i gomiti

sulle ginocchia e le mani nei capelli, nonchè facendo ogni tanto un

guizzo per lasciar comprendere la sofferenza dei nervi, troppo tesi nel

godimento intellettuale.

Non dipinse quasi più nulla: lo sforzo titanico della concezione lo

faceva soffrire; tuttavia si ricordano di lui le seguenti opere:

_L’angoscia del mare_, marina color _heliotrope_, che l’anno appresso

fu riesposta capovolta col titolo: _L’angoscia del cielo; L’anima

sitibonda, L’urlo della carne, Hannanele, ritratto del pittore

Porkijuma, La morte veniente_. Il quale ultimo quadro era tutto nero,

con un punto rosso in fondo. La gente si fermava a guardarlo, lo

fissava un po’ e poi faceva un gesto vago col pollice, come di chi

modella la creta, e diceva: Eppure c’è il tócco!... Oh, se c’è il

tócco!...

Con questo sistema egli conobbe una vecchia _cocotte_ che si rassegnò a

mantenerlo. Ed allora si tagliò i capelli e si fece un vestito nuovo.

La piccola bottega.

Sono passato per anni ed anni davanti a quella piccola bottega e non ho

mai saputo nè di chi fosse, nè che cosa vi si vendesse. Probabilmente

serviva ad un commercio misto di piccole cose miserabili: dietro i

vetri penzolavano due o tre calzette di cotone bianco, e, nel centro

dell’arco, una fiala di vetro contenente alcune sanguisughe, ed

alcuni fascetti d’erbe medicinali. Il fondo della bottega era tutto

un’oscurità, in cui biancicavano le forme indefinibili di alcuni

scaffali inverniciati.

Quando passavo e guardavo, avevo l’impressione di gettar lo sguardo

sopra una specie di carcere malinconico, ove prigionieri vecchissimi

si trascinassero da un angolo all’altro sui piedi gonfi e indolenziti.

Talvolta vedevo dietro i vetri il profilo del proprietario. Un omino

pallido e macilento, con la barba arruffata. Egli aveva preso l’aspetto

della sua bottega, s’era scolorito come una vecchia stampa dimenticata

in soffitta, aveva preso le pieghe bizzarre di una tappezzeria da

chiesa, e mi veniva in mente che battendo le sue spalle magre si

sarebbe levato un nugolo di polvere, come da un volume abbandonato.

Egli stava dietro il vetro, immobile, solo e taciturno, come se

ascoltasse dal proprio interno il tic-tac di un orologio. Guardava

nel vuoto con uno sguardo atono e stanco. La vita passava nella

viuzza popolare con un rombo assordante e continuo, piena di clamori

e di luci, sotto il sole o sotto la pioggia, senza turbarlo e senza

destarlo. Si sarebbe detto che egli riassumesse tutte quelle luci e

quei suoni nella visione immutabile di un fiume fragoroso e uguale.

Un giorno vidi, accanto al suo, un altro profilo. Era una donnina curva

sul suo ricamo, sul quale si spenzolavano i suoi riccioli impertinenti.

Non era nè bella nè brutta, ma quando levava la fronte dal ricamo, gli

occhi, la fiocca, tutto il volto, ridevano di un riso gaio e fresco.

Per qualche mese vidi la sua testolina profilarsi sul fondo oscuro del

negozio. Qualcosa di straordinario accadeva là dentro. Accanto alle

calze penzolavano dei manichetti ricamati, una cuffia, dei camicini

da bimbo, candidi e leggeri, l’ombra stessa della piccola bottega

era meno densa: avevano acceso un lumino davanti a qualche immagine;

ed una mattina sentii perfino, passando lì innanzi, la voce di lei

canterellare una canzone. Poi, rividi lui solo. Le cuffie ed i camicini

se n’andarono, e le vecchie calze ripresero a dondolare nel vuoto,

quando un carro troppo pesante scuoteva l’acciottolato.

L’uomo era più pallido, un po’ più curvo e, a volte si passava

lentamente una mano sul viso, come per non vedere qualcosa che gli

ritornava incessantemente innanzi agli occhi.

Certe volte sembrava che egli avesse pianto; lo vidi perfino, cosa

inaudita, venire sull’uscio. Evidentemente la solitudine gli pesava...

. . . . . . .

Sono tornato lì, dopo tanti anni. La vecchia bottega era sparita,

sostituita da un’osteria dalle mostre fiammanti.

Due bimbi giuocavano sull’uscio, ridendo, e dall’interno si sentiva una

voce rauca, cantare...

Diogene.

