E fattolo alzare, lo mise a posto lei, due spanne più in là dal suo
braccio.
--Troppo lontano!--mormorò egli, con voce piagnolosa.
--Oh, basta così! Sei vicino anche troppo.--
Così dicendo, la bella Abarima sorrideva ancora. Anzi, diciamo più
veramente, sorrideva senz'altro.
Donna che ride è di buon umore, ha detto il savio. E con una donna di
buon umore si può fare a fidanza. Damiano prese animo ad entrarle in
discorso dei suoi disegni nuziali.
--Oggi dunque,--diss'egli,--parlerò a Tolteomec.
--Di che cosa?
--Del nostro matrimonio, mia cara.
--No; non ancora, ti ho detto.
--Ma perchè?--diss'egli,--Perchè questi ritardi? Ed è male, sai? Vedi tu
e giudica se non devo aver fretta, anche dopo la ragione principale
dell'amor mio per te, Abarima _taorib_. Fra pochi giorni la nostra
fortezza è finita, e il capo degli uomini bianchi fa stender le ali alla
sua grande piroga per ritornarsene.... in _Azatlan_. Prima che
l'almirante se ne vada, io vorrei potergli dare una buona novella. Gli
farei tanto piacere, a dirgli che sono il tuo sposo.--
Abarima volse la faccia sulla spalla, a guardare il suo interlocutore.
--E perchè tutto questo piacere?--domandò.
--Perchè egli mi ama, e la mia felicità deve esser la sua. Aggiungi che
egli dovrebbe assistere alle nostre nozze.
--Come te le fai vicine!--esclamò la fanciulla, con un risolino asciutto
e sarcastico.
--Ma....--disse Damiano.--Se tuo padre è contento.... mi pare....
--Ed anche se fosse contento mio padre, credi tu che le nozze, da noi,
si facciano così presto? Prima di tutto, bisognerebbe aspettare la luna
piena: poi la risposta del grande Spirito; poi....
--Oh diavolo?--esclamò Damiano, interrompendo la filastrocca.--C'è
ancora più difficoltà qui che in Europa, per metter la corda al collo di
un galantuomo!
--Che cosa hai detto?
--Niente, non badare; sono sbruffi di lingua patria, e vengono così
naturalmente alle labbra! Ma parliamo chiaro, e nella lingua di Haiti.
Vuoi, o non vuoi?--
La fanciulla rimase un istante sovra pensiero; poi brevemente rispose:
--Tolteomec comanda.--
Damiano, a sua volta, ristette un poco, masticando la sua stizza; poi,
col medesimo accento, ripigliò:
--Ma tu? che ne pensi?
--Quello che Tolteomec vuole;--rispose Abarima.
E doveva essere stizzita un pochino anche lei, perchè aveva smesso
d'intrecciar le sue fila di sparto, e guardava davanti a sè, verso la
macchia, non mostrando a Damiano che la sua guancia in isbieco.
--Perchè sfuggi il mio sguardo, Abarima?--diss'egli.
--Perchè guardo di là.
--Di là! c'è la macchia, di là; ed oltre la macchia, c'è la fontana.
--Ebbene?
Ebbene,--rispose Damiano, che perdeva la pazienza;--la fontana, presso
la quale tu hai veduto.... ier l'altro.... un altr'uomo.--
Abarima diede un sobbalzo, e si volse turbata a guardare Damiano.
--Sicuramente,--ribadì egli,--un altr'uomo; il mio compagno Cosma... il
cui nome ti è noto.
--Come lo sai?--diss'ella, fissandolo negli occhi, con un'aria di
stupore.
--Il come importerebbe poco;--rispose Damiano, gustando, in mancanza di
meglio, la feroce voluttà di avere indovinato il secreto.--Ma tu
immagina pure che io lo abbia saputo dal grande Spirito. Cioè, dico
male, dal piccolo spirito. Voi altri interrogate il grande, quando la
luna è piena; noi abbiamo il piccolo, che vive con noi, e ci avverte, ad
ogni quarto di luna.--
Abarima era rimasta lì, come trasognata.
--Di tutto?--chiese ella.
--Di tutto, e d'altro ancora. Io dunque so che Cosma è venuto qua, dalla
macchia; che ti ha veduta, che ti ha parlato, e ti ha detto.... tante
belle cose, che tu non hai capite, perchè egli non ha potuto parlarti
nella tua lingua.--
Abarima si era a grado a grado riavuta dal suo alto stupore. E Damiano,
per apparirle tanto bene informato dal suo genio tutelare, incominciava
a parlare un po' troppo.
--Il tuo piccolo spirito si è ingannato!--gridò ella, ridendo.--Il tuo
piccolo spirito ha occhi, ma non ha orecchi.
--Come sarebbe a dire?
--Che non ha orecchi, e non sa riferire quello che è stato
detto,--rispose Abarima, seguitando a ridere di gusto.
--Lascia stare gli orecchi del mio piccolo spirito;--disse Damiano,
pentito di essersi cacciato troppo avanti sulla via delle
scoperte.--Sono migliori che tu non creda. Fermiamoci agli occhi, che
hanno veduto giusto. Puoi tu negare di aver parlato a Cosma?
--No;--rispose Abarima.
--E sentiamo;--soggiunse Damiano, dopo essersi morse un pochino le
labbra;--che cosa ti è sembrato.... della sua faccia?
--_Taorib_.
--Non è vero, che è _taorib_, il mio caro amico Cosma? Sono proprio
contento che tu abbia su questo particolare la mia stessa opinione. E
quei capelli, poi....
--_Turey_.
--Eh, dovevo immaginarmelo, che li avresti giudicati _turey_. È una
maledizione, oramai. Tutte queste figliuole del nuovo mondo amano i
capegli d'oro. E quelle del vecchio, niente?... Ah, se ritorno in
Europa, com'è vero Dio, mi faccio radere come una pelle di capretto, e
mi compero una parrucca, per fare la mia bella figura tra le genti.
Vedrete allora, mie belle capricciose, che capelli d'oro filato saranno
i miei! Febo Apollo, con la sua raggiera, potrà andarsi a nascondere. Ma
ci vorrà del tempo, ad esser laggiù; e qui bisogna vederne l'acqua
chiara. Senti, Abarima, parliamoci schietto. Io sono un buon figliuolo,
e non voglio dar noia a nessuno. Sono anche capace di un atto eroico.
Tutto sta a prendermi per il mio verso, a non carezzarmi di contrappelo.
Dimmi dunque una cosa, ma sinceramente, come la diresti al sacerdote del
grande Spirito, quando vai a fare le tue divozioni. Lo ami tu?
--Io non t'intendo;--rispose Abarima, che era stata fin allora a
sentirlo con gli occhi tesi, ma non venendo a capo di nulla.
--Ti domando se ami Cosma.
--Cosma è bello;--rispose Abarima.
--E viva la tua faccia!--gridò Damiano.--Tu almeno, figlia delle isole
dell'Oceano.... Ma no, che dico io? Anche in Europa si dànno, questi
esempi d'audacia. Non creder dunque che la sincerità sia privilegio dei
tuoi paesi.
--Che dici?--chiese Abarima, che ritornava a non intendere.
--Niente, niente; i soliti sbruffi di lingua patria. Tu dunque lo ami. E
se egli chiedesse di sposarti?...--
Abarima mise un piccolo grido, abbassò le ciglia e rannicchiò il collo
tra le spalle.
--Brava!--esclamò Damiano.--Io aspettavo che tu mi rispondessi:
Tolteomec comanda.... quello che Tolteomec vuole.... il grande
Spirito.... la luna piena.... Brava la mia principessa selvaggia! Ma io
ho il dolore di doverti dire una cosa, Abarima taorib.... una cosa che
ti raffredderà un pochettino il sangue nelle vene. Il mio amico Cosma
non può amare la figliuola di Tolteomec.--
Abarima si scosse, e diede un'occhiata curiosa a Damiano.
--Come lo sai?--gli disse.
--Eh lo so;--rispose Damiano.--Lo so bene, perchè Cosma è mio amico da
tanti anni.... come fratello. L'esser venuto a vedere la bella del suo
amico, te ne faccia fede solenne. È il nostro uso, in _Azatlan_, di
vogarci sul remo, ed è prova di un affetto, di una cortesia, di una
lealtà, veramente ammirabili. Incominci a non capire? Hai ragione;
ritorno alla lingua di Haiti. Vuoi tu sapere, Abarima, perchè Cosma non
ti può amare? Vuoi tu sapere la storia della sua gioventù?
--Racconta;--disse Abarima.
Damiano si raccolse un istante, pensando.
--Vengo meno alla data parola. Ma in fine, perchè mi guasta egli le uova
nel paniere? Io sono guarito di questa passione.... sicuramente, sono
guarito.... lo voglio essere.... ho un diavolo per occhio, e non patirò
mai che mi si pestino i piedi. Animo dunque, e non usiamo riguardi.
--Racconta;--ripeteva Abarima.
--Sì, racconterò, non dubitare. Cosma, per tua regola, è innamorato di
un'altra donna; di un'altra donna, capisci?... di un'altra donna, che ha
i capelli biondi come l'oro.... anzi, più che l'oro, biondi come il
sole, quando è nel segno del Leone. Ah, che bei capelli di sole ha la
donna amata dal mio caro compagno, dal mio fratello Cosma!
--Ci sono donne con capelli d'oro, in _Azatlan_?--chiese Abarima, con
aria di stupore.
--Eh, sicuramente, mia bella. In Azatlan, oramai, non c'è altro che
capegli d'oro. E si dànno via, come le perline di vetro, come i sonagli
di bronzo. Ami una donna, in Azatlan! Glielo dici, ed ella subito si
taglia una ciocca dei suoi capelli d'oro, e te ne fa un presente.
Domanda a Cosma che ti faccia vedere quella ciocca di capelli d'oro, che
porta sempre sul cuore, entro una borsa di cuoio. Vedrai che bellezza!
Ma già, capisco che tu vorrai sapere la storia di Cosma, la storia dei
suoi amori, non è vero?--
Abarima stava con tanto d'occhi a guardarlo, come se volesse cavargli le
parole di bocca. E ne capiva così poche! Damiano s'ingegnava come
poteva, a farsi intendere; ma su cento parole ne diceva ottanta in
tutt'altro idioma da quello di Haiti.
--Incomincio,--riprese Damiano,--Il mio buon Cosma è nato a Genova. Non
sai che cosa sia Genova? È un _bohio_, come questo, ma venti, trenta
volte più grande. In quel _bohio_, che si chiama Genova, lo zio di Cosma
è doge. Sai che cosa è il doge? È il cacìco di Genova. Ci sei?
--Racconta;--disse Abarima.
--Ecco, dunque. Cosma, appena fu giunto all'età di vent'anni, volle
studiar medicina. Sai che cos'è la medicina? È l'arte di guarir le
malattie del corpo, o di lasciarle durare, aspettando che il grande
Spirito le guarisca lui. Il medico è quello che conosce la virtù delle
erbe....
--E dice le parole magiche;--soggiunse Abarima;--t'intendo.
--Oh, benedetta ragazza! Tu sei dotata di una intelligenza rara.
Torniamo dunque a Cosma. Egli partì da Genova, per andare a Pavia, dove
poteva studiare la medicina. Andare allo studio di Pavia è una vecchia
abitudine per noi naturali di Genova, fin dal tempo che il re Liutprando
ci portò via i resti mortali di sant'Agostino.... Ma tu non capisci
queste cose, Abarima; nè io trovo le parole per fartele capire. Oltre di
che, ci vorrebbe un corso di storia.... Bene, capisci quello che puoi, e
lascia stare il rimanente. Anch'io ero a Pavia; c'ero prima di Cosma, e
soltanto in quella città ebbi modo di conoscerlo. Eravamo naturali dello
stesso _bohio_; ci legammo subito in amicizia; studiavamo insieme, o
fingevamo di studiare, che finalmente è tutt'uno. L'arte è lunga, si sa;
ma quando si hanno i vent'anni, pare anche lunga la vita.--
Abarima non capiva più, e non si studiava neanche di capire. A Damiano
parve anzi di vedere che ella reprimesse uno sbadiglio.
--Questi particolari ti annoiano, non è vero? E tu vorresti sbadigliare,
deliziosa selvaggia? Sbadiglia pure liberamente, e consentimi soltanto
di bere quello sbadiglio sulle tue labbra di cinabro.--
Abarima non represse solamente lo sbadiglio, ma anche un atto di
Damiano, che veramente meritava il garofano di cinque foglie.
--Buon segno!--pensò Damiano.--La mano di una bella donna è come la
lancia di Achille; ferisce, ma può risanare le piaghe che ha fatte. E
siccome è una lancia intelligente, non ne farà, voglio sperare, senza
avere in animo di risanarle.--
Abarima non gradiva il silenzio di Damiano. Era una selvaggia, ma era
donna, e sapeva che quando l'uomo sta zitto, c'è sempre pericolo che
pensi. Ora, il pensiero che non ci si manifesta con parole, è come le
armi insidiose, come le pistole di corta misura, che il nostro vicino
può avere in tasca, e trarle da un momento all'altro, per farci un
brutto partito.
--Racconta;--gli disse Abarima, dopo la lunga pausa che era seguita al
suo amabilissimo ceffone.
