Tua _Fifì_».
_P. S._ La scatola dei gliceroconi l’ho portata via per metterci la
cipria.
Giuliano dette un calcio alla scrivania e gridò con voce strozzata: Oh!
infame! Ecco la gratitudine umana!... E prese il bicarbonato.
Un componimento d’esame.
Giorgino Baruffa, figlio decenne di poveri e disonesti genitori,
aveva ricevuto da suo padre l’incarico di rubare cinque becchi a
gas dai fanali pubblici di una strada fuori mano, ma siccome pochi
giorni innanzi aveva avuto una sassata in un piede, non gli riuscì di
arrampicarsi per benino e ne rubò solo tre: perciò suo padre lo picchiò
sul capo con una vecchia scarpa. Questo fatto avvenne verso sera, il
giorno innanzi dell’esame scritto di lingua italiana, nell’abitazione
dei suoi illegittimi genitori, fuori porta San Lorenzo.
Giorgino si strofinò la testa senza piangere: aveva perduto da molto
tempo questa abitudine borghese. Si raggomitolò in un angolo dell’unica
stanza di casa e si mise a guardare fuori della finestra. Era l’unica
sua distrazione. Dalla finestra si vedeva un cortile immenso e nero,
e sul terrazzino di contro una bambina di dodici anni, bionda e
civettuola, dai capelli arricciati col ferro.
La bambina usciva di casa con la mamma e tornava tardi. Alle volte
aveva delle cose meravigliose: una bomboniera di cristallo, piena di
dolci, delle calze di seta, un pettine di tartaruga vera con molti
_strass_ che parevano brillanti, tutte cose che contrastavano con
l’orridezza malinconica della casa. Si chiamava Edvige, ma la mamma la
chiamava Fanny, diceva un’infinità di parole oscene ed era impudica
come una piccola bestia selvatica.
La polizia se n’era occupata una volta, ma poi aveva chiuso un occhio
per via di un magistrato.
Giorgino la vedeva affacciarsi alla finestra con le braccine nude e
la vesticciuola bianca insaldata e rimaneva a guardarla lungamente,
come se quella cosina bianca gli riposasse lo sguardo e gli facesse
passare il mal di capo. Una volta che la mamma di Giorgino gli aveva
tirato un ferro da stiro sulla testa ed egli aveva avuto la febbre per
tre giorni, aveva sognato di fuggire con Edvige in una pianura tutta
bianca, lontano lontano, in un luogo dove non c’erano nè babbi nè
mamme, dove non si andava a scuola e dove le guardie non davano calci
ai ragazzi.
Quella sera si sentiva molto avvilito: Edvige si affacciò solo più
tardi e litigò con una vicina, dicendole una quantità di parole
orribili. Poi il cortile si empì d’ombra, le finestre brillarono d’una
luce rossiccia, si spensero, le voci tacquero, e non s’udì che un
rumore confuso e sommesso, come il respiro della enorme casa sordida,
addormentata nel fango dei suoi dolori e delle sue miserie.
Qualche volta, lontano lontano, una locomotiva lanciava il suo fischio
stanco e angoscioso, come un addio senza speranze.
I genitori tornarono tardi; ubbriachi, si picchiarono, ruppero una
seggiola, e si addormentarono sul pagliericcio vestiti, russando così
forte che Giorgino potè addormentarsi solo all’alba.
Quando uscì per andare a scuola, dormivano ancora. Egli prese la sua
borsa di libri, che era sotto il cassettone, si mise in tasca la penna,
raccattò un mozzicone di sigaro e se ne andò.
Gli doleva la testa ed aveva la bocca amara come se avesse preso il
chinino. Egli non amava i suoi compagni, nè il maestro, nè la scuola,
nulla, era torvo e cattivo come un piccolo lupo. Il cinquanta per
cento delle parolacce che erano scritte sul muro della classe le aveva
scritte lui. Pensava: Quando sarò grande darò dei calci a mia madre e
ruberò per conto mio. Allora porterò a spasso Edvige e le comprerò un
fazzoletto di seta grande così.
I ragazzi entrarono in classe con uno strascichio di scarpe, in mezzo a
quell’odore di pane raffermo e di carta ammuffita che è proprio delle
scuole elementari.
Ed il maestro dettò il tema d’esame.
