CAPITOLO V.

--Sì: vi ho compresa perfettamente, risposi con qualche

vivacità--forse meglio che voi non comprendiate voi stessa.

»Io non vi accuserò di ipocrisia... Qual'è la donna tanto abbrutita

nel vizio, che, alla sua volta, non sappia creare un sublime sofisma

per coonestare la propria condotta?--Ciò è nella stessa natura del

sesso--e voi, marchesa, oltre all'esser donna, appartenete ad una

classe sociale, dove suoi farsi uno inverecondo abuso di cotali

sofismi.

»Io mi guarderò bene dal turbare la vostra coscienza con degli

scrupoli inopportuni. Solo mi permetterò di farvi notare, come vi

siate stranamente ingannata sulla origine dei vostri traviamenti...

»All'età di sedici anni, la prima volta che vi trovaste da sola a solo

con un suonatore di flauto, voi soccombeste senza il menomo sforzo di

resistenza... Credeste in quel giorno innamorarvi di un uomo, ed oggi

ancora vi sembra di aver amato un uomo per tutta la vita. Ecco

l'errore!... Voi vi innamoraste di un flauto, e non siete vissuta che

per il flauto...

--Di mio marito?

--Perdonate, marchesa.--io parlo di flauto in genere... E credo che la

più parte delle donne prendano lo stesso errore...

La marchesa ascoltava senza dar segno di irritazione--da ultimo

sorrise maliziosamente, e pareva sul punto di dichiararsi

convinta...quando un suonatore girovago passò sotto le finestre, e si

fece a soffiare nel flauto quattro note stonate.

La marchesa ritorse gli occhi, e lasciò cadere lo braccia con

significante abbandono--onde io, vedendo a che mirasse lo stratagemma,

anzichè espormi a qualche imbarazzo, prevenni lo svenimento e uscii

dalla sala.

_Confessione generale d'un Critico_

Gravi considerazioni m'inducono ad abbandonare per sempre il campo

della critica.

Una quindicenne esperienza mi ha insegnato che la critica a nulla

giova, o giova soltanto a coloro, i quali la convertono nel più

vigliacco dei mestieri, smerciando la lode ed il biasimo a prezzo di

tariffa.

_Critico letterario_ non è ordinariamente che uno scrittore da poco,

negletto dal pubblico e dagli editori, inetto a produrre delle opere

attraenti, epperò nemico giurato di chi riesce collo ingegno, collo

studio e colla operosità, a crearsi una posizione onorevole.

_Critico musicale_ è quasi sempre un musicista abortito, il quale,

dopo aver pubblicato una dozzina di polke pel consumo dei salumieri od

aver fatta rappresentare un'opera altrettanto elaborata che

stucchevole, si erige a maestro dei maestri, spacciando nei giornali

le futili teorie che sono, per gli ingegni impotenti, un soprapeso di

zavorra.

_Critico d'arte_ è sovente un pittore reietto dalle Accademie e

obliato dai Committenti, i cui quadri si vendono sulle pubbliche aste

e passano dall'uno all'altro rigattiere per intercessione della

cornice.

Il mestiere del critico ha poi un lato umiliante.--Non avvi idiota,

non avvi cretino, il quale non sia in grado, dal più al meno peggio,

di esercitarlo. È facile stampare in un quadrato di carta: «Manzoni è

un gramo poeta, Verdi fa della musica mediocre, Vela è uno scultore

grottesco.» Ma è difficile assai scrivere il _Cinque Maggio_, fare

un'opera come il _Rigoletto_ e trarre dal marmo uno _Spartaco_.

I critici hanno comune coi somari questo melanconico istinto che,

all'apparire di un insolito bagliore, si danno a ragliare tutti in

massa. Un tale fenomeno può essere constatato da chiunque si dia la

pena di studiare siffatti animali nelle loro espansioni intermittenti.

Quando io sento elevarsi dalla terra un intollerabile frastuono di

voci asinesche, l'anima mia si apre alla gioia come all'annunzio di

faustissimo evento. Quella gagliarda sinfonia di stromenti unissoni,

mi avverte che sull'orizzonte della letteratura o dell'arte è sorto un

novello astro.

Ma, via! non imperversiamo sugli altri--non aggraviamo la mano sugli

antichi colleghi, sui nostri fratelli di ieri. Fui critico

anch'io--anch'io ho peccato grandemente; anch'io ho fornicato, ho

mentito, ho truffato.... Il pentimento e il rimorso non cancellano la

colpa--ben altra espiazione si esige.

--Venite qua--e a voi più direttamente mi volgo, o amici sconosciuti,

i quali per tanti anni aveste la bontà di rappresentare, dinanzi alle

mie critiche più o meno bestiali, più o meno assurde e colpevoli, la

parte di pubblico. È a voi che io dedico questa mia confessione

generale; confessione sincera ed integra quant'altra mai, perchè fatta

sotto l'intimazione di quel prete terribile che si chiama il rimorso,

al cospetto di quel Dio esploratore delle reni e dei lombi, che si

chiama la coscienza.