--Racconterò;--rispose Damiano.--Ti ho detto che eravamo a Pavia, per lo
studio della medicina. Naturali del medesimo _bohio_, ci riconoscemmo
per tali e ci legammo subito di grande amicizia, sebbene le nostre
famiglie a Genova si vedessero di mal occhio. Avevamo preso a vivere
insieme, eravamo inseparabili, come quei vostri piccoli pappagalli che
stanno sempre a coppie, e non c'è' caso che uno si discosti un passo
dall'altro. Ma l'uomo non è fatto per l'uomo, e l'amicizia non gli
basta: Cosma s'innamorò di una bellissima donna, della bionda che ti ho
detto poc'anzi.
--Come si chiamava quella donna?--chiese Abarima.
--Oh, non dubitare; non voglio defraudarti del nome. Si chiamava
Catarina.... Catarina Bescapè. Vecchia ed illustre famiglia, la sua,
come la tua in Haiti. Donna Catarina abitava sulla piazza del Regisole.
Hai capito? No certamente. Ma queste sono minuzie, che non importano
affatto. Importa invece moltissimo il dire che donna Catarina era
bellissima, quantunque avesse i capelli d'oro.
--Non ami i capelli d'oro, tu?
--Ohibò, che roba!--gridò Damiano, facendo un gesto di orrore.--Eccoli,
i capelli che amo.
--Lascia stare, e racconta.
--È già un'ora che racconto, e capirai che qualche riposo ci vuole. Ma
ritorniamo a Catarina. Un grande amico di Cosma se ne era innamorato....
e prima di Cosma. L'amico poteva sperare di essere riamato dalla
bellissima donna; anzi, ti dirò che poteva esserne certo.... come si può
esser certi di queste cose, specie avendo da fare con la più cruda metà
del genere umano. Ma un giorno l'amico si avvide che Cosma andava troppo
volentieri anche lui nella piazza del Regisole; s'insospettì, stette in
agguato, disdisse la sua amicizia al rivale. Incominciarono a guardarsi
in cagnesco, erano già per venire alle brutte, quando Cosma capitò
d'improvviso nella casa dell'amico, gli si gittò fra le braccia, e gli
pianse sul petto tutte le lagrime dei suoi occhi. Cosma non poteva più
vivere, se non gli si lasciava amare la bella Catarina; Cosma si sarebbe
buttato nel fiume Ticino, dove è più profondo, se l'amico non lo
lasciava libero di far la corte alla sua dama. Allora io....
--Tu?.... sei tu l'amico?--interruppe Abarima.
--No, cara; non ti ho già detto che io non amo il turey nei capelli?
Volevo dire: allora io mi misi in mezzo ai due contendenti: e tanto
dissi, che persuasi l'amico di Cosma a ritirarsi dal giuoco, a lasciare
che Cosma facesse liberamente l'occhio languido a donna Catarina
Bescapè.
--L'amico si è contentato? Amava dunque assai poco.
--Oh cara, come t'inganni! Egli amava moltissimo. Ma era un'anima
grande. Se fosse nato due mil'anni prima, sarebbe stato un eroe Romano,
o Greco, o giù di lì, e Plutarco ne avrebbe scritta la vita, mettendolo
in parallelo con qualche Scipione. Tutte cose che non capisci, lo so; fa
conto che io non te ne abbia parlato. Del resto, l'amico non si chetò
mica alle prime. Egli fece a Cosma questo ragionamento: «Senti, bambino,
queste cessioni non si possono fare; bensì è la donna che deve
scegliere. Io posso credere che ella veda me di buon occhio: ma posso
anche ingannarmi. E tu, dal canto tuo, che cosa puoi dire?» Cosma non
poteva dir nulla; pure, sentendo che l'amico si sarebbe inchinato alla
scelta della dama, Cosma si rallegrò; si buttò un'altra volta nelle
braccia del rivale, s'inginocchiò, gli abbracciò le ginocchia, fece un
visibilio di pazzie. «Caro il mio Tolomeo!» gli disse: «Io sono un uomo
morto, se quella donna non mi ama. Che perdi tu ad esplorare l'animo di
lei? a lasciare che i fati si compiano?» Insomma, tanto pregò, tanto
pianse, che io.... consigliai all'amico rivale di andare da madonna
Catarina e di parlarle chiaramente. Povero amico, tanto generoso, e
tanto.... come chiamarlo? Di nome si chiamava Bartolomeo; gli amici, per
abbreviazione gli dicevano: Tolomeo; altri più sbrigativamente Tomèo. Di
cognome, poi.... Ma lasciamo il cognome, che non importa al racconto.
--E Catarina, seppe tutto?
--Aspettami, impaziente creatura. Tolomeo andò dalla bella Catarina e le
disse: «Io amo Cosma come un fratello. Le nostre famiglie, a Genova,
sono nemiche, appartengono a due fazioni diverse. Ma qui, siamo fuori di
casa nostra, lontani dalle ire cittadine, avvicinati dal medesimo
studio. Per altro, è strano che dobbiamo innamorarci della medesima
donna. Sapete, Catarina? Egli è pazzamente innamorato di voi.»
--Tolomeo ha parlato così?
--Sì, cara; egli è stato tanto.... Tolomeo. Ma chi avrebbe mai
preveduto?... Basta, quel ch'è fatto è fatto. L'amico Tolomeo parlava da
uomo leale, senza immaginare che madonna Catarina lo piantasse lì per
quell'altro.
--Catarina ha fatto bene;--disse Abarima, sentenziando alla svelta, come
una dama di Provenza in una corte d'amore.
--Diciamo pure che Catarina ha fatto bene;--rispose Damiano.--Ma Tolomeo
ha fatto male. Non credi?
--Chi sa?--rispose Abarima.--E Catarina, che cosa disse a Tolomeo?
--Due sole parole: «povero giovane!» Ma se tu avessi sentito con che
accento!
--Tu c'eri?
--Si capisce. Io ero un po' da per tutto. E come io capii il senso di
quella esclamazione, così l'amico fu pronto a capirlo. Si chiuse la sua
rabbia nel cuore, e andato da Cosma gli parlò in questa guisa: «Senti,
Cosma, tu mi hai tradito. La tua è un'azione da coltello. Tu sei più
avanti nelle grazie della Bescapè di quello che io potessi immaginarmi.
Ella mi ha tutto confessato. Tu la segui quando io non sono con te, ed
ella ti guarda con benevolenza. Perchè non dirmi tutto? Mi avresti
risparmiata la figura.... dell'uomo che fa ridere.»
--Ah, ah!--gridò Abarima, ridendo la parte sua.
--Capisco,--riprese Damiano,--che è lo stesso anche in Haiti, e che le
donne, sotto ogni cielo, ridono saporitamente.... dei poveri Tolomei. Ma
non importa. Ritorniamo a Cosma. Egli non rideva; egli ricavava maggior
profitto dal piangere. «Perdonami, Tolomeo!» diss'egli all'amico. «Io
non so nulla di quello che tu mi racconti. Che confessioni può averti
fatte madonna Catarina? L'amo, ecco tutto. Se n'è ella avveduta? È
possibile. Io credo che tutti abbiano dovuto avvedersene, come te n'eri
avveduto anche tu.»--«Bella forza!» scappò detto all'amico.
--E poi?--disse Abarima.
--E poi, avvenne tutto ciò che avviene in simili casi. Tolomeo amava
anch'egli davvero. Ma non si può stare per forza nel cuore di una donna,
ne convieni? Tolomeo non ci stette; e disse a Cosma: «fai la tua strada,
e crepi l'avarizia! se quella donna ti ama, sia tua.»
--E Cosma la sposò?
--Ecco....--disse Damiano.--C'era una piccola difficoltà. Madonna
Catarina non era libera. C'era di mezzo.... un Bescapè.
--Non capisco;--disse Abarima.
--Oh cara! è meglio che tu non capisca. È sempre bene che ti rimanga
qualche cosa di oscuro. Altrimenti, che cosa ci avresti più da studiare,
nei costumi di Azatlan? Per ora, Abarima _taorib_, ti basti di sapere
che Cosma non sposò madonna Catarina. Ma egli l'amava, e ne fu riamato.
Fu allora che la bella donna gli regalò una ciocca dei suoi capelli
d'oro, quella ciocca di capelli che egli porta sempre sul cuore, entro
una borsa di cuoio.
--E Tolomeo?
--Tolomeo.... era l'uomo più infelice della cristianità. Non sai che
cosa sia la cristianità? Ebbene, non te ne dolere; è un'ignoranza
felice, la tua. Se tu sapessi infatti che bestie feroci son mai, a
comporla! Quanto a Tolomeo, egli aveva finito il suo studio di medicina.
Sarebbe rimasto ancora, sarebbe rimasto per sempre, se Catarina lo
avesse amato. Ma ella non lo amava; ella rideva di lui, vedendolo
passare per via. Che vergogna! che rabbia! In quei momenti, vedi? io....
essendo in compagnia di Tolomeo, arrossivo per lui. Lasciai Pavia, in
quell'anno; e Tolomeo mi seguì. Ce ne ritornammo verso il mare, nel
nostro _bohio_ di Genova. Laggiù si viveva sempre in guerra gli uni con
gli altri, e noi, da buoni naturali di Genova, partecipammo alle civili
discordie.
--Che è ciò?
--Ecco.... è un po' difficile a dirsi. Ma figurati che Genova sia come
Haiti, e che da quattrocento anni i Caribi siano entrati a far parte di
questa popolazione. Per un po', secondo la fortuna, comandano i Caribi,
per un po' gli Haitiani, e una volta il cacìco è Caribo, un'altra volta
è Haitiano. Ti capacita?
--Se è l'uso di cambiare così....
--No, non è l'uso; è la forza, o l'inganno, che comanda. E quando il
cacìco di Genova è un Haitiano, i Caribi sono abbattuti, dispersi,
cacciati dal _bohio_. Quando il cacìco è un Caribo, gli Haitiani hanno
la peggio. Ora veniamo a noi. Tolomeo era, come tutti quelli della sua
famiglia, amico degli Adorni, i Caribi del paese. Perciò era nemico dei
Fregosi, che erano gli Haitiani, e che in quel mentre erano al governo,
essendo un Fregoso il cacìco di Genova. Divampò la guerra in città, per
ragioni che è inutile di dirti. Tolomeo si trovò un giorno con le armi
alla mano, con quelli della sua gente, contro quelli della parte
contraria. Era con gli Adorni, ti ho detto; diede addosso ai Fregosi.
Tutte ire che, essendo fuori di Genova egli aveva dimenticate, ma che
gli tornarono vive nel cuore appena ebbe respirate le dolci e fraterne
aure della patria! Nel fitto della mischia fu un punto di vittoria per
lui: poteva uccidere il capo della squadra nemica; già aveva alzata la
scure su lui, quando riconobbe il nemico che aveva sotto il ginocchio.
Quel nemico era Cosma.
--Ah, povero Cosma!--gridò Abarima sbigottita.
--Sì, povero Cosma, che da un mese appena era ritornato in patria, e
anch'egli aveva riprese tutte le care abitudini del _bohio_! Ma io ti ho
detto, Abarima, che Tolomeo aveva un'anima grande. Tolomeo, alla vista
del fortunato rivale, sentì tutte le sue ire ribollenti nel sangue; calò
la scure.... ma senza colpire; e perdonò al suo nemico.
--Bravo Tolomeo!--gridò Abarima.--Lo amo.
--Amami, deliziosa selvaggia; perchè Tolomeo.... sono io.
--Ah!--esclamò Abarima, ridendo.--Lo avevo immaginato; e l'ho detto a
bella posta.... per farti parlare.
--Assassina!--gridò Damiano.--Ebbene, tanto fa. Potevo uccidere Cosma, e
non l'ho ucciso. Anzi, l'ho tratto in salvo, l'ho ricoverato nelle
nostre case. Era ferito; io l'ho curato; e quantunque fossi medico, l'ho
guarito. Che te ne pare? Non sono io un uomo di Plutarco?--
Abarima lasciò cadere l'accenno classico, e per una buona ragione, che
non è mestieri di dirvi.
--E Catarina?--diss'ella.
--Ecco: madonna Catarina si era lasciata amare da Cosma. L'amico aveva i
capelli d'oro, i capelli di sole, di cielo, di tutto l'altro che dite
voi in Haiti. Ma pare che una provvida legge di natura non permetta alle
bionde di amar lungamente i biondi. Venne un giorno che le due
capigliature d'oro non andarono più d'accordo. Madonna Catarina
incominciò a seccarsi di Cosma. E allora si lasciò amare da un altro,
che non aveva i capelli biondi, che non gli aveva neanche più neri.
Quell'uomo, per altro, era un gran professore.
--Professore! che cos'è?
--Come fartelo intendere? Voi altri, in Haiti, non avete professori.
Già, molte razze d'animali vi mancano. Figurati dunque una bestia rara;
uno che insegna agli altri tutto quello che sa lui, ed anche quello che
non sa; uno che ti sa dire come devi parlare, e come devi tacere, se
devi ber fresco o caldo, sputar tondo o quadrato. Quello è un
professore, mia cara. Tu sai che Catarina era moglie di un Bescapè. Il
Bescapè, per certe sue ragioni di possesso, aveva bisogno del parere del
professore, che era un gran conoscitore delle leggi, e i suoi pareri se
li faceva pagare a peso d'oro, in tutti i _bohio_ dell'Italia dove era
stato. Oh, un gran professore, quel Giasone del Maino! Quando doveva
parlar lui nella scuola, c'era tanta folla, che non c'entrava più
neanche una mosca, o se c'entrava, non ardiva più di farsi sentire.