«Pierino ha detto una bugia alla mamma che lo ha punito vietandogli di
andarsi a baloccare in giardino coi fratellini. Egli scrive una lettera
pentito e promette di emendarsi.»
La piccola vittima.
Rosina entrò nell’ospizio in mezzo alla pietà di tutta la popolazione.
Aveva tredici anni ed era bellina. Ciò che le era avvenuto lo aveva
compreso più chiaramente in tribunale che nel momento del delitto.
Era abituata a girare giorno e notte per le strade enormi ed ostili,
piene di gente che non la conosceva, bagnata, infangata, affamata.
Le era sembrato che, d’un tratto, tutte quelle case sporche e quasi
minacciose, che essa sfiorava trascinando gli zoccoli, si fossero
animate, che il vento freddo, la pioggia e la fame si fossero
riassunte in una persona sola, orrida e barbuta, che odorava di pipa e
d’acquavite, in una sola sensazione di strazio e di paura che l’aveva
fatta urlare: Mamma!... Mamma!... quantunque la mamma non l’avesse
conosciuta. Conosceva la zia Filomena, che le dava una cuccia, qualche
bicchier di vino quando ce n’era in casa e qualche calcio.
Dal giorno del processo era cominciata una vita nuova: Si sentiva dire
cose meravigliose e pietose; la esaltavano, la coprivano di fiori. Finì
con l’averne una certa superbia. Aveva imparato le frasi che dicevano
i giornali sul conto suo. Quando entrò nell’ospizio la sua compagna di
stanza le disse:
— Io sono la figlia di quella che si gettò da Ponte Milvio, e tu chi
sei?
— Io?... Io sono la fanciulla violata di via degli Zingari! rispose
ella con sussiego.
E l’altra fece un _ah!_... di ammirazione.
Nei primi tempi fu come stordita.
Provava la stessa sensazione di sgomento di un contadino che si
trovasse d’un tratto assiso in un banchetto aristocratico. Udiva
delle persone grandi parlarle con volto sereno e commosso. Le suore
le passavano accanto in silenzio guardandola lungamente con una
indefinibile espressione di curiosità e di paura. La superiora
le diceva: Povera! povera fanciulla, così piccina e già così
irreparabilmente perduta!
Oppure: Poverina!... E dire che non potrà mai esser felice!...
Era una commozione generale e persistente, uno sgocciolio di lacrime di
tutta la città sulla sua personcina tormentata, un desiderio acuto, che
tutti provavano, di paragonare l’innocenza dei suoi occhioni neri con
l’infamia incancellabile impressa nel suo corpo, di gittare un fiore
sulla vivente tomba della sua purità.
Le sembrava di camminare perennemente in una chiesa in cui tutti la
guardassero con tristezza dolce e rassegnata, come si guarda passare
una morticina.
Una volta una compagna disse una birichinata ed essa scoppiò a ridere.
Le suore la guardarono con infinita tristezza e la superiora le disse
con voce piena di pianto: Figlia mia, pensate alla orribile cosa
avvenuta, raccoglietevi in Dio e pregatelo che egli vi dia in cielo la
felicità che vi ha tolto sulla terra.
Un’altra volta venne una grande dama bionda a trovarla: essa la
guardava con curiosità ardente, ma la maestra le tirò la manica e le
disse: Figliuola, non guardate così sfacciatamente, abbiate almeno il
riguardo di abbassare gli occhi!...
Pian piano si era assuefatta a _fare la sventurata._ Aveva imparato a
piangere al momento buono e guardava sempre in terra. Ma il pavimento a
grandi mattoni gialli del convento le divenne odioso.
Di notte sognava quella scacchiera lugubre e gialla, come un deserto
senza confine. Aveva delle pazze irruzioni di allegria secreta. Le
veniva voglia di rotolarsi sull’erba, di cantare, di ridere, ma queste
cose violente e gaie avevano finito col confondersi nella sua mente
in un eden equivoco e vietato, una specie di paradiso colpevole, che
odorava di pipa e d’acquavite.
Una notte si levò in punta di piedi, perchè la luna aveva una luce così
chiara che pareva giorno. Dalla finestra si vedeva la via deserta e
bianca, tutta piena dell’odor fresco di due filari di robinie: lontano
lontano un mandolino suonava un _valtzer_. Le parve che il suo cuore si
aprisse ed una ondata gigantesca di aria pura e profumata la penetrasse
tutta. Il suono di quel mandolino la commuoveva più di quello
dell’organo di chiesa, le faceva balenare innanzi agli occhi un riso
inesauribile, le accendeva nelle vene una voglia furibonda di gridare,
di danzare.
