Teodoro Nasica, filosofo, lasciò, morendo, duecentomila lire di
capitale e alcune note manoscritte, più un appartamento ben mobiliato,
un gatto ed una penna usata, di cui egli aveva il pessimo vizio di
masticare l’asticciuola, fra un periodo e l’altro delle sue scritture.
Un erede lontano, interpretando il desiderio espresso dal defunto, di
lasciar parte delle sue sostanze ai poveri, e parte alla famiglia, si
appropriò il capitale, l’appartamento ed il gatto, facendo generoso
dono ad un comitato di beneficenza della penna masticata e dei
manoscritti.
Il comitato di beneficenza (e tutti ricordano il recente scandalo) fu
sciolto e si disperse. Della penna non potemmo saper più nulla: sembra
che il commendator X, presidente, si sia appropriato il pennino, ancora
utile, e che l’asticciuola rosicchiata sia stata offerta come materiale
di soccorso ad un paese dove occorreva fabbricare baracche di ricovero.
I manoscritti li ebbe una patronessa intellettuale, ma siccome non
erano scritti in caratteri dannunziani, si vergognò di tenerli sullo
scrittoio e li dette alla cameriera da gettarli via. Noi li abbiamo
avuti da questa brava fanciulla, in cambio d’un volume di versi un po’
squinternato, di due boccette d’acqua d’odore di terza qualità, e di
tre cerotti Wasmouth.
Come il lettore vede, non cerchiamo di far troppo valere la merce.
Avendo poi per vie secrete conosciuto i rapporti fra Teodoro Nasica e
il suo legittimo successore I. B. Arcisofo, abbiamo voluto riunire le
due opere e collegarle con poche nostre interpolazioni.
Voi direte: Bei gusti! — Ma ognuno ha i suoi, e visto e considerato che
alcune scimie amano rosicchiarsi la coda, alcuni pellicani aprirsi il
petto da sè, e che moltissimi uomini vanno a sentire _Zazà_, speriamo
d’essere perdonati.
Veritas.
Teodoro Nasica, sofo, dopo una breve malattia che lo aveva costretto
in casa alcuni giorni e durante la quale aveva fatto parecchie
riflessioni, si alzò con questa ferma persuasione: Io debbo vivere
secondo la verità.
Ciò detto si vestì ed uscì.
Sul pianerottolo incontrò la signora Lucia, zitella sentimentale, che
lo vedeva di buon occhio.
— Signor Teodoro, gli disse, mi sta bene questo cappellino nuovo?
Teodoro stava per farle un complimento convenzionale, quando si
rammentò il proposito fatto, e disse: «Scusi tanto, ma è veramente
inconcepibile che una vecchia scimia come lei si ostini ad avere dei
sentimenti di vanità. Debbo dichiararle che il suo cappello è una
orribile pappagalliera e...» Il resto della frase morì in gola al sofo,
sotto la percossa di un formidabile schiaffo, e la vicina si precipitò
in casa strillando come un’aquila.
Il sofo aveva preveduto le asperità della via in cui si era messo e
non si arrestò per questo. Scese le scale e vide il portiere venirgli
incontro sorridendo: «Ben alzato, disse il Pipelet, sono tanto contento
di vederla ristabilita!»
— Non è vero, disse il sofo, non solo non te ne importa niente, ma ti
dispiace che io non sia morto, per non aver potuto ereditare la mia
collezione di pipe, alla quale fai gli occhi grossi. Altrettanto dico
di quella invereconda bestia di tua moglie!
Così dicendo uscì, mentre il portiere, esterrefatto, masticava un
indirizzino di fiducia ai morti del signor Teodoro.
Il quale andò direttamente a far colazione al solito caffè. Il
cameriere gli venne incontro esclamando: «Finalmente!... È guarito?
Sono stato dispiacentissimo della sua malattia!»
— Sei stato dispiacente, aggiunse il sofo, per L. 0,80, ammontare di
otto mance quotidiane di 10 centesimi.
— Oh!... signor Teodoro, disse il giovane arrossendo, ella mi addolora!
— Non è vero; ti dà fastidio il sentirmi dire la verità, perchè non ci
sei abituato. Del resto, se ti addolorassi, non me ne importerebbe un
fico, come a te di me, e come a tutti questi signori qui presenti.
Un vecchio signore quasi sordo, presso il posto ove soleva sedersi
Teodoro, levò il naso e disse:
— Ha ragione il signor Teodoro, bisogna restaurare tutto in Cristo;
quando non c’è religione, non c’è morale.
— Zitto voi, bestia scostumata, rispose il sofo, voi siete cento volte
più ateo di un ateo confesso. La religione è per voi quello che è per
tanti la ciambella di caucciù che si mette sulla poltrona; serve per
star seduti più comodi.
Il vecchio signore capì solo «bestia scostumata», mandò per aria la
guantiera con la chicchera del caffè, ed uscì bestemmiando come un
libero pensatore, senza pagare.
Perciò il padrone del caffè invitò Teodoro ad andarsene e gli annunciò
che avrebbe sporto querela per i danni.
Teodoro incominciò a vacillare nella sua fede; tuttavia non cedette.
Si recò a visitare una signora alla quale faceva assiduamente la corte
e la trovò in salotto, che ricamava.
— Buon giorno, caro amico, disse la signora sorridendo: Godo nel
vedervi ristabilito!
Questa dice la verità, pensò il sofo, e rispose: «Vi sono grato della
vostra premura; mi consentite di sedermi accanto a voi?
— Con tutto il piacere, aggiunse la dama, però sono dolente di dovervi
lasciare presto, perchè debbo uscire per una spesa.
— Allora, aggiunse il sofo, vi lascio libera.
— Ne sono tanto, tanto addolorata, disse la dama dandogli la mano da
baciare. Però stasera non mancherete, non è vero? Mi dareste molto
dispiacere, mio buon amico!
«Questa è la bocca della verità!» disse con gioia Teodoro, baciando la
mano.
Ma, nell’uscire, udì la signora che diceva alla cameriera: «Se un’altra
volta viene quel gorilla, dirai che sono uscita. E portami questo
biglietto al tenente.»
Teodoro tornò a casa di malumore: gli doleva la testa, aveva
un’illusione di meno, una contusione di più e due minacce di querela:
ragione per cui, ad un amico che, sull’uscio di casa, gli domandò come
stava, rispose: «Benissimo». E ridisse la prima bugia.
Gratitudine.
Teodoro Nasica, sofo, frugando fra le sue carte, trovò un bigliettino
giuntogli l’anno innanzi, su cui erano scritte le seguenti parole: «Ora
e sempre, lontano o vicino, ricorderò il beneficio ricevuto da lei, la
più bella azione veduta da me nella mia vita, e la mia gratitudine sarà
ardente e perenne».
Rammentò, allora, la piccola storia. Un coinquilino povero, in un
momento di disperazione, aveva rubato cento lire al suo principale
e stava per andare in galera. Il sofo gliele aveva offerte in dono,
e sentiva ancora, sulle mani le sue ardenti lacrime di gratitudine.
Quella sera il sofo, anche lui, aveva pianto di tenerezza come un
vitello di buon cuore.
Quando ebbe letto il biglietto, però, si rannuvolò tutto, spolverò il
cappello, scese le scale e andò diritto alla bottega del suo beneficato.
Lo trovò, solo, che stava rivedendo i conti.
— Sentite, gli disse con voce grave, mio caro amico, vengo a
pregarvi di un favore: Dimenticatemi. Da quando io penso alla vostra
gratitudine, ho paura. Si è detto che questa virtù è una specialità dei
negri, forse perchè alcuni individui di questa specie sono anche capaci
di mangiare i loro benefattori. Non vi illudete sui vostri sentimenti,
voi mi odiate. L’amore è quello stato di sentimento per cui l’immagine
di una persona ci apparisce con piacere. Se voi vi mettete in testa di
dovermi qualche cosa, finirete con l’odiare anche il colore dei miei
vestiti.
Chi scrisse che un beneficio fatto non è mai perduto era un pessimista
che aveva ragione. Purtroppo è difficile perdonare ai propri
benefattori. Vi prego di dimenticarmi. Se siete buono, quando vi
capiterà, se vi capiterà, l’occasione di farmi del bene, me lo farete
obbedendo alla vostra natura, se siete cattivo è inutile mentire.
Questa partita aperta nei nostri conti mi turba, e, certo, turba anche
voi: sopprimiamola. Vi sono dei sentimenti che la maggioranza degli
uomini non può provare senza che le si inacidiscano in corpo come il
vino nelle botti mal chiuse. Chi dice «_io sono grato_» è come chi dice
«_io sono virtuoso_». A furia di rivoltare la propria virtù da tutte le
parti per compiacersi di possederla, si finisce col fare come i bimbi,
col romperla per vedere come è fatta dentro.
La gratitudine è elemento d’affetto quando il beneficio è continuativo.
Guardate il cane, che è un uomo, per fortuna sua, incompleto. Esso,
si dice, è capace di morire sulla tomba del suo padrone. Questo fatto
nobilissimo è lo stesso fenomeno di cretineria della mosca, che batte
per un’ora il capo contro un vetro spesso un dito e pensa: finirò col
passare. Evidentemente questo ipotetico cane si illude che il padrone
esca fuori un giorno o l’altro e gli porti delle ossa, magari le sue.
Del resto provate a sospendere le cibarie al vostro cane, egli vi
sospenderà la sua gratitudine. Per mio conto, ogni volta che il mio
_Fido_ mi lecca una mano, ho il sospetto che egli mi assaggi.
Dunque, vi ripeto per l’ultima volta, e con fermezza, dimenticate il
mio nome.
— Ma lei, scusi (disse l’altro con un gentile sorriso) come si chiama?
La vespa.
Teodoro Nasica, sofo, si riposava seduto sulla sua poltrona, di fronte
alla finestra, quando entrò, ronzando, una vespa.
Salve, nobile animale, disse mentalmente il sofo. Tu sei la più
perfetta di tutte le creature, l’unica che l’uomo sia obbligato a
rispettare. Tu sei inutile a tutti, meno che a te stessa, ragione per
cui l’uomo non ti deve la sua gratitudine. Infatti, la gratitudine
dell’uomo verso le bestie è la più oltraggiosa condanna morale di
esse. Domanda al cane quante pedate riceva al giorno, per aver diritto
d’esser chiamato l’amico dell’uomo, quante bastonate riceva l’asino per
aver il titolo di paziente e di utile, e quanti colpi di sprone riceva
il cavallo per potersi chiamare il più nobile degli animali.