--Ma lei?... Catarina?...
--Ci vengo. Catarina conobbe il professore. Giason del Maino andò nella
casa di lei, sulla piazza del Regisole. Madonna Catarina andò nella casa
di lui, alla Torre del pizzo in giù. Questo è un particolare che non
occorre spiegarti. Qui non ci sono torri, nè campanili, e l'idea di una
torre il cui tetto a campanile sia voltato all'ingiù e posi sopra una
grossa colonna, sullo spigolo della casa, non la potresti comprendere.
Ti basti sapere che madonna Catarina andò nella casa del grande legista,
e che, dopo esserci andata, ci ritornò. Cosma ne aveva avuto un
sospetto; Cosma si appostò, conobbe che era vero, fece il geloso, e fu
mandato gentilmente.... a quel paese. Da noi, cara, è l'uso costante.
Quando una persona ci è venuta a noia, la mandiamo a quel paese; un
paese sconosciuto, di cui nessuno sa darci notizia, e quando c'è andato
non può portarcela di sicuro.
--E Cosma?
--Cosma non andò a quel paese; ritornò in patria, al suo _bohio_ di
Genova. Ma egli era sempre più innamorato che mai. Non ha più potuto
levarsi Catarina dal cuore. L'ama ancora, l'amerà sempre. È fatto così,
quel povero ragazzo. Io sono guarito, egli no. E tu capirai, dolce
Abarima, che egli, seguitando ad amare Catarina Bescapè, non può amare
la figlia di Tolteomec.--
Abarima fece un gesto di compassione. Ma non era di compassione per il
triste amore di Cosma, bensì per lo storto ragionamento di Damiano, o,
se vi piace, meglio, di Tolomeo.
--Capisco, sì, capisco;--diss'ella.--È un sortilegio.
--Come, un sortilegio?
--Sì, Catarina ha detto una parola magica, perchè Cosma sia sempre
innamorato di lei;--rispose Abarima, con accento di grande sicurezza.--E
quella parola magica l'ha pronunziata sopra qualche cosa che Cosma porta
sempre indosso. Sì, ora ci sono; su quella ciocca di capelli d'oro che
Cosma ha fatto male a non gettar via.
--Mettiamo pure che sia così;--disse Damiano.--Che ci vuoi fare? Cosma
non rinunzierebbe a quella ciocca di capelli per tutto l'oro del mondo.
--Effetto del sortilegio;--rispose Abarima.--Devi rubargli la borsa di
cuoio, mentre egli dorme.
--Io? sei pazza? me ne guarderei bene.
--Non hai coraggio; lo farò io;--disse Abarima.
--Tu? e come?
--Verrà nella casa di Tolteomec, ci dormirà, ed io strapperò il
sortilegio. Io guarirò Cosma, povero Cosma! ed io allora sarò amata da
Cosma.
--Ah briccona!--esclamò Damiano.--Ma guardate che Tolomeo sono stato io!
Valeva proprio la pena di tradire il segreto dell'amico, per giungere a
questo bel resultato!--
Dopo questi ed altri ragionamenti interiori, Damiano si volse ad
Abarima, dicendole:
--Ed io, Abarima _taorib_! ed io che ti amo?
--Tu....--rispose la capricciosa selvaggia,--vai a quel paese.--
Damiano ammirò la prontezza d'ingegno di quella figlia d'Haiti, che
imparava così presto le usanze della civile Europa. E dopo avere
ammirato, voleva andarsene di là, per ismaltire la sua rabbia.
Immaginate quanta ne avesse in corpo, mista alla vergogna della
sconfitta patita. Gli era parso di avere così buone armi, per mettersi
in guerra, e quelle armi gli si erano spuntate nel primo assalto; peggio
ancora, egli se l'era sentite crocchiare nel pugno. Ma a proposito
d'armi, non è la gelosia un'arma a due tagli? Andate a dire ad una
donna: «il tal di tale non può amar voi, perchè egli è innamorato di
un'altra» e sentirete che cosa ella sarà capace di rispondervi. «Ah si!
di un'altra? Volete vedere che cosa ne faccio io, di quell'altra?» Il
frutto proibito non sarà che una mela; la butteremo via, magari dopo
averla manimessa; fors'anche la passeremo al vicino; ma per intanto, e
perchè si tratta d'un frutto proibito, un morso glielo vogliamo dare ad
ogni costo. E così faceva Abarima, dando a modo suo, e senza pure
saperlo, una prova della unità di origine delle stirpi umane.
Ma lasciamo queste sottigliezze. Damiano era sul punto di andarsene;
Abarima lo trattenne, e non già, voglio sperare, per prendersi giuoco
dei tormenti di lui. Queste raffinatezze di crudeltà non dovevano essere
in lei. Unità di origine, sta bene, fin che si vuole; ma la civiltà è di
molti gradi, e quella figliuola di Haiti doveva essere ai primi scalini.
--Raccontami ancora;--diss'ella.--Come si è deciso Cosma ad andare così
lontano da questa Catarina sciocca?
--Ah, debbo narrarti di lui vita e miracoli? E sia, parliamo ancora di
questo amatissimo Cosma;--rispose Damiano.--Ti ho detto che io lo avevo
raccolto ferito, e lo avevo ricoverato e guarito. Di ritornare presso
madonna Catarina non era più il caso. Saremmo andati ad ornare della
nostra presenza il trionfo di messer Giasone del Maino. Del resto, noi
siamo fatti così;--soggiunse Damiano, con un tal piglio aspretto che non
era senza grazia;--quando una donna ci tratta male, possiamo amarla
ancora, come fa Cosma, o dimenticarla, come ho fatto io, ma la
rispettiamo sempre e non ci ostiniamo a darle noia. Restammo dunque nel
_bohio_ di Genova. E fu allora, nei nostri colloqui amichevoli, che io
seppi da Cosma tutta la serie delle sue disgrazie amorose. Quel giorno,
vedi la grandezza dell'animo mio!... quel giorno, gli perdonai tutto
quello che egli mi aveva fatto soffrire.
--Soffriva anche lui!--esclamò maliziosamente Abarima.
--Ah, bene! lo avete anche in Haiti, il proverbio: mal comune è mezzo
gaudio? Ne ho piacere, perchè vi vedo già ben preparati per godere i
frutti della nostra civiltà. Quel giorno, adunque, ci giurammo
un'amicizia eterna, molto più forte di prima. E stavamo sempre insieme,
non uscivamo a diporto che insieme, con grande maraviglia di tutti i
naturali di Genova.
--E perchè questa maraviglia?
--Oh bella! perchè si era tutti in guerra, gli uni contro gli altri; e
noi soli, di diverso partito, uno Caribo e l'altro Haitiano, eravamo in
pace.
--Si, è vero; ti capisco, ora.
--Sia lodato il cielo! E non volevano capire, i nostri concittadini. Gli
Haitiani dicevano a Cosma: perchè vai tu a braccetto con quel Caribo? E
i Caribi dicevano a me: perchè vai tu a braccetto con quell'Haitiano? E
gli uni e gli altri, con questi discorsi, non ci lasciavano aver pace. A
sentirli loro, non si poteva essere buoni uomini, se non si sposavano
tutte le ire della propria fazione. Così ad ambedue era venuta in uggia
la patria. Triste quel _bohio_, dove non si può essere amici per
elezione di cuore, dove si è condannati dalle collere accumulate di
cinque o sei generazioni di matti, o d'imbecilli, a vivere in guerra con
le persone che piacciono, a far lega con altre che si manderebbero
volentieri....
--A quel paese!--soggiunse Abarima.
--Si, cara. La frase ti è rimasta impressa nell'anima? Ricordati almeno
che te l'ho insegnata io, e non ne usare contro di me, ferocissima
donna. Io ritorno al racconto. Seccati di quelle discordie, pensammo di
andarcene. Ma dove? La sorte decida, fu detto tra noi. E allora si mise
mano alle sorti Virgiliane.
--Sorti?...--ripetè la selvaggia.
--Virgiliane;--rispose Damiano.--Vediamo di farti capire questo bel
giuoco. Si piglia un libro.... Ma sapete voi altri che cosa sia un
libro, gente felice? Si piglia qualche cosa dove ci sono molti segni,
molte parole dipinte.... E le parole su cui cadono gli occhi, sono il
responso del grande Spirito. Noi dunque prendemmo un libro.... mucchio
di parole dipinte da un gran mago, chiamato Virgilio, e leggemmo,
aprendo a caso, queste parole:
_Nos patriae fines, nos dulcia linquimus arva._
Tu non lo capisci? è latino; e significa: noi ce ne andiamo da casa
nostra. Il grande Spirito, adunque, ci faceva sapere in tal modo che
aveva capito il nostro desiderio. Ma il suo consenso? e l'indirizzo che
noi chiedevamo? Voltammo i fogli, e gli occhi ci caddero su quest'altro
verso:
_Bella cient primâque vetant consistere terra._
Il che significa, mia cara; qui c'è guerra, e non ci si può rimanere. Ma
dove andare? dove? Altra consultazione allora, con parecchie voltate di
fogli; e gli occhi ci cascarono su quest'altre parole:
_Qualia multa mari nautae patiuntur in alto._
In mare, adunque, in alto mare, a far vita di marinai, e cercar
ventura.--«E sia» disse Cosma. «Non abbiamo noi sentito per l'appunto
discorrere di un nostro concittadino, chiamato Cristoforo Colombo, che
ha formato il disegno di cercar nuove terre di là dai mari d'Occidente?
Egli è andato alla presenza del grande cacìco di Spagna, e gli ha detto:
dammi tre grandi piroghe con uomini volenterosi, ed io ti scoprirò un
nuovo mondo? Il grande cacìco di Spagna ha risposto a Cristoforo
Colombo: sia; ti darò gli uomini volenterosi, e le grandi piroghe; va e
trova le isole di là dai mari, per onor tuo e della Spagna.»
--Colombo!--esclamò Abarima.--Il capo degli uomini bianchi! Come sapeva
egli che dopo il mare avrebbe trovate queste isole?
--Non saprei dirtelo;--rispose Damiano.--Ma si può credere che glielo
avesse detto il suo piccolo Spirito, a lui mandato dal grande.
--Capisco;--disse Abarima.
--Ah, bene! tu capisci tutto, Abarima _taorib_. Capisci dunque ancora
come arda il mio cuore per te; mentre quello di Cosma è freddo.... come
la notte in un bosco. Vorrei dir neve, o ghiaccio;--soggiunse
mentalmente Damiano.--Ma bisognerebbe saper la parola. Chi sa se
conoscono la cosa, in questo tiepido clima!
--Continua;--disse Abarima.--Voi due, allora, avete voluto raggiungere
il capo degli uomini bianchi.
--Sicuramente, dopo aver consultato ancora una volta le sorti. Il libro
dalle parole magiche fu riaperto a caso, e diede quest'altra risposta:
_Fata viam invenient_.... Che cosa si voleva di più chiaro! So bene che
non è ugualmente chiaro per te. Ma tu potrai intendere
approssimativamente che la volontà del grande Spirito avrebbe fatto
ritrovar la via delle isole lontane. Allora noi siamo corsi a cercare il
capo degli uomini bianchi; siamo saliti sulle grandi piroghe con lui, e
siamo arrivati qua, dove io mi sono innamorato della figliuola di
Tolteomec, della dolce Abarima. Vorrai tu concedere la tua mano a
Damiano, che t'ama? Vorrai tu ricusargliela, per tener dietro a Cosma,
che è innamorato di un'altra donna, laggiù.... in Azatlan?--
Abarima stette un istante sovra pensiero, come se volesse nella sua
mente pesare il pro ed il contro; poi sentenziò:
--Damiano buono; Cosma.... _taorib_.
Il buon Damiano si morse le labbra.
--È la tua ultima parola?--diss'egli.
--Cosma _taorib_;--ripetè la capricciosa selvaggia.
--Sta bene;--conchiuse Damiano.--Ti saluto.--
E si alzò dal sedile, che ormai gli pareva fatto di carboni ardenti.
--Parti?--diss'ella.--E dove vai, ora?
--Vado.... a quel paese, dove tu mi hai gentilmente mandato;--rispose
Damiano.
L'ingenua selvaggia ebbe la crudeltà di ridere. Ma in verità, ella non
poteva fare altrimenti. Era così buffo, il dolore di Damiano!
--So bene che tu ritorni alla grande piroga;--riprese Abarima,
rimettendosi al grave.--Sia dolce il tuo sonno, Damiano. E salutami il
tuo fratello Cosma, e digli che venga domani nella casa di Tolteomec.--
Qui il nostro Damiano, che già stava male in sella, perdette a dirittura
le staffe.
--Oh, per questo, stai grassa, se lo speri,--gridò egli, stizzito.--Non
sai tu che un uomo, per buono che sia, non cede ad un altro la donna
ch'egli ama?
--E Catarina....--domandò la selvaggia.--Non hai tu ceduto Catarina, al
tuo fratello Cosma?
--Che paragoni son questi?--replicò Damiano.--Per tua norma, io non ho
ceduto nulla. Se Catarina mi avesse detto: «Tolomeo, andatemi a cercar
Cosma, e mandatemelo qua», le avrei risposto.... mandandola a quel
paese.