Guardò in fondo al dormitorio. Un gran Cristo nero apriva le braccia
sulla parete, come se le ripetesse anche lui, come tutti gli altri:
Così giovane, e già per sempre sventurata!...
Allora essa scrollò la testa, gli fece un palmo di naso e mormorò:
Marameo!...
Quindi scivolò dalla finestra, pian piano, e si mise a correre sulla
strada bianca, verso il mandolino lontano, che cinguettava il suo
_valtzer_ nella notte.
Ignotus.
Solo le immagini degli uomini grandi sono veramente morte, perchè
appartengono ad uomini di cui le opere, il culto, il pensiero, non si
rinnoveranno mai più.
Ma il mio amico Ignotus non è morto mai. Io non conosco che la sua
testa, di marmo lunense, dimenticata dall’escavatore che la ritrovò,
fondando la casa, nel mio cortile.
Egli può essere tanto il pretore Lucius quanto il _lanarius_ Caius,
può essere un soldato od un sacerdote. La sua testa non dice nulla di
tutto ciò, se non, per quel poco che traspare dalla sua fisionomia, che
era un imbecille qualunque. Uomini come lui ce ne sono stati sempre;
io ritrovo il suo cranio allungato, cranio plebeo che non ha le forme
ampie e rotonde della cervice ariana, sotto il cappello di un prete,
sotto il cilindro di un signore, sulle spalle di un cocchiere.
Egli non è più _un uomo_, è l’uomo, è l’essenza amorfa ed anonima
che crea gli stati, fa le rivoluzioni, sconvolge ed ordina il
mondo, contentandosi che un solo uomo meriti o frodi il diritto di
rappresentarla al parlamento della storia. Essa, poi, scompare in
un mare torbido ed immenso, in cui, fra il confuso tumultuare della
superficie, fluiscono quelle tre o quattro correnti di pensiero e
d’azione, uniche fattrici, da che mondo è mondo, della storia umana.
Perciò io amo questo immenso e sconosciuto fratello come una persona
vera. Nessuno potrà togliermelo mai. Domani verrà forse uno storico
tedesco che dirà: Giulio Cesare non ha esistito mai, è un mito
lunare. E, senza dubbio, gli Italiani ci crederanno. Ma nessuno, dico
_nes-su-no_ mi proverà che questo sconosciuto bipede non abbia esistito.
Egli è venuto dalla oscurità senza confini da cui sono venuto io, da
cui è venuta tutta la folla dei miei simili, ha vissuto come me, come
voi, come tutti.
Sua moglie, invece di Teresina, si sarà chiamata Pomponia, ma quelle
rughe in fronte glie le ha fatte venir lei, a furia di tradirlo con
qualche decurione dell’esercito. Quella disonesta pendenza del labbro,
o canaglia d’un Ignotus, t’è venuta a furia d’ubriacarti col cecubo
o di farti mangiare i sesterzi, che sarebbero i nonni dei nichelini,
dalle _cocottes_ della Suburra; la tua coscienza di marmo, o manigoldo,
l’hai venduta, nelle elezioni, per una _pars_ di qualche intrapresa
o, come noi diremmo, per un’azione di società industriale. E le
_syngraphæ_, ci scommetto che le lasciavi protestare come cambiali
qualunque! Tu eri disonesto e presuntuoso, ladro e moralista, porco e
idealista come un uomo moderno!... dì la verità, avevi anche qualche
altro vizio?... Sì?... Eppure allora i salesiani non c’erano. C’erano i
sacerdoti di Cibele, che era la stessa porcheria. Vi sono dei momenti
in cui ti trovo tanto moderno che sarei tentato di offrirti mezzo
toscano e di domandarti cento lire in prestito.
Ma tu faresti finta di non sentire. Bel pretesto, quello d’esser di
marmo!
Tuttavia andremo sempre d’accordo. La tua testa non ha un’opinione, ma
il tuo naso parla chiaro. Tu menti, con quell’aria di superiorità. T’ha
fatto così lo scultore, ma tu in persona dovevi avere il viso pieno di
fignoli, e l’anima piena di gretteria.
Di’ la verità, eri senatore?
De Profundis.