L’uomo è il più spaventevole degli individui, per il resto delle
creature viventi. Il giorno in cui Domineddio svolse questo essere
divino dalla crisalide della scimia, fu un giorno di lutto per
la natura, poichè da quel giorno l’uomo pela, strozza, allessa e
abbrustolisce i suoi antenati Darviniani. È vero che, in compenso,
non tratta molto meglio i suoi simili, ma ha per essi delle finezze
sentimentali squisite. Quando ha ucciso un uomo lo seppellisce per non
sentire l’odore della sua putredine. Questa precauzione d’igiene si
chiama pietà. Egli è armato di un egoismo vorace ed impudico come il
ventre di un’arpia. Fabbrica dei fantocci di legno ai quali domanda
scusa delle proprie colpe, per mettersi la coscienza in pace.
Perchè, o nobilissima bestiola, la coscienza esercita nel nostro
spirito una funzione preziosa di contabilità, che si può benissimo
aggiustare con partite fittizie. Hai tu una coscienza?
No, tu hai un pungiglione avvelenato.
Ciò non costituirebbe una superiorità su di noi. Noi abbiamo la spada
che è il coltello dei gentiluomini, il coltello che è la spada dei
mascalzoni e parecchi altri strumenti dedicati allo stesso nobile uso.
Ma noi abbiamo però l’abitudine di celebrare i nostri delitti, quando
sono ben grandi, e si chiamano guerre: tu invece non puoi celebrare
nulla, ed il delitto è in te una facoltà naturale e involontaria.
Quindi tu hai molta ragione di non fabbricare nè cera nè miele per noi,
poichè in tal modo non ti attiri la nostra rovinosa gratitudine.
Nè a te sarebbe mai venuto in mente l’orgoglioso pensiero di immaginare
un dio scemo, ortolano e lampionaio, che si contenta di annusare il
fumo dei nostri arrosti, pianta i cavoli e le violette per noi e
appende solo per noi dei lampioncini luminosi alla volta del cielo. Tu
invece intendi la superba solitudine in cui siamo nati, piccole cose
attive e sonanti, in uno smisurato silenzio di cose ignote ed inerti.
Sei terribile e sdegnosa, e meriti la mia lode: Ti stimo e ti venero:
tu occupi nel mio cervello il posto che, negli altri, è usurpato
dall’ape. Voglio rifare per te la classificazione delle virtù bestiali,
perchè infatti la candida colomba è una sfacciata _cocotte_ e il cigno
non canta un corno.
Sia lode a te. Va, opera e trionfa, vivi e pungi.
La vespa descrisse tre circoli in aria, volando, poi si posò sul naso
di Teodoro e lo punse, per cui il sofo la schiacciò con un colpo di
ciabatta.
L’antenato.
Teodoro Nasica, sofo, giunto al terzo chilometro sulla via Appia
sedette su di una pietra, volse lo sguardo ai ruderi delle tombe
romane, addormentati in una lieve nebbia violacea, sotto il divino
silenzio della notte imminente e mormorò: Oh, grandezza dei nostri
antenati!
Questa frase appartiene alla categoria che io chiamerei: Starnuti
dell’anima. Sono frasi che si producono sotto il titillamento di certi
fatti, come lo starnuto al vellicamento del tabacco, ed hanno lo stesso
suono su tutte le bocche. L’eco non le ripete nemmeno, perchè ormai le
hanno rotto le scatole. Dimodochè Teodoro rimase stupefatto udendo una
voce che diceva con forte accento _ciociaro_: Salute, o postero dei
miei stivali!
Teodoro si volse e vide un antico romano, vecchissimo, col capo coperto
di un cappelluccio di paglia e un gran tabarro bigio sulle spalle.
Siccome un filosofo non deve meravigliarsi di nulla, egli si cacciò
cortesemente il cappello e rispose: Grazie, antenato. Come vedete,
ammiravo la vostra grandezza. Io sono un filosofo, e mi chiamo Teodoro
Nasica, ammiratore dell’antichità e dispregiatore del presente. Io
penso che voi soli siate stati forti, coraggiosi, grandi. Voi avete
mangiato il mondo, dando ai vostri sensi la prodigiosa facoltà di
assaporare il terribile banchetto. Noi, scusate, noi siamo carogne.
Potrei sapere come vi chiamate?
— Io mi chiamo Fulvio Spurio Montano, e ho dormito quasi duemila anni.
Non capisco perchè vi meravigliate. Se Aligi, che era un pecoraio
qualunque, poteva dormire settecento anni, domando e dico perchè io,
che ero tribuno militare, non potevo dormirne duemila. Ma vedo che
avete un sacco d’idee sbagliate, vi illuminerò: In cambio datemi una
pipata di tabacco.
Il sofo rimase esterrefatto, vedendo l’antenato cacciare di sotto la
tunica una pipetta di legno e caricarla pacificamente col suo tabacco
da sigarette:
— Scusate, domandò, ma voi fumate?...
— Fumavo la canape indiana. Presi questo vizio quando fui prigioniero
dei Parti, ma il tabacco non è cattivo, e fa lo stesso. Peccato che voi
posteri non comprendiate la vostra felicità. Vi dispiace di non avere
il nostro coraggio. E che ve ne fareste?... Sarebbe come rimpiangere
di non aver un corno in mezzo alla fronte. E che ve ne vorreste fare
del nostro coraggio?... Avete la fortuna di non andare quasi mai alla
guerra, e vi lagnate? Del resto siete un po’ bestie. Me lo immaginavo
già da allora, sentendo quello che dicevano i cristiani, che sareste
finiti così. Il coraggio? Ma voi ne avete più di noi. Esso è la virtù
di non temere il pericolo. Noi eravamo assuefatti, ammaestrati,
foggiati a non temere il pericolo nella forma guerresca. Ma vi assicuro
che la buona anima di Attilio Regolo si sarebbe fatto impiccare prima
di salire in tram elettrico o di passeggiare per le strade sotto una
ragnatela di fili, ognuno dei quali può spezzarsi ed ammazzarvi. Io in
ferrovia?... Io in bicicletta?... Io in automobile?... Fossi matto!...
Voi siete gli eroi!... Voi avete moltiplicato le possibilità della
morte, fino a fare di questa megera un soprammobile domestico!
Del resto, se sapeste quante volte, per mandare avanti una coorte
bisognava caricarla di legnate! Giorni fa una coppia d’innamorati
venne a far colazione nella grotta dove abito io (ci si sta bene, e
me lo ricordo perchè nella mia adolescenza ci venivo sempre con una
vestale), ebbene, mi lasciarono un pezzo di quegli «_acta diurna_» che
chiamate giornali. Appresi che non vi fidate dei vostri capi militari,
perchè avete paura che si mangino i danari degli armamenti. Ma questo
noi lo facevamo a tutto spiano: Vedi queste armille?... Me le comprai
rifilando il rancio ai soldati. Vedi questa collana?... Me la comprai
rubando i danari per un campo trincerato, che non fu fatto mai. E feci
a mezzo col generale, che aveva avuto la sua carica perchè la moglie si
lasciava pizzicare da Nerone.
Buon diavolaccio, quel Nerone! Un po’ porco, ma a tempo dei papi s’è
visto di peggio. Il più gran torto glie lo fecero quella specie di
anarchici che si chiamavano cristiani. Dettero fuoco a Roma e poi
dissero che era stato lui! Povero diavolo! Così allegro, così buon
bevitore!
Basta, ti saluto. Non dire a nessuno che son qui, altrimenti addio
tranquillità mia, mentre invece sto tanto bene. Certe volte mi diverto
a discorrere con quei servi della gleba che voi avete canzonato così
bene (bella burletta, quella dell’emancipazione!). Giuochiamo alla
morra e cantiamo le canzonette montanare, come si faceva allora, e
bevo quell’acqua e aceto che noi davamo agli schiavi e che voi date al
proletario lavoratore della gleba. Addio.
— Dunque, rispose il sofo un po’ stordito, dunque non vale la pena di
ammirarvi tanto?...
— Per me, disse l’antenato alzando le spalle, tutti son gusti. Ammiraci
fin che ti pare, anzi, fa una bella cosa, prestami due sesterzi per
comprarmi una manata di bruscolini. Te li farò segnare a credito da
Caronte.
Rimorso.
Teodoro Nasica, sofo, prendeva tutte le mattine un caffè e latte nello
stesso locale: al tavolo prossimo, a destra, c’era un omaccione che
tutte le mattine si dedicava allo stesso esercizio.
Perciò essi si salutavano e, una volta, Teodoro gli dette un
fiammifero. Una mattina, il sofo, entrando, vide il suo compagno di
colazione profondamente avvilito: aveva la barba piena di briciole
di pane e gli occhi pieni di lagrime, il che, in un uomo di grossa
statura, è uno spettacolo miserevole.
Il sofo si sentì pieno di compassione per lui:
— Che cosa avete?... — gli domandò.
— Ho dei rimorsi! — rispose l’altro, ed una lacrima gli cadde nella
barba.
— Male — aggiunse dolcemente il sofo — i rimorsi sono una cosa inutile.
L’altro lo guardò con la sincera invidia con cui si guardano i grandi
scellerati.
— Mi spiego: considerate le cose dal punto di vista sociale. Noi
cadiamo quasi tutti nell’errore di valutare le nostre azioni con
un’unità di misura presa all’infuori della vita, cioè, paragonandole
ad un _bene_ o ad un _male_ assoluti che non esistono in natura.
Ciò non avviene neppure nella materia bruta, poichè se volete usare
praticamente l’oro, l’argento o il rame, dovete mescolarvi un altro
metallo più nobile o più vile.
Nella vita ogni galantuomo ha una certa quota di farabutto, ogni
farabutto un po’ di galantuomo. Del resto, noi diamo il nome di onestà
o disonestà a certe prerogative del nostro spirito che ci rendono più o
meno utili agli altri e, cioè, più o meno _sociali_.
Voi avete dei rimorsi, quindi è segno che siete stato un farabutto.
Non vi offendete, ciò significa che avete una quota eccessiva di un
elemento che esiste anche in me. Del resto siete pentito, e volete
tornare nella via dell’onestà: Bravo! Questi nobili sensi vi onorano.
Ma cacciate via il rimorso.
E cacciatelo per tre ragioni: Prima perchè è un sentimento doloroso,
poi perchè è inutile, terzo, perchè finirete col divenire più farabutto
di prima.
Il dolore, checchè se ne dica, non è poetico. È forse poetica la
scabia?... Il tifo?... La polmonite?... La vostra anima ha il mal di
denti, ecco tutto. E poi esso è inutile, perchè non è, in sè stesso,
che un sintomo. L’organismo reagisce con la febbre, anche nelle
reazioni salutari; l’anima col dolore. Il fatto è che voi vi siete
pentito e il dolore non è che un indice per quelli che stanno di
fuori. Ora basta, io ho visto, asciugatevi quella lagrima, che sembra
una goccia di rugiada sul naso di un ippopotamo. Inoltre il rimorso
è dannoso. Procurate di diventare onesto senza rompere le scatole a
nessuno, altrimenti, nella grande consolazione di sentire che la vostra
anima si pente del male, voi vi perdonerete da voi e riacquisterete
completamente la vostra autostima, senza esservela guadagnata. Agite,
dunque, e smettete di piangere.