--Brutto!--gridò Abarima, facendogli il viso arcigno.
--Cara,--rispose Damiano,--se non ti piace, sputala! Oh, per tutti i
diavoli!--soggiunse mentalmente.--Le ho detto una cosa che non è da
cavaliere. Fortuna, che non può averla capita.--
Infatti, lo sapete, Damiano mescolava spesso, a quel po' d'haitiano che
conosceva, lo spagnuolo, l'italiano, e il suo vernacolo genovese. Con
tutti questi ingredienti, egli impastava la frase; e la sua
interlocutrice non riusciva sempre ad intenderlo.
Rassicurato per quel verso, Damiano fece una bella riverenza alla dolce
Abarima, e subito dopo una giravolta sui tacchi.
--Non ci vedremo più, cara!--borbottava egli tra i denti, muovendo verso
la casa e infilando l'uscio per cui doveva andare alla sua
liberazione.--Ho fatto un marrone, ma di quelli!... Ci vuol pazienza....
sicuro, ci vuol pazienza. E per ritrovarla, questa pazienza benedetta,
dovrò bestemmiarci un giorno e una notte, peggio d'un turco. Ma per
l'anima.... delle radici, da questo giorno in avanti, mi capiti pure una
donna tra' piedi; se prima non mi casca in ginocchio....--
Damiano esciva in quel momento sulla piazza. Tolteomec era là. Veduto
Damiano, lo fermò al varco, per dirgli qualche cosa. Damiano non intese
sillaba di quello che diceva il suo suocero fallito. Ma le buone creanze
volevano che egli rispondesse qualche parola. E Damiano rispose, facendo
bocca da ridere, con gesti cortesi, con inchini ossequiosi, ma tutti in
lingua.... d'Azatlan.
--Oh, caro amico, che il diavolo ti porti! Vecchio cane. Lestrigone,
antropofago! Perchè tu lo sei di sicuro, un antropofago. Qui dovete
esserlo un po' tutti, sebbene non vogliate averne l'aria, con noi. E
mentre voi stritolate gli ossicini coi denti, le vostre donne bevono il
sangue del prossimo. Cara gente! ed io avrei dovuto imparentarmi con
voi? Alla larga! Ma che idea pazza mi era venuta alla mente? È stata
un'ubbriacatura, come a Cuba; senza liquore, senza kohiba, e nondimeno
un po' più lunga di quell'altra. Ora, vedi, caro antropofago, dalla
faccia incartapecorita, io mi sento risanato, e ti mando gentilmente al
diavolo, senza eufemismi, senza complimenti, senza bugie d'uomo
civile.--
Tolteomec rideva e ringraziava, senza intendere per qual ragione o
capriccio il suo ospite ed amico Damiano gli facesse quel giorno i suoi
convenevoli nella lingua del cielo, anzi che in quella dei miseri
mortali d'Haiti.
--Chi sa? forse il grande Spirito gli ha intenebrata la
testa;--diss'egli tra sè, poi che Damiano si fu allontanato.
Damiano frattanto infilava la discesa, per ritornarsene a bordo della
_Nina_. Cosma era laggiù, seduto sul cassero di prora, accanto
all'interpetre Cusqueia. Un'occhiata corse tra i due, e dopo l'occhiata
un cenno di saluto, breve breve, secondo l'uso di quegli ultimi giorni.
Ma se in Cosma un certo riserbo era abituale, non doveva parere
egualmente naturale l'arcigna taciturnità di Damiano, che era sempre
tanto espansivo, non solamente nell'allegria, ma ancora nella tristezza.
Cosma, per altro, non mostrò di far caso della taciturnità di Damiano. E
questi, vedendolo accanto all'interpetre, disse stizzosamente tra sè:
--Studia, bambino! studia l'haitiano, e fatti onore. Ci starai tu,
nell'isola, e magari la imbiondirai. Quanto a me, non vedo l'ora di
scioglier le vele.--
Quella sera, il nostro Damiano si buttò nel suo rancio prima del solito.
Non voleva pensare a nulla, e mezz'ora dopo russava come un mantice. Ma
i molesti pensieri che non aveva voluto accogliere desto, lo visitarono
addormentato. Damiano sognò che Abarima si attaccava ai panni di Cosma,
e che Cosma era stato obbligato a sposarla, per alta ragione di governo.
Infatti, dipendeva da quel matrimonio la quiete della piccola colonia
spagnuola nell'isola di Haiti. Le nozze si celebravano in chiesa. In una
chiesa che non c'era ancora; ma si sa, il sogno non bada a queste
piccolezze, e quello che non c'è, se lo fabbrica. Gli sposi erano dunque
in chiesa, davanti all'altare, e Cosma stava mettendo l'anello rituale
al dito di Abarima, quando si udì una sonora risata, che fece voltare
tutti gli astanti. Catarina Bescapè compariva da una navata laterale, e,
seguitando a ridere, si avvicinava agli sposi; faceva a Cosma un inchino
canzonatorio, poi si accostava alla figliuola di Tolteomec, la guardava
ironicamente, la fiutava sopra una spalla, e poi torceva il viso,
dicendo: «Che olio usate, ragazza mia? che olio usate, per farvi la
pelle lucida?» E il cavaliere di madonna Catarina, il vecchio e
sofistico legista Giasone del Maino, aggiungeva del suo, rivolgendosi a
Cosma: «Ragazzo mio, perchè non aspettare che madonna Catarina si fosse
annoiata di me? Ella è vedova; potevate sposarla voi. Quanto a me, lo
sapete, io voglio restar celibe, aspettando che il papa mi mandi il
cappello di cardinale.»
A farvela breve, Damiano sognò un visibilio di sciocchezze, sul far di
queste, che vi ho fedelmente riferite. La mattina seguente, si svegliò
con la testa pesante, ma felice di essersi liberato da tutte quelle
immagini sciocche. Balzato dal suo rancio e uscito in coperta, trovò
l'almirante che si disponeva a scendere nel palischermo.
--Signore,--gli disse,--voi andate alla fortezza?
--Sì, messer Damiano,--rispose Cristoforo Colombo.--Volete forse
accompagnarmi?
--Un tratto di strada, se permettete; fin lassù ed oltre, se è per
vostro comando.
--Eh, senza comandarvelo, desidero che veniate. Oramai il lavoro è
finito, e non sarà male che ci intendiamo per la distribuzione delle
parti.
--Ah, sì, le parti.... sicuramente, bisognerà distribuirle;--disse
Damiano, seguendo sul palischermo il suo grande concittadino.--Ma
appunto per questo, signor almirante....
--Che cosa?
--Appunto per questo, se non vi paresse offesa un cambiamento di
opinione da parte mia....
--Non istate a mendicar le parole, messer Damiano;--interruppe
Cristoforo Colombo, ridendo.--Voi non volete più rimanere alla
Spagnuola?
--No, non ho detto, non intendevo dir questo;--rispose
Damiano.--Alludevo al posto che la vostra bontà mi vorrebbe affidare.
Esso è troppo alto per me; io non mi sento da tanto.
--Modestia!--esclamò l'almirante.
--Eh, signore, così fosse! che avrei merito di una bella virtù. Ma ho
fatto il mio esame di coscienza, e mi son ritrovato dappoco; ho
riconosciute le mie forze.... _quid valeant humeri quid ferre
recusent_....
--Messer Damiano, la vostra non è più modestia; è canzonatura del
prossimo;--rispose l'almirante.--Un uomo che parla latino, e mi cita
Orazio, pretenderà dunque di essere gabellato per semplice marinaio e
per semplice soldato?
--Come tale son pur venuto;--replicò Damiano, schermendosi.--Soffrite
che tale io rimanga.
--Ma che strano pensiero è il vostro? E come v'è saltato in mente? Spero
bene che vorrete dirmelo. Per intanto, saltiamo a terra, mio caro.--
Così dicendo, poichè il palischermo era giunto alla riva, l'almirante
balzò sulla rena colla grazia agile e pronta del marinaio. E Damiano lo
seguì, per ripigliare il suo discorso.
--Il pensiero, signor almirante, mi è venuto così. Non credeva da
principio che Cosma, il mio buon amico e concittadino, volesse restare
nell'isola. Ieri finalmente, ho saputo che il suo desiderio sarebbe di
rimanere. E in questo caso mi pare che il posto di aiutante spetterebbe
a lui, piuttosto che a me. Cosma ha ben altre doti, che io so di non
possedere. Perchè io mi conosco, signore. Non ho ragioni per essere
modesto; ne ho invece per essere sincero. Ho l'umor gaio e mattacchione,
io: quando mi saltano i grilli in capo, addio gravità! Cosma è grave,
anche quando dorme; ha l'indole e l'aspetto più confacenti a chi deve
esercitare un comando. Io dunque vi prego, messere, vogliate metter
Cosma in mio luogo, come aiutante di don Diego di Arana.--
Cristoforo Colombo era stato a sentirlo con molta attenzione, senza mai
interromperlo. Quando vide che aveva finita la sua perorazione, gli
disse:
--Ma sapete, messer Damiano, che voi siete la perla degli amici?
--Voi mi date la baia, signor almirante!--rispose Damiano, abbassando la
fronte, in atto di grande umiltà.--La perla degli amici è Cosma, ed io
troppe prove n'ho avute. Per una volta tanto, vorrei pagarlo delle sue
cortesie.
--Se volete ad ogni costo....--disse Cristoforo Colombo.--Se così siete
intesi tra voi....
--No, nessuna intesa è corsa tra noi;--rispose Damiano.--So che Cosma
rimarrebbe volentieri; tanto che da due giorni non fa altro che studiare
la lingua di questi naturali, insieme coll'interpetre Cusqueia. Vorrei
che fosse contento: vorrei che restando avesse un ufficio degno di lui.
E se voi, messere, mi amate....
--Certamente, vi amo. Siete mio concittadino; siete un gentiluomo,
quantunque il vostro nome mi sia sconosciuto; siete stato anche un buono
e intelligente compagno di fatica per noi; debbo dunque amarvi e
pregiarvi grandemente. Mi duole che ricusiate un ufficio che vi avevo
offerto, stimandovene degno; ed oggi ancora ve l'offro.
--Ed io ve ne ringrazio, signore, e torno a pregarvi di conferire
l'ufficio a Cosma. Egli, badate, non sa che voi avete offerto un tal
comando a me; voi, messere, non ne avevate ancora parlato a nessuno....
--A nessuno,--rispose l'almirante.
--Ebbene, gli verrà dunque offerto da voi come cosa nuova; l'avrà come
una primizia, ed io sarò, doppiamente felice se il mio buon amico e
fratello Cosma ignorerà che l'onore gli è fatto per mia intercessione.
--Voi dunque, messer Damiano, volete proprio così? Sarete contento.
--E già contento mi vedete fin d'ora, signor almirante, e pieno di
gratitudine per voi. Posso dunque dire a Cosma che voi volete vederlo
alla fortezza?
--Che fretta è la vostra?--esclamò l'almirante.
--Signore, non dicevate voi dianzi che sarà utile vedere fin d'oggi, con
gli ufficiali, come possano essere distribuite le parti lassù?
--È vero, è vero, e voi avete buona memoria. Sia dunque chiamato il
vostro amico. Manderemo indietro qualcuno.
--Vado io, se permettete. Tanto, poichè non ho da comandare, non è
necessario che io venga a studiare i particolari del servizio.
--È giusto; andate dunque, messer Damiano,--conchiuse Cristoforo
Colombo.--E sia fatta la volontà di un uomo, che vuole ad ogni costo....
obbedire.--
Damiano non istette a ribattere la celia del signor almirante; fatto un
profondo inchino, si allontanò sollecitamente, ritornando verso la
spiaggia. Il palischermo non era ancora partito, ed egli ebbe tempo di
rimontarvi su, per farsi condurre a bordo della caravella.
--Ah, caro il mio Cosma!--mormorava egli, avvicinandosi alla
_Nina_.--Uomini di Plutarco come me, non ne troverai ad ogni canto di
strada. Tu volevi rubarmi il posto nella casa di Tolteomec, ed io te lo
lascio. Un po' per forza, è vero; ma qual è l'atto di virtù che non
costi uno sforzo? Aggiungi che un altro posto ti lascio, e questo era
mio, destinato a me dalla espressa immutabile volontà del signor
almirante. Io ho filato, e son nudo; tu non hai filato, ed hai due
camicie. Ti compensino esse di quella che hai regalata all'interpetre.
Caro il mio Cosma, che facevi l'inconsolabile! il messer Francesco
Petrarca, senza lo sfogo del Canzoniere! Ma già, anche del Petrarca e
del suo costante amore, sappiamo che cosa si debba pensare.--
Damiano sorrise a se stesso, contento com'era del suo ragionamento.
--Vediamo,--proseguì, dopo essersi padroneggiato;--che cosa faccio io?