Qualunque mortale che, guardando le proprie scarpe, le avesse vedute

ridotte in stato compassionevole, avrebbe pensato con tristezza

all’immortalità dell’anima ed alla breve gioventù delle rose,

riflessioni malinconiche e profonde a cui l’uomo si abbandona nei

momenti di profonda miseria. Perchè non c’è cosa che avvicini

l’intelletto umano alle alte regioni della poesia come la scarpa rotta.

Essa costituisce una specie d’impegno morale a far cose grandi, poichè

ha bisogno di essere compensata dalla ricchezza della mente.

Il protagonista di questa breve storia, invece, il giorno in cui si

avvide di aver le scarpe rotte ebbe un sorriso di profonda ironia e

divenne cinico.

Egli non nascose le sue scarpe, anzi, le mise bene in evidenza e disse

male di Dante Alighieri. Questi due fatti, cioè, l’ostentazione delle

scarpe rotte e la disapprovazione della _Divina Commedia_ costituivano

un tutto omogeneo: Egli si era promosso al grado di Diogene, per

auto-decreto.

Nel modo con cui egli contemplava i suoi coinquilini della crosta

terrestre c’era qualcosa più della semplice ironia, c’era una specie

di disprezzo diffidente e burlone. Dai fori di quelle venerabili

calzature era penetrato in lui un orgoglio divino, che gli permetteva

di osservare il mondo dall’alto in basso o dal basso in alto, anzi,

piuttosto dal basso in alto; punto di vista eccellente per riconoscere

che il mondo ha le gambe storte. Egli sapeva trovare sempre una

frase sintetica, con la quale riassumeva il suo profondo disprezzo

per l’opera di un uomo qualunque, mentre, nel contempo, lasciava

comprendere di avere sull’argomento una ideologia intima e stupenda,

alla contemplazione della quale non ammetteva i profani.

In fondo in fondo, era persuaso di avere la parola terribilmente

incisiva. Certe volte, quando si gettava sul divano di un caffè, aveva

l’illusione di sdraiarsi su tutte le glorie del genere umano e di

sentirsele scricchiolar sotto come vecchie frasche inaridite.

Era arrivato ad una vertiginosa stima di sè stesso omettendo la

formalità di un capolavoro, che non avrebbe fatto mai, disdegnando di

giustificare la propria superiorità davanti ad una folla d’imbecilli

come quelli che passavano nel raggio luminoso del suo sorriso.

Un altro, dopo commessa una cattiva azione, avrebbe detto trepidando a

sè stesso: Ahimè!... io ho paura di essere un birbaccione!...

Egli invece guardava innanzi a sè, forte e sicuro, e diceva: Io sono

_un porco!_... Sì, _un-por-co!_

Fu udito pronunziare la seguente allocuzione: Oggi ho mangiato

spendendo una lira, ottenuta dalla vendita di un libro prestatomi, ma

non sarà sempre così: mi farò un’amante ricca e metterò nel biglietto

da visita: tal dei tali, _souteneur_. Ciò sarà sempre meglio che

dipingere il proletariato agricolo dell’Abruzzo, come fa Michetti, o

mettere in versi il mal di denti, come fa Pascoli.

E si allungò sul divano, stendendo bene il piede, affinchè una signora

che passava vedesse bene la sua scarpa bucata.

Pretopoli.

È un palazzo grande ed antico, con un vasto cortile porticato e larghe

scale di travertino ingiallito dal tempo. Non so quale delle funzioni

burocratiche della Chiesa, quale misteriosa emarginazione di anime si

compia là dentro. È una cosa antica e torpida, separata dalla vita da

un abisso, enorme come la frattura di un continente avvenuta centinaia

di anni fa. La luce chiara del giorno inonda, nel cortile, aspetti

immobili e quasi stupefatti, come addormentati in un silenzio profondo,

sotto il leggero strato di polvere e di muffa che li ricopre. Il sole

passa attraverso le finestre ed i portici, disegnando forme rigide di

luce sul pavimento, ed i passi cauti dei visitatori hanno discrete

risonanze ed echi sommessi, come voci di frati che rispondano un timido

_amen_ ad una preghiera borbottata.

In fondo al cortile è un sarcofago pagano mutato in fontana, ed un

mascherone grottesco getta in esso un filo d’acqua sottile. I muschi

hanno ornato di bizzarre frange verdi i putti nudi del bassorilievo

ed hanno dato strane capellature ai satiri che vi danzano. Tuttociò è

così, immobile, da quattrocento anni. La musica sommessa di quell’acqua

che cade, una vocina garrula, insinuante, con scoppi di riso argentino

e gorgogli di pianto compresso, ha accompagnato l’agonia di un mondo.