— Come fare?... — pigolò il colosso.
— Vediamo: Che cosa avete fatto?... Avete rubato?... — Peggio. —
Caspita!... avete sedotto una donna?... — Sono vegetariano. — Avete
picchiato qualcuno?... — Sono tolstoiano — Avete offeso un amico?... —
Non ne ho!... — Che diamine dunque avete fatto?... — Ho veduto cadere
il portafogli di tasca ad un uomo, per via, e...
— E ve lo siete preso?... Ma si rimedierà subito!...
— Peggio! — singhiozzò l’uomo dai rimorsi — glie lo ho restituito!...
E si mise a piangere come un vitello.
Relatività.
Teodoro Nasica, sofo, incontrò a passeggio un amico il quale aveva
le mani nelle tasche del paletot, il cappello sugli occhi e la barba
arruffata, elementi di fatto che, tradotti in parole significano: Non
ti avvicinare, se no ti mordo.
Teodoro Nasica lo prese a braccetto e gli disse: Non esser triste!
L’altro rispose: Non mi seccare!
Anzi, rispose il sofo, io ti seccherò e tu mi ringrazierai, perchè io
ti darò la ricetta per vincere la tua tristezza.
L’altro fece un grugnito che poteva significare, a scelta:
«Me ne infischio» — Di’ pure» — «Va al diavolo».
Il sofo scelse la significazione intermedia e proseguì:
Che cos’è la tristezza?... Il modo di reagire che ha la nostra psiche
di fronte ad alcuni fatti. L’umanità non comprende perfettamente
ciò e si ostina contro il fatto. Invece, se guardasse in sè stessa,
troverebbe il rimedio. Il fatto permane; modifichiamo il nostro modo
di considerarlo. Fa un’ipotesi: Se io riesco a far sì che ad un fatto
cui risponde per solito la sensazione «_dolore_» risponda in me la
sensazione «_piacere_» io ho vinto.
Ciò è avvenuto molte volte. Di fronte alla bastonata si possono
anche avere due modi di considerare la cosa. Per l’uomo comune ciò
è un dolore, per l’asceta è un modo di avvicinarsi a Dio. Allora la
bastonata si chiama «disciplina». Tutto è relativo. La morale pura è
una linea retta che talvolta l’uomo interseca col suo cammino, ma che
non segue mai. L’uomo che dice: _Io non ho mai mentito_, mente come
un cartaginese. La felicità è un parossismo inesistente che il nostro
organismo non potrebbe neppure tollerare, perchè quando essa ci balena
innanzi agli occhi, i sensi ci vengono meno. Ma noi le giriamo intorno
come le farfalle intorno al lume.
Se un uomo dabbene dicesse ad alta voce tuttociò che gli passa nel
cuore, obbligherebbe gli altri uomini da bene ad inorridire di lui e di
sè stessi, udendo su quali scelleratezze si trovano d’accordo.
Tu sei mio amico, ma se fossi ben persuaso che la mia pelle può esserti
utile, scapperei in America e mi cambierei nome. Consiglierei te di
fare lo stesso, se io potessi aver bisogno della tua.
Queste cose ti faranno raccapricciare, ma è così, e tu ne sei persuaso
quanto me.
Tutto è relativo, ti ripeto. C’è dentro ognuno di noi un bietolone che
si lascia ingannare facilmente. Abbi la furberia di saperlo trattare
dall’alto in basso, senza dargli troppa confidenza. Mostragli un
tondino di carta dorata e digli: «Ecco uno zecchino, tu sei ricco»
egli lo crederà. Mostragli un otre gonfio d’aria su cui sia scritto:
_Ideale!_ Egli si farà uccidere per quell’otre. Mettigli sul naso degli
occhiali di quel colore che tu vuoi. Egli crederà che il cielo sia
rosso e che il mare sia giallo. Si crederà ricco, felice, infelice,
povero, onesto o ladro, come tu vorrai.
Io ho educato il mio _io_ a questo esercizio. Se dovessi perdere un
occhio, in due mesi mi persuaderei che Apollo era monocolo e che l’uomo
con un occhio solo vede l’umanità dall’unico vero punto di vista.
Io ho duecento lire in saccoccia, ed ho già stabilito il volume di
soddisfazione che ne posso ricavare. Se ne perdessi cento, non farei
che cambiare fagotto; mi farei un altro programma. Ciò non è che
un cambiar di posto a teatro, ma lo spettacolo è sempre lo stesso,
perchè i piaceri non sono che combinazioni derivanti dalle cinque note
fondamentali dei nostri sensi.
Sei persuaso?... Hai trovato la calma in fondo alle mie parole?
Sì, disse l’amico, dammi le altre cento lire.
Intervista con un leone.
In una sera uggiosa d’inverno, Teodoro Nasica, sofo, entrò nella
baracca di una _ménagerie_. Era una serata magra, pel domatore; non
c’erano che le bestie, poche, vecchie e spelacchiate, e il sofo. Il
vento gonfiava le tele della baracca, faceva oscillare la fiamma delle
lampade a petrolio e accapponare la pelle di una scimia che rosicchiava
un torsolo di mela. Un leone, vecchissimo, osservava con filosofia un
osso così lucido e pulito che sembrava lavorato al tornio.
Quando vide il sofo lo guardò con malinconia profonda.
Siccome tutto intorno era silenzio, il sofo ebbe una ispirazione. Si
avvicinò alla gabbia e disse alla belva:
— Leone, per tuttociò che hai di più caro al mondo, aiutami. Ho bisogno
d’illusioni, perchè la realtà della vita me ne strappa una al giorno;
gli uomini mi hanno sfrondato l’ideale, fammi credere tu in qualche
cosa: Sei veramente il re della foresta?... Sei tu il degno avversario
dell’uomo?... Sei generoso?... E, innanzitutto, sei veramente un leone?
Il leone sorrise amaramente e rispose:
— Per leone, non c’è dubbio, sono leone; e catturato adulto.
— Allora, replicò il sofo, rimpiangerai il dominio della foresta?
— Nemmeno per sogno, rispose la belva. Sto molto meglio qui, benchè
il cibo sia poco: anzi, se potessi ritornare nel bosco consiglierei
le altre belve ad abbandonare la professione libera per cercarsi un
impiego. Eppoi chi te lo ha detto che ero il re della foresta?
Il titolo me lo avete dato voi, ma le altre bestie non la pensavano
un corno come voi, che siete nati servi e avete la nostalgia delle
bastonate. L’ultima scimia del bosco, invece, si credeva lecito di
sporcarmi la criniera dall’alto di un albero, e quando mettevo un
ruggito mi tiravano perfino delle noci di cocco.
Ecco il re della foresta! È una bella favola! La intesi raccontare una
volta da un esploratore, mentre stavo rimpiattato presso il suo campo
per rubare una pecora, e provai a far valere la mia autorità. Se non
faccio in tempo a scappare, mi fanno a pezzi. Ci fu un bufalo selvaggio
che mi rincorse e mi allungò una cornata nei paraggi della coda, che
ancora me la ricordo. No, no, noi siamo, grazie a Dio, bestie feroci, e
ognuno vive delle fatiche sue, a suo rischio e pericolo!
Quanto a essere il vero avversario dell’uomo, non credo di meritare
questo titolo: l’uomo l’ho incontrato, prima di cadere in trappola,
tre volte, e due volte sono scappato, perchè aveva quella specie di
pipa fulminante che voi chiamate fucile. La terza, poi, incontrai un
fanciullo smarrito...
— E tu, generosamente, disse il sofo con voce commossa, lo avrai
lasciato passare!...
— Bravo merlo!... disse il leone ridendo, me lo sono mangiato!... Ne
rimase un pezzettino e siccome il cane è l’amico dell’uomo, venne un
cane a mangiarselo!
— Allora, disse il sofo, tu sei un mascalzone qualunque!...
— M’hai rubato la parola di bocca. Ma pagherei una bistecca di filetto
per sapere come mai voi uomini vi siete incaponiti a regalarci tante
virtù e tanti vizî, tutto il disavanzo del vostro bilancio morale.
Siete una bella manica di buffoni! Certe volte, quando il padrone
racconta le mie gesta al pubblico, avrei voglia di ridere!... E pensare
che mi tocca pure di far qualche ruggito, se no, sono bastonate! Se tu
sapessi che mistificazione, qua dentro!...
Vedi quel lupo? È un cane! Vedi quel pappagallo?... La metà delle sue
penne sono dipinte a olio!... Vedi quel pellicano?... quell’animale
nobilissimo che, secondo voi, si squarcia il petto per nutrire i propri
figli?... Hanno dovuto toglierli la moglie dalla gabbia perchè si
mangiava le uova!...
Dà retta a me, che sono una bestia vecchia e ne ho viste tante, non
vale la pena di essere il re di questa gente, la quale ha una sola
virtù, quella di governarsi da sè. Addio!...
Il sofo se ne andò malinconico: vicino alla porta sostò per guardare
l’elefante. Era così severo e monumentale, nelle sue linee poderose,
che ispirava una certa qual venerazione: Ecco, pensò il sofo, costui
almeno è, senza dubbio, l’essenza vivente ed austera della forza!...
L’elefante tese la proboscide e domandò:
Signore, sia buono, mi dia una cica!
Bibliofilia.
Teodoro Nasica, sofo, passando tutte le mattine per una piazza alberata
ove sono delle panchine di pietra, aveva notato un omino dalla barba
grigia e dagli occhiali turchini che soleva riposare ivi seduto.
L’omino teneva in mano alcuni libri, che guardava amorosamente, senza
aprirli. Talvolta le sue mani sembravano accarezzare affettuosamente il
dorso dei libri, col gesto automatico e dolce con cui si accarezza il
capo di un bimbo.
Teodoro Nasica, una mattina, si mise a sedere accanto all’uomo dai
libri.
— Buon giorno, signore — gli disse.
L’altro rispose con un cortese cenno del capo.
— Vedo che voi amate i libri, e me ne congratulo con voi, soggiunse il
sofo, essi dànno un grande profitto.
— Non c’è male, rispose il bibliofilo.
— Vedete, signore, se non fossero i libri noi correremmo il più
spaventoso dei rischi, quello di trovarci di fronte a noi stessi.
Il libro ci aiuta nella più affannosa delle imprese. Noi passiamo
la nostra esistenza a fuggire, inseguiti dal fantasma della realtà.