Mi vendico, forse?... Eh sì, un pochettino. Il mio caro ed amato Cosma
resterà preso al suo laccio. Egli non era invaghito di Abarima; dovrà
giulebbarsela, e si seccherà.... oh, si seccherà, molto prima che non
avrei fatto io. Perchè certamente io mi sarei seccato, con quella pelle
rossa. Che idea è stata la mia? Ma già, con le donne, si pigliano certe
ubbriacature! Un po' la galanteria, che è sempre viva nell'uomo, un po'
il sangue, che non è acqua, un po' il puntiglio, che è sempre appiattato
nel fondo dell'anima, in compagnia dell'orgoglio suo padre, e addio
roba! Lì per lì, sembra di toccare il cielo col dito; e poi.... oh vile
umanità!...--
L'arrivo del palischermo contro il bordo della _Nina_ interruppe un
trattato di filosofia pratica, che avrebbe potuto durare dell'altro,
magari dalle acque di Haiti fino alle coste di Spagna.
Cosma, che aveva veduto partire Damiano mezz'ora prima, fu maravigliato
di vederlo ritornare; e più maravigliato di vederselo venire incontro,
con aria risoluta ed allegra, come se nessun dissapore fosse mai stato
tra loro. Ma se di ciò poteva maravigliarsi Cosma, non si maraviglierà
certamente il lettore. Damiano poteva star grosso con l'amico, fino a
tanto che l'amico gli dava noia, contrariando i suoi disegni. I disegni
di Damiano erano per allora tutt'altri, e l'animo suo si era mutato del
pari. Egli poteva andare incontro a Cosma, ridendo e canterellando, come
andò incontro ai ladri il viandante della favola, poichè fu alleggerito
della borsa.
--Tu sei di buon umore;--disse Cosma, dopo avergli fatto un cenno di
saluto.
--Sì, caro, come sempre, quando le cose vanno a modo mio.
--Ah, me ne congratulo.
--Grazie, non t'incomodare; avremo tempo, se resti in Haiti, come mi hai
annunziato.
--Certamente;--rispose Cosma, guardandolo negli occhi.--Ma perchè non
sei lassù, nelle tue solite occupazioni?
--Comando dell'almirante;--disse Damiano.--Ha dimenticato certe
faccende, che son tornato io a sbrigare per lui. Sai che domani egli
parte, dopo aver messa a posto la colonia?
--Domani?
--Sicuramente; tutto è all'ordine, lassù. Non resta che di destinarvi il
presidio. Anzi, tra le cose che dovevo fare, c'è questa, di avvisar te
che il signor almirante ti vuole a terra, e subito.
--Vuol me? per che fare?--esclamò Cosma, stupito.
--Non so; mentre ero sul punto di ritornare, mi ha detto: a proposito,
avvertite il vostro amico messer Cosma, che lo aspetto alla fortezza;
devo parlargli. Così mi ha detto, nè più nè meno.--
Cosma stette un pochino sovra pensiero, cercando dentro di sè che cosa
potesse volere l'almirante da lui. Ma non trovò nulla di nulla; perciò
si strinse nelle spalle, e si alzò, per andare alla scaletta di bordo.
--Debbo aspettarti?--diss'egli a Damiano, prima di giungere al capo di
banda.
--No, io non potrò sbrigarmi così presto;--rispose Damiano.--Ho da
cercare qualche cosa fra le carte del signor almirante. Poi ho da far
raccogliere e portare a terra certe minuterie per gli scambi, che a lui
non bisognano più e che serviranno meglio a noi altri. Addio, dunque, e
a rivederci più tardi.--
Cosma, ingannato dalla calma apparente, e più dalla parlantina
dell'amico, scese nel palischermo e si fece condurre alla spiaggia.
Damiano lo guardava intanto con la coda dell'occhio.
--E dire,--pensava egli,--e dire che mi rincrescerà di piantarti,
all'ultim'ora!... Perchè, infine, si era amici per la vita e per la
morte. E se non era questa selvaggia capricciosa, la nostra amicizia
sarebbe durata fino alla morte. Aveva già superate tante prove! E perchè
non dovrebbe superare quest'altra?... No, per tutti i diavoli,
no;--soggiunse Damiano, cacciandosi la destra sotto il corpetto di lana
e comprimendosi il cuore.--No, viscere infame, stai zitto! La mia
vendetta, per questa volta deve passare avanti tutto. Una gran vendetta,
poi! Vi faccio un regalo, miei cari sposini. Vivete felici, crescete,
moltiplicate, e ch'io non senta più parlare di voi.--
_Capitolo XV._
Come fu inaugurata e presidiata la fortezza del Natale.
Era il secondo giorno dell'anno 1493, quando si potè dire che la
fortezza fosse finita di tutto punto, da otto giorni che era stata
incominciata. S'intende che non era una gran fabbrica; non bastioni, non
mura, ma fossi, argini e terrapieni, sul fare delle moderne
fortificazioni passeggere, o piuttosto degli antichi accampamenti
romani, poichè, alla guisa loro, l'argine interno era difeso da una
palizzata che correva tutto in giro. Nel mezzo del terrapieno sorgeva un
grosso torrione di legno, entro il quale stavano al coperto le munizioni
da bocca e da fuoco, che Cristoforo Colombo aveva fatte estrarre dalla
_Santa Maria_ naufragata. Il provvido almirante aveva aggiunto alle
provvigioni della fortezza tutto ciò che non era strettamente necessario
alla _Nina_; poichè questa doveva ritornare senz'altre esplorazioni in
Ispagna.
La fortezza così costruita ebbe nome dal Natale, essendo nella notte
sopra quel giorno naufragata la _Santa Maria_. E come il legname della
nave naufragata era servito a formare l'ossatura del torrione, così i
suoi cannoni servivano alla difesa della nuova costruzione. Quelle due
bombarde e quei quattro falconetti erano più che bastanti a tenere in
rispetto non solamente un popolo ignudo e quasi inerme, come quello di
Haiti, ma gli stessi Caribi, se mai avessero ardito far nuove incursioni
sulla costa, perchè essi d'altro non andavano armati che di archi, con
frecce di canna, chiaverine di legno, e piccole accette di selce.
Del resto, diceva l'almirante, più che dal timore così facilmente
ispirato nei naturali dell'isola, i nuovi coloni dovevano trarre
argomento di sicurezza dalla loro disciplina e dalla bontà paterna con
cui avrebbero trattate quelle pacifiche tribù, avvezze oramai a venerare
gli stranieri navigatori come figli del cielo.
La mattina del 2 gennaio, adunque, vestito in pompa magna e seguito dai
suoi scudieri tutti coperti d'acciaio brunito, il grande almirante del
mare Oceano scese nel suo palischermo alla spiaggia. Erano là ad
aspettarlo gli ufficiali ed i marinai delle due caravelle, che tosto lo
seguirono per il noto sentiero fino al villaggio di Guacanagari, e di là
alla fortezza del Natale.
Innanzi di scendere nel palischermo, Cristoforo Colombo aveva scambiate
alcune parole con messer Damiano.
--Come?--gli aveva detto.--Voi non venite a terra?
--Signore,--aveva risposto Damiano,--è ben necessario che qualcheduno
stia alla custodia della _Nina_, lasciata per un giorno così sola. E
dopo ciò che la vostra bontà mi ha consentito questa mattina....
--Sì, sta bene;--rispose Cristoforo Colombo, ridendo.--Ma non sarebbe
una buona ragione perchè voi rimaneste a bordo, senza pur dare un
abbraccio agli amici. Dubitate già della vostra fortezza d'animo? e
temete di mutare ancora una volta di opinione?....
--Signore,--disse Damiano, umiliato,--avete ragione a rider di me.
--Celiando, non è vero?--soggiunse l'almirante, battendogli
amorevolmente la mano sulla spalla.--L'amicizia consente lo scherzo,
purchè non ecceda. Restate dunque, se così vi pare.
--No, messere;--rispose Damiano.--Poichè tutto è inteso oramai, e per
dimostrarvi che questo cambiamento è stato l'ultimo.... se mi
permettete, verrò.--
Così, anche Damiano aveva seguito l'almirante. Del resto, a bordo della
_Nina_ restava un pilota, e parecchi uomini di guardia con lui. La
presenza di messer Damiano non era dunque necessaria.
Sulla piazza del villaggio, Guacanagari era venuto incontro al capo
degli uomini bianchi. Offriva a tutti una refezione, il buon cacìco di
Haiti; ma Cristoforo Colombo non poteva accettarla che due ore più
tardi, quando fosse compiuta la cerimonia della inaugurazione del forte
Natale e del giuramento dei nuovi coloni che dovevano esserne il
presidio. Il cacìco fu anzi invitato a quella solennità militare, e con
lui i più notabili tra i naturali del luogo.
Preceduto dal suo trombettiere e dall'alfiere che portava la bandiera di
Castiglia, l'almirante entrò dal ponte levatoio nel forte. I due
equipaggi, armati di archibugi e di scuri, lo seguirono, andando a
schierarsi contro le palizzate. Cristoforo Colombo, avendo Guacanagari
al suo fianco, e i suoi ufficiali d'intorno, prese posto in mezzo al
quadrato.
Era uno spettacolo solenne per sè stesso; ma più solenne lo rendeva la
figura maestosa di Cristoforo Colombo, la cui fronte alta e bianca,
illuminata da un raggio di sole, e lo sguardo azzurro, che volentieri
spaziava nei mondi lontani, avevano un certo che di sacerdotale,
effondendo tutt'intorno un senso di cose sacre ed arcane.
Impugnata l'asta della bandiera che l'alflere gli aveva presentata,
Cristoforo Colombo fece un passo avanti e parlò alla sua gente.
--Compagni ed amici,--diss'egli,--trentanove di voi rimarranno a formare
la prima colonia castigliana del nuovo mondo. Questo è un grande onore,
ed altresì una grande malleveria. Confido che essi saranno degni
dell'uno e dell'altra, ricordando di esser qui nel nome di don
Ferdinando e di donna Isabella, re e regina di Castiglia e Leone.
Rodrigo di Escobedo, vogliate leggere, anzi tutto, i nomi dei marinai
destinati a rimanere nell'isola di Spagnuola. E a mano a mano che i nomi
saranno letti, escano gli uomini dalle ordinanze, e vadano a destra, per
allinearsi sotto gli ordini di Pedro Gutierrez.--
Rodrigo di Escobedo, regio notaio, cavò dal giustacuore un rotolo di
carta, lo dispiegò, e lesse ad alta voce trenta nomi di marinai; e
questi, ad uno ad uno, usciti dalle ordinanze, andarono a mettersi in
fila, a pari con Pedro Gutierrez, primo pilota della _Santa Maria_.
--Compagni ed amici,--ripigliò Cristoforo Colombo, dopo che l'ultimo
chiamato ebbe preso il suo posto,--ho pensato che alla nuova colonia
bisognino uomini esperti di alcuni particolari uffizi: un bombardiere,
un calafato, un legnaiuolo, un bottaio, un sarto, un cerusico. Rodrigo
di Escobedo, leggete i nomi degli uomini che io destino a questi
servizi.--
Rodrigo di Escobedo spiegò da capo il suo rotolo di carta, e lesse i sei
nomi; ad ognuno dei quali un uomo si mosse ed andò a collocarsi a
destra, presso i trenta uomini allineati.
Ultimo dei nuovi chiamati era il cerusico. Ma non è da credere che fosse
un dottor fisico, un medico, od altro di somigliante. Cerusico, nelle
antiche marinaresche, era un marinaio che faceva il barbiere. A quei
tempi, ed anche nei tre secoli che seguirono, il marinaio che maneggiava
il rasoio sulla faccia dei compagni, sapeva all'uopo trattar la
lancetta. Ed anche faceva dei discepoli, senza essere professore
d'università, poichè insegnava la doppia arte del radere e del cavar
sangue, dello sfregiare i volti e del medicare le piaghe, ad un suo
giovane alunno, che assumeva il nome di barbierotto.
Trentasei uomini erano ordinati in disparte. Allora Cristoforo Colombo
riprese a parlare.
--Voi, Pedro Gutierrez, pilota della _Santa Maria_, e voi Rodrigo di
Escobedo, regio notaio, mettetevi a capo di questi uomini, riconoscendo
per vostro comandante il nostro capitano di giustizia don Diego di
Arana, che in virtù dei poteri vicereali a me conferiti dalle Loro
Altezze io destino al comando del forte Natale e della colonia
castigliana nell'isola Spagnuola.--
Qui il nostro Damiano incominciò a dar di gomito al suo buon amico
Cosma, che gli stava da lato.
--Ed ora a te, mio caro;--diss'egli sottovoce.--Mi duole, sai, di non
restare con te; ma poichè il signor almirante ha voluto così....
--Sciocco!--mormorò Cosma, tirando indietro il suo braccio.
--Come sarebbe a dire?--esclamò Damiano.
--Sciocco, ti ripeto;--tornò a dirgli Cosma.--E accoppami poi, se ti
piace. Ma ora sta zitto; il signor almirante ci vede.--
Il signor almirante riprese il suo discorso.
--A voi, don Diego di Arana! prendete questo vessillo, fatelo sventolare
sull'alto della torre, e adoperate in guisa che sia riverito e temuto.
Dovunque è la nostra bandiera, ivi è la patria nostra. Voi, ora, che
siete destinati al presidio del forte, alla difesa di questa bandiera,
nel nome della Santa Trinità, per l'onore di Ferdinando e d'Isabella,
per la gloria della Spagna, giurate fedeltà ed obbedienza al vostro
comandante don Diego di Arana.
--Giuriamo!--gridarono tutti, da Pedro Gutierrez fino all'ultimo dei
soldati.