Essa ha addormentate le febbri ambiziose di qualche terribile prelato

del cinquecento, ha cantato un arrogante inno di vittoria sulla città

seicentesca, curvata al magnifico dominio dei papi, ha mischiato la

sua strofe leggera ed arguta ai _rondò_ degli abatini settecenteschi,

come alle battute della Marsigliese, interrotte dal rombo dei cannoni

cittadini, ed ha gemuto nel silenzio terribile della restaurazione,

come il lamento di una povera creatura incatenata, che chiami, chiami

senza speranza e senza requie, la morte o la liberazione....

Sulla scala, in una nicchia, una enorme Santa Teresa di stucco, tutta a

svolazzi candidi di calce, apre le braccia ad un amplesso divino, con

molta grazia e poca convinzione.

Povera Santa Teresa! Essa non ha impallidito perchè, tanto, l’hanno

dipinta di bianco, ma ha provato più disillusioni di un poeta idealista

che rinascesse ora.

Dov’è il tempo lontano, in cui vedeva una invitta fiamma di pensiero

negli occhi degli abitatori del luogo?... Non è rimasta che la forma,

l’aspetto architettonico del luogo, le linee ampie e solenni, in cui

non era già più, come nei tempi lontani lontani del medioevo, l’anima

individuale di un artista, ma pure il metodo di scuola, sontuoso ed

uniforme come una livrea, era pieno della volontà unica, a cui tutto

ubbidiva... Le _cose_, le _cose_ senz’anima, non hanno cambiato:

l’unica carta geografica appesa nell’enorme anticamera, dal pavimento

a mattoni grezzi, sconnessi e dal soffitto carico di dorature, l’unica

carta geografica ha l’Australia senza la Tasmania, perchè Tasman non

l’aveva ancora scoperta, e l’Africa con una enorme macchia bianca nel

mezzo...

Povera Santa Teresa!... Avrebbe voluto, magari, perire in un incendio

di tutte quelle cose vecchie, ardendo in una sola fiamma col terribile

passato, vedere del sangue ed udire urla di morte, essa che aveva udito

parlare i Farnesi, i Riari e Sisto V!... Non si sapeva rassegnare

all’idea che questo vecchio mondo morisse di colica e di gotta, e che i

giganti mitrati del medio Evo finissero nei preti stupidi e ghiottoni

descritti da Gioacchino Belli.

Ma la fontanella, nel cortile, sembrava ripetere all’infinito: Datti

pace, datti pace, datti pace...

E s’era quasi data pace.

Ma un giorno vide salire, lentamente, un cardinale. Aveva la fronte

ampia ed il naso aquilino, e procedeva con le sopracciglia aggrottate

e pallido in volto, come preoccupato da un pensiero profondo, che il

domestico, seguendolo a piccoli passi, non osava disturbare.

Santa Teresa mormorò: Signore, ti ringrazio, ecco un uomo di Stato!...

— Sentite, disse severamente il prelato rivolgendosi al servo, voi

direte a Geltrude che non faccia mai più _purée_ di legumi. Mi ha

rovinato lo stomaco!... _Udite che roba?_

Povera Santa Teresa!... Essa _udì_. Udì per fino la fontanella del

cortile, che si mise a ridere sottovoce, borbottando: Datti pace, datti

pace...

Decadenza.

Un pittore del cinquecento ornò la facciata del palazzo di chiaroscuri

manierati e sontuosi: una folta teoria di guerrieri antichi si svolge

fra i diversi ordini di finestre, al disopra del primo piano, ove le

inferriate robuste, nere, panciute, sembrano indicare ancora la fosca

diffidenza di un patrizio autoritario verso la folla della via. Ed

il portone dalle cornici marmoree, ampio e quadrato, si apre su una

penombra austera.

La piazza di fronte, una piccola piazza fuori di mano, verdeggia

squallidamente di piccole erbe che spuntano fra i ciottoli.

Il tempo ha diffuso una leggera nebbia sui chiaroscuri. Si vede solo,

qua e là, qualche muscolatura vigorosa, lo svolazzo di una bandiera,

una siepe di lance, qualche tromba levata in alto. Il resto è come

sepolto sotto uno strato di polvere. In quattro secoli l’opera degli

uomini ha adattato alla vita il vecchio edificio, lentamente ed

inesorabilmente. Nel 1600 un prelato che fu padrone dello stabile

nascose il balconcino di marmo dietro una bussola invetriata, nel

1750 un curiale della Sacra Rota ampliò due o tre finestre, guastando

l’armonia della facciata. Poscia vennero tempi più squallidi.