Noi guardiamo innanzi, ove si leva il mistero candido e freddo delle
cose inanimate, procuriamo di appassionarci in una ricerca di verità
immateriali per non rivolgerci a guardare la terribile verità materiale
che siamo noi stessi.
L’uomo dagli occhiali si soffiò il naso, indizio di profonda attenzione.
— Ecco, riprese il sofo, il libro ci aiuta a non esser mai noi stessi,
ma bensì un altro. Un giovane che incominci ad esser farabutto non
pagando i propri debiti, può affermare di non essere un farabutto,
bensì Rodolfo della _Bohème_. Se voi avete abbandonato una donna dopo
averla disonorata, potete dire a voi stesso: Io non sono un mascalzone,
sono Claudio Cantelmo delle _Vergini delle Rocce_. È vero che in questo
caso potreste trovare un padre od un fratello che, per fare il _Compare
Alfio_ vi desse una coltellata. Ogni situazione della vita ha la sua
ricetta libraria. Non so se abbiate moglie, ma supponiamo che l’abbiate
e che vi tradisca.
L’uomo dagli occhiali si grattò istintivamente la testa.
— Ebbene, volete vendicarvi tragicamente?... La cosa è passata di
moda, quindi vi toccherà di ricorrere alla scuola romantica, ma avete
un magnifico assortimento di _tuez-la_ assortiti, presso la vecchia
letteratura.
Se siete un uomo evoluto, e non ve ne importa un fico, correreste
rischio di dirvi da voi stesso: Sono un becco contento! Ma avete
qualche dozzina di personaggi di Tolstoi per auto-persuadervi che
siete una specie di San Francesco moderno, impastato di perdono e di
ascetismo. Così, potete fare il comodaccio vostro, passando da una
birbonata ad una vigliaccheria senza vedervi mai nello specchio se non
con l’effigie di un altro. Non crediate che io esageri. Ogni giorno
vi sono centinaia di donne che si dànno alla vita cosidetta allegra
mormorando indulgentemente a sè stesse: Come _Musette!_...
Cosa più grave: molte si uccidono per fare come _Madama Bovary!..._
(Ubriacati di sublimato, o umanità ladra e malinconica!)
Non crediate che io parli solo delle classi medie o proletarie. Anche
gli intellettuali usano di queste ricette, ma si servono in un’altra
bottega, che si chiama _filosofia_.
L’egoismo, il sudicio egoismo, ha fatto come i pizzicagnoli arricchiti
che si comperano un blasone, si è comperato un _t_ e si chiama
_egotismo_.
Invece di _porco_, voi potete dire _egoarca_. È un progresso. Ecco
perchè le religioni sono in ribasso: l’uomo si assolve da sè; esso ha
municipalizzato il servizio pubblico dell’assoluzione e si è fatto una
coscienza _Dunlop_ come le gomme degli automobili.
Voi che passate la vostra vita sui libri, smentitemi, se potete.
Scommetto che anche voi avete fruito delle ricette di cui vi parlavo. È
molto tempo che vi dedicate al libro?
— Trent’anni.
— E quale è la scienza che coltivate?... Siete chimico?... filosofo?...
matematico?... Non m’interrompete, io vi indovino, poichè passo la mia
vita a studiare gli uomini. Voi siete un seguace di Schopenhauer!
— Io, rispose laconicamente l’uomo dagli occhiali, _faccio er legatore
de libbri._
Il benefattore.
Teodoro Nasica, filosofo, anzi, sofo, come si chiamava egli stesso,
tornava dall’aver assistito ad una seduta del congresso tiflologico, e
fu per questa ragione che, passando innanzi ad un cieco che chiedeva
l’elemosina, sentì il bisogno di parlargli.
Il cieco era un essere in cui la miseria del suo stato aveva dato a
tutti gli aspetti esteriori uno squallore unico, era un cencio vestito
di cenci. Qualcosa, nelle tenebre in cui viveva, aveva soffuso di
penombra tutto l’essere suo. Le sue labbra biascicavano una preghiera,
forse, forse bestemmiavano. Tutto il resto del suo corpo era angoscioso
e scontento come una voce che brontoli.
La sua mano, armata di una bussoletta di ferro, si stese a ricevere
l’obolo di Teodoro.
— Grazie, benefattore mio, mormorò il cieco.
— No, rispose il sofo, il benefattore sei tu.
Il cieco ne ebbe una scossa come se gli avessero detto eccellenza.
Aprì l’occhio sinistro, e si sarebbe giurato che da quello ci vedeva.
— Perchè?... mormorò.
— Perchè tu eserciti nel campo della carità l’ufficio benefico delle
banche rurali, presti a interesse minimo. Il nostro bilancio morale
fiorisce per causa tua, e tu ci impedisci salutarmente di essere
caritatevoli, il che sarebbe una enorme seccatura.
Il cieco starnutò.
— Salute — disse il sofo, e riprese: — Ecco, se io avessi dovuto
approfittare degli insegnamenti che ho ricevuto oggi, avrei dovuto,
tornando a casa, riconoscere che sono un vero miserabile. Sollevare
una sventura è una fatica enorme. La compassione, quel sentimento per
cui ti ho largito ben cinque centesimi, è solo il primo stadio della
carità, e noi evitiamo il resto della nobile malattia, sopprimendola
con la cura sintomatica dell’elemosina. Gli altri stadii sarebbero
operosi e faticosi, bisognerebbe scendere nel cuore dei propri simili,
cosa nauseabonda come il fare l’inventario della propria coscienza, e
bisognerebbe studiare il rimedio dei mali. Questa ortopedìa del destino
si chiama carità vera. Io, invece, ti ho dato un soldo e sono in regola.
Il cieco ebbe un altro piccolo sussulto; aprì l’occhio destro, e si
sarebbe giurato che ci vedeva anche da quello.
— Inoltre — riprese il sofo — con questa modesta spesa io metto in pari
il mio bilancio morale. Non importa se ottengo ciò mettendo all’attivo
un titolo che in sostanza vale poco, questo in commercio si fa tutti i
giorni. E, a tempo perso, posso pure crogiolarmi nella soddisfazione
profonda di essere un uomo di cuore. Come vedi, io sono un uomo
intelligente, mentre tu, ricevendo il mio soldo, avevi forse detto a te
stesso:
— Ecco un imbecille. — Di’ la verità, lo avevi pensato?
— Sì — disse il cieco.
— E da che lo avevi arguito?
— Dalla vostra fisionomia.
La pietra di paragone.
Teodoro Nasica, filosofo, anzi, sofo, aveva passato la serata
leggendo lo statuto di una società contro l’alcoolismo, a cui era per
iscriversi. Perciò, quando uscì a respirare l’aria fresca della notte
si sentiva profondamente virtuoso. Allo svolto della via fu urtato da
un individuo ben vestito, ma anche ubriaco, che si rimise in equilibrio
borbottando una scusa.
— Nulla, signore, disse il sofo sorridendo. Vi sentite male?
— Non trovo la via di casa!... brontolò l’intemperante. Al lume di un
lampione il sofo potè vedere che egli aveva una faccia abbietta.
— Vi accompagnerò, disse Teodoro, e prese il compagno a braccetto.
— Compatitemi, brontolò ancora l’altro, è un brutto vizio!...
— Anzi, vi lodo!... esclamò il sofo.
— Caro collega!... disse l’ubriaco.
— Non sono collega, sono un uomo virtuoso, ma fa lo stesso. Vi sono
un’infinità di virtù che non servirebbero a nulla se non ci fossero
i vizi opposti. Io sono quasi astemio, quindi, a rigor di termine,
dicendo che sono temperante ci ho lo stesso merito che a chiamarmi
casto perchè non ho sedotto l’Orsa Maggiore o ben educato perchè non
mi soffio il naso nella chioma di Berenice. Ma voi, grazie a Dio, vi
ubriacate, quindi la mia astinenza diventa una virtù. I vostri vizi
sono, con rispetto parlando, la parte posteriore delle nostre virtù, la
pietra di paragone sulla quale noi le strofiniamo per far vedere che
sono oro. Signore, siete un vero scostumato ed io vi ringrazio.
L’ubriaco mormorò: — Niente, anzi lei!
— Inoltre, soggiunse il sofo, i vizi dànno origine ad un’infinità di
istituzioni benefiche per reprimerli. Se non ci fossero gli istituti in
cui si redimono col lavoro le fanciulle perdute, i miei fazzoletti e le
mie camicie costerebbero il doppio, ed avrei minor danaro da consacrare
al bene.
Voi obbietterete che in tal modo le operaie oneste, non potendo
guadagnarsi il pane, si perdono; ma noi le perdoniamo, noi siamo
pietosi.
Un uomo come voi è un tesoro: la folla dei vostri simili è lo sfondo
nero del quadro su cui passeggiano le nostre virtù, la notte su cui noi
accendiamo l’alba della redenzione, ma solo l’alba. Essa è piena di
poesia ed i poeti la ammirano, mentre a mezzogiorno si tappano in casa
o in trattoria, quando hanno una casa, o quando il trattore sa scrivere.
Del resto, riprese il sofo, guardando di nuovo il compagno sotto
l’unico lampione della solitaria viuzza ove erano giunti, voi dovete
avere parecchi vizi. Scommetto che siete giocatore.
— Sì, grugnì l’altro.
— Benissimo. Siete donnaiuolo?
— Sì.
— Ottimamente; siete pigro?
— Molto.
— Voi mi fate trionfare.
— Avete dimenticato una cosa, rispose l’ubriaco piantandosi bene sulle
gambe.
— Quale?
— Sono anche ladro.
Ed il sofo lo vide scomparire di corsa in fondo alla via, insieme col
suo orologio.
Il momento dell’imbecille.
Teodoro Nasica, sofo, chiuse il volume della Divina Commedia, fissò
lo sguardo nel busto di Dante, che aveva sullo scrittoio ed esclamò
con rimpianto: _Pape Satan, pape Satan aleppe!_ Chi sa che idea
meravigliosa, celata forse eternamente a noi da questo verso misterioso!
E, subitamente, rimase stupefatto vedendo il sorriso ironico che
contraeva le labbra dell’altissimo poeta.
— Non è forse vero?... replicò guardandolo con trepidazione.
— Quanto sei imbecille!... rispose il fiorentino.
— Questo può essere, replicò modestamente il sofo.