Allora Diego di Arana si avanzò alla sua volta, prese la bandiera dalla
mano dell'almirante, snudò la sua spada, e abbassandone la punta verso
di lui, così ad alta voce parlò:
--Ringrazio Vostra Eccellenza della fede che in me riponete, e farò di
mostrarmene degno per l'onore dei nostri sovrani e per la gloria della
patria, che saranno i miei pensieri costanti. Ed ora, secondo il vostro
comandamento, signor vicerè, almirante e governatore generale, isserò la
bandiera che mi avete affidata, sulla torre del forte Natale.--
Ciò detto, salutò con la punta della spada, e si avviò, seguito dai suoi
trentotto uomini, verso il ponte levatoio della torre. Pochi momenti
dopo, raccomandato ad una sagola corrente, il vessillo di Castiglia e
Leone saliva in vetta al brandale della torre di legno. E la gloriosa
ascensione dei colori di Spagna nel sereno del cielo fu salutata dal
rimbombo delle artiglierie; un rimbombo inatteso, che fece tremare il
cacìco Guacanagari, e cadere i notabili della sua corte sulle braccia
del loro vicini spagnuoli.
Cristoforo Colombo si volse cortesemente a rassicurare il suo buon amico
Guacanagari. Quelle terribili macchine che vomitavano fuoco non erano
destinate ad offendere i pacifici abitanti dell'isola, bensì a
proteggerli contro i loro nemici Caribi. La cosa era già stata detta più
volte; non era male ripeterla ancora a quei semplici uomini; i quali,
vinto il primo ed involontario moto di paura, si abbandonavano
volentieri alle più pazze dimostrazioni di allegrezza.
Lasciata una guardia sufficiente nella torre, Diego di Arana ritornò
sulla spianata, col grosso dei suoi.
--Abbracciate i vostri amici che restano;--disse Cristoforo Colombo ai
suoi marinai.--Avete tutti due ore di libertà; poi ritorneremo alla
nostra caravella, per salpare le áncore.--
Damiano era rimasto un po' sconcertato.
--O come?--diss'egli a Cosma.--E tu non hai avuta la tua destinazione?
--Ci sarà tempo;--rispose Cosma, alzando le spalle.
--Tempo? Non troppo. L'almirante ha detto che fra due ore si mette alla
vela. E per intanto bisognerà accettare la refezione che ci offre il
capo dei Lestrigoni.
--Che Lestrigoni? che ci hanno a far qui le tue reminiscenze classiche?
Non siamo già in paese di antropofagi.
--Oh, non badare. Dicevo così per dire. Sono anzi carissima gente.
Peccato che io non possa restarci!
--Come? e tu hai cambiato opinione?
--Sì, caro, cioè.... non io, veramente, ma il signor almirante, che ha
preferito di godere della mia compagnia fino alle coste di Spagna.
--Ma bravo! e quando è stato questo cambiamento?
--Questa mattina.... poche ore fa.... mentre si veniva alla fortezza.
--Oh guarda, guarda!--esclamò Cosma, con l'aria di uno che cascasse
dalle nuvole.
--Sai?--ripigliò Damiano, felice di essersi levato quel peso dallo
stomaco.--Io lo dicevo poc'anzi, che mi doleva della nostra separazione;
e tu, senza starmi a sentire, mi hai detto sciocco.
--Ebbene? non ho io forse ragione?
--Non mi pare;--rispose Damiano.--Si può esser modesti, e non credere di
meritare un titolo così alto.
--Capisco che bisognerà trovartene un altro più umile;--riprese Cosma,
ridendo.--Ma allora, di modesto che volevi essere, mi diventerai
orgoglioso.
--Senti,--conchiuse Damiano,--fa una cosa equa e ragionevole; non mi
dare nessun titolo.
--Il nome solo, adunque?
--Sicuramente; Damiano, nient'altro che Damiano.--
Così dicendo, Damiano pensava:
--O non ha l'aria, questo caro ed amato Cosma, di volermi chiamare....
Tolomeo?--
Cristoforo Colombo si mosse, per ritornare al villaggio. Damiano a sua
volta si scosse, e in compagnia di Cosma seguì la brigata. Guacanagari
aveva convitati quel giorno tutti i suoi amici Spagnuoli nella residenza
reale. La casa, sicuramente, per quanto fosse spaziosa, non sarebbe
bastata ad accoglierli tutti; ma il savio cacìco aveva fatte disporre le
mense in giardino, e là c'era posto per dugento, magari per cinquecento
persone.
L'almirante e i suoi ufficiali notarono con grata maraviglia che il loro
ospite aveva copiate le usanze d'Europa, da lui osservate a bordo della
_Nina_, facendo stendere sulle tavole dei pezzi di cotone tessuto, a
guisa di tovaglia. Quanto ai sedili, non aveva avuto da copiar nulla,
poichè i sedili c'erano, in Haiti, e più belli e più ricchi a gran pezza
di quelli che aveva l'almirante nel suo castello di poppa. S'intende che
al banchetto di Guacanagari i sedili non erano tutti intagliati e ornati
d'oro, come i due che si vedevano destinati al cacìco e al suo ospite.
Tutte le case dei notabili avevano data la parte loro di sedili, per
modo che ogni invitato potè trovare il suo posto, e aspettare
comodamente le imbandigioni della cucina Haitiana.
Alla tavola, o, per dire più veramente, alle tavole di Guacanagari non
sedevano donne. E questo fece piacere a Damiano; quel piacere agro dolce
con cui si usa di assaporare la mancanza di una noia alla quale eravamo
già predisposti, credendola inevitabile.
Ci sono dei dolori che vegliano, e dei dolori che dormono. Lascio i
primi, e mi fermo ai secondi, per dire che essi stanno in noi, e non si
fanno sentire, se non quando è toccata e tormentata la parte del corpo
in cui hanno posto dimora. Così era un certo dolore di Damiano. A patto
di non vedersi davanti agli occhi Abarima, la capricciosa selvaggia,
egli si sentiva abbastanza tranquillo.
Una pena in apparenza più forte era per lui in quel momento l'idea di
doversi separare tra poche ore da Cosma. Erano concittadini, erano
amici, si erano ritrovati per tanto tempo a vivere insieme, a pensare
insieme, ed anche, pur troppo, ad amare insieme. Son cose, queste, che
imprimono carattere, e diventano in noi come una seconda natura. Senza
quel tormento di Cosma ai fianchi, come si sarebbe sentito solo! Pari di
condizione, avevano fatti i medesimi studi; da sei o sette anni non si
erano lasciati per un giorno intiero. Non andavano sempre d'accordo, oh
no! se ne dicevano qualche volta di crude e di cotte; ma infine, a
questo trattamento scambievole si erano anche avvezzati. Tutto ciò, da
un momento all'altro, sarebbe finito.... E perchè? perchè a lui,
Damiano, era piaciuto di restare in Haiti e di sposare una pelle rossa;
perchè a Cosma era saltato in mente di restare anche lui, e di
guastargli le uova nel paniere. Ed egli, Damiano, si era seccato, aveva
risoluto di andarsene, lasciando l'amico nella trappola che questi aveva
immaginato di tendere a lui. Il tiro, perbacco, era da furbo; ma non
era, perdiana, da amico. Damiano incominciava a sentirsi nel fondo
dell'anima la puntura di un piccolo rimorso, e immaginava che il giorno
seguente, a bordo della _Nina_, quella puntura gli sarebbe diventata una
piaga.
Povera amicizia, che i poeti hanno cantata come un amore senz'ali! Fate
che una donna si metta di mezzo, e vedrete dove va l'amicizia. Il che,
forse, prova che l'amicizia è un sentimento superficiale, incompiuto,
artificiale in gran parte. Certo, non è un sentimento originale,
connaturato nella specie umana. Se lo fosse, Domeneddio avrebbe disposte
diversamente le cose; prima di fare quel grande miracolo che sapete,
avrebbe creati e messi a discorrere insieme due uomini. Non vi pare?
Questi ed altri pensieri consimili chetarono lì per lì i rimorsi del
nostro Damiano. Del resto, l'allegria d'un banchetto non è fatta per
lasciar pensare a lungo; e molte tristezze ad una cert'ora vanno
affogate nella varietà dei discorsi che escono di cento bocche, e delle
bevande che entrano in cento stomachi assetati. Per quel giorno Damiano
faceva a fidanza coi liquori del Nuovo Mondo; dal liquore del cocco
fermentato, a quello del palmizio distillato, li accettò tutti ad occhi
chiusi. Intorno a lui, così facevano tutti. Lo stesso almirante, che
aveva capito dove si andasse a parare con una refezione finale in casa
di Guacanagari, aveva annunziata la partenza per quel giorno, ma
solamente per potere ad una cert'ora far suonare a raccolta; nell'animo
suo era già fermo il proposito di lasciar dormire quella sera la sua
gente nei ranci, rimandando la partenza al mattino seguente. Ignoravano
questa concessione i marinai; ma si erano governati come se ci
contassero sopra; e bevevano, e ridevano; e qualcheduno, più tenero,
incominciava a piangere la lagrimetta affettuosa dell'amicizia
inumidita, anzi diciamo pure inzuppata.
E proprio allora, Dio misericordioso, dovevano capitare le dame?
Spettatrici lontane, sì, appostate fra gli alberi, ma pur sempre
spettatrici. Damiano intravvide tra quelle graziose ma inopportune
creature, la sua bella e crudele Abarima.
--Che vuole costei?--borbottò egli tra i denti.--È venuta a farsi beffe
di me? Mi vedrai ridere, cara, mi vedrai ridere di gusto, come non ho
riso mai, dacchè sono cascato in questa valle di lagrime. Caro il mio
Sancio Ruiz,--diss'egli, al suo vicino di destra,--versami da quella
amabile zucca una goccia di liquore, ma che non sia una goccia da avaro.
Sento che mi rinfresca il palato. Va giù come l'acqua. Ottima è l'acqua;
lo ha detto Pindaro. Non conosci Pindaro, amico Sancio? È un poeta
greco, che ha detto molte cose, ma tutte assai meno chiare di questa.--
E ciarlava, il buon Damiano, cercando di svagarsi. E beveva ancora,
tenendo bordone a tutti i discorsi, rimbeccando tutti i motti che si
volgevano a lui. Così bevendo e ciarlando, capirete che si svagò quanto
occorreva, ed anche un tantino di più. Sancio Ruiz, non era più Sancio
Ruiz; diventava Rodrigo di Triana, poi un altro, e ancora un altro, fino
a diventar Cosma, Tolteomec, Diego di Arana e Cusqueia. A quell'ora non
c'erano più razze, non c'erano più gradi; tutti amici, tutti fratelli, e
viva l'allegria.
--Tolteomec, io t'amo;--diceva Damiano.--Ci dobbiamo lasciare; ma non
importa, io t'amo. Perchè non ti risolvi di venire con noi in Azatlan?
Capisco; tu vuoi restar qua, perchè sei innamorato di Caritaba.... no,
dico male, di Abitaba.... cioè, no, di Carabima. Oh, infine, si chiami
come le pare. Quando un nome non vuol venire, si lascia stare. E bisogna
anche lasciar stare le donne. Usane con parsimonia, amico. La scuola di
Salerno lo raccomanda; lo raccomandano a gara Celso, Galeno e....
quell'altro.... chi è più quell'altro? Aiutami a dire, per bacco!
--Sei ubbriaco, mio caro;--gli disse Sancio Ruiz all'orecchio.
--Io ubbriaco! Sei matto? non so chi tu sia, caro amico, perchè un po'
mi sembri uno, un po' mi sembri un altro. Ma questo è effetto di
strabismo. Del resto, che cosa fa il nome, quando c'è la persona? Il
nome, quello, è un ritrovato dell'uomo.
--Che diavolo annaspi tu ora?
--Sì, ripeto, un ritrovato dell'uomo; che cosa ci trovi di strano?
L'uomo dice: io mi chiamerò così e cosà.... Cioè, no, non lo dice lui,
ma un altro per lui.... il prete che lo battezza.... Se, per esempio, il
prete avesse battezzato quest'acqua di cocco, dicendole: tu ti chiamerai
vino di Cadice.... Che cosa volevo dire? Ah, ecco, che tu ti chiami
Gutierrez, e che oggi si sta allegri a quel Dio! Viva l'almirante, e
crepi chi gli vuol male.--
Si era rimasti abbastanza a tavola. Il signor almirante si alzò, e il
cacìco Guacanagari con lui. Quali di buona voglia, e quali a malincorpo,
ad uno per volta si alzarono tutti i commensali. Damiano si alzò, perchè
si alzava Pedro Gutierrez, ossia Sancio Ruiz, o, se vi piace meglio,
Rodrigo di Triana. Il nome, del resto, non fa e non conta; che cosa è il
nome, quando c'è la persona? Damiano, adunque, si alzò da sedere, perchè
si era alzato il suo vicino di destra, quello che gli versava da bere.
Ma appena fu in piedi, sentì di non essere in gambe, e di aver bisogno
del braccio di Tolteomec; cioè, no, di Cusqueia; anzi, no, di Diego di
Arana; o meglio, del primo venuto, purchè lo sostenesse bene.
Frattanto, nel vasto giardino di Guacanagari, i crocchi, i capannelli,
si andavano facendo e disfacendo senza posa. Erano anche in gran numero
gli abbracci, i baci, le tenerezze. Chi rideva e chi piangeva. Certuni,
come Damiano, piangevano tutt'insieme e ridevano.
