E lasciato di parlare all'interpetre, si volse a Damiano:

--Prendete gli uomini che vi bisognano,--gli disse,--e andate nelle case

che Guacanagari ha assegnate per la custodia delle cose nostre.

Prenderete un archibugio, con un po' di munizione, e farete anche

rotolare fin qua un cannone lombardo della _Santa Maria_.--

Damiano prese con sè i marinai che erano venuti ad accompagnare

l'almirante, e con essi e con qualche selvaggio di buona voglia andò ad

eseguire i comandi dell'almirante.

Archibugio e cannone lombardo furono poco stante sul prato, davanti al

cacìco Guacanagari.

--Or ora,--disse Cristoforo Colombo al suo ospite,--tu vedrai un colpo

ben più veloce e più micidiale che non possa farne una freccia.--

E fatto caricare l'archibugio, ordinò a Damiano di prender la mira

contro un albero che sorgeva nel fondo del prato. Damiano si piantò

saldamente sul terreno, calò il moschetto, aggiustò la canna contro il

bersaglio, e accostata la miccia allo scodellino, diede fuoco alla

polvere. Partì il colpo, e il lampo che uscì dardeggiando dalla canna,

comprese di stupore i selvaggi; ma più li fece maravigliare lo strappo

che videro in pari tempo esser fatto nella corteccia d'albero, e il buco

in cui si era conficcata la palla: quella palla che essi avevano veduta

poc'anzi cacciar dentro la canna, ma che non avevano veduta altrimenti

uscir fuori.

Venne la volta del cannone. Damiano e uno dei marinai lo avevano

caricato con molta ostentazione, affinchè i naturali vedessero bene come

fosse quella fattucchieria. Poscia puntarono lo stesso albero contro cui

era stato scaricato il colpo dell'archibugio. La miccia fu accostata; il

forellino diede una piccola vampata, e tosto dalla gran canna di ferro

escì un globo di fumo, per entro a cui lampeggiava una grossa lingua di

fuoco. Non fu un rumore secco, accompagnato da un sibilo, come era stato

quello dell'archibugio; fu un rombo, uno schianto, che intronò gli

orecchi di tutti gli astanti, a cui parve di avere udito il fragore del

fulmine. E in pari tempo l'albero preso di mira si spezzava nel mezzo; e

si abbatteva la parte superiore del tronco, non restando che per poche

fibre appiccicata alla parte inferiore. La palla intanto proseguiva la

sua via nel bosco, sforacchiando in più luoghi la frappa.

Al fragore inatteso, molti naturali erano caduti per terra. Lo stesso

Guacanagari, che sempre cercava di padroneggiare i moti dell'animo, non

potè trattenersi dallo afferrare il braccio dell'almirante, come per

cercare istintivamente un appoggio.

--Sono queste le nostre armi;--disse Cristoforo Colombo.--I sovrani di

Spagna, nostri potenti signori, hanno di queste armi a migliaia; con

queste combattono i loro nemici; per esse sono rispettati da tutto il

mondo.

--Con esse ci difendano dai Caribi, invasori della nostra terra,

oppressori dei nostri figli, rubatori delle nostre figliuole;--disse

Guacanagari all'interpetre.

Non aveva mestieri di parlar per interpetre la leggiadra Abarima.

Fattasi accanto a Damiano, che essa aveva ammirato nei due saggi della

sua maravigliosa prodezza, così gli parlò dolcemente nella sua lingua,

ridotta per la circostanza alle forme più brevi:

--Damiano vivere casa nostra in Haiti, fianco Abarima; difendere

Tolteomec contro nemici Caribi.

--Fianco Abarima dolce cosa;--rispose Damiano, con quel po' di glossario

che aveva messo da parte.--Damiano restare Haiti, amar sempre Abarima,

baciare suoi occhi.

--Difendere contro Caribi;--ripetè ella, a cui pareva che il suo

innamorato saltasse troppo volentieri di palo in frasca.

--Una cosa non esclude l'altra, che diamine!--esclamò Damiano, nel suo

vernacolo nativo.--Ma questo, come fartelo capire, in lingua Haitiana?--

Questo, per altro, glielo disse col gesto affermativo, ripetuto

parecchie volte, e con un lampo degli occhi, che non brillava meno di

quello del cannone lombardo.

Quella sera, tornando la comitiva alla spiaggia, Damiano faceva

all'almirante un discorso che aveva a lungo meditato.

--Messere,--incominciò timidamente;--vorrei dirvi una cosa....

intrattenervi di un pensiero che mi è venuto quest'oggi alla mente.

--Sentiamo il vostro pensiero, Damiano,--rispose l'almirante.

--Vi parrà poi una sciocchezza, messere. Ma infine, potrebbe anche non

esserlo.

--E non lo sarà. Dite ad ogni modo; tanto si fa cammino, e le ciarle

aiutano.

--Voi siete buono, messere, e date animo a chi non l'ha. Pensavo adunque

che noi eravamo imbarcati in sessantasei sulla _Santa Maria_.

--Sessantasei, difatti, tra ufficiali e marinai;--rispose l'almirante.

--E ventiquattro erano imbarcati sulla _Nina_;--ripigliò Damiano.--Ora,

sessantasei e ventiquattro....

--Fanno novanta;--conchiuse l'almirante.--Un bel numero!

--Esorbitante per la più piccola delle tre caravelle con cui siamo

partiti da Palos;--replicò Damiano.--Non pare a voi, messere, che ci si

stia pigiati, sulla _Nina_?

--Molto pigiati, troppo pigiati;--rispose l'almirante;--lo vediamo e lo

sentiamo fin d'ora, che per una ragione o per l'altra qualcheduno dei

nostri uomini passa la notte alla spiaggia.

--Ah, lo dicevo bene, io!--esclamò Damiano.--E peggio sarà quando

dovremo ritornare su quel guscio di noce in Europa.

--Certamente, mio caro, certamente. Quello che voi dite ora, l'ho già

pensato più volte ancor io.

--E non avete pensato, messere, al rimedio?

--Ci ho pensato;--rispose l'almirante, sospirando;--ma forse sarebbe un

rimedio peggiore del male. Chi vorrebbe adattarcisi?

--Ognuno che vi ami, messere. Perchè io l'ho già indovinato, il rimedio;

e sarebbe.... di lasciar qui gli uomini di buona volontà.

--Che sarebbero naturalmente assai pochi, mio caro Damiano!

--Non lo credete, messere. Io ne conosco parecchi, che sarebbero

contenti di restare. Non già per sempre, si capisce; ma cinque, sei

mesi, magari un anno, quanto vi bisognasse per andare e ritornare.

Soldati in sentinella, resterebbero fino a che il comandante non venisse

a mutare la guardia.--

--Dite voi da senno, Damiano?

--Tanto, che io stesso mi proporrei di restare.

--Voi?--esclamò l'almirante.--E il vostro compagno, naturalmente con

voi? perchè l'uno non può stare senza l'altro, siccome ho veduto. Ed

anzi, quella d'oggi mi pare una novità, e così strana, da doverla

segnare col carbon bianco.

--Cosma aveva l'umor nero, quest'oggi;--rispose Damiano,

impacciato.--Del resto, io credo che egli non rimarrebbe, per sua

elezione, in questa parte del mondo, salvo il caso di obbedire ad un

vostro comando.

--Nè io sarò mai per dare di questi comandi a nessuno;--ripigliò

l'almirante.--Ma voi, piuttosto.... come vi adattereste voi a restare,

senza l'amico?

--Messere, la vita è varia, e varii sono i capricci degli uomini. A me

quest'isola piace moltissimo. Ed anche ad altri, che hanno perduta la

casa, e non si raccapezzano nella casa altrui. I marinai della _Santa

Maria_ si sentono ospiti, a bordo della _Nina_ La conoscono poco, non ci

hanno fatta la mano, nè l'occhio.

--È giusto, ciò che voi dite. Il marinaio si fa casa volentieri della

sua nave. Ma dunque, voi esponete, oltre il desiderio vostro, quello di

molti compagni?

--Si, messere; è un desiderio nato molto spontaneamente, come il mio. Il

paese è bello, si è detto; gli abitanti son pasta di zucchero. A

fabbricarceli con le nostre mani, come ha fatto Domineddio per il capo

della specie umana, non si potrebbe inventar niente di meglio. La vita è

facile, qui, poichè la terra produce tutto il necessario, senza che

l'uomo abbia da innaffiarla col sudore della sua fronte. E poi c'è

l'oro, che si raccoglie con facilità negli scambi, senza bisogno di

andare a cercarlo nelle miniere, almeno per ora.

--Ma voi non pensate al pericolo di dover combattere coi Caribi, gente

feroce delle isole di mezzogiorno.

--Gente feroce che fa paura a Guacanagari, e al suo popolo

pacifico;--rispose Damiano.--Contro i Caribi, se sono quei terribili

pirati che ci ha descritti il cacìco, avremmo sempre gli archibugi e i

cannoni della _Santa Maria_, che voi potreste lasciarci per nostra

difesa.

--Sicuramente, e con munizioni sufficienti. Ma tutto ciò richiede un

luogo adatto per la difesa.