Una confessione generale! Sapete voi che gli è un affare assai

grave!... Buon per me che, a compiere questo grande atto di

espiazione, non ho atteso i singulti dell'agonia....

Io mi trovo, laddiograzia, sano di corpo e di mente; le stoltezze e le

nequizie della mia gioventù mi sfilano dinanzi agli occhi come una

schiera di camelli o di paperi....

Come si fa a coordinare queste tumultuose reminiscenze, a ricostruire

questo passato pieno di errori e di perfidie, in guisa che la

coscienza non abbia più tardi a rinfacciarmi delle ommissioni?--Lo

ripeto: è un affare assai grave.

Sulle prime, m'era venuto in pensiero di riprodurre e di confutare con

eroica abnegazione tutte le enormità da me stampate in quindici anni

di vita giornalistica.--Ohimè! Come rileggere duemila e

centosessantadue articoli, sperperati in varî giornali, e oggimai

inghiottiti per la massima parte da quei tubi assorbenti, ove lo

spirito umano, già tradotto in materia mercè l'inchiostro e la carta,

subisce l'ultima, forse la più utile decomposizione, diventando

concime?

E tante altre maniere di confessione mi erano passate per la testa....

Ohimè!--La confessione ripugna all'orgoglio umano--nè alcuno farà

meraviglia ch'io mi sia data la pena di tradurla in una forma, la

quale fosse atta ad esprimere il vero, senza troppo pregiudicarmi

nell'opinione del mondo.

Vediamo se ci riesco.

Io mi farò ad esprimere colla più scrupolosa sincerità le impressioni

da me raccolte nel campo della letteratura e dell'arte; dichiarerò i

miei veri e spontanei apprezzamenti su tutto ciò che ho veduto, o

letto, o ascoltato, o meditato nel corso della intera mia vita. La mia

confessione sarà una rettifica ed una ammenda, ma io non avrò da

arrossire che in faccia a quei soli, i quali vorranno darsi la noia di

raffrontare le menzogne dell'antico peccatore colle schiette

manifestazioni del critico ravveduto.

*

Entriamo innanzi tutto nel campo della letteratura.

Fatta astrazione da Omero, che io lessi più volte con immenso diletto

e pel quale professo la più sentita ammirazione, debbo confessare che

il mio entusiasmo per i poeti dell'antica Grecia non salì mai a quel

grado di elevazione ch'io lasciai supporre a' miei creduli

ascoltatori.

Nella sonante e robusta versione di Felice Belletti ho comprese e

gustate le tragedie di Eschilo, di Sofocle e di Euripide. Il secondo

mi piacque di preferenza; ma allorquando, per far pompa di classica

erudizione, ebbi a citare alcuni brani del _Filottete_, mentii

ignobilmente a me stesso ed al pubblico, asserendo che quella tragedia

mi aveva commosso alle lagrime.--Ci vuol del coraggio, miei cari, a

rettificare quella vile menzogna e a proclamare che alcune _tirate_

del più patetico, del più appassionato dramma del teatro greco,

provocarono in me una ilarità irresistibile!

Quante volte mi è uscito dalla penna: _l'inimitabile, l'insuperato_

Aristofane! Quante volte, ricordando quel grossolano e sguaiato

motteggiatore, ebbi anch'io l'impudenza di chiamarlo argutissimo e

festevolissimo! Aveva io dimenticato che la più parte de' suoi

personaggi si permettono ad ogni tratto di ruttare plebeamente alla

barba degli spettatori, quando non scendano in piazza a recitare un

turpe monologo, _facendo le loro occorrenze?_... E questo era

_l'attico sale_, di cui ho parlato così spesso nelle mie enfatiche

digressioni sulla greca letteratura!...

Se ora vi dicessi francamente che mai non ho potuto reggere alla

lettura di una intera ode di Pindaro; che le veneri di Anacreonte mi

parvero il più delle volte scipite; come potrete voi perdonarmi di

avere, a dispetto dei moderni poeti, simulato una quasi-adorazione per

uno stucchevole ineggiatore di circensi, per un elegante ma monotono

cantore di Batilli?

Ma io ho spinto più oltre la rettorica menzognera. Ho espresso degli

entusiasmi per le statue di Fidia e di Prassitele... ho arso il mio

granello di incenso al genio di Zeusi e di Apelle... Li avete visti

mai, questi insigni capolavori dello scalpello e della tavolozza degli

artisti greci? Nè anche in sogno.--Come avvenne che sì spesso li

abbiate ricordati ed ammirati con tanto entusiasmo?--Polvere pei

gonzi.