--Buona notte, amici!--balbettava Damiano.--Voi restate, io parto. E
poichè parto, aspettate, vi faccio un discorso. Bisogna andare. Il
comando è quello; e quando c'è il comando, l'uomo, sia marinaio o
soldato, deve obbedire. Tutti obbediscono, all'uomo, alla donna, al
destino, alla legge di natura. Si va, si va, e qualche volta si arriva.
Noi arriveremo. Addio, dunque, miei vecchi amici. Oh, sei qua, tu,
Cosma? Ti saluto e ti abbraccio. Ti prego di abbrac.... no, abbracciare,
no! Ti prego di salutarmi tanto e poi tanto Caritaba, quella divina
selvaggia.... quella selvaggia fera, come direbbe un petrarchista.
Addio, caro biondino! Ma che vedo? a proposito di colore.... che cos'è?
ci hai già la pelle rossa anche tu?--
Cosma (perchè era lui, quella volta, e Damiano, per miracolo, non si era
ingannato chiamandolo a nome) Cosma prese l'amico sotto il braccio, e lo
condusse fuori, col resto della comitiva.
--Caro amico! son proprio contento di sentire il tuo braccio sotto il
mio.... o il mio sotto il tuo.... Fa lo stesso, non è vero? Son proprio
contento. Tu non lo sarai ugualmente, già me lo immagino. Te l'ho fatta!
ma devi perdonarmela, vedi, devi perdonarmela. Perchè infine, capirai,
certi tiri agli amici non si fanno. Ero già il re di Haiti, o stavo per
diventarlo. E tu non l'hai voluto; tu sei venuto a vogarmi sul remo.
Confessalo, è stata un'azionaccia. E non per me, finalmente. Un regno!
che cos'è un regno?... Ma intanto, ecco un povero paese che sarà per tua
colpa infelice. Se pure non hai fatto giuramento di renderlo felice tu
stesso!... Ma già, non riescirai, te lo pronostico io. Tu sei troppo
grave, troppo accigliato, troppo malinconico, mio caro; non sei l'uomo,
per questo popolo, lasciatelo dire, non sei l'uomo. Vuoi che te lo canti
in musica? Non sei l'uomo. Io, io, ero l'uomo per questa gente; li avrei
fatti stare allegri dalla mattina alla sera, e dalla sera alla mattina.
Sire, il popolo soffre! Soffre? Ebbene, balli, e beva, sopratutto, beva
molto. Chi beve balla; e se non balla lui, gli balla la terra sotto i
piedi, come a me in questo punto. Perchè io sono felice, mio caro.
Scusami, sai, perdonami la mia felicità. Io non ne posso nulla; è stato
il desiderio dell'almirante; e credi pure che mi strappa le lagrime.
Ahimè, Cosma! ti vedrò io più, su questa buccia di limone? Parto, ti
lascio, addio, voglimi bene e non se ne parli più. Vado in Ispagna; ma
non fo conto di trattenermi molto. Andrò in Italia, e laggiù.... laggiù,
voglio accasarmi ancor io. Bisogna farla tutti, prima di morire, la gran
corbelleria. Sposerò anch'io.... chi sposerò?... Se è vedova, guarda, la
sposo lei.... Se non è vedova lei, sposo Giasone del Maino.--
Cosma non diceva parola. Era profondamente seccato di quella parlantina
dell'amico e temeva ad ogni istante di sentirlo dar fuori. Alle ultime
frasi, poi, gli diede una stratta poderosa, tentando di ricondurlo in
carreggiata. Ma quell'altro non era in grado di capirlo.
--Ti dispiace?--ripigliò.--Forse hai ragione. Il cane non deve ritornare
dove fu bastonato. Quanto al legista, capirai che dicevo per ridere. E
mi fa ridere, quel Giasone del Maino. Con quella faccia di cartapecora!
Ma come ha potuto madonna Ca....--
Damiano non potè finir la parola. Cosma non gli aveva più dato una
stretta, ma un pizzicotto.
--Che c'è?--gridò Damiano.--Mi hai forse preso per lei? Oso dirti che se
ella fosse nei miei panni, avrebbe strillato peggio delle oche del
Campidoglio, quando Manlio Torquato andò.... Cioè, dico male, non era
Manlio Torquato.... Ebbene, sia chi vuol essere, io non voglio
impicciarmi di storia, a quest'ora.
--A quest'ora, dovresti star zitto;--gli brontolò Cosma all'orecchio.
--Eh, potrebb'essere un buon consiglio;--rispose Damiano.--Ma se io
tacessi, vedi, mi addormenterei. E chi dorme non piglia pesci.
--Non hai bisogno di prenderne; hai bisogno di trovarti nel tuo rancio,
e di smaltire la tua.... come chiamarla?
--Chiamala come vuoi, ma aggiungi che è solenne.
--Ah, te ne avvedi?
--Sì, per bacco baccone! Credi che io non ci veda, dentro di me? Ho
studiato filosofia, e l'uomo interiore l'ho tutto qua, sulla palma della
mano.
--Ebbene,--disse Cosma,--studia l'uomo interiore, e lascia che io e
Sancio Ruiz, se vuole essermi cortese del suo aiuto, portiamo sulle
braccia l'uomo esteriore.
--Dite bene, amico;--rispose Sancio Ruiz.--Levando di peso questo caro
Damiano, andremo più svelti. Siamo rimasti gli ultimi, e troppo indietro
di tutta la brigata. Ci siete? Una.... due....
--E tre!--disse Damiano, sentendosi balzato in aria.--In seggiolina
d'oro, perbacco! Non sono il re di Haiti, ma poco ci manca. A buon
conto, il cacìco Guacanagari non ha due gentiluomini come voi a portarlo
sulle braccia. Vi prego, amici, lasciate che io vi abbracci. Non è
solamente per ringraziarvi, ma ancora per sostenermi un po' meglio. Mi
sento sballottare.... mi sento sciabottare, come un fiasco mezzo vuoto.
--Strana illusione!--esclamò Sancio Ruiz.--Voi siete pieno fino
all'orlo.
--E non mi fate spandere, allora.--
Furono, per quel giorno, le ultime parole di Damiano. Quell'andatura dei
portatori e quel dondolio regolare gli conciliavano il sonno. Balbettò
ancora poche sillabe sconnesse, reclinò la testa sulla spalla di Cosma,
e si addormentò di un sonno profondo, che non dovevano romperlo neanche
le cannonate con cui mezz'ora dopo la _Nina_ salutava la partenza di
Guacanagari dalla spiaggia.
Il cacìco aveva accompagnato fin là il suo amico Cristoforo Colombo. La
scena del commiato fu tenera e commovente per tutti. Cosma e Sancio Ruiz
avevano approfittato dell'affollarsi che facevano gli astanti intorno
all'almirante e al cacìco di Haiti, per portare Damiano in uno dei
palischermi che stavano aspettando alla riva. Come lo ebbero coricato là
dentro, misero mano ai remi e presero il largo. Giunti sotto la
caravella, issarono il dormente a bordo, come avrebbero issata una botte
d'acqua. Cinque minuti dopo, mentre l'almirante e il grosso della sua
gente erano ancora a terra, Damiano era steso nel suo rancio, e dormiva
il sonno del giusto.
_Capitolo XVI._
Dove può condur le ragazze brune il soverchio amore del biondo.
Dirvi che la mattina seguente Damiano si svegliò con la bocca amara, la
lingua impacciata e una sete da cani, è un dirvi ciò che avrete
immaginato, sapendo in che condizione fosse andato, o, meglio, fosse
stato portato a dormire. Questa è la storia di tutte le.... come
chiamarle?... quando sono state solenni. Ma al nostro Damiano,
svegliandosi, parve ancora di essere nella sera antecedente; poichè,
aprendo gli occhi alla luce, si vide Cosma da lato. «Sogno, o son
desto?» avrebbe egli potuto domandare a sè stesso, come un personaggio
da tragedia. Ma le tragedie, bontà loro, non erano nate ancora (parlo
delle italiane), poichè la _Sofonisba_ di Galeotto del Carretto doveva
aspettare ancora dieci anni, e quella di Gian Giorgio Trissino ventidue.
--Come?--diss'egli, invece.--Ancora qui?
--Ancora, e sempre;--rispose Cosma.
--Sempre? A terra ti aspetteranno.
--Lasciali aspettare.
--E, quanto a me....--disse Damiano, sbadigliando e stiracchiandosi le
membra,--possono far questo ed altro; ma forse non si deve partire,
prima di notte?
--Spero bene;--rispose l'amico;--ma di qui a notte, c'è tutta la
giornata.
--Che cosa vuoi tu dire?
--Che non è più ieri; che hai dormito saporitamente dodici ore, e che
siamo all'alba del 3 di gennaio.
--Il signor almirante ha dunque ritardata la partenza?
--Sembra;--disse Cosma;--forse per dare a molti dei nostri compagni un
riposo di cui il banchetto di Guacanagari faceva sentire il bisogno.
--Ho capito;--rispose Damiano, sorridendo;--tutti cotti come monne?...
--E come te, dolce amico.
--Non me ne parlare! devo essere stato assai brutto.
--Bello non eri di certo; ma consolati, ne ho veduti dei più brutti.
--Tu metti un balsamo pietoso sulla mia ferita,--disse Damiano.--Te ne
ringrazio dal profondo dell'anima. Ora, dovremo separarci, non è vero?
--Matto!--mormorò Cosma.
--Perchè?--rispose Damiano.--Non devi tu restare in Haiti?
--Matto!--replicò l'amico, con accento tra canzonatorio e
compassionevole.
--Matto!--esclamò Damiano.--Ieri, se mi rammento bene, tu mi hai detto
sciocco. Oggi mi dai del matto. Non potresti scegliere?
--Non c'è da scegliere;--rispose quell'altro.--Matto e sciocco ad un
tempo. O che? credevi tu che io fossi capace di lasciar te, come tu eri
capace di lasciar me?
--Io....--balbettò Damiano.--Io ero in un caso diverso.
--Si, difatti,--rispose Cosma,--tu avevi preso una ubbriacatura più che
solenne, e non di bevanda. Ma ti saresti svegliato anche da quella, mio
povero Damiano; e un po' peggio che non ti svegli oggi da questa.
Comunque sia, e per ciò che riguarda il mio restare in Haiti, pensa di
aver sognato; e svegliati, e non se ne parli più.
--È presto detto: non se ne parli più! L'almirante.... non ti aveva
parlato?
--Mi ha parlato, sì, offrendomi.... quello che tu devi sapere. Ed io ho
ricusata l'offerta.
--Egli non me ne ha detto nulla!
--Lo credo, io stesso l'avevo pregato di non dirti nulla. Per
contro,--soggiunse Cosma,--gli ho detto tutto, io, dall'_a_ fino alla
_zeta_. Povero grand'uomo! egli ride tanto raramente! Ma ieri l'altro ha
riso veramente di cuore.
--Alle mie spalle!--mormorò Damiano.
--Volevi che ridesse alle mie?--ribattè Cosma.--Io non ho fatto nulla.
--Eh via, non esser tanto modesto! Hai fatto il tuo madrigale alla bella
selvaggia.
--Madrigali! io? Sai che non so far versi.
--Mettiamo che non fosse un madrigale in versi; l'avrai fatto in prosa.
E sarai stato gradito egualmente. Con quei capelli biondi, che strappano
i cuori!
--E dàlli, coi miei capelli biondi!--balbettò Cosma.--Vuoi tu che me li
faccia tagliare? Ti servo subito.
--Sì bravo!--replicò Damiano.--Perchè se ne faccia una costellazione,
come della chioma di Berenice!--
Mentre i due amici si stavano bezzicando così, in istile agro dolce,
all'ombra del gavone di prora, un rumore di voci giungeva dalla coperta.
Non erano le solite voci dei marinai, intenti a qualche manovra di
bordo; era un gridìo confuso, che in certo punto pareva un alterco.
--Che è ciò?--disse Cosma, tendendo l'orecchio.--Selvaggi? Mi par di
riconoscere delle voci Haitiane. Che cosa vengono a fare, proprio sul
punto che si devono salpare le áncore?
--Verranno per darci l'addio;--rispose Damiano.--Cioè, intendiamoci, per
darlo a qualcuno dei più desiderati. A te, per esempio. Se tu resti a
bordo, è naturale che Abarima venga a darti un ultimo amplesso.
--Finiscila!--gridò Cosma, alzando le spalle.--Sarebbe il primo, se mai.
--Giuralo.
--Te lo giuro, per tutti i santi che vuoi. Io non le ho detto una
parola.
--Che? come? non le hai neanche parlato?
--No davvero.
--Non l'hai veduta?
--Sì, l'ho veduta.... e nient'altro.
--Ho capito,--disse Damiano;--s'è innamorata a volo.
--O stando ferma al suo posto,--rispose Cosma, ridendo,--come io ero
fermo al mio. Ma che ti salta in mente di credere? Io ho inventata la
risoluzione di restare in Haiti, vedendo che ci volevi restar tu, per
fare una sciocchezza; e l'ho inventata, nella speranza di farti mutare
opinione.
--E l'ho mutata, ma non per la tua invenzione;--rispose Damiano.--L'ho
mutata perchè quella capricciosa pelle rossa, dopo tanta tenerezza per
me, mi venne fuori coi capricci, parlandomi di Cosma, non sapendo più
parlare che di Cosma.... e di Cosma _taorib_. Mi capisci? di Cosma
_taorib_. Spero bene che tu conoscerai il significato di questo
maledetto aggettivo.