— Non ti offendere, continuò il maestro. Voi altri uomini, e anch’io,
quando non ero ridotto ad essere, come sono ora, un libro, un ricordo
e qualche monumento, anch’io, certe volte ero un imbecille. Non
rabbrividire. L’uomo è animato da un così enorme orgoglio che non vuole
mai vedere le cose quali sono, ma secondo certi modelli artificiali,
che egli si fabbrica da sè. Quando egli dice: _La virtù_, oppure, _il
Genio_, s’immagina queste qualità non quali esse vivono nell’uomo,
ma come l’uomo le dipinge nelle oleografie. Io fui un grande poeta,
ma non sempre. Certe volte sbadigliavo, certe volte rileggevo i miei
versi e mi facevano rabbia; certe volte ero stanco di pensare, di stare
a tu per tu con l’enorme luce della verità, che mi accendeva d’una
febbre mortale, e allora, tanto per attaccare un capolavoro all’altro,
stendevo fra i capitoli luminosi dell’opera mia, il balbettio di
qualche verso stanco. Ma voi volete sempre generalizzare. Se un
cantante ha una bella voce, voi, anche quando starnuta, dite: Che bella
nota!
Per poco che un uomo si levi sopra di voi, vi dimenticate che egli ha
delle passioni, dei calli, delle debolezze, un intestino che digerisce
prosaicamente e un naso che deve essere soffiato come tutti i nasi del
mondo.
Se sapessi che risate, al mondo di là! Qualche centinaio di scienziati
si è scervellato per sapere perchè Marco Antonio scappò ad Azio. Me
l’ha detto lui: Perchè ebbe paura, paura fisica e vile come quella d’un
soldato del papa. Fu un momento, ma quel momento fu così. E vi sono
mille casi di questo genere. Se sapessi quante volte la malinconia
divina di un verso nasce da un dente cariato! Eppoi il genio non ha
continuità: È l’apogeo di uno stato psichico di eccezione, anche
nell’individuo eccezionale.
Quando ho scritto quel verso avevo voglia di dar pedate anche al
tavolino, e l’ho scritto come ora rido in faccia a te, per una voglia
matta di canzonare questo mondo ebete e malinconico sempre in cerca di
un padrone come un servitore cacciato via. Hai capito?
— Sì, rispose il sofo, e si svegliò.
Aveva sognato, Dante non aveva parlato affatto, e quella che egli
aveva presa per la voce del divino poeta era il cri-cri d’un topo che
distruggeva un libro di filosofia. Ma anche il topo aveva ragione.
La fine del sofo.
Teodoro Nasica, sofo, guardava la sommossa dall’alto di un belvedere.
La via, in fondo, era piena di un orrendo clamore, solcato e
striato dalle innumerevoli detonazioni dei moschetti. Qualcosa di
incomprensibile avveniva laggiù: la folla si gonfiava, si avvolgeva su
sè stessa in vortici enormi, ed ogni tanto metteva un urlo strano e
profondo, in cui sembrava essere una bizzarra modulazione melodica. Era
come se tutte quelle persone avessero formato un solo mostro amorfo e
pazzo. I primi volevano indietreggiare, ma la smisurata pressione degli
altri li precipitava verso la vittoria e verso il martirio; giacchè il
terrore non giungeva a penetrare le ultime file della moltitudine. Essi
erano tanti che riuscivano a non vedere in viso la morte; perciò pareva
che una sola anima eroica vibrasse in quel mostro nero.
Allora il sofo disse: Povera umanità! Ecco migliaia di piccole anime
che si sacrificano per creare una illusione, volgarmente detta pagina
di storia, e che nell’avvenire servirà a lanciare nella morte altre
migliaia d’illusi!...
— Basta!... — disse una voce scura e dura, dietro di lui, ed una mano
ossuta gli toccò la spalla.
Il sofo ebbe quel brivido strano che è come il presagio delle cose
terribili. — Chi sei?... disse, senza volgersi.
— Sono il figlio della tua generazione, nato per ucciderla. Chiamami
pure l’_Arcisofo_, poichè la mia idea è, in confronto alla tua, ciò
che è la ferrovia elettrica di fronte alla diligenza dei tuoi nonni.
Ho detto: basta! La tua generazione non ha più sangue: le ultime
gocce di esso scorrono laggiù. Avete cominciato un’opera enorme,
dovevate distruggere tutto il passato; a metà del lavoro avete avuto
la nostalgia delle antiche miserie, vi siete messi a far collezione
d’anticaglie sentimentali, avete fiorito di scetticismo la vostra
debolezza, ma la realtà contro cui v’infrangete non è scettica, essa
non ha nè riso nè lacrime.
Quando voi fate della prosa scettica sulle vicende del vostro tempo,
avete l’aria di un maestrucolo sentimentale che voglia mettere in
musica l’eruzione di un vulcano. Avete operato piangendo contro un
mondo che amavate ancora. Sono venuto ad afferrarti per la cervice
affinchè tu guardi in viso la Gorgone della tua opera, e ne resti
impietrito. Io farò più di quello che tu hai fatto; tu hai dedotto
dalla verità delle piccole sciarade che si chiamano sillogismi. Io non
comenterò, io voglio far di più, voglio _conoscere_. Voglio vedere la
vita, sentirla fluire nelle vene col mio sangue, sentire il male degli
uomini, sentire la loro gioia, ciò che soffre, singhiozza o ride nel
mondo, urtarmi ed avvolgermi come una corrente ampia e profonda. Tu
hai finito. La tua ironia è fatta di superstizioni filosofiche vecchie
d’un secolo, e la realtà la agghiaccia con un soffio. Puoi fare una
sola cosa bella, morire. Ardere la tua vita in una fiamma sola con le
migliaia che muoiono oggi, fondere il tuo urlo in questa polifonia
mostruosa ed esalare la tua anima con quella del tuo secolo. È ancora
una fortuna, fra un secolo queste _soirées_ della morte non ci saranno
più. Va.
Il sofo disse: Hai ragione.
E discese lentamente.
Il giorno dopo un becchino trovò ai piedi d’una barricata un uomo
barbuto, con gli occhiali d’oro, morto.
Chi sarà costui?... disse al compagno.
Un uomo qualunque, rispose l’altro.
E lo portarono via.
*
* *
Queste note che seguono vennero inviate sotto uno pseudonimo ad un
giornale cittadino:
Nostre segrete informazioni ci posero in grado di sapere che l’autore
era questo misterioso signore T. B. Arcisofo. Evidentemente egli tende
a ridurre l’arte ad una semplice visione di _cose_, egli non _deduce_,
narra. Metodo assolutamente rivoluzionario, perchè omai a furia di
induzioni e di deduzioni noi avevamo saputo tutto: in quanti giorni Dio
aveva fatto il mondo, che cosa era la virtù e cosa il vizio, quale è
la miglior ricetta per fare le marmellate e fra quanti secoli l’uomo
sarà perfetto. Invece, limitandoci a cercare la verità delle cose, noi
facciamo come chi rivedesse tutti i conti dell’azienda umana, da Adamo
a te, lettore. È evidente che dovremo dichiarare il fallimento ed aprir
bottega altrove.
Ciò risulta ben chiaro: il pessimismo di Teodoro Nasica era quello
d’una generazione più allegra. Era una enorme barzelletta travestita
da filosofia, quello dell’Arcisofo odora d’incendii e di polvere ed è
fermo, sicuro e freddo come la prua d’una corazzata.
Noi abbiamo, sembra, voluto vedere qual’era la molla secreta che faceva
dire _papà_ e _mammà_ ai nostri fantocci.
Ed ora, sembra, bisognerà fabbricare dei giuocattoli nuovi per i
piccoli, e degli spauracchi nuovi per i grandi.
Ordiniamoci a Norimberga un altro Dio, un altro Re ed un’altra morale.
La legge ed il reo.
Una notte scura e piovigginosa. Quando una di queste notti cala sulla
città, le facciate delle case prendono un aspetto imbronciato. Sembra
che dicano al viandante: Chi sei tu, che giri a quest’ora e con
questo tempo?... Un ladro?... Uno scapestrato?... Un senzatetto?...
A quest’ora non girano che i cani senza padrone e gli uomini senza
famiglia. Fortuna che ci sono i gendarmi.
Nel sonno pacifico del galantuomo che si allunga sotto le coperte di
sua legittima proprietà c’è una specie di trionfo. Perchè egli possa
russare a suo modo, in quell’ombra che si stende fuori della sua
camera, avviene una lotta fantastica: due mostri si spiano: la legge e
il delitto. Un uomo è partito dalla sua tana, ha fiutato il vento umido
della notte e si è avviato, coi grimaldelli e col coltello in tasca;
una pattuglia è partita dalla caserma. Due volontà inesorabili e dure,
una armata di tutte le ferocie della necessità, l’altra di tutti i
diritti della repressione, volteggiano nelle tenebre.
Una creatura affannata e lacera sbuca dall’angolo di una via,
camminando rapidamente, più rapidamente che può, lungo le muraglie
umide. Potrebbe essere un bambino, ma un bambino è una cosa molto
più gentile; questo è un piccolo selvaggio lercio e scalzo, molle di
pioggia e sporco di fango. Tutta l’evoluzione sociale, che è andata
dalla selva alla città, dalla caverna all’edificio, non è avvenuta
per lui, perchè l’acqua sgocciola su di lui dalle grondaie come
sgocciolerebbe dalle fronde delle querce, ed il vento lo investe
fischiando come investirebbe un lupo in mezzo ai campi.
In compenso egli ha parecchie consolazioni: la società ha creato mille
istituti per difenderlo, il Parlamento ha legiferato per lui, c’è tutto
un gigantesco meccanismo di principii, di istituti, di prevenzioni, che
si stende sulla testa umile del piccolo essere. Peccato che la legge
non esca di casa a quest’ora! Certo non lo lascerebbe girare così,
perchè la notte ha delle malignità tragiche. Ogni raffica di vento ha
in sè gli elementi per uccidere questo derelitto...
La legge sbuca a sua volta dall’angolo della via. È vestita da guardia
di P. S. ed è molto di malumore, perchè con 100 lire al mese mangia
male, veste peggio e qualche volta deve fare dei debiti. Così, essa non
ha tempo di imparare le belle maniere, ed acciuffa come può.
Il bambino seguita a fuggire, la legge ad inseguirlo. La protezione
della società deve avere qualche durezza, perchè il piccolo essere
sente tutte le paure della notte precipitare su di lui, e due lacrime
ardenti gli scorrono sulle guance pallide, mentre il cuoricino
affannato batte da spezzarsi. Che cosa vogliono da lui?... Che ha
fatto?... Nulla. È un cane senza museruola, un bimbo senza casa, un
vagabondo. La legge lo ha qualificato così.
Il suo torto non è tanto quello di fare delle monellerie, quanto
quello di non avere una mamma che glie le perdoni e gli dica: — Che
caro birichino! — Ci sono al mondo anche delle stufe e dei lettini
candidi, dei giocattoli e dei libri, ma egli ne dubita, perchè la notte
è fonda come l’oceano ed è piena di cose crudeli che non si vedono, ma
schiaffeggia quel piccolo viso con mani enormi, e gli sputa negli occhi
la sua pioggia ghiacciata.