--L'isola è vasta; il luogo si può trovare; le eminenze non mancano.

--Ci vorranno dei ripari.

--Si faranno. Abbiamo qui la caravella naufragata; si può fabbricarne

una fortezza. Della chiglia, degli staminali e del bagli si può fare

l'ossatura di una torre. Col fasciame si possono fare le pareti. E poi,

dentro o fuori, si può aggiungere un impasto di argilla e di paglia,

come fanno i nostri contadini, nelle gole dell'Apennino. Con uno scavo

di pochi giorni si fa un argine ed un fosso, che giri tutto intorno alla

fortezza. Quando il lavoro sia fatto, ci si starà dentro a meraviglia, e

sicuri come in chiesa. Non lo credete, messere?

--Voi rispondete a tutte le obiezioni, Damiano. L'idea non mi dispiace;

voglio pensarci. E quanti sareste, desiderosi di restare?

--Non saprei dirlo, ora. Ma così a occhio e croce, argomentando dai

discorsi che ho sentiti, potete far conto sui due terzi della _Santa

Maria_. Poi ci sarà da domandare a quelli della _Nina_, che non vorranno

perder tutti la buona occasione di passare qualche mese a terra.

--Vedete un po'!--disse Cristoforo Colombo, ridendo.--Ed io che non

osavo neanche vagheggiarlo nella mente, un disegno come questo!

--Vagheggiatelo, messere. Anzi, fate meglio, mandatelo tosto ad effetto.

Non già per darvi consigli, che a voi non occorrono, ma per dirvi

sinceramente quello che io penso, se fossi nei panni, vostri, metterei

mano all'opera fin da domani mattina.--

L'almirante non si potè trattenere dal ridere, a tanta furia del suo

concittadino. E pensò in quel momento ad un proverbio di casa: la furia

dei genovesi dura tre giorni. La qual cosa poteva anche esser vera, ma

certamente non era intieramente creduta dagli altri Italiani, che a

questo proposito solevano dire: genovese aguzzo, piglialo caldo.

--Avete ragione;--rispose l'almirante.--Ma bisogna pensare ad un'altra

necessità. Intenderete benissimo che per questa piccola colonia non

potrei lasciare soltanto marinai. Qualche ufficiale sarà necessario; e

non potrei, almirante di Castiglia, avendo quasi tutti Castigliani nella

mia gente, dare il comando della colonia che ad uomini di questa

nazione. Degli ufficiali che sono imbarcati con me dovrò dunque sentire

l'opinione, per vedere chi volesse restare ed assumere il comando della

fortezza. Se dovessi ascoltare il mio cuore, darei il comando ad uomini

come voi, o come il vostro compagno.

--Non pensate a noi, messere; noi siamo marinai.

--Infatti, come marinai siete venuti a me. Ma io non vi ho mai avuto per

tali. Anche parlando il nostro vernacolo, non vi nascondete abbastanza;

si sente che non siete di Maccagnana, nè della Marina; la batte da San

Lorenzo a San Luca, miei cari.

--Messere....--balbettò Damiano, confuso.

--Ebbene, ditemi che non è vero; che non ho colto nel segno.

--Eh, non saprei;--rispose Damiano.--Ci sarebbero altre chiese, da

mettere in riga; San Siro, per esempio, o Santa Maria di Castello, San

Domenico o Santa Maria delle Vigne. Ma io non potrei fermarmi su questo

tema, se non per ringraziarvi d'una curiosità che è figlia di

benevolenza, e per dirvi subito i nostri nomi, come sono scritti laggiù.

Disgraziatamente, ho promesso a Cosma.... di chiamarmi Damiano. Quando

egli non vorrà essere più Cosma, credetelo, messere, sarò felicissimo di

restituire il mio nome di guerra al santo da cui l'ho tolto ad

imprestito.

--Nè io vi chiedo di rinunziarci per curiosità che io abbia di sapere i

vostri nomi veri ed autentici;--disse l'almirante.--Ho accennato alla

vostra condizione per significarvi il mio rammarico di non potervi dare

un uffizio più conveniente, e di vedere in pari tempo che voi, amico

Damiano, poichè Damiano volete essere, vi disporrete ad un sacrifizio

come quello di restare parecchi mesi, forse un anno, in questi lidi

lontani.

--Oh, non vi date pensiero di ciò!--disse Damiano.--Ho in uggia

l'Europa.

--Capisco;--mormorò l'almirante.--Dolori?

--Che! Se ci avessi lasciato dei dolori, chi sa! L'uomo è un animale

così irragionevole! sarei capace di correr laggiù, per rinfrescarmeli

tutti. Il fatto è che non ci ho lasciato dolori, e non ne ho portati con

me. Forse li avevo nel fardello; ma devono essermi sdrucciolati nelle

acque dell'Odiel, sul punto di mettermi in barca.

--Avrete perdonato;--disse l'almirante.--E questo è segno di animo

buono.

--Ahimè! neanche questo, messere. Io non so perdonare; il dimenticare mi

sembra più savio. Fors'anche è più sbrigativo. In ciò non sono d'accordo

col mio amico. Dove Cosma sospira, io alzo le spalle; dove Cosma piange,

io sorrido. Ma in una cosa ci siamo affiatati come due pive: nell'amar

voi, signor almirante, nel riverirvi, nello intendere la grandezza

dell'impresa che avete ideata e compiuta. Pensiamo qualche volta a ciò

che diranno laggiù, in Europa, quando vi vedranno ricomparire,

scopritore di un mondo ignoto, e allora....

--E allora,--interruppe Cristoforo Colombo,--dovreste anche immaginare

che mi faranno colpa di non avere scoperto il Cattaio. Quattro isole

popolate da selvaggi, gran cosa! S'intende che se un altro giungerà

prima di me alle coste di Spagna....

--Martino Alonzo Pinzon, non è vero?

--Sicuro;--ripigliò l'almirante.--Se il disertore giungerà primo alla

sua patria, sarà egli lo scopritore, avrà egli il merito e l'onore di

tutto.

--Signor almirante, debbo dirvi intiero l'animo mio?--replicò

Damiano,--Dall'Europa ci si può aspettare di tutto.... anche un atto di

giustizia. È una terra tanto curiosa! Io metto pegno che quando voi

giungerete, nessuno crederà più a Martino Alonzo Pinzon. Del resto, voi

avrete sempre la testimonianze di due equipaggi, quasi intieramente di

Castigliani, in mezzo a cui è un fratello di Martino Alonzo, e qualche

altro suo consanguineo.--

L'almirante fece un cenno del capo e un moto delle labbra: due gesti che

dicevano e non dicevano, ma che, ad ogni modo, in quell'ora tarda di

sera, non potevano essere notati dal nostro Damiano. Per altro, era

eloquente anche il silenzio, e significava abbastanza i dubbi che

amareggiavano il cuore dell'almirante.

--E bisognerà quindi affrettare la partenza;--soggiunse questi,

proseguendo ad alta voce un ragionamento che aveva fatto dentro di

sè.--Ho osservato una certa regolarità nei venti che soffiano su questi

mari. Quando siamo venuti, li avevamo favorevoli, da levante a ponente.

Ora mi pare che incomincino a voltarsi da ponente a levante. Bisognerà

approfittarne; se no, risicheremmo di stare in panna per molto tempo,

avanti di far cammino per le coste di Spagna.

--Ebbene, messere;--rispose Damiano.--Si prende una risoluzione

sollecita. Disfacciamo la caravella, prima che se ne piglino l'incarico

i marosi, e facciamo la fortezza. È questione di giorni.

--Sì, dite bene, è questione di giorni, quando ci sia la buona

volontà;--conchiuse l'almirante.--Domattina ne parleremo.--

Il giorno seguente, Cristoforo Colombo chiamò a consiglio gli ufficiali

della spedizione e i piloti delle due marinaresche, della _Santa Maria_

naufragata, e della _Nina_ superstite. Espose la condizione di un

equipaggio raddoppiato, sulla più piccola caravella e sulla meno

maneggevole, rimasta l'unica per ritornare in Europa, ed accennò al

disegno di fondare una colonia ad Haiti, lasciandovi un certo numero di

marinai, con quegli ufficiali che volessero restare al comando. Gli

avanzi della _Santa Maria_ avrebbero fornita la materia per la

costruzione di una fortezza, che i suoi cannoni potevano difendere, e in

cui si sarebbero lasciati viveri per il sostentamento del presidio,

nello spazio di un anno. Tanto non credeva egli che la colonia avrebbe

dovuto aspettare il ritorno di una nuova spedizione dalla Spagna; ma era

meglio provvedere per un anno, che per sei mesi soltanto; le precauzioni

in simili casi non essendo mai troppe.