--Mio caro,--disse Cosma, arrossendo come una fanciulla,--che cosa ti
posso dir io? Contro ogni merito mio, contro ogni ragione, le sarò
sembrato.... _taorib_. Ma una cosa è certa, e tu la puoi credere: che io
non le ho detto una parola.--
In quel punto capitò sull'uscio del gavone di prora Bartolomeo Roldan,
terzo pilota della _Nina_.
--Cosma e Damiano!--diss'egli.
--Siamo qua;--rispose Cosma.--Che cosa comandate?
--Il signor almirante vi domanda.
--Tutti e due?--disse Cosma.
--Tutti e due, subito, a poppa;--rispose il pilota.
Ciò detto, si allontanò, e per lasciarli passare, ed anche per andarsene
alle sue faccende.
--Che cosa vorrà il signor almirante da noi due?--disse Damiano.--Se non
chiamasse che me, capirei; vorrebb'essere una ramanzina, per quella
cotta di ieri. Ma tutti e due!...
--Per saperlo,--disse Cosma,--sarà meglio che andiamo.
--È giusto, e tu parli come un libro;--rispose Damiano, saltando dal suo
rancio, dove fino allora ora rimasto seduto.
Escirono i due amici dal gavone di prora; Cosma con passo sicuro, e
Damiano barcollando un pochino. Non aveva nulla; ma si sentiva un po'
vuota la testa, e ad onta di ciò, un pochettino più pesante del solito.
L'equilibrio delle parti era per conseguenza turbato. Ma l'aria aperta
lo rinfrancò, e più la necessità di star saldo, alla presenza del signor
almirante.
Cristoforo Colombo era seduto nella sua cameretta, entro il castello di
poppa. Là dentro c'era posto solamente per lui e per un tavolino, su cui
l'almirante teneva le sue carte nautiche spiegate e il suo giornale di
bordo. Quella volta c'era un personaggio di più; non fu senza meraviglia
che Cosma e Damiano riconobbero in quel personaggio il fratello di
Guacanagari, il padre di Abarima, Tolteomec, insomma, il vecchio
Tolteomec, che piangeva, come un vitello giovane, strappato dalla poppa
materna.
L'almirante non pareva di buon umore. I due marinai fiutarono subito il
vento della burrasca, e non osarono neanche domandargli che cosa volesse
egli da loro.
--Messeri,--incominciò l'almirante,--una fanciulla del villaggio di
Guacanagari è stata rapita questa notte. Da voi, forse?
--Da noi, signor almirante?--gridò Cosma, levando la fronte.--Noi non
abbiamo più lasciata la caravella dal pomeriggio di ieri. E ci siamo
imbarcati prima di voi.
--È vero, questo; vi avevo ben veduti;--rispose Cristoforo Colombo.
Quindi, volgendosi al fratello di Guacanagari, che stava lì mezzo
ingrognato e mezzo piangente, gli disse:
--Ti eri ingannato, Tolteomec. Io avevo ben veduto salire a bordo questi
uomini che tu accusi; ma ho voluto che essi medesimi ti dicessero quello
che io già sapevo di loro.
--Mia figlia?--gridò Tolteomec.--Voglio mia figlia.
--Quando è sparita dalla tua casa?--chiese Damiano, dopo avere col gesto
domandata licenza all'almirante.
--Questa notte;--rispose Tolteomec.
--Se è venuta questa notte da noi,--ripigliò Damiano,--qualche piroga
l'avrà portata. Non ne hai chiesto a nessuno dei tuoi?--
Tolteomec non seppe rispondere. Egli non aveva pensato a fare una simile
inchiesta. Gli era mancata la figliuola; era corso subito a bordo.
--Se ella è qui, come tu hai sospettato, bisogna cercarla qui;--riprese
Damiano.
--E non sarà difficile ritrovarla, se c'è;--soggiunse
l'almirante.--Messer Damiano, chiamatemi Vincenzo Yanez Pinzon.--
Il comandante della caravella era sulla corsìa, in attesa di ordini per
salpare le áncore. Chiamato da Damiano, giunse subito alla presenza
dell'almirante.
--Vincenzo Yanez,--gli disse Cristoforo Colombo,--fate radunare tutti
gli uomini, ufficiali e marinai, in coperta.--
Il comando dell'almirante fu subito eseguito. Allora Cristoforo uscì
dalla sua camera, seguito da Tolteomec e dai due genovesi.
--Sono tutti fuori?--domandò egli a Pinzon.
--Signore, ci son tutti;--rispose il capitano.
Cristoforo Colombo passò sulla fronte della sua marinaresca, andando
verso il gavone di prora.
--I nostri naturali son laggiù, non è vero?
--Sì, mio signore.
--Bene, venite con noi, e veda questo povero padre che noi non gli
abbiamo rubata la sua figliuola.--
Entrarono allora nel gavone di prora. Là dentro stavano accovacciati i
naturali di Guanahani, di Cuba e delle altre isole visitate dalla
spedizione, prima di toccare ad Haiti.
--Vedi, Tolteomec;--disse l'almirante.--Qui sono tutti i tuoi
confratelli, che vengono per loro elezione, spontaneamente, con noi.
Guarda bene, fruga dovunque; se tra essi è la tua figliuola, prenditela
e riconducila a terra.--
Tra i naturali era Cusqueia, il più intelligente e il più utile degli
interpetri. Egli, in quel momento, tremava a verga a verga, e volgeva di
qua e di là i suoi occhietti smarriti.
--Signor almirante,--disse Damiano, che aveva notato il turbamento
dell'interpetre,--chiedete a Cusqueia perchè egli tremi a quel modo.
--Padrone!...--balbettò il selvaggio, buttandosi ginocchioni.--Cusqueia
innocente.
--Ah! davvero!--disse l'almirante.--Tu ti scusi innanzi di essere,
accusato! Dimmi dunque dove hai nascosta la figlia di Tolteomec.
--Cusqueia innocente! Cusqueia non rubato. Figlia di Tolteomec voluto
venire con lui.
--Di bene in meglio;--riprese l'almirante.--E dov'è ora, la figlia di
Tolteomec, che non la vedo in mezzo a queste donne?--
Cusqueia non rispondeva, ma i suoi occhietti bianchi ammiccavano verso
certe casse di marinai che erano collocate l'una sull'altra, contro gli
staminali della nave.
--Se tu non ce lo vuoi dire, daremo noi un'occhiata tutto
intorno;--ripigliò l'almirante.--Vincenzo Yanez, volete incominciare di
là?--
Il Pinzon, che aveva ben veduto dove ammiccasse Cusqueia, andò difilato
verso quella catasta di casse, diede una guardata dietro all'ingombro,
stese un braccio, e lo tirò a sè, traendo fuori un involto di cenci.
Tale infatti appariva in principio, e nella mezza oscurità del luogo; ma
ben presto da quel grigio involucro balzò fuori, quantunque riluttante,
una figura di donna.
Tolteomec riconobbe sua figlia, e corse avanti, prendendola fra le sue
braccia.
--Abarima! mia dolce figliuola!--gridava egli, ma a stento, con voce
soffocata dalla gioia.--Ti ho ritrovata.... ti ho salvata, mia povera
bambina! Se non me ne avvedevo subito.... Se non venivo subito dagli
uomini bianchi.... ti avrei perduta per sempre!... Ma chi è.... dimmi,
chi è l'uomo che ti ha rubata a tuo padre?... Il capo degli uomini
bianchi è buono per noi, terribile per tutti i cattivi.... Egli punirà i
cattivi, che rubano le creature ai padri loro.
--Nessuno....--rispose Abarima, singhiozzando.--Sono stata io.
--Tu? come? non è possibile.
--Io, io sola... sono fuggita dalla tua casa.... venuta io. Il capo
degli uomini bianchi non punisca nessuno.--
Tolteomec era rimasto atterrato da quella confessione della sua dolce
figliuola.
--Vedi?--gli disse l'almirante.--Nessuno è colpevole qui.
--Ah!--esclamò Tolteomec.--Un nero spirito ha turbata la mente della mia
creatura.--
Qui il nostro Damiano non potè trattenersi dal volgere un'occhiata al
suo vicino Cosma.
--O nero, o biondo,--diss'egli tra sè,--un turbatore c'è stato.
--Non ti affannare, amico;--diceva frattanto l'almirante.--Ella
finalmente ti è resa, e tu puoi ricondurla a terra. Vincenzo Yanez, non
è che un piccolo ritardo nella nostra partenza; fate armare il
palischermo.
--No, no!--gridò tosto Abarima, che aveva ben capito l'ordine
dell'almirante, quantunque fosse dato in lingua castigliana.--Non uscirò
dalla grande piroga. Voglio andare.... con gli uomini bianchi.... in
Azatlan!
--Questa ci voleva!--scappò detto a Damiano.
Non aveva parlato ad alta voce; pure l'almirante lo udì.
--E chi ne è stato la prima cagione, mi faccia il piacere di star
zitto;--diss'egli, in dialetto genovese, volgendosi dalla parte di
Damiano, ma senza guardarlo in viso.
Damiano si tirò indietro e si fece più piccino che potè; arte insegnata
all'uomo dalla lumaca e dal riccio.
Tolteomec frattanto aveva presa la sua figliuola per un braccio, facendo
prova di tirarla fuori. Ma ella si mise a piangere, ad urlare, a
strillare che non si sarebbe mossa di là. Voleva andare in Azatlan, lei,
voleva andare con gli uomini bianchi, coi figli del cielo; e volgeva a
Cosma delle occhiate supplichevoli, che Cosma non vedeva, poichè
guardava ostinatamente il tavolato. Le vedeva bensì l'amico Damiano, per
cui erano tante trafitture ai precordii.
--Senti, bambina....--disse Cristoforo Colombo.--Sii buona, obbedisci a
tuo padre. Diglielo tu, interpetre,--soggiunse, volgendosi a
Cusqueia,--diglielo tu, che una buona ragazza deve obbedire a suo padre;
altrimenti il grande Spirito la punirà.--
Cusqueia si provò a tradurre l'ammonizione. Ma la capricciosa selvaggia
non aveva mestieri di traduzioni; intendeva il testo, leggendo negli
occhi alla gente.
--Obbedirò;--diss'ella.--Mi portino via; ma questo sarà segno che si
vuole la mia morte.
--Che cos'è che tu dici, Abarima?--gridò Tolteomec.--Pensi tu ciò di tuo
padre?
--Io penso,--rispose Abarima,--che voglio andare in Azatlan. Volete che
io ritorni in Haiti? Ritornerò; ma di lassù, da quella rupe che pende
sul mare, mi getterò nel profondo, mi sfracellerò la testa, come la
figlia di Niguana.--
Tolteomec cacciò un urlo, inorridendo. Egli rammentava troppo il fatto
doloroso, che un anno prima aveva commosso di raccapriccio e di pietà il
villaggio di Guacanagari. Anche la figlia di Niguana si era uccisa per
amore.
--Tu vuoi dunque far morire tuo padre?--diss'egli piangente.
--No, padre mio;--rispose Abarima.--Voglio andare in Azatlan.--
Tolteomec rimase un istante perplesso; poi, scuotendo la testa, come un
uomo che abbia presa una risoluzione, le disse:
--Sia fatta la tua volontà.--
Abarima diede un sobbalzo, a quelle parole di suo padre, e sgranò tanto
d'occhi, per guardarlo nel viso.
--Che vuoi tu fare?--chiese a Tolteomec l'almirante.
--Il grande Spirito lo vuole;--rispose Tolteomec, sospirando.--Seguirò
mia figlia. Tutti questi altri abitatori delle isole vengono con te in
Azatlan, mio signore?
--Si;--rispose l'almirante.
--E tu li fai prigionieri?
--No, essi vengono liberamente, come ti ho detto. Vedranno il re e la
regina di Spagna, della terra ricca e felice donde noi siamo partiti;
vedranno le nostre città, siederanno alla nostra tavola come fratelli,
adoreranno il nostro Iddio nella sua casa d'oro, e poi, nobilmente
vestiti, ritorneranno con noi a queste isole.
--Dici tu il vero, mio signore?
--Io non ho mai detto menzogna. Per il mio Dio ti giuro che i nostri
amici delle isole ritorneranno alle loro case.
--Ti credo;--disse Tolteomec.--Tu sei un padre per noi, e l'amore di un
padre brilla nei tuoi occhi del color del cielo. Sii buono coi tuoi
figli delle isole, che confidano in te.--
Abarima si avvinghiò al collo del vecchio e coperse il suo volto di
baci.
--Rimani mio ospite;--disse l'almirante.--Certo è Dio che lo vuole,
perchè la sua fede sia radicata più presto per il tuo nobile esempio in
questa terra da noi dischiusa al suo culto.--
Ciò detto, e più per sè che per il suo nuovo ospite, che non era in
grado d'intenderlo, Cristoforo Colombo uscì dal gavone di prora.
--Messeri,--diss'egli a Cosma e a Damiano, che lo avevano seguito in
coperta,--perdonate se ho avuto l'aria di dubitare della vostra lealtà.
Ma anche voi converrete, io spero, che uno di voi è cagione di questo
aumento di passeggieri a bordo.