. . . . . . .
La guardia raggiunse il piccino in fondo alla via e lo prese pel collo.
Doveva conoscerlo, perchè quando lo ebbe guardato in volto, gli disse:
— Ah!... sei ancora tu?... — e gli dette uno scappellotto.
Storia di una donna di buon cuore.
La signora Beatrice era una donna di cuore buonissimo. Non è bene
accertato se la cosa avvenisse per questa qualità, oppure malgrado
questa qualità, ma è certo che la signora Beatrice era spesso infedele
a suo marito. Il quale era piccolo, grassottello, un po’ corto di
mente, aveva il naso all’insù, si chiamava Ambrogio ed amava giuocare
a tresette. Aveva quindi la fisonomia psico-fisica dell’uomo «_che non
se ne avvede_». La cosa, o meglio, le parecchie cose, avvenivano quindi
nella più pacifica normalità.
Quando la signora Beatrice usciva, diceva: «Vado dalla sarta». E quando
tornava: Uff!, quanto sono lunghe queste sarte!» Quando lasciava un
amante, o ne era abbandonata, la signora Beatrice piangeva per solito
durante due giorni e allora diceva: «Mi sono bisticciata con la sarta».
Perciò il marito si era formato l’idea che la sarta fosse una specie di
malattia periodica e necessaria, alla quale bisognava rassegnarsi. E si
rassegnava senza fatica. Tutto procedette in tal modo, fino al giorno
in cui la signora Beatrice, essendo molto buona, ebbe dei rimorsi.
Allora essa divenne malinconica, perchè non trovava nessuna
giustificazione alla propria condotta, e si bisticciò con la sarta per
tre giorni di seguito, dopo i quali avvenne che un giorno il giovane
medico di famiglia, che stava fruendo del suo turno presso la signora,
le dicesse: «Ieri, quando sono venuto da te, ho visto tuo marito che
fumava la pipa: come puoi sopportare una volgarità simile?»
Tornando a casa, la signora Beatrice si rasserenò. Aveva trovato la
sua giustificazione. Non possiamo seguire la signora Beatrice nella
evoluzione dell’idea che maturò in lei, ma il fatto è che questa idea,
tre giorni dopo, fu così formulata nell’orecchio della sua migliore
amica: Dio!... Tu non puoi comprendere quanto soffra un cuore gentile
incatenato crudelmente ad un’anima volgare!
E da quel giorno la signora Beatrice scoprì molti difetti e molte
colpe in suo marito, colpe che sopportava in silenzio con angelica
rassegnazione. C’è tutta una filosofia a cui la lettura del Bourget
ha assuefatto le donne, e che mostra per quali successive risultanze
si può arrivare dallo starnuto alla colpa, spiegando ogni passo
verso la meta con dotte ragioni psichiche. È la tavola pitagorica
dell’adulterio. Il povero coniuge della signora Beatrice divenne un
mostro, senza avvedersene. Una volta che la signora coltivava un
giovanetto elegante, asceta e pragmatista, scoprì la febbre del giuoco
negli occhi del suo legittimo consorte, mentre egli tirava a sè le
carte conquistate al tresette; un’altra volta, vedendolo saltare da
parte perchè una vettura era per urtarlo, essa si avvide che era
_vile_; ma allora stava rendendo felice un ufficiale di cavalleria.
Le intime amiche della signora Beatrice disprezzarono profondamente
Ambrogio, ed essa assunse una dolce espressione di donna che soffre
in silenzio. Essa era una vittima, il che la riempiva di una gioia
celeste. Finì col credere anche lei che suo marito avesse un’anima
orribile. I primi tempi, quando ne parlava, faticava un po’ a mettere
insieme un sospiro presentabile: alla fine il sospiro era divenuto così
facile e spontaneo che pareva partire dal cuore: essa diceva piangendo:
Amami tanto, ho tanto bisogno di essere consolata!...
Dopo due anni Ambrogio aveva quindici gravissime colpe.
La storia ci obbliga a confessare che era divenuto becco altrettante
volte.
Egli morì come muoiono gli imbecilli, per una malattia qualunque,
in otto giorni, senza dare all’animo gentile di sua moglie la
soddisfazione di fargli da suora di carità in una lunga malattia, cosa
che le avrebbe fatto tanto piacere, ma riuscì a farle far la pace col
medico. Quando egli fu agli estremi, essa lo guardava con occhi pieni
di lacrime e sentiva con tanta dolcezza la gioia di dimenticare le
offese sofferte che si chinò su di lui e gli mormorò all’orecchio:
Ambrogio, io ti perdono!...
Gli occhi del morente si aprirono con stupore infinito, mostrando un
abisso pieno di punti interrogativi, ed egli tirò l’ultimo respiro.
Beatrice si gettò sulla seggiola, singhiozzando al medico che le teneva
le mani: Eppure, _malgrado tutto_, gli volevo bene!
Storia di un imbecille.
Il signor Telesforo Coccia era un imbecille. Ma non era un imbecille
come tutti gli altri.
Era organizzato, cosciente ed orgoglioso della sua qualità. Diceva:
«Sarò un imbecille, ma la cosa è così» e dava un gran pugno sul tavolo.
Aveva una fronte sporgente, a baule, due grandi occhi a fior di testa,
il naso appiattito, le labbra tumide ed i capelli arruffati. Sembrava
sempre in procinto di dare una capata contro un ostacolo, perchè
camminava a testa bassa ed un po’ inclinato in avanti.
Da ragazzo, vedendolo sempre rannicchiato in un angolo, muto e
ringhioso, il suo maestro, che di ragazzi se ne intendeva ed aveva
letto il _Cuore_ del De Amicis, che allora faceva furore, lo guardava
con una certa compiacenza e diceva: Ecco «_Stardi!_»
Così tutti si misero in capo che egli avesse una volontà ostinata.
Quando si presentava agli esami e s’impappinava, dicevano: Poveretto, è
bestia, ma ha una volontà!...
Invece egli non aveva nessuna volontà, e camminava a testa bassa e
inclinata in avanti, solo perchè la testa gli pesava.
Per sua fortuna era benestante. Quando fu uomo i suoi concittadini lo
videro quasi sempre solo. Parlava poco, e quando parlava aspirava le
_r_ con un grugnito feroce e soffiava le _f_ come se avesse voluto
smorzare una torcia a vento.
Questa solitudine e questo modo fermo di esprimersi gli crearono
attorno una certa aureola di superiorità.
Finalmente si mise gli occhiali e tutto l’insieme sciatto e torvo
della sua persona ne ebbe come una improvvisa nobilitazione. Il cielo
non è che il cielo, ma dietro un paravento di cartone si può supporre
l’infinito. Dietro quel paio d’occhiali si poteva supporre uno sguardo,
indice di un probabile cervello.
Un giorno, al caffè, ci fu chi gli disse:
— Dovreste farvi eleggere deputato!
Egli rispose _No!_ quasi urlando, e battè il bicchiere sul tavolo con
tanta forza che lo ruppe.
Quel bicchiere rotto fu la sua fortuna.
Siccome il paese cominciava ad essere agitato da fazioni sovversive,
i buoni borghesi andavano tutti a letto sognando di poter assoldare
Tiburzi per ristabilire l’impero della legge.
Il professore d’italiano del seminario dette uno schiaffo ad un ragazzo
perchè aveva citato in un componimento alcune parole di un libro
sovversivo, certamente di V. Hugo. Quando fu dimostrato che invece
erano state prese dalla Bibbia, il giornale liberale del luogo fece un
articolo intitolato: _Difendiamo Gesù Cristo!_ e fu sequestrato per
offese alla religione dello Stato.
In questo tempo la gente per bene, vedendo passare Telesforo Coccia
diceva: Ah!... se quell’uomo lì accettasse il mandato!...
Sembrava che egli avrebbe strozzato l’idra rivoluzionaria. Il prefetto
della città, che era un uomo fine, riuscì a persuaderlo e arrivò fino a
scrivergli il discorso. Telesforo lo lesse con tali grugniti che tutto
il partito conservatore esclamò: Ecco un eroe!...
Certo, se quell’uomo avesse incontrato la libertà per strada, l’avrebbe
atterrata con una capata nel ventre.
Alla Camera non parlò mai. Taceva, in un angolo, come a scuola,
raccolto e diffidente contro tutte quelle persone che parlavano di
cose sconosciute. Fedele al suo mandato, votava sempre il contrario
di quello che votava l’estrema sinistra. Una volta votò pure contro
il ministero, perchè il ministro aveva detto: «_La nostra vittoria
sarà vittoria della democrazia._» Il ministro aveva mentito, ma
tutti dissero che Telesforo era un uomo di carattere. Nei salotti
dell’aristocrazia nera lo cercavano, e le donne lo lasciavano,
sorridendo con tenero orgoglio, soffiarsi il naso nei tovaglioli da
_thè_.
Che carattere! dicevano.
Un giorno che il ministro si lagnava di dover cedere alle pressioni
delle camere del lavoro, un deputato seduto presso Telesforo, biondo,
ricco e _blasé_, mormorò: Ma resistete!... E Telesforo ripetè con un
mugghio feroce: resistete, resistete, resistete!...
Tutto il settore si volse verso di lui, ed il presidente dei ministri
mormorò: Ecco un uomo!...
Fu così che lo nominarono ministro.
Arresto di un pericoloso sovversivo.
La scorsa notte, alle ore 0,15 don Paolo Tirastoppacci, parroco di S.
Filomena in Pignolis, dormiva profondamente, secondo la sua costante
abitudine, quando fu svegliato di soprassalto da un forte colpo
nell’uscio della canonica.
Sarà il farmacista qui all’angolo, che s’è deciso a prendere i
sacramenti!... mormorò l’ottimo sacerdote. Si svegliò sospirando, si
vestì alla meglio e si lasciò sdrucciolare per le scale.
Con sua grande meraviglia la porta si aprì prima che egli la toccasse,
e quello che il povero curato vide fu cosa tanto strana che mormorò
inorridito: Dio mio!... La rivoluzione sociale!
La piccola e vecchia strada sembrava trasformata in una corte dei
Miracoli. Una folla lercia e pezzente la ingombrava tutta: c’erano dei
vecchi quasi centenari, dei bimbi dalla testa enorme e dalla pelle
giallastra, alcune donne perdute d’infimo grado, che mostravano per le
vesti lacere la pelle livida di freddo, delle famigliuole di straccioni
che si aggruppavano per non perdersi in mezzo alla folla. Avanti a
tutti era un uomo intabarrato, con un gran cappuccio calato sugli
occhi. Non gli si vedeva nemmeno la punta del naso.