Del resto, in quello spazio di tempo, i nuovi coloni avrebbero avuto

agio di visitare, con le debite cautele, tutte le parti dell'isola, di

cercare le miniere e tutte l'altre sorgenti di ricchezza. Inoltre, col

cambio di tanta minutaglia che ancora si ritrovava a bordo della _Nina_

e nel carico sbarcato dalla _Santa Maria_, avrebbero potuto accumulare

dell'oro in gran copia. Imparando la lingua dei naturali, si sarebbero

avvezzati ai loro costumi, alle loro abitudini, in guisa da poter

prestare utilissimi servigi nelle spedizioni susseguenti. Alle quali,

appena ritornato in Ispagna, avrebbe pensato e provveduto l'almirante,

con quel pronto animo e con quell'ardore di desiderio che tutti

riconoscevano in lui, e che oramai dovevano intendersi piuttosto

accresciuti che diminuiti.

Piacque la proposta a tutti, assai più che l'almirante non isperasse. Ma

forse il pensiero di liberare la _Nina_ da un soverchio di gente, faceva

tutti più facili ad accettare un partito, sul quale, in ogni altra

occasione, avrebbero trovato molto a ridire.

Damiano aveva dunque ragione, pronosticando che l'idea sarebbe stata

accolta con giubilo. Ed oltre all'aver ragione, Damiano vinceva il suo

punto.

_Capitolo XII._

Una nave che va, e l'altra che viene.

Quel medesimo giorno, che fu il 27 dicembre, era annunziato agli

equipaggi della _Nina_ e della _Santa Maria_, morta ma non ancora

sepolta, il disegno del signor almirante del mare Oceano e vicerè delle

isole scoperte nelle Indie Occidentali. Il disegno era già in embrione

nella mente di molti; fu accolto da tutti con grida festose.

E bisognava sentire i discorsi che si facevano a bordo, nell'ora della

colazione.

--Ah, io resto nell'isola. E tu?

--Ancor io, certamente. Fossi pazzo, a chiudermi per due o tre mesi

nella stiva della _Nina_, per morirci soffocato dalla mancanza

d'aria.... e dall'odore del prossimo!

--Ancor io, sai? ancor io ci rimango, nell'isola. Vuol essere una vita

d'oro, la nostra, senza staffilate di vento, e senza schiaffi d'acqua

salata.

--Se la va di questo passo, figliuoli, si resta tutti a terra, e il

signor almirante se ne ritorna da solo in Ispagna.

--Ma già! Non ci avete pensato, a questo guaio? Se si vuol restar tutti,

l'ammirante dovrà sceglier lui quelli che lascerà e quelli che porterà.

--Deciderà la sorte, m'immagino.

--Ebbene, se decide la sorte, io, che son nato in un cattivo giorno,

dovrò restare a bordo. Ma badate, sono il primo a fare una proposta, e

intendo di averne assicurato il benefizio.

--Sentiamo la proposta di Ruiz.

--Eccola qua: mi profferisco per cambio a chi, essendo designato dalla

sorte per restare colono, volesse invece ritornare in Europa.

--Nella decrepita Europa!--borbottò Damiano tra i denti.

--Non mi dimenticate, adunque, nel caso che non mi avesse favorito la

sorte. Io voglio restare ad Haiti. Paese buono, donne belle, lavorar

poco, spassarcela assai; che cosa si vuole di più?

--Bravo! Così intendi tu una colonia?

--E come l'avrei da intendere, io? Son marinaio; sarei soldato. Non

avrei da partecipare ai profitti, o solo in troppo piccola parte,

coll'aiuto di queste cinque dita, che non sono neanche troppo lunghe, nè

troppo esercitate alla pratica di un perfetto tesoriere. Il mio guadagno

sicuro sarà di darmi bel tempo. Questo è il paradiso terrestre; voglio

godermelo.

--Facendo la parte del serpente, non è vero?--Si rideva, si

sghignazzava, si fantasticava a tutto spiano. Damiano, attento ai

discorsi, ma non mettendoci bocca, godeva della sua bella trovata. Egli

sapeva bene quali sarebbero stati i profitti suoi, nella nuova colonia.

L'almirante, di sicuro, gli avrebbe assegnato un uffizio. Magari,

separandosi da Cosma, egli si sarebbe risoluto di lasciare il suo nome

di guerra, per riprendere il suo nome vero ed autentico. E con quello,

per bacco, e con le qualità che lo accompagnavano, l'uffizio non gli

poteva mancare; nessuno, poi, ci avrebbe trovato a ridire.

Che momento, quando si fosse sentito leggere un ordine di questa fatta:

«Noi ecc. ecc. nominiamo il nobile uomo ecc. ecc. dei conti ecc. ecc.

alla carica di ecc. ecc.»! L'uffizio a cui l'almirante poteva

destinarlo, egli, per verità, non lo sapeva ancora, non aveva ancora

osato immaginarselo. Ma se non era il primo, nè il secondo, non sarebbe

neanche stato il quarto, per bacco baccone.

--Ma poi, perchè non sarebbe il secondo?--chiedeva Damiano a sè

stesso.--Ragioniamo un poco, e vediamo.--

Qui l'amico Damiano faceva i suoi conti:

--Un Castigliano al comando supremo, si capisce; l'ha detto anche

l'almirante. È un onore dovuto alla nazione per cui si è fatta

l'impresa. Si dovesse cercarlo col lumicino, trattenerlo qui con la

forza, un Castigliano ci vuole. Ma il secondo posto, vivaddio, dovrebbe

esser libero. Resteranno volentieri i marinai; vita per vita,

preferiranno sempre sei mesi, un anno di presidio a terra, anzi che le

noie d'un viaggio, fosse pure di ritorno In patria. Figurarsi il bordo

della _Nina_, che cosa sarà per due o tre mesi! Solo per andare a

dormire, bisognerà dividersi almeno in tre squadre, e darsi la muta nei

ranci. E se ne pregheranno, a vicenda!... se ne pregheranno di quei

secchi, o di quegli altri fatti a ferraiuolo, così quelli che vorranno

andarsene a schiacciare un sonnellino, come quelli che non vorranno

smettere il loro. Mi par già di sentirli. Per gli ufficiali, è un altro

paio di maniche. Il loro rancio, buono o mediocre, gli ufficiali lo

hanno. Sicuri per questo lato, non avranno nessuna ragione per voler

rimanere a terra; e il secondo posto dovrebbe toccare a me, per qualche

onesta ragione, oltre la benevolenza del signor almirante. Con un

uffizio simile, sarei bene collocato, agli occhi della dolce Abarima e

dei suoi. Comandante supremo, lo so, potrei domandare la figlia del re.

Secondo di grado, potrò sempre aspirare ad una nipote di re; senza

contare che Guacanagari non ha figliuole da marito. Veramente, m'annoia

un poco quello che ho udito delle leggi di successione in questo paese.

Morendo un cacìco senza figliuoli, gli succede, a preferenza del figlio

del fratello, il figlio della sorella, perchè c'è più sicurezza che

questo sia del medesimo sangue, dirò così, cacicale. E si capisce: i

figli creduti d'un fratello potrebbero alle volte non aver nessuna

consanguineità con lo zio; laddove i figli della sorella sono

necessariamente i figli della madre loro. Vedete che cervelli sottili,

questi selvaggi di Haiti! e sanno dove il diavolo tenga la coda.--

Damiano, come vedete, pensava molte cose, facendosi già in tasca il

contratto di nozze. Era un sogno in tutte le regole, il suo; egli se lo

ingrandiva, descrivendolo a sè stesso, ed era un po' come colui che

s'ubbriaca delle proprie parole.

Alle chiacchiere di bordo seguì presto il lavoro, un lavoro animato ed

allegro di tutto il doppio equipaggio. Bisognava disfare pezzo per pezzo

la _Santa Maria_. Calafati e marangoni, con martelli, tanaglie, scuri, e

ogni altra maniera di ferri, schiodavano, strappavano, segavano,

facevano leva; ed assi, tavole, bagli, staminali, tutto saltava in

acqua, donde i naturali di Haiti, volontarii aiutanti, nuotando intorno

alla secca, spingevano al lido ogni cosa.

Mentre così lavoravano gli equipaggi, Cristoforo Colombo risaliva ancora

una volta alla residenza del cacìco, per informare l'amico Guacanagari

della sua nuova intenzione. Egli voleva lasciare una parte della sua

gente, per difender quell'isola dalle scorrerie dei Caribi; con più

gente sarebbe ritornato al secondo viaggio, ed anche con maggior copia

di preziosi donativi per il suo ospite, come di merci da barattare con

l'oro. Piacque a Guacanagari il disegno; l'idea di ritener seco una

parte di quegli esseri straordinarii, di quei figli del cielo, e il

pensiero di vedere un giorno ritornare alla spiaggia di Haiti il signore

degli uomini bianchi, con grandi piroghe cariche di sonagli di bronzo,

di braccialetti e bei monili di perle di vetro colorato, fece andare in

visibilio la tribù tutta quanta. Immaginate le grida, i salti, le

capriuole di quel popolo semplice, mentre Cristoforo Colombo,

accompagnato dal cacìco e dai grandi della sua casa, andava attorno per

ritrovare un luogo adatto, su cui edificare la sua fortezza di legno.