Fu come se una folla di gnomi, sbucati dalle tenebre fredde di una

fogna, avesse attaccato l’edificio coi denti e con le ugne. Una

plebe anonima e prepotente salì le scale ampie, sforacchiò le pareti

piantandovi dei chiodi, cambiò il belvedere che sovrastava il tetto in

un gallinaio, empì il cortile di luridi balconcini di ferro, tendendo

da una parte all’altra una ragnatela di fili su cui sventolano stracci

multicolori. Gli angoli si smussarono, si scalcinarono, dei bimbi

screanzati disegnarono profili grotteschi ed osceni sulle pareti della

scala. Nelle inferriate si annidarono pentolini di terra in cui qualche

donnicciuola piantò garofani o prezzemolo, il tubo di ferro di qualche

stufa sbucò dalla facciata, mettendo uno strato di fuliggine sulla

folla dei guerrieri.

Al primo piano, un’asta di legno, piantata obliquamente come quella

d’una bandiera, è sorretta da due spaghi, cui sono appesi dei

calzettini di bimbo, ad asciugare, ed un facocchio ha occupato metà

del cortile con un’enorme tettoia coperta di zinco, ed armata di

ventilatori a ruota che, tutto il giorno, brontolano furiosamente.

Si direbbe che qualcosa di sconsolato e di freddo, come l’animo di un

vecchio signore ridotto all’elemosina, si indugi in tutte le forme

dell’edificio, scenda dal cornicione sgretolato, giù per le finestrine

anguste del quarto piano, per gli affreschi sbiaditi, lungo le imposte

corrose e riparate con fogli di carta, fino al piano terreno, con le

sue inferriate nere, che sembrano quelle di un carcere.

La luce non scende mai in fondo al cortile, in cui è sempre un’ombra

umida e triste: la vecchia lanterna di ferro battuto oscilla

malinconicamente, pendendo dalla volta dell’androne, ed un odor greve

di cavoli bolliti, quell’odore acido, freddo e raffermo delle case

povere, prende allo stomaco il visitatore...

In un angolo del cortile, una vite è nata fra le pietre sconnesse,

forse cento anni fa. In un secolo è salita sempre, ostinatamente,

cercando il sole con tenacia invincibile: ha annodato il suo ramo ad

un ferro da stendere panni, s’è aggrappata alla asperità di uno stucco

sgretolato, e finalmente ha gettato la capigliatura rossiccia dei suoi

rami spogli nell’ultimo terrazzino, dove il sole giunge spesso, e fa

brillare i colori degli stracci come quelli d’una bandiera sventolata.

Giù dal cortile, una voce rauca, di sotto la tettoia, canta lentamente,

mutando il ritmo bellicoso in una nenia:

_Su fratelli, su compagni_

e i ventilatori sembrano battergli il tempo con un _ron-ron_ affannoso

e potente, come il calpestio enorme d’una moltitudine che avanzi

dall’ombra.

Il Santo.

Quando io era frate fui incaricato, una sera, di vegliare fra Giuliano

da Vercelli, mio compagno di cenobio, che era moribondo.

Sedetti accanto al suo letto, osservando il suo volto arido e duro, in

cui le occhiaie piene d’ombra sembravano due caverne aperte nell’abisso.

A piedi del letto languiva, come avvelenato da quell’odore tetro ed

ottuso che sembra un presagio della morte, un enorme fascio di rose,

inviato dalla pia protettrice del convento.

Fra Giuliano aprì lentamente gli occhi e li fissò sulla parete bianca,

su cui era inchiodato un grande Cristo nero.

Poi le sue labbra si mossero e mormorò:

— Ascolta, fratello, io fui un porco.

— Non fosti il solo, risposi per consolarlo.

— Fui, per lo meno, uno dei più completi del genere. In compenso, però,

ho espiato.

— Dio ti perdonerà.

— Spero. Io ho passato la mia gioventù commettendo il male, cioè,

correndo dietro al piacere, ovunque lo scorgevo fremere e luccicare.

Io ho commesso tutti e sette i peccati mortali. Ma, mi sono pentito,

ed ho professato tutte le virtù opposte ai miei peccati. Un giorno

sentii una fitta al piede, era la gotta. Allora divenni temperante. Un

giorno dichiarai nel modo più ardente la mia passione ad una fanciulla,

che non seppe dirmi di no, ma la mattina dopo mi disse con mal celata

ironia: sarai più fortunato un’altra volta. Allora divenni casto. Un

giorno volli battere uno dei miei servi, e questi mi pestò gli occhi e

mi schiacciò il naso. Divenni umile e rinunciai a correggerlo.

Questa è la virtù, la virtù è la podagra del vizio.