Il sig. Pancrazio era una persona distinta. E così tutti quelli di casa
sua.
Finchè egli visse portò sempre dei vestiti fatti abbastanza bene, si
mise il cilindro nelle grandi solennità, ebbe scarpe molto lucide ed
una pelliccia. Sua moglie vestiva bene, era grassottella ed onesta, i
figli andavano a scuola con discreto profitto, e dicevano le orazioni
prima di coricarsi.
Non ebbe mai debiti vergognosi, pagò i suoi fornitori, fece affari
con prudente sagacia, fumò sempre due sigari al giorno, e se urtava
qualcuno per via, gli diceva: _pardon_.
Inoltre i figliuoli erano sempre pettinati per benino, portavano i
guantini e, prima di condurli a spasso, la mamma li lavava sempre.
Non ebbe mai contatti con persone cattive, o di condotta irregolare. Da
scapolo non frequentò mai donne perdute. Ebbe due o tre avventure ma
tutte con persone abbastanza rispettabili. Una volta sola si perdette
un po’ con una fioraia, ma quando questa volle fargli credere che stava
per divenire madre, egli capì che stava per compromettere troppo la sua
dignità con una persona così poco distinta, e se ne liberò da uomo per
bene, dandole duecento lire e lasciandole una camera mobiliata.
Fu allora che i suoi amici dissero: Ecco un uomo serio.
Il babbo della sua fidanzata gli dette la figliuola con gioia. Fecero
le cose molto per bene. Nel corteo nuziale c’erano otto carrozze, e la
partecipazione fu stampata su carta a bordi dorati.
La fioraia, che allora faceva la _cocotte_, si vendicò mandandogli il
ritratto del piccino, ma egli la fece chiamare in questura.
Diceva ai suoi figli: Siate sempre persone per bene, rispettate la
patria, il Re, sfuggite la canaglia e non vi mettete le dita nel naso.
La sua famiglia fu molto morale. Non accettava domestiche se non a
patto che non facessero al l’amore, fossero religiose e cucinassero
bene il risotto alla milanese.
Così, quando egli morì, ebbe un funerale di seconda classe, molti
uomini in _redingote_ dietro il carro, un discorso ed una tomba
perfettamente rettangolare con una piccola aiuola di semprevivi gialli.
Ma siccome un giorno un povero diavolo portò via alcuni semprevivi
per metterli sopra un’altra tomba, i figliuoli fecero fare intorno al
sepolcro paterno una cancellata di ferro con molte punte acute. E la
gente, passando, diceva: Ecco una tomba _distinta_.
Le piccole economie della signora Dora.
La signora Dora aveva trentadue anni, i capelli di un bel biondo
ossigenato, una bella boccuccia da bimba e due soprannomi: _Zizì_ e
_Lulù_. Diceva al marito: «Zizì tua vuole un cappellino nuovo,» ed
all’amante: «Lulù tua non vive che per te.» Inoltre aveva dei piccoli
gesti infantili che le stavano tanto bene: quando Alfredo, che era
ufficiale di cavalleria, le diceva: _Abbiamo fatto trrrrè cariche!_,
essa apriva gli occhi come una bambina che ode una favola paurosa,
giungeva le mani e diceva: Quanto sei bravo!
Per cui Alfredo si sentiva eroe, imbecille e sublime.
La signora Dora un giorno seppe dalla sua amica Jane, che le confidava
tutto, che questa aveva regalato al suo diletto Bibì, studente,
bohémien ed elegante, uno spillo da cravatta con un brillante, e pensò
che Alfredo avrebbe gradito assai una _cravache_ di lusso col pomo
d’oro cesellato.
Fu in questa memorabile circostanza che essa si fece spiegare da Jane
il meccanismo delle _piccole economie_.
Il giorno dopo essa studiò profondamente e dopo accurate indagini nei
vari capitoli di spesa domestica fece chiamare l’istitutore di suo
figlio, il quale era un vecchio latinista notevolmente colto e quindi
abbastanza povero. Gli disse: Signor professore, mi aiuti a uscire
da un cattivo passo. Abbiamo fatto delle spese soverchie, e dovremmo
sopprimere il suo assegno. Tuttavia se Ella si contenta di prendere
per qualche mese la metà del suo stipendio attuale, avrò la gioia di
conservarmi i suoi servigi.