Passiamo ai poeti ed ai prosatori del Lazio.

Non è più tempo che io vi dissimuli la mia predilezione per Catullo e

per Ovidio, sebbene, ogniqualvolta mi occorse fare delle citazioni,

dalla mia penna sgorgassero di preferenza i nomi di Virgilio e di

Orazio.

Virgilio è in gran credito presso i puristi; Orazio è più elevato ed

astruso. Conveniva dunque, a riguardo del primo, secondare l'opinione

pubblica, ed attestare, facendo l'apoteosi del secondo, un alto grado

di comprensività, dal quale i miei buoni lettori sarebbero rimasti

intontiti.

Orazio!--Quand'uno proferisce un tal nome con una certa solennità, è

sicuro di ottenere il suo effetto.--Un critico che capisce, che gusta,

che all'uopo sa commentare questo famigerato applicatore di epiteti,

ottiene legalmente il diploma di erudito.

E non è forse l'_Arte poetica_, ricostruita da colui sulle tradizioni

di Aristotile, che servì per tanti secoli e serve tuttora di

cronometro agli inesorabili pedanti della letteratura e della critica?

È ben vero che nessuno ha mai capito, per esempio, quali alte ragioni

di estetica impongano che la tragedia debba dividersi in cinque atti

piuttosto che in quattro; ma un critico che si rispetta e che vuol

farsi rispettare, avrà sempre buon giuoco in faccia ai suoi lettori

ogni qual volta, coll'autorità di Aristotile e di Orazio, coopererà

all'immobilizzazione di un pregiudizio.

Ciò che mi ha fatto stupire e quasi rabbrividire percorrendo i

classici di ogni nazione, fu l'immoralità delle favole che essi

svolsero in poemi drammatici, nonchè le triviali oscenità di che

riboccano le loro commedie, le satire, gli epigrammi, le novelle. E

nondimeno io pure mi sono unito al coro dei nostri _critici-tartufi_,

per deplorare gli scandali della moderna letteratura, per ripetere che

il dramma odierno è una scuola di corruzione, che il romanzo

dell'epoca nostra rappresenta l'abbominio.

Così avvenne che, dopo aver applaudito senza riserva agli amori

incestuosi di Fedra e di Mirra, alle orrende vendette di Medea, agli

adulterii di Clitennestra, a quella sequela di tragiche inverecondie

per cui si rese proverbiale la famiglia di Tieste, ho finto

scandolezzarmi pei ravvedimenti di una Camelia innamorata, ed ostentai

una grinza di pudore violato nell'assistere alle peripezie maritali

del povero Clémenceau.

Perdonate, o giovani autori, perdonate alla mia ipocrisia!--Io non

produrrò la circostanza attenuante dell'esser nato nel più ipocrita

dei secoli; e non vi farò notare, a mia discolpa, che l'ipocrisia

viene oggimai considerata, fra gli scrittori da gazzette, una figura

rettorica;--ma farò degna ammenda delle mie ingiuste e stolide

invettive, protestando che nessuno dei moderni drammaturghi ardirebbe

oggi presentare sulla scena una figlia innamorata del proprio padre;

come nessun poeta bernesco oserebbe segnare col proprio nome degli

epigrammi sconci e indecentissimi come quelli di Marziale.

Non esigerete che io ripercorra tutta la biblioteca dei classici per

mostrarvi quante volte ho mentito degli entusiasmi per autori non

letti, o letti sbadigliando.--Forse meno che altri miei colleghi ho

abusato del gran nome di Dante Alighieri. Pure, non debbo tacervi che,

mentre ebbi la costanza d'imparare a memoria tutta la cantica

dell'_Inferno_ e di rileggere quattro volte il _Purgatorio_, non mi

tengo ben certo di aver toccato la fine del _Paradiso_. Voi mi

perdonerete, o lettori, se trattandosi di un poeta che ottenne onori

divini, io dovetti posare da enfatico ammiratore di lui, fino al punto

di dichiarare che ciascuna delle sue terzine è un vasto poema, che

tutti i suoi versi meriterebbero di esser stampati in lettere d'oro,

compreso anche:

«Ed egli avea del cul fatto trombetta.»

Queste iperboli mi valsero la stima di parecchi dotti, ai quali ero

sempre apparso un dappoco.

Ne' miei giudizi sui quattro illustri poeti che più si onorano in

Italia, ho vilmente mentito affermando di prediligere il cantore di

Madonna Laura, mentre in realtà le mie più vive simpatie erano per

l'Ariosto. Non ho mai potuto leggere tutte di seguito quattro pagine

del _Canzoniere_, e nondimeno ho osato stampare che i versi del

Petrarca, compreso anche:

Libro bizzarro · 第 9 / 59 题