Confessa, fratello, che Domineddio è un babbo indulgente, poichè firma

tutte le nostre cambiali e le paga. Io potrei morire disperato di non

poter peccare più, invece egli mi permette di trovare una gioia tanto

nel peccare quanto nel non peccare, tanto nel dare uno schiaffo, quanto

nel riceverlo, tanto nell’ubriacarmi quanto nel digiunare. Egli ci ha

fatto un’anima prismatica, attraverso la quale noi vediamo il mondo

come vogliamo. Io mi sono inteso vicino a Dio due volte, quella in cui

la prima donna che amai si lasciò baciare sulla bocca, e quella in cui

tirai una fucilata al cane dell’ortolano perchè era in calore.

Tutto sta nel riempire completamente di sè stessi il proprio mondo,

dando ad ogni cosa il valore che ha nelle nostre sensazioni.

Bestemmiare o pregare, è discorrere con Dio, tutto sta nel potersi

creare la fede o l’illusione di questo punto d’appoggio fuori del mondo

visibile, su cui piantare la leva della nostra volontà per rivolgerlo a

nostro modo. Capisco che ci può essere la stessa soddisfazione a fare

il Lucifero, e a fare il S. Francesco, tutto sta nel poter supporre un

amico o un nemico _al di là_, e nel non cercare troppo di conoscere la

sua fisionomia.

Quando ero piccino, in fondo al vecchio cortile di casa mia c’era

una porticina chiusa da anni. Io pensavo, ora, che dietro di essa ci

fosse il paradiso, ora che ci fossero dei fantasmi, dei diavoli, degli

scheletri. Quando mi feci coraggio e l’aprii ci trovai una pentola

rotta, dodici seggiole sfondate e moltissimi ragni.

Non aprire mai la porta: aspetta che il destino paziente ti rompa la

testa contro di essa...

Ed ora, riprese il frate morente, getta via quelle vanità.

Io gettai le rose.

— Raccogliamoci e preghiamo... Ma ecco che mi assale un dubbio. E se ci

fosse un ottavo peccato, che io non avessi nè goduto nè espiato?...

— Fratello, gli dissi, essi sono enumerati nel libro di Dio. Credi che,

se ci fosse, non lo avrebbe trovato, lui?... E noi, suoi ministri, che

ci stiamo a fare?...

— È vero, egli aggiunse con un filo di voce, fidiamo in Dio!... Ma in

fondo in fondo, sette sono pochi...

E morì in odore di santità.

Il perdono.

Donna Paoletta stava per morire. E moriva come aveva vissuto,

centellinando la morte dolcemente, circondata di tutte le comodità e

di tutti gli affetti. Essa aveva avuto tutte le fortune, prima fra le

altre quella di avere un marito che viveva solo per lei, spiando tutti

i suoi desiderii, tappezzando di piume il suo sentiero, adorandola con

la sapiente tenerezza di coloro che sanno miniare i propri sentimenti

e non dimenticano nè una carezza, nè un bacio, nè una cortesia, in

qualunque ora della vita.

Ed ora essa moriva pian piano, rassegnata e senza dolore. La morte si

era messa un vestito nuovo per andarla a trovare, e Domineddio soffiava

per la finestra aperta un venticello fresco, a ritmiche ondate, come

un respiro, affinchè donna Paoletta potesse addormentarsi senza troppa

fatica.

Il dolore della famiglia non giungeva fino a lei: le figliuole, la

servitù ed il marito piangevano nelle altre stanze, ma quando entravano

da lei assumevano, eroicamente, un’aria di quiete, tanto sarebbe

sembrato iniquo turbare quella pace profonda di beata.

Venne il confessore. La donna enumerò i suoi peccati. Ben pochi, a

dire il vero. Aveva sempre rispettato il prossimo, amato i figliuoli

e trattata bene la servitù. Una sola volta aveva mandato via una

domestica sfacciata, che si era malvagiamente fatta sedurre da suo

figlio, ma le aveva regalate cento lire, cosa che non succede tutti i

giorni. E il curato disse: questo non è un peccato, è una buona azione.

Aveva fatta sempre la carità ed era patronessa di tre istituti.

Ma il peccato grosso venne in fondo. Lo stesso curato non se lo

aspettava e si curvò meglio su di lei... Ma davvero?... e con chi?...

Il nome si perdè in un sospiro.

— E vostro marito non lo seppe mai?...

— Mai!...

Il sacerdote divenne pensoso: — Occorre il suo perdono, disse.

La donna chinò il capo dolcemente e riflettè un poco. Era un grande

sforzo, da fare, una fatica enorme e penosa, ma, saltato quell’ultimo

ostacolo, essa sarebbe entrata nella morte come in un quieto mare di

luce.

— Ebbene sia! — mormorò.

E fece chiamare il marito.

Era un uomo un po’ pingue, dal volto bonario. Aveva gli occhi arrossati

e le mani gli tremavano.