Il professore impallidì, ma siccome aveva molte rughe, la signora non
se ne accorse. Però, un mese dopo, la cameriera, che ci teneva molto al
decoro della casa, rimase scandalizzata vedendo in un portone lì presso
il professore che faceva colazione con cent. 5 di pane e altrettanti di
formaggio.
Inoltre tralasciò di servirsi della sua cucitrice di bianco, e dette le
sue ordinazioni ad un convento di monache dove lavoravano molte bimbe
raccolte per la via. Realizzò in tal modo un forte risparmio e fece
un’opera di carità. Anzi, di questo mutamento rimase tanto soddisfatta
che lo riferì alle amiche e la cucitrice di bianco dovè cercarsi
un’altra occupazione meno lecita.
Ma l’espediente più geniale fu quello del vitto alla servitù, sul
quale potè risparmiare molto, riducendo a metà la razione del vino e
introducendo nella confezione dei piatti le teorie del dott. Borbadoff,
che ha riconosciuto altissime qualità nutrienti nella patata.
La conclusione fu un leggero disturbo gastrico del cocchiere, un po’
di aggravamento nella anemia della cuoca, uno scandalo nella famiglia
della cucitrice, che dimenticò ogni regola di morale, e uno svenimento
del professore, per le scale di casa. Ma il giorno di S. Alfredo la
signora Dora consegnò al signor Tenente una stupenda _cravache_ col
pomo cesellato in stile _liberty_. E siccome Alfredo era divenuto rosso
dalla gioia e le diceva: — Ma come hai fatto?
Essa fece la sua boccuccia da bimba e accennando col ditino, disse: —
La tua Lulù è una bambina saggia e fa le sue piccole economie.
Ed Alfredo l’abbracciò esclamando: Cara, cara, cara!
La pancia del cav. Crispino.
Il cav. Crispino aveva una pancia, fatto normalissimo e poco degno
di nota, visto che nessuno ne è privo e nessuno ne ha due. Ma questa
pancia era la pancia ideale. Nè grossa nè piccola, rotondetta,
sostenuta e dignitosa, non sproporzionata alla statura del suo
possessore, si tendeva con austera e garbata solennità sotto il gilet
bianco e, quando il cavaliere camminava, faceva ballare il _bréloque_
dell’orologio con un suono solenne e tranquillo come il _din-din_ dal
campanello davanti al Santissimo Sacramento.
Il cavaliere non sapeva quanto dovesse a questa prosaica parte della
sua persona: certe volte egli credeva che il portinaio il quale lo
salutava umilmente facesse omaggio alla espressione signorile della sua
fisonomia; invece il portinaio salutava la pancia. Quando contrattava
una cosa qualunque in una bottega, o una qualunque prestazione d’opera
altrove, ad un certo punto il suo interlocutore o la sua interlocutrice
gli diceva: Eh, via!... lira più, lira meno; una persona come lei!
E il cav. Crispino credeva che queste parole nascessero dalla
contemplazione della sua pelliccia: invece era accaduto che, nel
gestire, la sua pancetta s’era fatta largo, come fra due cortine, fra
le due bande del paletot, ed era apparsa, luminosa di bianco _piquet_ e
costellata di bottoni lucidi, come un sole ben vestito e ben educato.
Egli non se ne accorgeva, ma l’anima gli si era riconcentrata sotto
quel _gilet_ superbo. Quando egli discuteva di politica era spinto
a simpatizzare per l’ordine semplicemente pel fatto che quel peso
collocato nella parte inferiore della sua persona gli dava un
intimo senso riflesso di equilibrio e di stabilità. Quando egli
diceva: «L’umanità deve ascendere, ma grado a grado» egli aveva, per
associazione d’idee, l’illusione di dover salire una lunga scala, e
pensava che avrebbero dovuto esservi molti pianerottoli, per via della
pancia.
Ne conseguì che tuttociò che corre, l’automobile e le idee, la guerra
e la bicicletta, la gioventù e la passione, formarono per lui una zona
temibile e perniciosa della vita, mentre d’altra parte la poltrona,
la religione, il risotto, le scarpe all’americana, le oleografie, la
_pochade_, l’ordine pubblico e il salvacalli rappresentavano un mondo
ben pettinato e con le mani pulite, un insieme di cose pacifiche,
grasse e poco faticose, in cui poteva trovar posto la gente per bene.
Egli diceva: Questa commedia è troppo triste, non si dovrebbe
permettere; la gente va a teatro per divertirsi e non per rabbrividire.