— Favorisca di aprire la chiesa, disse lo sconosciuto con marcato
accento straniero. Questi signori debbono entrare!...
— Mamma mia!... balbettò il povero prete, è la fine del mondo... E
cercò di rabbonire l’invasore, trattandolo bene.
— Scusi; può ripassare domattina per la prima messa, ora non si può.
— Ho detto di aprire!... riprese l’altro. Non si tratta di messa.
Questi cittadini non hanno posto por dormire, perchè i signori della
terra li hanno cacciati di casa. Lei qui è come il fattore di un podere
che non è suo; è, se non sbaglio, di Domeneddio. Ebbene, costoro hanno
diritto di dormire in casa di quel signore lì, che non è azionista di
nessuna banca. Favorisca di aprire.
Il prete non rispose, allibbito.
— Anzi, riprese lo sconosciuto, lei ha due galline in cucina. Sarà
tanto gentile da darle a quella vecchia lì.
E accennò una vecchia strega, che aprì una bocca sdentata, ma capace di
ingoiare un pollaio.
— Inoltre Ella ha due bottiglie di Marsala, favorisca di darle a quel
signore lì!
E accennò un individuo magro ed altissimo, che aveva una chitarra sotto
il braccio. L’individuo volle sorridere e tossì raucamente, in modo
orribile.
— Lei mi dirà, aggiunse l’ignoto, che io incoraggio l’alcoolismo. Ma
sono un uomo all’antica e faccio la carità al prossimo, pel quale mi
farei mettere in croce; non faccio la carità a me stesso. L’organismo
di quell’uomo, che ha tre giorni di vita, ha fame d’alcool più che
di pane: fategli la carità di una sbornia. Non vi faranno cavaliere
per questo, ma la vostra coscienza ne sarà consolata. Quel giovanotto
laggiù è un ladro: gli darete due lire, altrimenti egli morrà di fame
o diverrà anche assassino. Se avete il resto del vostro stipendio,
distribuitelo fra questa gente secondo le indicazioni di quel
vecchietto li, che è un anarchico.
Il povero sacerdote fece un salto:
— Ah!... no! per Bacco, è troppo!... gridò, quindi si mise ad urlare:
Aiuto!... al ladro!... Assaltano la casa del Signore!...
La folla si dileguò nella notte con un fragore cupo di zoccoli, con uno
calpestìo molle e pesante di piedi nudi, e rimase solo lo sconosciuto,
che fu tratto in arresto dalle guardie sopraggiunte.
— Come vi chiamate?... domandò il brigadiere tirando fuori il taccuino.
— Jesus Di Giuseppe.
— Nativo?
— Di Nazareth.
— Di professione?
— Propagandista.
Se lo dicevo, io!... (esclamò il prete battendo le mani). Se lo dicevo
che era un sovversivo!
La colonna della società.
Si chiamava Spiridione, ma non lo faceva apposta. Questo nome lungo,
questo accrescitivo diafano, che faceva pensare ad una specie di
anguilla trasparente e che si attagliava così bene alla sua persona
magra, alta e vacillante faceva parte delle numerose ingiustizie che
egli aveva ricevuto dai suoi simili.
Suo padre aveva servito nell’esercito per moltissimi anni, ma siccome
la legge è ingiusta, i limiti d’età lo avevano colpito quando era
ancora capitano. Per cui la magra pensione di cui aveva penosamente
rosicchiato una parte si rifletteva nel fisico del figlio.
Ed il figlio era venuto su tentennando e sbadigliando. Una volta,
agli esami di scuola, aveva fatto copiare il suo lavoro al figlio di
un senatore. L’altro era passato, lui no. Da allora aveva cominciato
a chinare la testa. Sognava di guadagnare trecento lire al mese e di
comprarsi una pelliccia, ma morì a sessant’anni, quando ne guadagnava
duecento ed aveva un paletot rivoltato. Quando ebbe finito gli studi,
si presentò ad un concorso per un posto governativo, perchè aveva
sempre immaginato il corso dei suoi studi come una rotaia che facesse
capo ad un ministero. Il suo lavoro d’esame fu un componimento calmo,
pallido e posato come l’architettura d’un ufficio postale. Disse un
mondo di bene delle istituzioni, e ci fu un punto in cui, parlando
delle «savie leggi che ci governano e che un pugno di forsennati
vorrebbe sconvolgere» fu quasi eloquente. Ma nella commissione
esaminatrice c’era un grammatico che non ammetteva l’apostrofe dopo
l’articolo _un_, maschile.
Egli apostrofò tutti gli _un_ e fu bocciato.
Al terzo concorso riuscì. Aveva uno stipendio magrissimo e subiva
la odiosa mistificazione di vederselo dare e poi riprendere a furia
d’imposte e sovraimposte. Fu un uomo molto tormentato, perchè sua
moglie lo tradiva ed aveva un suonatore di trombone come coinquilino,
ma non osò mai protestare, tollerando corno e trombone come una
necessaria orchestra che lo accompagnasse lungo il sentiero della vita.
Nel più acuto periodo della sua miseria il suo capo-divisione fingeva
di non vederlo per strada, perchè aveva un cappello indecoroso, il
suo padrone di casa gli aumentò la pigione, le sue figliuole furono
cacciate di scuola perchè non poteva pagare le tasse scolastiche, ebbe
bisogno di un prestito e l’usciere del suo ufficio, che faceva di
questi affari per conto del capo-sezione, gli prestò 200 lire al 60 per
cento.
Tutta la società pesava sulle sue magre spalle, come una enorme
piramide rovesciata, tutti gli artigli dello Stato e tutte le angherie
dei benestanti si aggravavano sulla sua miseria senza pietà.
Vi furono giorni in cui, solo nel suo salottino misero, fissò gli occhi
sulle squallide oleografie appese alle pareti e la tristezza lugubre
del suo destino di paria gli penetrò nel cuore come il gelo di una
notte d’inverno entra in una stanza senza finestre. Allora si sentì
così solo, sconsolato e oppresso, che pensò di morire. Ma attraverso il
velo che le lacrime gli facevano agli occhi, vide una mano gigantesca,
quella della società, allontanare da lui il nulla consolatore. Ed era
giusto, non aveva finito ancora i suoi anni di servizio e non poteva
riposare. Allora curvò la fronte, come sempre, e tacque. Dal piano
sotto il trombone del vicino ripeteva implacabilmente un solfeggio
rauco, sempre lo stesso.
Ma una volta gli capitò fra mani un giornale, ed egli lesse:
«Occorre colpire alla base questa società fradicia e colpevole.
«Occorre abbattere il pregiudizio che rende indissolubile il
matrimonio, liberare i miseri che gemono sotto lo sfruttamento degli
abbienti, e che si vedono usurpato il frutto delle dure fatiche con
tasse inumane, usure ed affitti enormi. In tal modo il vecchio edificio
crollerà, e sulle sue rovine fiammeggerà il sole della libertà vera».
«Ah!... briganti! urlò Spiridione; nemici della patria, della legge,
della famiglia!...»
E, per la prima volta in vita sua, si arrabbiò sul serio.
Il baluardo delle istituzioni.
Un giorno mancò poco che il cav. Pompeo non fosse atterrato da un
asinello, il quale aveva preso la mano al carrettiere, e passò accanto
a lui correndo a rotta di collo.
Questo fu il più grave avvenimento della sua esistenza. Fu l’unica
volta in cui il velario grigio della sua vita quotidiana si aprì un
poco e gli mostrò l’orrore della violenza. Talvolta raccontava questo
fatto, con molti particolari, ma non passò più per la via ove era
avvenuto.
Del resto, in fatto di vie, egli conosceva solo quella che va da casa
sua all’ufficio, e viceversa. La percorreva tutti i giorni con passo
calmo e metodico. Quando era giunto al cantone della sua strada, di
fronte al farmacista, incominciava a levarsi i guanti. Il farmacista,
che era sull’uscio, gli domandava: Come va la salute?... Ed egli
rispondeva: Ringraziamo Iddio.
Una volta che il farmacista gli disse invece: E lei come sopporta
questo freddo? rimase così sorpreso che non trovò la risposta subito.
Non aveva mai fatto male a nessuno, e in tutto il catalogo delle sue
sensazioni non c’era nulla che rassomigliasse ad un rancore. Se si
fosse dovuta rappresentare con un oggetto la sua psiche, si sarebbe
dovuta dipingere una vescica di strutto, tanto essa era tonda, bolsa,
insipida ed incolore.
Eppure questo piccolo uomo era terribile. Era come se egli, e le
migliaia di esseri come lui, fossero seduti sullo stomaco della
nazione, ed impedissero al suo cuore di battere.
Ogni pulsazione del mondo esteriore gli faceva l’effetto del tuono ai
bambini. Rabbrividiva. Leggeva nei giornali cose inaudite, che alcuni
uomini minacciosi tentavano contro le istituzioni. Alcune volte aveva
dovuto cambiar strada per recarsi a casa, perchè sapeva che lungo
la via solita passava un corteo di dimostranti. Ed allora si era
imbestialito.
Una volta disse questa frase: «Si è combattuto per la libertà ed io
debbo fare un giro per andare a casa: Che fa il Governo?...
Sentiva vagamente intorno a sè un fremito di voci nuove e minacciose,
il lavorio di una moltitudine sconosciuta che minava qualche cosa, un
ondeggiar di forze indefinibili che faceva vacillare tutta la compagine
della vita, e questo fatto lo empiva di spavento. Tutto ciò che non
era quieto e ordinato come lui, tutte le ombre che si proiettavano sul
sentiero uniforme e pallido della sua vita lo turbavano profondamente.
Egli era la legge, _quelle altre cose_ erano l’_anarchia_.
Rifiutò di rinnuovare l’abbonamento al solito giornale, perchè si era
messo a patrocinare una riforma tributaria, cacciò la serva perchè un
giorno gli portò il prosciutto incartato nell’_Avanti!_ e minacciò il
padrone di casa di lasciare l’appartamento se l’inquilino di sopra non
smetteva di suonare al piano la _Brabançonne_, perchè rassomiglia alla
Marsigliese.
Un giorno vide una cosa orribile.
Una folla passò sotto le sue finestre. Erano migliaia, era un’onda
erta, nera, compatta, che marciava con uno scalpiccio enorme e cantava
delle canzoni che parevano, tutte, la Marsigliese.
Ed egli ebbe la vertigine. Ripensò al somarello scappato, e gli parve
che un milione di somarelli irrompesse nella via e negli edifici,
rovesciasse il polverino del suo scrittoio, bevesse il suo caffè e
latte e gettasse al vento i protocolli del suo ufficio. Era la fine!...
Ed allora egli, per la prima volta urlò: Salviamo le istituzioni!...