Ed essa, tenendogli la mano, e parlandogli con quella voce diafana

dei morenti, che sembra lasciar trapelare lontani bagliori di luce

e ignorate macchie d’ombra, gli raccontò il fatto. L’uomo rimase

fulminato. Era come se gli avessero squarciato le viscere con un

ferro rovente. I suoi denti scricchiolarono, ebbe dei barbagli e si

mise a singhiozzare: Ma perchè, mormorò piangendo, ma perchè me lo

hai detto?... Perchè non mi hai lasciata la mia illusione?... Perchè

mi avveleni anche il dolore? Tu avevi fatto ciò; era male, mi avevi

offeso, e non ne avevi subìto nessuna punizione. Non ti bastava?...

— No, disse essa con dolcezza, se tu non mi avessi perdonato, io non

sarei morta in pace: Non sarei andata in paradiso! Mi perdoni?...

Egli accennò di sì. Certo che la perdonava, ma tutta la sua vita era

contorta ed infangata, la pace di quei pochi secondi della morente era

pagata con lo strazio di tutta la sua esistenza.

Tuttavia, quando egli disse: «Ti perdono,» la morente ed il prete

assunsero un’aria celestiale. Essa era perdonata. Un sorriso divino le

illuminò il volto, mentre gli occhi del marito, aridi, si abbeveravano

di una tristezza enorme e pesante, come l’onda di una gora di fango.

Ed essa morì così. Andò in paradiso in prima classe, con lo scaldapiedi

e il cuscino di velluto.

Suo marito aveva pagato il biglietto.

Il naso del signor Saverio.

Il signor Saverio aveva il naso a becco d’anitra, varietà rarissima,

che ha la sua caratteristica in un dilatamento eccezionale della punta

del naso, il quale assume così l’aspetto di una scarpa all’americana.

Questo era, senza dubbio, un difetto molto grave, e la prima a

farglielo intendere fu sua moglie, la quale, in una disputa feroce,

essendo egli giunto fino a minacciare di batterla, gli gridò con

disprezzo:

— Tu, con quel naso?

Saverio rimase estremamente avvilito. Evidentemente, pensò, un uomo

con questo naso non può picchiare la moglie! E tollerò in pace le più

atroci invettive. La sua signora finì col persuadersi di essere stata

una specie di eroina della carità, sposando un uomo con quel naso,

benchè la disgraziata appendice appartenesse ad un buon diavolaccio.

E, come avviene sempre quando una donna si persuade di essere troppo

buona, fu spaventevolmente cattiva con lui. Egli tollerò: era un tipo

un po’ molle, malato di un desiderio furioso di sentirsi piccino,

debole e carezzato. Cercò di avere un’amante fuori di casa, ma l’amante

lo tradì: come si poteva essere fedele ad un uomo con quel naso?...

Allora egli si lasciò andare: non curava più l’abbigliamento, era

spettinato, sporco e polveroso, andava a rintanarsi nei cantucci più

oscuri del caffè, dove non c’erano specchi, si ubriacava di liquori

forti, ed allora sognava di avere un altro naso, e che una manina

morbida e dolce gli carezzasse il volto lentamente, come per lenirgli

il dolore d’una piaga viva.

Tutto il suo essere si era piegato ad una profonda viltà, nella

certezza irreparabile di non meritar nulla di buono, da nessuno. Il

suo difetto fisico si era ingrandito, esaltato, era divenuto enorme

come l’ombra di una montagna, che oscura tutta una valle, poichè egli

ritrovava la sua tristezza in fondo ad ogni sentimento. Se aveva una

discussione con qualcuno, si avvedeva che l’interlocutore, ad un certo

punto, finiva col parlargli quasi dall’alto in basso come fosse per

dirgli: — Ma poi, scusi, come si fa a ragionare quando si ha un naso

simile?...

La gente gli avrebbe perdonato forse un omicidio, ma nessuno poteva

perdonargli quel becco d’anitra illogicamente piantato fra gli occhi.

Non gli ammettevano la possibilità di avere dei sentimenti seri; lo

avrebbero forse tollerato se avesse fatto un po’ di smorfie, se si

fosse adattato a ricevere pedate od a cantare canzonette buffe. Si

rammentava sempre che, da ragazzo, a scuola, aveva osato scrivere due

endecasillabi. Il professore gli aveva sequestrato il foglietto ed

aveva gridato: Smetta di fare il sentimentale, con quel naso!...