Trovava che Ibsen era noioso e l’ideale della musica era per lui
la _Madama Angot._ In fondo, immaginava l’arte come una specie di
vellicamento onesto e benefico creato per la sua pancia, una specie di
massaggio amichevole che non doveva essere nè troppo leggero, per non
fargli il solletico, nè troppo forte, per non fargli male.
Di questo passo si trovò d’accordo con molti, e lo avrebbero anche
fatto deputato, ma quello gli sembrò un massaggio troppo forte.
Il giardinetto.
Molti secoli fa, quando le case miserabili della Roma medioevale si
arrampicavano fra le illustri rovine dei colli, questo piccolo lembo di
terra rimase chiuso fra quattro catapecchie, il vento vi seminò due o
tre caprifichi, un marmorario che vi lavorava vi piantò qualche arancio
e vi lasciò una vecchissima erma di pietra, confitta nel suolo. Poi,
lungamente le foglie caddero e morirono sulla terra, ingrassandola con
la loro decomposizione, la miseria delle casupole circostanti lasciò
cadere ogni giorno qualche immondizia laggiù, le piante crebbero, si
moltiplicarono, si allacciarono con tenace passione, vi furono lente
agonie di arbusti soffocati, tumultuose invasioni di una plebe di
ortiche, di parietarie, di convolvoli che reclamarono la loro parte di
vita: un giorno vi nacque perfino un melogranato ma i caprifichi lo
uccisero, dei milioni di vespe fecero il loro nido sul collo e nelle
narici dell’erma, ed una cortina di edere oscure e tenaci come una
associazione di gesuiti tentò più volte di mettere il suo formidabile
sudario verde su quella vita nascente, ma le piante rinascevano,
foravano la coltre funebre, cercavano il sole con instancabile vigoria,
e venne il giorno in cui l’unica cosa veramente morta fu l’erma, che
sprofondava sempre più nella terra, curvando la cervice informe e
fangosa contro il tronco di un albero.
Nessuno seppe mai la lotta lenta, segreta e feroce fra quel cadavere e
quella cosa viva.
Il mondo circostante non vedeva e non sapeva: un fabbro del vicinato
veniva a battere il ferro fiammeggiante sotto le rame di un caprifico,
un bimbo lasciò cadere dal terrazzino un cavalluccio di cartone che
rimase impigliato fra i tronchi, si scolorì, si screpolò, finchè
divenne un cencio senza nome; le donnicciuole tesero attraverso al
cortile la loro biancheria rattoppata e sgocciolante, e le foglie
lucide degli aranci tremavano sotto quello stillicidio, rassegnate alla
loro miseria.
Una volta un uomo si gettò dalla finestra, ed un albero si spezzò sotto
di lui e lo salvò, ma rimase tutto monco e rattrappito, rimettendo
polloni nuovi sulla scheggiatura.
A volte tutto il cortile era pieno di strida: le donne si insultavano
con ira, i bimbi piangevano, ma laggiù, sotto il folto delle fronde era
un silenzio discreto. Pure vi avvenivano delle grandi cose.
Le formiche rosse furono cacciate dai formiconi neri, che ne fecero uno
scempio lungamente ricordato. Ci furono dei bruchi verdi che misero
a mal partito tutta la tribù vegetale, ma una famiglia di passeri li
distrusse, e ne ebbe la gratitudine di tutti, tantochè, quando un bimbo
portò via il nido, le ortiche ed i pruni difesero fieramente il loro
salvatore.
Poi vi fu un’ospite nuova: Una bimba piantò tre rose sotto gli aranci,
e veniva a curarle tutti i giorni, finchè fiorirono prodigiosamente.
Ma la bimba non venne più; una vecchina venne piangendo a raccogliere
le rose e, per tutta la notte, gli aranci che vegliavano intesero
singhiozzi soffocati e preghiere sommesse da una finestrina illuminata,
lassù, in alto. Allora anche le rose morirono.
Ciò che fu terribile fu la lotta fra l’erma e l’albero: la testa
dell’erma aveva toccato la corteccia della pianta, e lentissimamente,
con instancabile crudeltà, premeva contro di essa, mentre la pianta,
che non poteva sottrarsi al suo destino nè disobbedire al rigoglio
fatale delle sue radici, cresceva contro la pietra mortifera,
fendendosi ogni giorno di più.
