Fior, fronde, erbe, ombre, antri, onde, aure soavi

danno una melodia di paradiso.

Se un poeta moderno commettesse una si orribile cacofonia di elisioni,

verrebbe lapidato.

Dopo ciò, ognun si avvede che anch'io ho seguito, rispetto ai celebri

autori dell'antichità, quell'iniquo sistema di menzogna che giova

meravigliosamente a deprimere i contemporanei ed a perpetuare il

pregiudizio.

Io però non mi accuso di aver troppo abusato della denigrazione nel

giudicare i moderni. Rispetto a questi, i miei torti consistono

piuttosto in una inconsiderata sovrabbondanza di encomî e di

incoraggiamenti.

Non vi tedierò coll'enumerazione de' miei falsi apprezzamenti. Vi dirò

solo (e da ciò potrete argomentare il numero e la gravità delle mie

colpe) che la più parte dei libri moderni io li ho lodati senza

leggerli.--Il delitto non è grave, dirà taluno; non foss'altro, questa

maniera di critica incoraggia gli autori e favorisce il commercio

librario. Disingannatevi. Gli è con questo sistema che noi abbiamo

indotta la diffidenza nel pubblico e ottenuto il miserando vantaggio

che molti buoni libri si smercino a peso di stadera.

Ed io pure ho gridato all'unisono coi più gagliardi mistificatori del

giornalismo, che l'Italia ha nulla da invidiare alle altre nazioni in

fatto di coltura letteraria. E mentre nel periodo di circa vent'anni

il paese nostro non ha prodotto che una dozzina di romanzi

tollerabili, quattro o cinque volumi di liriche meglio che mediocri, e

una dozzina fra drammi e commedie appena degni di plauso, ebbi la

sfrontatezza di sostenere che la Francia, l'Inghilterra e la Germania

non producono, al nostro confronto, che aborti mostruosi.--Questo

linguaggio spavaldo mi valse naturalmente la simpatia e l'ammirazione

degli idioti, che costituiscono la maggioranza della nazione.

Gran ventura per me che nessuno mi abbia chiamato al _redde rationem_.

Figuratevi il mio imbarazzo, se un Francese od un Inglese mi avessero

imposto di appoggiare la mia asserzione con dati statistici!

Eppure, quanto era facile il cogliermi in contraddizione!--Non ho io

ricordato con ammirazione, nelle mie riviste critiche, parecchie

centinaia di romanzi stranieri che appena pubblicati invasero le

nostre biblioteche, i nostri gabinetti di lettura, i nostri salotti,

le nostre camere da letto, obbligandoci a vegliare le lunghe notti

nelle illusioni di un mondo ideale e fantastico? Balzac, i due Dumas,

Eugenio Sue, Giorgio Sand, Alfonso Karr, Victor Hugo, Gauthier,

Dikens, Féval.... Quanti nomi di romanzieri, di drammaturgi, di poeti,

i cui volumi a mala pena si conterrebbero nel vasto salotto dove io

sto scrivendo!

Più di cento produzioni drammatiche che (e dico poco) scesero dalle

Alpi in questo breve periodo di tempo a fanatizzare le nostre platee.

Per tutte ebbi parole di ammirazione entusiastica; e questa

ammirazione, più che un risultato della analisi, era il riflesso delle

impressioni immediate. Ma ciò non ha impedito che in ogni mia rassegna

teatrale io mi sia permesso di ripetere il sempre applaudito

ritornello delle _melensaggini e delle mostruosità d'oltremonte_.

Volete di peggio? Convien dir tutto, in mia confessione generale. Avvi

un ramo dell'arte, dove infino a ieri l'Italia non aveva abdicato alla

sua nobile supremazia. Questo ramo d'arte è la musica. E nondimeno in

molti casi anch'io mi lasciai sorprendere da una codarda esitanza,

quando mi avvenne di citare i nomi tanto giustamente famosi, ma pur

tanto _nostrani_, di Rossini, di Donizetti, di Bellini, di

Verdi.--Come si fa a passare per eruditi senza un po' di Chopin, un

po' di Spohr, un po' di Schumann, un po' di Berlioz, un po' di Wagner

e un'altra decina, per sovracarico, di nomi impronunziabili?