Il sole non era anche sparito dall'orizzonte, e già la maggior parte del

legname della _Santa Maria_ era trasportata dalla costa alla eminenza

che Cristoforo Colombo aveva scelta, non molto lontano dal villaggio di

Guacanagari. Lungo la salita si vedevano andare e venire i naturali di

Haiti in doppia catena: quei che ascendevano la costiera portando fasci

di tavole, o travi, e quei che discendevano a mani vuote, per andarsi a

rifare un buon carico.

Intanto che il lavoro procedeva, alcuni naturali di un'altra parte

dell'isola erano venuti ad annunziare che una grande piroga, con le ali

bianche, come quelle della _Nina_, aveva gettata l'áncora in un fiume,

alla estremità orientale dell'isola. Cristoforo Colombo diede una

rifiatata di contentezza. Quella grande piroga non poteva essere che la

_Pinta_, la _Pinta_ ch'egli oramai credeva già in cammino per l'Europa,

la _Pinta_, che di sicuro si era allontanata dalla squadra per obbedire

alla indisciplinata ambizione di Martino Alonzo Pinzon, insofferente di

comandi, avido di scoprire e di raggranellare per sè.

Comunque fosse, la _Pinta_ era là, ancora sotto la mano dell'almirante.

Disubbidiente o no, era una nave di più per il ritorno; e la sua

presenza, raffidando un pochino gli animi di tutti, consentiva di

dividere un po' meglio l'equipaggio della _Santa Maria_, che altrimenti

sarebbe stato costretto a pigiarsi tutto sulla _Nina_, o a lasciare un

numero troppo grande d'uomini nella fortezza incominciata. Per questa,

niente era mutato nel disegni dell'almirante. Il suo naufragio, in una

calma perfetta, senza vento e senza mareggiata, era per lui un segno

manifesto di una volontà suprema. Sembrava una disgrazia; ma senza

quella disgrazia, egli non si sarebbe fermato tanto tempo ad Haiti, da

scoprirne le ricchezze nascoste. La decisione di fermarsi e di

fabbricare la fortezza era presa; non si doveva, non si poteva più

revocare.

Con tutti questi pensieri che gli ribollivano nell'anima, Cristoforo

Colombo ai era affrettato a chiedere al cacìco una delle sue piroghe più

veloci, con quanti più rematori del paese potessero starci alla voga.

Uno spagnuolo andava con essi, portando al Pinzon una lettera

dell'almirante. In quella lettera, che aveva scritta lì per lì,

Cristoforo Colombo, senza muover rimprovero alcuno all'indisciplinato

comandante della _Pinta_, lo invitava a raggiungere immantinente la

squadra.

La piroga ritornò in capo a tre giorni. Aveva costeggiata l'isola per lo

spazio di quaranta miglia, senza vedere la _Pinta_ e senza neppure

udirne novella dai naturali di quelle marine. Venivano intanto

all'almirante altri annunzi dello stesso genere, ma da altre parti

dell'isola; di qua, di là molti avevano veduta la gran piroga con le ali

di cigno; ma Cristoforo Colombo pensò che avessero tutti sognato, nè più

volle distoglier gente dal lavoro, per rintracciare quella nave

fantastica.

Ed era triste per lui non avere altro legno che la _Nina_, per ritornare

in Europa. Se la _Pinta_ era fuggita, e giungeva prima di lui alle coste

di Spagna, gli usurpava l'onore delle fatte scoperte, o, con calunniose

imputazioni preoccupando gli spiriti, guastava a lui ogni disegno di

spedizioni future. Se la _Pinta_ era perduta, la condizione di lui era

anche peggiore; poichè di tre caravelle che gli erano state affidate,

una sola ne restava, inferiore di troppo alle altre nel veleggiare, e

l'esito della sua grande intrapresa dipendeva dall'incerto ritorno di un

fragile schifo, attraverso la immensità dell'oceano. Periva egli nei

flutti? e con lui si chiudeva nell'abisso il grande segreto del mare

tenebroso.

Il pericolo era grande; ogni indugio, poi, non faceva che aumentarlo;

necessario dunque di lavorare con alacrità sempre maggiore alla

costruzione della fortezza. Della _Pinta_, se proprio si aggirava in

quelle acque non sarebbero mancate più sicure notizie, in quei giorni

ch'egli avrebbe dovuto pur troppo rimanere colà.

Damiano aveva seguite con una certa ansietà le peripezie di quel dramma

che si svolgeva nella mente del suo grande concittadino. A tutta prima,

udendo che la _Pinta_ era stata ritrovata, e vedendo l'almirante così

sollecito a mandar gente sulla traccia del Pinzon, gli era entrato

nell'animo il sospetto che della colonia d'Haiti non si dovesse fare più

nulla.

--Ahimè!--diceva egli quel giorno a Cosma.--Il mio bel sogno svanisce.

--Che sogno?--esclamò Cosma.

--Come?--riprese Damiano, con aria di stupore.--Non sai?... Ma tu dunque

vivi proprio nel mondo della luna?

--Mio caro, non so se sia il mondo della luna;--rispose placidamente

Cosma;--so bene che è il mondo dell'anima mia; ed è tutto qua dentro.

--Il mio, invece, è il mondo del mio cuore;--disse Damiano.--Ed è qui

presso, in Haiti.

--In Haiti!

--In Haiti, sì; o nella Spagnuola, per usare la denominazione del signor

almirante; o, per essere più precisi, nella Corte di Guacanagari.

--Ah, sì, ora ci sono;--disse Cosma, che proprio aveva l'aria di

scendere allora dalle nuvole.--Hai dunque e davvero in mente quella

selvaggia?

--Una selvaggia, mio caro, che val più di molte dame della civilissima

Europa.

--Questione di gusti!

--E d'occhi, ti prego di aggiungere, e d'occhi che sappiano discernere.

So bene che non tutti vedono ad un modo. Ci sono i presbiti, e ci sono i

miopi, per esempio. Ma tu, Cosma, che hai un occhio di falco e l'altro

di lince, dovresti riconoscere che la figliuola di Tolteomec non è una

selvaggia come le altre. Che stupenda creatura! E non ti è mai venuto in

testa di raffigurartela vestita come una dama d'Europa?

--No, veramente. Ti dirò anzi che non l'ho neanche guardata.

--Male!--esclamò Damiano.--Cioè, mi correggo: potresti aver fatto anche

bene.

--Che discorsi son questi?

--Discorsi d'uomo savio.... e stagionato. Diciamo dunque: meglio così;

meglio che tu non ti sia fermato a guardarla. Non si sa mai. Or dunque,

io, che l'ho guardata moltissimo, e fo conto di non saziarmene mai, me

la son figurata in tutte le fogge possibili. Da principio nella foggia

di Diana cacciatrice. Con quel suo guarnelletto ai fianchi, con quel

manto, o stola che tu voglia dire, gittata con tanta grazia sull'òmero

destro e rigirata sul fianco sinistro, mi è parsa veramente la dea delle

selve. Ieri ancora glielo dicevo.

--E t'ha capito?

--Eh, così così. Sai che faccio profitto, nella lingua d'Haiti. È più

facile che non credessi a tutta prima. O forse, son questi i miracoli

della necessità, quando amore l'aiuta. Abarima mi appariva lassù, da

quella macchia che confina col prato, dietro la casa di Tolteomec... Ma

tu non conosci abbastanza i luoghi, mio caro. Non importa, del resto;

una macchia è sempre una macchia. Abarima usciva dalla macchia, quando

io attraversavo il prato, per andarla a cercare. Orbene, lo crederai, o

non lo crederai, l'illusione era perfetta; mi parve di vedere Diana,

uscente dal limitare della selva, alla ammirazione, alla adorazione dei

pastori.

--O dei lupi rapaci;--disse Cosma, sorridendo.

--Lascia stare i lupi, poveracci! Io, del resto, non sono quella bestia

feroce che tu credi. Ti ho detto che amerei quella donna vestita da dama

europea. E me la sono raffigurata anche con una gran veste di velluto, o

di ormisino, gallonata d'oro, col suo gran vertugadino ai fianchi, per

tener larghe le pieghe, una ricca mantiglia sul capo, accomodata sopra

una trecciera di perle.... Come dovrebbe star bene! Che portento di

gioventù, di bellezza e di grazia, da far morir d'invidia cento donne

d'Europa al giorno!

--Ci sarà sempre la carnagione,--disse Cosma,--su cui le donne d'Europa

potranno ricattarsi.

--Che carnagione!--gridò Damiano, facendo una spallucciata.--Quella di

Abarima è più chiara, in Haiti, al paragone delle altre. In Europa

sarebbe un tantino più carica, darebbe un po' più nel rosso, ecco tutto.

E ti pare un difetto, quello? Il bianco, caro mio, ha un altro difetto,

e molto più grave: ti gira troppo spesso nel pallido, nello smorto, nel

giallo. Qui non ci sarebbe pericolo. Dunque, dico io, tanto di

guadagnato, ad innamorarsi di una pelle rossa. E poi, pensa alle pèsche,

alle belle pèsche duràcine della nostra dolce Liguria. È sempre

piacevole il pensarci.... fuori di stagione; ti corre l'acquolina alla

bocca, e dal palato ti sale alle nari una fragranza soavemente acuta, o

acutamente soave, che ti fa raggrinzare il collo e stralunar gli occhi

dall'eccesso del piacere. E queste, caro mio, sono le sensazioni che

prova il tuo servo umilissimo, quando pensa alla figlia di Tolteomec,

alla dolce, alla gustosa Abarima, alla pèsca di Haiti.