Poi si aprì: la cervice dell’erma era tutta nera di muschi e di succhi
vegetali, il tronco sembrava gemere in uno spasimo lento, ed a volte
si sarebbe detto che quella pianta ferita, dalla corteccia rugosa, e
quel mostro di sasso si amassero con ferocia belluina, in un amplesso
interminabile e mostruoso.
Una notte di luna, in un silenzio profondo, l’albero ebbe un brivido.
Le formiche che correvano sulla sua scorza si arrestarono stupefatte:
Compresero.
Ma l’erma non perdonò: E la sua rude cervice rimase, implacabile,
confitta nel ventre del nemico ucciso.
La bellezza altera.
Alla signora X.
_Signora,_
Vi ho veduto l’altra sera a teatro, ed eravate molto graziosa, come lo
siete sempre, a consolazione di questa brutta umanità. Ma non è per
questo che vi scrivo. D’esser graziosa lo sapete di certo, anzi, se
avete un difetto, è di ricordarvelo troppo, e allora l’umile mortale
che vorrebbe dirvelo, s’accorge subito che già lo sapete, e si sta
zitto. Un giorno lontano, uno dei vostri adoratori di cattivo gusto
deve avervi detto: «Come siete bella ed altera!» Ed allora voi vi
siete convinta di essere una _bellezza altera!_ Che disgrazia! Questa
convinzione si è inevitabilmente riflessa nel vostro modo di _portare
il naso_. Perchè, dovete saperlo, il naso si _porta_ come un cappello
od un vestito. È questa umoristica parte dei nostri lineamenti che dà
l’espressione al viso, secondo l’angolo che il piano delle narici fa
con quello della terra.
L’alterezza del volto si risolve in un angolo di quarantacinque gradi.
Quando voi guardate il pubblico dall’alto in basso, date al vostro
nasino appunto questa posizione.
Il che toglie molto alla nobiltà della vostra fisionomia.
Sulla scena si svolgeva una produzione molto varia, qualcosa come
una delle molte Zazà che incomodano il teatro italiano, risultante
dalla mescolanza in dosi uguali di _decolletage_, di umorismo, di
bestialità e di lacrime sentimentali. Vi ho guardato al momento del
_decolletage_, e facevate la _bellezza altera_. Caspita, ho detto, è
scandalizzata!... Vi ho guardato al momento dell’umorismo, e ridevate,
d’un bel riso allegro e sincero, ma siccome dovevate fare sempre la
_bellezza altera_, tenevate quel benedetto nasino in una posa imperiosa
che faceva a calci (scusate la brutalità villereccia della espressione)
con la franca letizia del vostro viso; vi ho guardato al momento delle
bestialità, e ridevate lo stesso, come se fossero cose spiritose, il
che io vi perdono di tutto cuore, ma in quel momento (e perdonatemi
voi, ora) portavate la volontaria alterezza del vostro nasino come
una _ciociaretta_ fortunata porterebbe il suo primo cappellino: vi ho
guardato (confesso che vi guardavo spessissimo ma di questo non vi
domando perdono) al momento delle lacrime sentimentali, e piangevate
come una buona figliuola di buon cuore, ma, benedetto Iddio, perchè
quel perfido angolo dell’alterigia era lì a dimostrare che dovevate,
per forza, anche allora, essere _una bellezza altera?_
Date retta a me: Non disprezzate il genere umano: siamo alcuni milioni
di esseri, molto meno graziosi di voi, che sudiamo, pensiamo e
soffriamo per mettere delle piume di struzzo sulle testine ben chiomate
e per appendere dei brillanti alle orecchie delle belle creature come
voi. Se voi ci guardate dall’alto in basso, noi vi dovremo guardare dal
basso in alto: il che sarebbe una vera sconvenienza. E credetemi vostro
affezionatissimo tal dei tali.
Il telegramma dal pianeta Marte.
Un giorno un apparecchio del telegrafo Marconi ricevette una
comunicazione di centocinquanta segni dal pianeta Marte.