Un giorno egli si ubriacò più del solito e se ne andò a passeggiare in

uno dei parchi cittadini. Faceva un caldo terribile, ed il cielo ardeva

tutto d’una fiamma chiara, violenta e pertinace, i grilli cantavano

dietro le siepi. Egli avrebbe potuto tollerare tutto, ma quel cri-cri,

ripetuto migliaia di volte, senza requie, come una frase irritante,

e detta da una persona implacabile, lo perseguitava dappertutto. Si

tappò le orecchie, mise la testa contro un albero, tentò di fischiare

un’arietta per distrarsi, ma non potè cacciarsi dalle orecchie quel

ritornello tormentoso. Egli sentiva un orrore fisico della parola

ripetuta, della cosa che suona sempre uguale, aveva confusamente due

desideri, quello che il grillo tacesse e che qualcuno gli dicesse, per

esempio: — Che brutti occhi! Che brutta bocca!...

Gli pareva che allora si sarebbe riposato un po’. Ma siccome nessuno

aveva pietà di lui, egli si avvicinò ad uno stagno che dormiva sotto

il cielo ardente e pallido, si guardò il naso nell’acqua e si lasciò

cadere contro la propria immagine, per cancellarla e non vederla più.

Quando una guardia di P. S. andò a dire alla sua portinaia che egli

s’era suicidato, la portinaia esclamò: — Ma ci sarà uno sbaglio!...

Impossibile!... con quel naso!

La bella sconosciuta.

Marcantonio Brozzi, stando al suo nome quadrato e tozzo, avrebbe dovuto

essere un mercante di salsicce arricchito, invece, siccome aveva una

bella statura slanciata, i capelli e i baffi neri, i denti bianchi e

gli occhi sentimentali, era commesso di merciaio e poeta.

Ma era commesso di merciaio per una evidente ingiustizia della sorte.

Per convincersene bastava vedere con quale superba indolenza tagliava

la cotonina e la fettuccia che i suoi clienti venivano a comprare, e

con quale aria di signorilità dava dei consigli alle signore eleganti

che capitavano, talvolta, in negozio.

Era al corrente delle ultime espressioni mondane. Quando la vile plebe

diceva ancora: «La tal cosa è _chic_,» egli diceva già «_smart_.»

E nominava le signore dell’alta aristocrazia con una familiarità

incantevole, come se avesse ballato con loro all’ultima soirée.

— Donna Anna tal dei tali, sì, è bellina, ma se non lascia il Duca X,

si compromette... Chi?... la Baronessa Y?... Con quegli occhi morti!...

E poi sta male a cavallo!... Son tre volte che, alla caccia alla volpe,

cade!

Del resto, era poeta.

Scriveva sulla _Libellula_. Scriveva dei versi in cui erano molto

frequenti le parole: _Albale, liliale, antelucano, floreale, auloroso_.

Parlava sempre di donne, _troppo_ pallide, di occhi _troppo_ grandi, di

labbra _troppo_ rosse, di voci _un po’_ stanche, _un po’_ velate, _un

po’_ tristi, ecc.

Sognava di innamorare una signora americana immensamente ricca, e di

passare nella sua carrozza davanti al negozio, lasciandosi invidiare,

senza aver l’aria di vederli, dai suoi compagni di bottega.

In questa attesa, avendo imparato l’espressione inglese _all right_,

la ripeteva ad ogni momento, facendo con le labbra una smorfia molto

esotica.

Così, la cosa gli sembrò perfettamente naturale, quando si avvide che

la «_bella incognita_» si lasciava toccar la mano da lui, nel prendere

il resto della moneta.

La «bella incognita» era veramente bella; veniva non si sa da dove, in

carrozza, comperava veli di molto prezzo, spilloni quasi preziosi, e

parlava con un accento straniero delizioso, scoprendo ogni tanto due

file di dentini meravigliosi. Essa entrava in negozio e si rivolgeva

sempre a lui, sotto gli sguardi invidiosi dei compagni.

Poi, spariva per quindici giorni. Marcantonio si permise di sfiorarle

le mani, in un atto d’audacia formidabile. Essa lasciò fare; anzi, ebbe

un impercettibile sorriso. Nell’andarsene disse che sarebbe tornata

domani alle 17. Alle 17! Ora propizia, in cui Marcantonio era solo in

negozio.

Il giorno dopo essa tornò. Il giovane era stupendo. Aveva obbligato sua

madre ad impegnare due lenzuola per comperarsi un _gilet_ fantasia.

La signora scelse una veletta di gran lusso, e quando tese la mano per

prenderla, Marcantonio le afferrò le dita: Signora, disse, _all right_,

io vi amo, io vi amo d’un amore _astrale_, per le vostre labbra troppo

purpuree, che sembrano una ferita, per il pallore _nivale_...