--Pèsca salvatica, Damiano, pèsca salvatica!

--Eh no, Cosma! Questi, se mai, sono selvaggi di un'indole strana. Hai

veduto il gran logorare che fanno di erbe aromatiche? Ad ogni momento se

ne strofinano le mani. Con certe erbucce fragranti, Abarima si rifà

spesso anche la bocca, che non ne avrebbe bisogno. E fa inoltre il suo

bagno, sai, quella Diana cacciatrice. Là, nella macchia, è una fontana,

una vera conca di smeraldo, e in quell'acqua ella si tuffa ogni giorno.

Me lo ha confessato ieri, quando usciva dalla macchia. Ed io ho pensato

alla fontana di Valchiusa; ed ho ripetuti a me stesso quei bellissimi

versi:

Chiare, fresche e dolci acque,

Ove le belle membra

Pose colei che sola a me par donna!

--Povera madonna Laura!--gridò Cosma, rabbrividendo.--Se lo spirito di

messer Francesco ti sente, povero a te!

--Vorrai dire che mi manderà a graffiare dalla sua gatta? Io invece

scommetterei che s'egli vivesse ancora e vedesse la figliuola di

Tolteomec, si dimenticherebbe a volo della moglie di Ugo di Sade. Del

resto,--soggiunse Damiano,--il valentuomo se n'era dimenticato più

volte, quando era vivo. Ci sono delle storie, intorno a quel platonico

amatore!...

--Senti!--interruppe Cosma.--Non mi guastare la immagine del Petrarca,

neanche ad Haiti. La posterità vuol figure tutte d'un pezzo; e il

simulacro non deve mostrare la saldatura nè la rappezzatura

dell'artefice mal pratico. Sappiamo tutti che ogni metallo ha le sue

scorie. Io, per esempio, studiando te, vedo bene dov'è la tua. E un

giorno ti credevo più fedele a certe idee!...

--Delle quali, se mai, non avevo a star molto allegro!--esclamò Damiano,

seccato.

--E neppur io;--disse Cosma.--Nondimeno, l'uomo ha da essere tutto d'un

pezzo, come la statua di bronzo.

--Per che? per chi?--domandò Damiano.--Per la posterità, forse?

--No, caro, e risparmia l'epigramma;--replicò l'altro,--Nè tu, nè io,

possiamo aspettarci l'ammirazione dei posteri. Ci vorrà pazienza. Ogni

uomo, per altro, ogni uomo che pensi ed intenda, ha i suoi giudici....

dentro di sè. Qualunque sia il suo stato e la sua condizione, egli deve

poter esser contento, quando rientra in sè stesso ed osserva i suoi

atti.

--Cavalleria antica!--disse Damiano.--E sebbene incominci a dar giù, è

pur sempre una bella cosa; commovente, poi, commovente a quel Dio! Ma io

non credo neanche di far contro alla vecchia cavalleria, amando una

donna, dopo averne amata.... qualche altra. Una va, e l'altra viene,

come le nostre caravelle. La _Santa Maria_ va in pezzi? la _Pinta_ viene

al nostro ancoraggio; almeno, così ci si fa sperare, dalle notizie che

sono arrivate di lei. Io m'attacco alla _Pinta_.--

Cosma stette un pochino in silenzio, guardando il suo amico e

concittadino nel bianco degli occhi.

--Ma parli proprio da senno?--gli disse finalmente.--Sei veramente

innamorato?

--Innamoratissimo.

--E non per chiasso, come hai fatto.... nelle altre isole?

--Oh, credi che questa volta è la buona. _Ultima necat_, come è scritto

anche sulle meridiane. Ho ricevuto il colpo qui, al costato sinistro.

Son morto; mi seppellisco qui.... e faccio stirpe di re.

--Re d'Haiti!

--Eh, non posso mica farne una di re di Spagna Nota, mio caro, che qui

ce n'è proprio il bisogno. Guacanagari non ha figli. Ma per fortuna non

ha figli maschi neanche la sua unica sorella.

--Che c'entra questo?

--C'entra, per quella benedetta legge di successione al trono, che hanno

qui in vigore; una legge che esclude dal trono i figliuoli dei fratelli,

perchè, dicono, non ci sarebbe tutta la sicurezza della consanguineità.

Ma qui abbiamo un caso speciale. Tra una figlia della sorella di

Guacanagari, e una figlia del fratello, spero bene che per una volta

tanto si darà la preferenza a quest'ultima, se quest'ultima ha trovato

un partito di prima qualità, un _ada Turey_, un figlio del cielo.

--Ecco un titolo che tu ti largisci con molta liberalità!

--Ce lo dànno;--rispose Damiano.--Accettiamolo, e mostriamo di gradirlo,

vestendocene subito. con pompa e solennità. Ritornando al fatto, o al da

fare, non ti sembra che io debba operare come ragiono?

--Non mi sembra affatto;--disse Cosma.--Ragioni male, e ti proibisco di

operare in conformità.

--Tu?--esclamò Damiano, stupito

--Io, sì, io.

--E perchè, se è lecito saperlo?

--Perchè non mi piace.

--Non ti piace! non ti piace!--balbettò Damiano.--Questione di gusti, mi

dirai. Ma questa, caro mio, non è una mela, non è una sorba, non è una

susina; e voglio sperare che tu, uomo savio, dei gusti tuoi.... a

proposito dei fatti miei.... mi vorrai dir la ragione.

--La ragione!--ripetè Cosma.--Potevi dire le ragioni, perchè infatti ce

ne sono parecchie. Ma incominciamo dalla prima. Hai sempre sostenuto con

me, laggiù, in Europa, che un cavaliere ha da essere costante in amore.

--Ti potrei rispondere,--ribattè Damiano,--che di laggiù a venir qua si

è passata molt'acqua. E, se Dio vuole, siamo anche agli antipodi. Ma,

per tua norma e regola, io non ho mutato opinione: credo alla bellezza,

alla bontà, alla necessità morale di essere costanti in amore, quando

l'uomo è ricambiato. Il mio non è stato ricambiato; fattelo giudicare da

quella corte d'amore che vuoi, da tutti i tribunali di cavalleria che ti

parrà di convocare; nessuna corte, nessun tribunale giudicherà che si

debba esser fedeli ad una dama, la quale ha lasciato l'uno per l'altro,

e tutt'e due per un terzo. Se a te non pare d'imitarmi in questo

sentimento di libertà, serviti pure; ma non accusar me di mancamento

alla legge.--

Cosma rimase muto per un buon tratto; forse cercando argomenti contro la

logica del compagno, e non trovandone di buoni, o almeno di tali che si

potessero dire, senza offendere l'amico Damiano. Comunque fosse, egli

mutò discorso, passando ad un'altra forma di argomentazione.

--Dato e non concesso....--diss'egli, dopo quella lunga pausa,--vediamo

il caso tuo di qua dall'Oceano. Ci sei venuto libero di cuore, senza i

vincoli che avevi l'aria d'imporre a te stesso. Non ischerzi più, non

t'innamori per chiasso, come hai fatto nelle altre isole; sei innamorato

a buono, di questa principessa Abarima. Vedi? te la fo principessa di

schianto.

--Lo è, senza la tua liberalità, mio dolcissimo Cosma.

--E sia, non letichiamo per queste piccolezze. Mettiamo invece che

questa principessa Abarima non volesse saperne di te....

--Sei pazzo? Mi ama.

--Te lo ha detto?

--Sì, come si possono dire queste cose: ascoltando molto, sorridendo

altrettanto, arrossendo spesso, come ad una innocente creatura si

addice.

--E ad una pelle rossa, non è vero?

--Oh senti,--gridò Damiano, stizzito,--se tu credi di farmi un

epigramma, ti avverto che questo t'è riuscito senza punta. Anche le

pelli rosse arrossiscono, e un attento esame te ne persuaderebbe, come

ha persuaso me. Del resto, lasciamo stare il rossore; ci ho anche delle

frasi sue, belle e buone, che mi dànno il diritto di credere che sono

riamato. Se non ti piace, rincarami il fitto.

--Sei dunque felice?--disse Cosma.

--Sì....--rispose Damiano.--O quasi.

--È già un bell'avviamento;--riprese Cosma, assentendo cortesemente del

capo,--Ma se la tua principessa non durasse nell'amore che incomincia a

sentire per te?... Queste cose avvengono, lo sai.... anche di qua

dall'Oceano.

--Non me ne parlare!--gridò Damiano.--Sarebbe una maledizione.

--Mi basta che sia una cosa possibile;--disse Cosma.--E se questa cosa

si avverasse per te, tu, caro amico, rimasto tra i coloni, tra gli

abitatori della fortezza, non potresti più curare il tuo male, partendo.