Il fatto destò, naturalmente, molto scalpore. Se ne discusse lungamente
in tutte le accademie, furono convocati tutti i dotti per tradurre il
misterioso messaggio, furono pubblicate molte memorie in tedesco, in
inglese ed in francese, finchè un bottaio italiano riuscì a scoprire
una formula di relazione esistente fra il pensiero e il numero di
linee e di punti che lo possono rappresentare. Con questa inverosimile
chiave si riuscì a tradurre cento parole. Ma non si capì un gran
che. Il pensiero dei Marziali aveva un giro bizzarro, inesplicabile;
inoltre le parole non tradotte mettevano qua e là delle macchie di
ombra impenetrabile. Allora l’imperatore di Germania offrì un premio di
centomila lire a chi avesse scoperto il perchè di questa impossibilità.
Dai giornali del tempo apprendiamo che il premio fu guadagnato da un
incognito, certo J. B. Arcisofo, che spedì all’accademia internazionale
la seguente lettera:
_«Illustri signori,_
È la prima volta che l’umanità mette il naso fuori di casa, il
che deve convincerla della sua profonda ignoranza. Facciamo conto
d’aver dovuto dichiarar fallimento e riconosciamo che nove decimi
del nostro capitale di pensiero e di tempo sono stati iniquamente
sperperati.
Noi abbiamo fatto come certi contadini che pensano a mettersi un
vestito da festa, ma non a lavarsi il viso, cosa molto più utile,
sana e dilettevole. Abbiamo fabbricato l’_iperscienza_, sotto il
nome di metafisica o di religione, mentre non avevamo ancora la
scienza. Abbiamo inventato delle parole che hanno l’aria di voler
acchiappare il mondo in un retino da farfalle: _Tutto — nulla —
infinito — eterno,_ ecc.
Noi non abbiamo braccia che bastino ad abbracciare la nostra
piccola patria nel Cosmos, la Terra, ed abbiamo esiliato il nostro
pensiero nell’etere luminoso o nelle tenebre. Quando l’ultimo
gorilla della scala Darwiniana incominciò ad essere disprezzato dal
suo fortunato figliuolo, l’uomo, questi si trovò in possesso di
cinque tentacoli per afferrare il mondo. Era come una mano aperta,
e da ognuna delle sue cinque dita partiva un raggio sterminato. Da
ognuno dei sensi dell’uomo si evolgeva la misteriosa forza delle
sensazioni, e man mano che esse si allontanavano e si associavano
fra di loro, i rapporti fra di esse si chiamarono _idee_, e la
luce che si riflesse sul mondo da quei cinque raggi si chiamò
_pensiero_. Questa luce, così lontana dalle sue umili fonti,
disprezzò le proprie origini materiali come l’uomo disprezzava la
sci mia e volle esser venuto dall’alto. Fu allora che si inventò
Iddio.
Allora l’uomo si mise per una interminabile via, cercando lo
sconosciuto padrone di cui la sua anima ancora servile aveva
bisogno. Egli tremava davanti ai nomi che egli stesso aveva pensato
e non sapeva più che le cose divine da lui poste sugli altari non
potevano esistere che come figlie dei suoi cinque sensi. Lo stesso
è avvenuto nel pianeta Marte, ma quegli esseri fortunati hanno
avuto un raggio di più. Tutte le idee derivate da questa sesta
scaturigine ci sono ignote. Ed allora noi dobbiamo comprendere che
nessuna _idea_, per quanto ardua e sublime, può esser intelligibile
se non la si può ridurre a cose che si vedono, toccano, gustano,
odono o vedono.
Quindi non capiremo mai il telegramma, il che importa poco.
Capiremo piuttosto questa formidabile verità: finora i principi ci
hanno fatto guardare in terra e i preti in cielo: Basta! Guardiamo
innanzi a noi. Moltiplichiamo alacremente le armonie su queste
cinque note che abbiamo, talchè ci sia possibile esaurire la nostra
facoltà di godere questa zolla perduta nello spazio, celebriamo
le nostre nozze con la vita, nobilitiamo la materia in nome del
pensiero, che è suo figlio, fino al giorno in cui questa venerabile
amante non sia esausta dei nostri baci, e noi con lei.
Io dico agli uomini: non guardate il vino del vostro calice
incontro al sole: bevete!
Incominciamo, da oggi, a prendere possesso del mondo!
_J. B. Arcisofo_.»
Si fecero indagini per sapere chi fosse, questo signore, ma non si potè
che rinvenire nella cassetta postale dell’Accademia questo biglietto,
opera, senza dubbio, di un pazzo:
«Addio, signori, parto per l’avvenire, aspetto l’Umanità allo
svolto, tre secoli più in su. _J. B. A._»