Essa lo interruppe, facendo segno di sì, col capo. Poi aggiunse con un

lieve sorriso: Io tutto compreso, venite stasera alle 10, via Cavour,

N. tale, piano tale. E riprese con un sorriso etereo: Sono cento

franchi, però.

Marcantonio divenne livido, e fu tanto confuso che il sorriso _fatale_

gli rimase incollato in faccia come un manifesto dimenticato. La

signora se ne andò.

— _All right!..._ mormorò egli, e aggiunse: _Li mortacci tua!_

Poi, siccome s’avvide che la signora non aveva pagato la veletta,

dette un tal calcio sotto il bancone, che sfondò una scatola di colli

inamidati.

Purificazione.

Giuliano conobbe Fifì in un piccolo caffè che rimane aperto tutta la

notte. Giuliano aveva quarantotto anni, soffriva un po’ di neurastenia

e di bruciori di stomaco, perchè il suo organismo flaccido non

tollerava neppure i modesti abusi d’amore e di tavola perpetrati

in gioventù. Dai bruciori di stomaco nasce la malinconia, l’uomo

malinconico legge i giornali cattolici e prende il bicarbonato.

Dalla somma di questi due fattori deriva uno stato di acidità

fisio-psicologica in cui il soggetto si persuade di essere uno

sventurato interessante, e la risultanza finale è che, ad ogni attacco

gastrico egli mormora: «Quanto è triste la vita! Ed io che ero nato per

amare ed essere amato!»

In uno di questi momenti egli conobbe Fifì, mentre essa era ubriaca e

cantava un’orribile canzone di malavita, sorridendo con quell’aria di

bimba inconsapevole che si trova, talvolta, piccola luce sperduta nel

buio, sul volto di certe donne traviate.

Giuliano condusse Fifì a casa e, la mattina dopo, rimase meravigliato

di vederla così graziosa. Siccome, inoltre, egli aveva il solito

bruciore di stomaco, si sentì pieno di carità per sè stesso e per il

prossimo e le offrì un ricovero, centocinquanta lire al mese ed il

suo cuore. Fifì lo chiamò _vecchio mio_ e tirò in segno di gioia uno

stivalino al busto in gesso del sommo pontefice, che Giuliano teneva

sullo scrittoio.

Fu un connubio ideale. Giuliano diceva a Fifì: Ti debbo purificare;

pensa all’orrore della tua vita passata!... E Fifì pensava, con una

certa nostalgia, a quell’orrore. Giuliano diceva a Fifì: «Non ti sembra

di esser nata ad una nuova vita?... Tu ti meraviglierai che io abbia

potuto far ciò, non è vero?... Eppure, vedi, io ho un cuore fatto

così!...» E Fifì sbadigliava sommessamente.

Essa avrebbe trovato naturalissimo che Giuliano le avesse dato, di

tanto in tanto, uno schiaffo. Invece Giuliano le leggeva i giornali,

la obbligava a stigmatizzare con lui i partiti estremi, e voltava

e rivoltava davanti ai suoi occhi la infinita bontà del suo cuore

infelice, come un pollo davanti al fuoco, affinchè essa lo ammirasse e

lo venerasse tutto.

Talvolta Giuliano pensava all’opera di redenzione intrapresa e si

sentiva struggere il cuore di tenerezza per sè stesso: Diceva: Ecco, io

son fatto così!... E dava ai suoi occhi grigi un’espressione di bontà

evangelica.

Così egli giungeva a rivelare tutti i retroscena del suo spirito a

Fifì. Vi sono uomini che hanno l’anima piena di piccoli incomodi

vergognosi, ed hanno bisogno di pancere per la loro vanità che

trabocca, di sedativi per le piccole crisi di amor proprio offeso,

tutta una _toilette_ intima e grottesca, di cui per solito è incaricata

la compagna dei loro giorni. Fifì doveva assumere la parte di «povera

creatura che adora umilmente», parte molto romantica e corredata di

lacrime.

Un giorno Giuliano la obbligò ad ascoltare un sonetto, segretissimo

peccato letterario, e rimase amareggiato perchè essa non si commosse

fino alle lacrime. Quando poi erano al buio, egli osava domandarle cose

mostruose.

Una notte le disse, a voce bassissima: «Dimmi che ho gli occhi

fatali!...»

Così fu che una mattina Giuliano trovò la seguente lettera:

«_Caro mio_,

Non voglo più essere purificatta, come tu dici, perchè si seguita

così mi viene la rabbia come i cani e aripiglio il subblimato.

Voglo fare la femmina perduta, o l’infelicecreatura come dici te,

ma a questi giochi de le persone per bene me ci annoglio troppo.

Viva la facca di Arturo: Pochi soldi, qualche schiaffo, ma allegria.

Così parlarono due imbecilli · 第 4 / 7 题