Saresti confinato per sei mesi, per un anno, ad Haiti, bestemmiando la

tua risoluzione troppo sollecita, per la quale, a voler dire ogni cosa,

avresti anche mancato ad un'altra fedeltà, ad un'altra costanza: voglio

dire la fedeltà e la costanza nell'amicizia. Pensaci,

Damiano;--soggiunse Cosma, con accento di tenerezza solenne;--noi ci

siamo conosciuti in brutti momenti, lo sai. Due altri uomini si

sarebbero odiati. Anche noi, da principio, ci eravamo messi su quella

via; ma eravamo due cavalieri, e non abbiamo potuto, non abbiamo voluto

durarci. E da quel giorno che ci siamo strette le mani, quante ragioni

non abbiamo avute noi per amarci! Tutt'e due liberi dalle passioni

malvagie di casa nostra, ci siamo trovati d'accordo a compiangerle.

C'era una gran cosa da fare, una grande occasione da cogliere, che ai

nostri concittadini era parsa una follìa. Ci siamo guardati negli occhi,

e abbiamo detto: vogliamo partire noi due? vogliamo almeno partecipar

noi ai pericoli e alla gloria d'una impresa che i nostri concittadini

ricusano? E la risposta è stata una sola, che uscì da due bocche;

partiamo; sempre uniti, nella vita e nella morte, si segua quell'oscuro

popolano, il cui animo è così grande, sopra tutti i maggiori della sua

terra, ai quali sarà gloria, se la fortuna lo assiste, di potersi dire

della sua medesima patria.--

Damiano asciugò una lagrima che gli era venuta sugli occhi.

--È vero, sì,--rispose egli, commosso,--abbiamo fatto quello che avevamo

promesso. Genova, la prima esploratrice del mare tenebroso, Genova che

aveva scoperte le Azzorre, Madera, le Canarie e le isole del Capo Verde,

le doveva scoprir lei, le nuove terre intravvedute dall'ingegno di un

suo valoroso figliuolo! Ma se ella non ha potuto, per le sue eterne

discordie, por mente ai disegni di Cristoforo Colombo, non sono vivaddio

mancati all'impresa due dei suoi cittadini.... oso dire il fiore dei

suoi cittadini. Tanto, non c'è qui nessuno che ci senta....

--I vicini sono in villa!--disse Cosma.

--Sicuramente,--rispose Damiano.--Aggiungi che il capo della spedizione,

l'uomo che l'ha ideata e così fortemente voluta, è genovese come noi.

Siamo in tre, perbacco; _omne trinum est perfectum_; tanto che, vedi, un

quarto Genovese guasterebbe. L'onore è salvo; è pensiero Ligure, qui; è

fatica di Liguri.

--Ah, bene!--gridò Cosma.--T'infiammi?

--Si, metto le ali ancor io. Ma tu sei Dedalo, ed io non sono che Icaro.

Il volo è fatto; si è fuori del labirinto, lontani da Creta quanto

basta. Icaro perde le penne, e dà il suo nome al mare in cui cade. Io dò

un tuffo ad Haiti, e mi fermo. L'impresa per cui siamo partiti è

compiuta. La nostra società, la nostra _maona_, ha dati i suoi frutti.

Tu ritorni, io resto. Perdio! al guerriero che ha combattuto, si concede

il riposo. Io riposerò sugli allori.

--È la tua risoluzione?--domandò Cosma, accigliato.

--Sì, caro; è la mia risoluzione;--riprese Damiano.

--Orbene;--ripigliò Cosma;--non è la mia.

Damiano si strinse nelle spalle e inarcò le sopracciglia, in atto di

dirgli: che importa?

Ma l'altro finse di non vedere il gesto canzonatorio, o di non

intenderne il significato.

--Non voglio,--soggiunse,--che tu rimanga in Haiti. Per il tuo onore,

per la tua pace, non voglio.

--Ma sai, Cosma, che è una pretensione strana, la tua! Non voglio! non

voglio! Tu parli come se tu fossi il soldano d'Egitto, ed io il tuo

umile schiavo.

--Come ti parrà meglio;--rispose Cosma, inflessibile;--ma io non voglio.

--E che diresti se io mi ribellassi?

--Mi dorrebbe all'anima, perchè dovrei.... usare la forza.

--La forza!--gridò Damiano.--La forza! Tu? con me? Vorrei veder

questa!--

E si era piantato, così dicendo, davanti a Cosma, con le braccia al

petto e i pugni chiusi, come un atleta conscio della virtù de' suoi

muscoli, e pronto a farla sentire.

Cosma stette un istante a guardarlo; poi disse:

--Vedetelo, l'uomo antico, che scatta fuori dal nuovo. Mi hai provocato,

Damiano; ho dovuto parlarti sinceramente. Che cosa sono queste tue

smargiassate? questi atteggiamenti da lottatore? Perchè un giorno potevi

uccidermi, e non lo hai fatto, credi tu di farmi l'uomo addosso,

opponendo braccia a ragioni?--

Ma Damiano non lo ascoltava già più. Le prime parole di Cosma lo avevano

colpito abbastanza.

--Che parli tu dell'uomo antico? che parli tu del passato?--proruppe.--È

stata la forza delle cose; è stata la fortuna del momento. A quei

giorni, a quelle miserie, io non ci penso neanche.

--Ma provi a ribellarti;--rispose Cosma.--E mi sfidi a fare il poter mio

per ricondurti in Europa....

--Questo sì;--replicò Damiano--Forza materiale, o forza morale che sia,

ti sfido ad usarne. Qui non c'è uomo antico che tenga. Anzi, guarda,

facciamo una cosa: immaginiamo di non esserci conosciuti mai, prima di

vederci a bordo della _Santa Maria_. Siamo amici, e con pari diritti. Tu

fai quel che ti pare, dal canto tuo; ed io dal mio.

--Sta bene, ed accetto il partito;--rispose Cosma, chinando la testa.

Ma quella chiusa fredda e repentina non piacque troppo a Damiano, che

restava al buio di tutto.

--Ti ringrazio;--diss'egli, cercando di riappiccare il discorso.--Ma che

cosa farai?

--Quel che farò non debbo dirlo a te.

--Capisco.... parlerai all'almirante.

--Non debbo dirlo a te, ti ripeto. Se vorrò parlare all'almirante, non

sarai tu che potrai impedirmelo.--

Damiano gli diede una guardata in cagnesco; alzò dispettosamente le

spalle; fece una giravolta sui tacchi, e si allontanò borbottando.

Cosma rimase pensieroso al suo posto. Come lo vide voltato e in atto di

andarsene, tentennò malinconicamente la testa, e mormorò:

--Che peccato! un cuore così buono, e un cervello tanto balzano! Ma ti

aggiusterò io, bambino, vedrai. E tu credi pure che io parlerò

all'almirante--

_Capitolo XIII._

Come andò che Cosma si risolvesse ad imparare la lingua di Haiti.

Damiano si era allontanato dal castello di prora, dove aveva avuto

quella lunga ed aspra conversazione col suo concittadino ed amico. Ed

anzi, veduto che l'almirante era sceso poc'anzi a terra, non volle

rimanere a bordo neppur lui. Chiamata una delle tante piroghe di

naturali, che si aggiravano sempre intorno alla caravella, ci saltò

dentro e si fece trasportare alla riva. Quelli erano giorni di gran

libertà! fuori delle ore di servizio, ognuno faceva il comodo suo.

Damiano, del resto, era tra quelli che più particolarmente si occupavano

di provvedere a tutto il bisognevole per la costruzione della fortezza.

Niente, adunque, era più naturale del vederlo ritornare alla riva.

--Vedete che follia!--andava egli borbottando tra sè, mentre gl'Indiani

vogavano lesti con le loro pagaie.--Vuol parlare all'almirante! Ah, gli

parlerò io prima di te, all'almirante. Ma perchè questo capriccio di

farmi ritornare laggiù? Se ci vuole andar lui, buon padrone; io non vedo

la necessità d'imitarlo. È un fatto, sì, che io m'infiammo facilmente.

Devo averci dello zolfo, nelle vene. Ma finalmente, si vive una volta

sola: e quando si ritrova la donna che piace più dell'altre, sia pure in

un'isola dell'Oceano, come in una gola dei patrii monti, perchè non ci

si fermerebbe, come ci si ferma alla prima frasca, che promette di darvi

il migliore della cantina? L'amicizia! L'amicizia! una gran parola, ma

vuota!--

Damiano tossì, come se non potesse mandarla giù, si rivoltò sul sedile

di poppa, e ripigliò il suo monologo:

--Non dico che non abbia potuto essere in altri tempi una bella cosa.