E tutte le migliaia di Pompei seduti sullo stomaco della patria
urlarono con lui le stesse parole. Fu come un soffio di vento gelido,
una tromba apocalittica che fosse rauca ed avesse la tosse. Parve
che una nebbia sanguinosa salisse da quelle bocche legalitarie fino
in alto, in alto, in alto, ove ottenebrò cuori e cervelli. Tutta la
macchina rugginosa dello Stato si mosse scricchiolando. Quella paura di
cuori inoffensivi fu tradotta in leggi ed ordini, corse lungo i fili
del telegrafo e crepitò nelle vie, con una scarica di fucilate.
Alla sera Pompeo lesse sul giornale:
«L’ordine è stato finalmente ristabilito. Nel conflitto vi furono solo
dieci morti, e qualche soldato contuso.»
Manco male!... brontolò Pompeo.
Poi domandò alla donna di servizio: Avete dato il biscotto ai canarini?
Storia di un Bohémien e del suo mecenate.
S’erano incontrati come il pescatore incontra la trota: Uno d’essi
pescava, l’altro si era attaccato all’amo. E, nel primo momento, erano
stati contenti tutti e due.
Il _bohémien_ si chiamava Marcello, il mecenate si chiamava Omobono;
il primo dipingeva cartoline illustrate in un sottoscala, e le vendeva
da sè nelle osterie, l’altro era un negoziante di quadri. Un giorno
Omobono si vide innanzi la strana figura di Marcello, alto, pallido,
stracciato, che gli offriva una cartolina. Guardò il disegno bizzarro,
fosco, tracciato da una mano nervosa ed audace, guardò l’uomo, che
aveva negli occhi una luce singolare. Egli s’intendeva abbastanza di
tutte e due le cose. Mormorò, ecco un artista!... E fece delle proposte
magnanime.
Marcello fu felice. Il mecenate pagava i quadri con un sistema
semplicissimo: misurava la base per l’altezza e dava una lira per
decimetro quadrato. Era benefico come un nume, ma in compenso
pretendeva molta precisione nel lavoro e fedeltà ai suoi ordini. Aveva
una singolare abilità nell’impossessarsi di un individuo. Marcello
divenne una cosa sua, obbediente ed avvilita. Ma Omobono non mancava
di magnanimità: Una volta che Marcello sembrava oppresso per aver
dovuto dipingere dodici volte il Colosseo a lume di luna, egli gli
disse: Bè, ora mi farai un quadro come ti pare a te!... E vero che sarà
più difficile collocarlo, ma faremo 70 cent. al decimetro quadrato,
così non ci rimetterò troppo! Va bene? Sei contento?... e gli battè
paternamente sulla spalla.
Perchè Omobono era in buona fede. Quando egli vedeva un paio di scarpe
nuove ai piedi di Marcello sentiva una gioia tenera e affettuosa
empirgli l’anima, all’idea del bene che gli aveva fatto. Una volta
arrivò perfino ad invitarlo a pranzo, e glielo rammentava spesso,
dicendo: Eh?... Quelle ostriche?... Quel fagiano?... che te ne pare?
Ogni tanto lo strapazzava un po’, con qualche sapiente mortificazione,
di quelle che abbattono l’orgoglio dell’artista. Gli dava delle accorte
disillusioni. Quando egli credeva di aver fatto un quadro d’eccezione,
gli diceva: «E quello appunto non si vende!... Bisogna esser pratici,
pratici, pratici!...»
Nessuno è incerto del proprio valore come l’artista di genio. Marcello
finì col persuadersi che quanto vi era in lui di originale, era un
difetto di gioventù.
Omobono, del resto, penetrava in tutti i particolari della sua vita,
sorvegliando le uscite per cui la preda avrebbe potuto scappargli. Gli
vietava di firmare i quadri, e una volta andò in bestia e minacciò di
_abbandonarlo_ perchè lo aveva visto discorrere con una sartina. Gli
avrebbe messo i parocchi come i cavalli, perchè, guardando di qua e di
là, non finisse col trovare uno specchio in cui si riflettesse il suo
genio.
Si lamentava sempre che gli affari andavano male ed aveva finito col
dare due valori al danaro. Quando dava dieci lire a Marcello, provava
l’impressione di perdere una somma enorme, e quando vendeva per mille
lire il suo quadro, mormorava: Nessuno paga più un soldo, va male,
male, male!...
Finì col persuadersene tanto che, il giorno in cui gli riuscì di
vendere per diecimila lire un quadro che aveva pagato duecento lire,
decise di ribassare la tariffa a Marcello.
Allora Marcello commise un fatto iniquo. Comperò una tela e, nei
brevissimi istanti d’ozio, dipinse un quadro per conto suo. In quei
pochi momenti tutta la sua anima artistica, compressa ed addolorata,
si espandeva prodigiosamente. Era una festa indicibile di luce e di
colore: dipingendo, egli sentiva delle voci cantare, e tutte le sue
vene tremavano di dolcezza sovrumana.
Finì con l’ubriacarsi d’entusiasmo. Un giorno firmò il suo quadro e lo
portò all’esposizione. Ma era appena arrivato a casa che se ne pentì e
tornò indietro per farselo restituire. Era tardi, l’ufficio era chiuso,
e la mostra si apriva la mattina dopo. Quella sera egli domandò tre
lire di anticipo ad Omobono, che glie ne accordò due con fare paterno e
gli disse: «Che ne fai di tutto questo danaro?... Eh?... bricconcello!»
Marcello si ubriacò per non pensare al fatto orribile che sarebbe
avvenuto il domani.
Il quadro ebbe un successo enorme. Marcello fu letteralmente strappato
ad Omobono, lo perdè addirittura di vista, trascinato lontano dalla
sua trionfale vittoria. Tutte le mani si levarono ad applaudirlo,
meno quelle di Omobono. Egli prese, in buona fede, quel successo per
un’infamia perpetrata contro di lui. Un giorno, uno scultore che era
succeduto a Marcello nel beneficio delle sue grazie, ed aveva una lira
e venti per ogni chilo di creta messa in opera lo udì esclamare:
«E gli ho fatto del bene!... E mi sono scaldato la serpe in seno!... mi
ha succhiato il sangue!... Ma ora è finita. Ha voluto far da sè?... Si
rovinerà!...»
E siccome in quel momento gli venivano in mente il fagiano e le
ostriche che egli aveva offerto, aggiunse:
«E mi ha mangiato una costola! — Oh!... ingrato!»
Fuori del mondo.
C’è in un angolo della città, in uno di quei lembi della vecchia Roma
dimenticati e tagliati fuori delle grandi arterie moderne una piazzetta
in cui cresce l’erba, perchè non ci passa mai nessuno, e in un angolo
della piazzetta un piccolo caffè.
È un caffeuccio vecchio di quasi cento anni, con le panche coperte di
tela incerata tenuta ferma a furia di bollette dalla grossa testa di
smalto bianco.
In mezzo c’è un tavolo tondo con su trenta paste in un _cabaret_ e,
sulle paste, un velo rosso. Dietro al banco sono attaccati, in fila,
una ventina di cogome da caffè, in ordine di statura, da quella piccina
piccina per un caffè, a quella enorme, per trenta.
Vent’anni fa uno dei proprietari fece impiantare il gas, lusso
sardanapalesco che fece mormorare per un mese i sei clienti abituati
del luogo. Il resto è rimasto immobile ed immutato. La lenta pioggia
del tempo ha scolorito tutte le cose in uno squallore uniforme e
pallido e le voci del mondo esteriore arrivano lì dentro come dopo un
viaggio lunghissimo, stanche e fioche. Anche quando il sole fiammeggia
orgogliosamente sulla piazza deserta, ivi non penetra che un bagliore
modesto, e le mosche che entrano ronzando sommessamente pare che
dicano: E permesso?
Vi sono due vecchietti, moglie e marito, che vengono lì da trent’anni:
vi sono venuti da fidanzati, da sposi, coi bimbi, ora vengono soli,
e qualche volta si bisticciano a bassa voce, nel loro angolo. Egli
fuma sempre una piccola pipa di gesso, ella fa la calza, quasi sempre
silenziosa. Si direbbe che ascolti il passo impercettibile del tempo
salire da una interna solitudine.
Ad un altro tavolo prendono posto due ometti canuti, che sembrano due
fratelli e giuocano sempre a domino; uno è un vecchio garibaldino,
l’altro un ex-soldato del papa. Da cinquant’anni seguono le loro idee,
con tenacia, idolatrando Garibaldi e Pio IX come se i due nemici
fossero ancora vivi. Il garibaldino chiama l’altro _caccialepre_ e il
papalino dice all’avversario: _giacobino_. Terminologia antiquata.
Parlano di politica dicendosi cose spaventevoli con calma ineffabile,
e si offrono a vicenda il tabacco. I fatti arrivano ad essere discussi
da loro dopo un certo periodo di tempo. Tre anni fa erano alla guerra
d’Africa.
Alla sera, quando il gas è acceso, regna là dentro un silenzio
claustrale, rotto solo dal rumore delle tessere d’avorio, posate
sul tavolo dai giuocatori e dal crepitio della fiamma, che ronza
quietamente nel suo tubo di vetro.
Al muro, vicino alla porta, c’è una grande macchia giallastra, lasciata
da uno spruzzo di liquido. Infatti, dieci anni fa lì dentro fu stappata
una bottiglia di _champagne_. Se ne parlò nel quartiere.
Un giorno un raggio di luce bizzarra illuminò il luogo. Erano due
creature giovanissime, uno studente ed una modista: _Lui_ era biondo
come spiga di grano, grazioso e sfacciato; _lei_ bruna come un granello
di pepe, con un cappello inverosimile e scarpini impercettibili. Si
nascondevano laggiù e si ubriacavano di felicità e di _punch_, con
scoppi di risa acuti. I due sposi settuagenari li guardavano con
diffidenza, i due veterani sorridevano con una specie di compiacimento,
e le quattro oleografie annesse alle pareti a rappresentare le quattro
stagioni avevano nel viso da bambole inverniciate una specie di stupore
allegro.
Per un mese i due ragazzi sparirono. Essa tornò una sera, sola. Sedette
al solito posto ed ordinò la solita bibita.
Aveva gli occhi pieni di lacrime e di terrore, e ogni tanto faceva
scorrere la mano sul marmo del tavolo, ove egli un giorno, aveva
disegnato una rosa. Pareva che accarezzasse la testa d’un bimbo.
Poi, fece cadere una polverina nella tazza, bevve, e si rovesciò
indietro, pallida come la morte...
La portarono via i due veterani, sorreggendola a vicenda come un
compagno d’armi ferito.
Ora sono passati parecchi anni. Ella non è tornata più; qualcuno
asserisce d’averla veduta in un caffè-concerto, vestita molto bene.