Mentre confesso di aver rinnegato il mio nazionale orgoglio per la

vanità di conquistare il mio posto fra i critici d'alta levatura, mi

pento e mi dolgo del mio peccato e ne chieggo perdono al buon

pubblico.

Non ho il rimorso di aver ecceduto di indulgenza verso quei duecento

maestri poco celebri, le cui opere mi avvenne di giudicare nella mia

breve carriera di critico. Qualche volta ho però abusato delle

perifrasi mitiganti. A taluni, a molti forse, conveniva dire

francamente: rinunziate al teatro e datevi a comporre dei _Kyrie_! In

ogni modo, la mia severità mi procacciò dei seri rabbuffi da parte di

alcuni colleghi. Naturalmente, ne seguirono delle polemiche; ma

siccome io non ebbi mai il coraggio di dire a' miei avversarî: «Tu hai

rubato l'orologio al direttore del tuo giornale» ovvero: «io so che

tua sorella fu veduta uscire da una casa di tolleranza;» così le mie

polemiche non ebbero conseguenze, e le duecento opere caddero

nell'oblìo.

Questa mia maniera troppo blanda di trattare la polemica non dà certo

una idea molto edificante del mio carattere, e qualcuno scorgerà in

essa la vera ragione per la quale io diserto innanzi tempo

dall'esercito dei critici. Uno scrittore che non sa dire al suo

avversario: _Tu sei un ladro e tuo padre faceva la spia_, non può

esser degno di sedere nel consorzio giornalistico.

Ho preso una parte abbastanza vivace nella lotta che oggi si combatte

fra i musicisti del passato e i musicisti dell'avvenire. Ebbi torto.

In una questione che i posteri soltanto potranno sciogliere, i critici

del presente fanno la figura dell'imbecille.

Sarei troppo lungo se volessi enumerare tutte le adulazioni e le

bassezze di che mi resi colpevole parlando di cantanti, di comici, di

ballerini, di mimi e di istrioni di ogni genere. Ho dato del

_celeberrimo_ a più di trecento tenori, dell'_insuperabile_ a più di

quattrocento donne, dell'inarrivabile a più di seicento baritoni; ho

chiamato _silfidi_ e _figlie dell'aria_, delle ballerine che pesavano

cento chili, ed ho gratificato del titolo di _professori_ dei

suonatori di piffero, dei raschiatori di contrabasso, dei martellatori

di gran cassa....

Eppure, a pensarci una intera giornata, fra i molti da me uditi e

portati al quinto cielo dai miei encomî, riuscirei difficilmente a

mettere assieme cinque nomi di tenori, dieci nomi di prime donne,

quattro nomi di baritoni, ai quali competesse il titolo di artisti

perfetti.

E quante volte, encomiando dei cantanti, ebbi ricorso al confronto di

Rubini, di Filippo Galli, di Lablache, della Pasta, della Posaroni,

del Duprez e di altri famosissimi che fecero la delizia di mio nonno!

Non ho io scritto che il tale attore ricordava nell'incesso il gran

Talma? che la tale attrice riproduceva l'energia e la passione della

Pelandi? I miei lettori, naturalmente, mi avran creduto decrepito. No:

io non era che uno stolido mistificatore, il quale citando delle

celebrità mummificate, aspirava a divenire autorevole.

Non vi dirò quante volte ho sentenziato di opere e di artisti senza

avere assistito allo spettacolo e prima ancora che lo spettacolo

avesse luogo; tacerò le frequenti gherminelle degli articoli preparati

di lunga mano e pubblicati all'indomani di una prima rappresentazione.

Tutto il mondo ha ammirato la vivacità e la copia della mia prosa

estemporanea, ed oggi il mio amor proprio si risentirebbe troppo

vivamente nel dover disingannare i buoni lettori.

Una sola discolpa, od almeno circostanza attenuante, mi sia lecito

addurre:--Sono io stato il più tristo, il più assassino, il più

vituperevole dei critici?--Oserei quasi rispondere che i più onesti

non si comportano altrimenti.

_Giuda Iscariota_

Libro bizzarro · 第 10 / 59 题