Fors'anche era più utile, allora. Due amici erano due forze alleate,

contro il nemico. E in tempi barbari, di guerra continua, un aiuto

scambievole s'intendeva benissimo. Uno teneva ritto lo scudo; l'altro

tendeva l'arco e aggiustava la mira. Si veniva ai ferri corti? Quello

che aveva spacciato prima il suo nemico, si voltava con un manrovescio

addosso al nemico del suo compagno. Una mano lavava l'altra, e tutt'e

due il viso. Ma ora?... Ora si combatte in ordine serrato: l'amico è

quello di destra, è quello di sinistra, e l'uno e l'altro ci son dati

dal caso. Tutti si combatte per la bandiera, e quando la bombarda ha

mandato il suo lampo e il suo fumo dalla bocca, tu non puoi col tuo

scudo riparare l'amico da una nespola tanto fatta, che manda in pezzi

ogni cosa che incontra. L'amicizia è ancora un buon sentimento, di

stima, di cortesia, che ci prende, a ragione o a torto, per una persona

anzi che per un'altra. Questione di piacerti più o meno una figura, un

atto, una parola. Ma perchè questo sentimento nasce facilmente in noi,

facilmente si spegne. O se non si spegne, non è neanche troppo forte e

profondo. Se è un sentimento forte, diventa esclusivo, e allora addio

roba! è la padronanza di un uomo sull'altro. Ed io, perbacco, non sarò

mai lo schiavo di nessuno. Amici, sì, per una buona stretta di mano, per

darci aiuto all'occasione, per raccontarci, i nostri amori, i nostri

sogni, le nostre malinconie; ma fermi lì, con le pretensioni bislacche,

i voglio e i non voglio che fanno salire la mosca al naso!--

Il monologo finì, come potete immaginarvi, con l'arrivo della piroga

alla spiaggia. Damiano balzò dalla piroga sul greto, e si avviò per la

costiera al villaggio. Arrivato sulla gran piazza, non poteva

trattenersi dal volgere un'occhiata ad una certa casa sulla sua

sinistra; un'occhiata di saluto, di adorazione e di desiderio. Le mura

che accolgono la donna amata sono sempre il centro dell'universo per

noi. Questa è il cardine inconcusso d'ogni scienza, geografica,

cosmografica, astronomica. I dotti che la pensano diversamente, sono

pregati di andarsi a riporre.

--Dolce donna!--mormorò Damiano, attraversando la piazza.--Se tu sapessi

quello che io soffro per te! Vogliono portarmi via, capisci? portarmi

via, strapparmi da quest'isola di Citèra, dove io ho risoluto di finire

i miei giorni.--

Mentre così parlava, e teneva gli occhi fissi sulla casa di Tolteomec,

una figura di donna apparve sulla loggia, in mezzo al verde intreccio

delle piante rampicanti. La riconobbe subito, quantunque egli non avesse

gli occhi del suo concittadino Cosma; era Abarima, la pèsca di Haiti,

più appariscente che mai, più che mai deliziosa.

Anch'essa aveva riconosciuto Damiano, poichè, affacciatasi al parapetto

di legno, stendeva il braccio verso di lui, facendogli cenno con la

mano, e invitandolo ad accostarsi.

Damiano non si fece pregare. Andò, corse sotto alla loggia. Abarima gli

sorrideva; Abarima gli rendeva col sommo delle dita il bacio che egli le

aveva scoccato in quella medesima forma. E appena egli fu abbastanza

vicino, gli gittò queste parole:

--Damiano, laggiù, nel bosco; vengo subito a te.--

Il nostro Damiano sapeva già tanto di lingua Haitiana per capire quelle

parole, e delle altre ancora. Se anche non le avesse capite, il gesto

gliele avrebbe spiegate a puntino.

Rasentò la casa, riuscì sulla prateria, e in quattro salti fu nella

macchia. La fontana era il luogo del ritrovo. Colà egli aveva veduta al

bagno quella Diana del Nuovo Mondo, e la bella dea non gli aveva fatta

subire la metamorfosi nè la catastrofe di Atteone.

Abarima fu pronta a seguirlo nel verde. Venne a lui leggera e

sorridente, mise un grido di giubilo e gli cadde nelle braccia.

--Dolce donna!--esclamò Damiano, intenerito.--Ed io dovrei abbandonarti?

spiccarmi da te? sacrificarti al Moloch dell'amicizia?

--Che dice il mio signore?--domandò la bella selvaggia, fissando in lui

i suoi grandi occhi d'indaco.

--Nulla, nulla, Abarima _taorib_. Parlavo da me, nella lingua del mio

paese. Nella tua lingua ti domanderò invece una cosa. Dimmi, _taorib_

fra tutte le _taorib_; mi ami tu?--

Abarima chinò la guancia sul petto di Damiano, alzò le ciglia per

mandargli di sbieco un'occhiata assassina, e gli disse sottovoce:

--Ti amo.

--Mi amerai sempre?--riprese Damiano.

--Oh sempre, sempre!--rispose Abarima.--E tu?

--Io, cara, fino alla morte. Son fatto così, sai; sono stato creato per

l'amore costante, eterno, immobile come la vôlta del cielo. Finchè sarà

il sole lassù, il mio cuore ti amerà.... Cioè, non diciamo sciocchezze.

Io non vivrò quanto il sole. Volevo dirti che ti amerò finchè i miei

occhi vedranno il sole, o la luna e le stelle. Bambina dolce, tu sai che

il grande Spirito ci ha creati per l'amore. Senza l'amore si vive male;

anzi, non si vive affatto. Si è stanchi, fiacchi, svogliati....

--Che dice il mio signore?--domandò ancora Abarima.

--Ah sì!--rispose Damiano.--Capisco che vada nel difficile, e non riesco

più a farmi capire. Maledette lingue straniere! Se fossi nei panni, anzi

no, nella pelle di quello stupido Cusqueia, potrei dirti tante belle

cose! Pazienza, vediamo di girare la difficoltà che non si può superare.

Abarima _taorib_!--soggiunse Damiano, ritornando alla lingua

d'Haiti.--Uomini soli, senza donne, essere stanchi, non desiderare

nulla, essere ammalati. Ma quando apparire bella donna, come Abarima,

uomini subito ridere, saltare, ballare, come avere buon liquore in

corpo. Ah, donne, donne! Sapere voi vostro potere sopra uomo! E ridere,

ridere volentieri. Ridere bene, quando avere bella bocca come questa.--

Abarima commentava il discorso tripolino del suo innamorato, ridendo

veramente di gusto.

--Hai capito, ora, birichina?--ripigliò Damiano, nella sua lingua

nativa.--Vediamo un po' se capisci quest'altra. È la lingua

universale.... e si parla da labbro a labbro.--

Un colpettino leggero, ma pronto, come una zaffata di micio, colse

Damiano sulla bocca protesa. Era uno scherzo, non prometteva più aspre

difese, e Damiano lo ricevette con buona grazia da quella dolce manina.

--Senti,--diss'egli, prendendo quella manina sotto il braccio e

mettendosi in atto di passeggiare,--vorrei dirti una cosa importante. Tu

sarai mia, non è vero? Tolteomec darà Abarima in moglie a Damiano?

--Damiano _ada turey_:--rispose Abarima.

--Si sottintende;--rispose Damiano;--ed è una condizione invidiabile,

quella di figlio del cielo, a patto che mi faccia ottenere la figlia di

Tolteomec. Sappi dunque, Abarima _taorib_.... Vogliono mandarmi in

Europa, laggiù, laggiù, dall'altra parte del mare.--

Il gesto spiegava le parole che non erano riuscite abbastanza chiare

alla bella selvaggia.

--_Azatlan_!--esclamò ella, turbata.

--Eh! diciamo pure _Azatlan_. Ma non è per me come una casa del diavolo?

Io dunque ti dicevo, Abarima, che i figli del cielo ritorneranno

laggiù.... nel brutto paese! E vogliono, che Damiano li segua nel brutto

paese.

--No, no!--diss'ella, stringendosi a lui; sbigottita.--Damiano restare

in Haiti, casa Tolteomec.

--E sposo ad Abarima, non è vero?

--Damiano,--rispose ella,--Damiano è _ada turey_.

--E dàlli!--esclamò Damiano, seccato dalla ripetizione.--Non vorrei

esser debitore dell'amor tuo a questa condizione privilegiata di figlio

del cielo, che ho comune, del resto, con tante birbe matricolate.

--Che dice il mio signore!

--Niente, niente, Abarima taorib. Dico che tu sei una cara donnina, e

che.... Ma senti! Vien qualcheduno.--

Si udiva infatti un fruscìo di rami nel bosco. Abarima levò la fronte e

tese l'orecchio.

--Forse Tolteomec che ritorna da vedere i suoi campi di

maiz;--diss'ella.

--Ebbene, io ti lascio con lui;--rispose Damiano.

--Temi tu di vederlo?--disse Abarima.

--No, cara. Lo vedrò volentieri più tardi, nella giornata, quando potrò

fargli una certa domanda. Ora, e appunto per te, appunto per quella

domanda, vorrei vedere il signor almirante, il capo dei figli del cielo,

che il diavolo se li porti.... fatte, s'intende, le debite eccezioni.

--Che dice....

--Sì, ho capito «Che dice il mio signore?» Vorrei esserlo già, Abarima

_taorib_, il tuo signore, genero di Tolteomec, nipote di Guacanagari,

erede del trono di Haiti, e non più condannato a ritornare in quella

desolazione dell'abominazione, che si chiama la vecchia, la decrepita

Europa. Ora addio, cara; vado e ritorno.--

Così dicendo, Damiano si mosse per andare verso il prato. Giunto al

limitare della macchia, si volse ancora, gittò il cenno di un bacio alla

bella selvaggia, e senza attraversare il prato prese una scorciatoia tra

i campi. Gli premeva di giungere alla fortezza e di trovare l'almirante,

prima che questi ritornasse alla spiaggia.

--Se non lo combino lassù,--diceva egli tra sè--lo vede Cosma prima di

me, e mi guasta ogni cosa, con le sue alzate d'ingegno.--

Per fortuna sua, l'almirante non era ancora partito dal poggio, su cui

già era scavato il fosso e alzato l'argine della fortezza.

--Siete qui, voi?--disse l'almirante a Damiano, come lo vide apparire

sul ciglio della collina.

--Sì, messere, e molto desideroso di parlarvi, da solo a solo, se potete

concedermi qualche minuto di tempo.

--Tutto il tempo che vorrete, mio caro. Portate notizie di laggiù?

--No, si tratta di me.

--Sarò felicissimo di ascoltarvi;--disse l'almirante, sorridendo

benignamente al suo concittadino.

E presolo per un braccio, lo condusse un po' più in là, dove non

potessero i loro discorsi essere uditi dagli uomini che lavoravano

all'argine.

--Sentiamo che cosa avete a dirmi;--incominciò, per dargli coraggio.

--Signore,--disse Damiano,--vi chiedo una grazia, che l'altro giorno mi

avevate concessa.

--Se io ve l'ho concessa, perchè me la chiedete ancora? Sarà piuttosto

il caso di rammentarmela, se mai l'avessi dimenticata.

--È giusto, perdonate. Ma sono tanto confuso! ed è così forte in me il

desiderio di restare alla Spagnuola!

--Ah sì.... ricordo;--disse l'almirante;--nel presidio della fortezza,

in questo principio di colonia cristiana. Ma siete voi proprio risoluto?

Non è un capriccio passeggero? Son cose gravi, e bisogna pensarci due

volte.

--Ci ho pensato, mio signore.

--Ed anche avete pensato che voi potreste restare lungamente senza

alcuna novella di noi? Rimanere alla Spagnuola, ritornare in Ispagna,

sono due partiti egualmente pericolosi. Se noi non potessimo recar nuove

della nostra scoperta in Europa, che sarebbe di questa colonia? Certo,

varrà sempre meglio,--disse l'almirante,--esser vivi e sani in

quest'isola, che sepolti negli abissi dell'Atlantico. Ma un troppo lungo

soggiorno qui, senza novelle di casa, e nella incertezza dolorosa di non

averne mai, potrebbe anche farvi pentire di una risoluzione come questa

che voi mi accennate.

--Signore, voi giungerete al lido di Castiglia e avrete il premio delle

vostre fatiche. Iddio non vi ha condotto fin qua perchè sia vana

l'impresa maravigliosa a cui vi aveva destinato. E non solo la Spagna,

ma tutto il mondo cristiano saprà che voi avete lasciata qui una parte

dei vostri.

--Vi ascolti il cielo;--rispose l'almirante.--La vostra risoluzione è

dunque irrevocabile?

--Con vostra licenza, mio signore, sì;--disse Damiano.

--E siate contento;--ripigliò l'almirante.--Poichè una colonia si fonda

in quest'isola, è bene che ci sia qualcheduno di cui io possa

maggiormente fidarmi. E di chi mi fiderei io veramente, se non di voi, o

del vostro amico? Restate dunque, messer Damiano. Ma quale uffizio vi

daremo noi qui?

--Qualunque esso sia, lo accetterò di buon grado.

--Bene; vi metteremo dunque per aiuto a Diego di Arana. Sappiate che il

nostro capo di giustizia rimane volentieri. Egli stesso si è offerto, e

la proposta sua mi ha levato da un grave impiccio. Lo Spagnuolo, per

comandare a Spagnuoli, è dunque trovato. Così voi, messer Damiano,

potrete rimanere suo primo uffiziale, senza dar gelosie.

--Io vi ripeto, signore,--disse Damiano, gongolante di gioia,--qualunque

uffizio, anche il più umile, mi basterebbe. Ma vedrò di tener degnamente

quello che voi mi avete conferito. Ho dunque la vostra parola, che io

resterò nella colonia?

--L'avete;--rispose Cristoforo Colombo.--Ma perchè dubitate?

--Perchè.... vedete.... a voi non voglio tacer nulla.... Cosma, l'amico

mio, si è messo in testa che io ritorni in Europa.

--L'amicizia ha i suoi diritti, o le sue pretensioni;--disse

l'almirante.--Potete cedere, potete resistere; ma dovete sempre

intendere le ragioni che muovono un amico a consigliare in un modo, anzi

che in un altro.

--Le intendo, sì; ma gli è come se non le intendessi. Io amo restare a

terra, per ora. Debbo io dirvi tutto, mio signore? Dopo aver corsa

tant'acqua, non me la sento di correrne altrettanta. Quantunque

Genovese, sono un marinaio.... d'acqua dolce.

--Eh via! non vi calunniate;--disse Cristoforo Colombo, sorridendo.--Vi

ho veduto alla prova, ed eravate invece dei buoni. Certo,e questo io

l'avevo subito indovinato, voi non siete uomo d'albero; ma per

gentiluomo di poppa, o d'arrembata, andreste benissimo. Dio sa quanti

dei vostri vecchi, messer Damiano, han comandato galere!--

A questo accenno non credette opportuno di rispondere quell'altro.

--Voi dunque intendete la ragionevolezza del mio

desiderio;--diss'egli.--Ed ancora ammetterete che qualche persona di

garbo, capace di stringere buone relazioni con questi naturali, possa

giovare.

--Questo, poi, non solamente lo ammetto, ma lo desidero e lo spero. Una

colonia come la nostra non potrebbe prosperare che a questi patti. Siamo

venuti tra gente buona, degna di trovare amici e protettori, non padroni

ed oppressori. Voi parlate secondo il mio pensiero, messer Damiano; ed

io, non che concedervi di recare, mi rallegro che me lo abbiate

domandato. È grazia che voi fate a me, non io a voi.--

Damiano non capiva in sè dalla gioia. Se non fece un salto davanti al

suo grande concittadino, mettete pure che gliene mancasse il coraggio,

perchè la voglia c'era tutta, e vivissima.

--Ed ora,--diss'egli dentro di sè,--mio caro Cosma, farai quel che ti

pare; io non ho più paura di niente; sono ormeggiato in barba di

micio.--

Quella notte, per cansare le occasioni di discorrere con l'amico,

Damiano si fermò con la squadra degli uomini che dormivano a terra.

S'intende che andò a dare nella sera una capatina alla casa di

Tolteomec.

Il vecchio fratello di Guacanagari era seduto accanto all'uscio, in atto

di prendere una boccata d'aria vespertina; ma nel fatto ne prendeva

parecchie di fumo da una foglia aromatica che teneva arrotolata ed

accesa fra i denti: la foglia che sapete, e per cui si era rivoltato, a

Cuba, lo stomaco del nostro Damiano.

Salutato il suo futuro suocero, e accolto da lui con paterna

amorevolezza, Damiano ricusò il tabacco di Tolteomec, ma accettò qualche

goccia di un liquore che per ordine del vecchio gli era ministrato dalla

leggiadra Abarima. E lì, seduto anch'egli sul limitare della casa,

stette a prendere il fresco; da prima beandosi negli occhi d'indaco

della fanciulla, poi, essendo sopraggiunta la notte, contentandosi di

ammirare i contorni della sua graziosa persona. La scena era

patriarcale; ma appunto perchè c'era il patriarca, e non accennava mai

di andarsene, Damiano non fu contento della sua serata com'era stato

contento della sua mattinata. Ed anche Abarima doveva sentire la

differenza dal giorno chiaro alla sera, dalla fontana alla piazza,

perchè era taciturna, ed appariva anche impacciata.

Parlava il vecchio, e per lei e per Damiano. E tra le molte cose che

disse, ci fu l'invito al figlio del cielo di passar la notte nella sua

casa.

--Una stoia non manca mai per il forestiero.--diss'egli.

Damiano accettò con giubilo. In fin dei conti, il patriarca era un buon

diavolo.

--Sii dunque il ben venuto;--soggiunse Tolteomec.--Noi faremo in modo

che i tuoi sonni non siano molestati. Nella mia stessa camera ti sarà

apprestata la stoia.--

A mala sorte buon viso, dice un proverbio. E Damiano, un po' seccato

dalla troppa bontà dei patriarchi, doveva meditare quel proverbio per

tutta la notte.

Il vecchio Tolteomec sarebbe stato un buon compagno di camera per un

ammalato, ed anche per uno che soffrisse di nervi. Non russava, nè alto,

nè basso, nè squillante, nè sordo; aveva il sonno leggero come i bambini

lattanti. Ad ogni voltarsi di Damiano sulla stoia, si sentiva la sua

voce sommessa che domandava dall'altro canto della stanza: «Che hai,

figlio del cielo? Non puoi dormire? Vuoi tu qualche cosa? La mia casa è

tua. Sia con te il grande Spirito; allontani il mal occhio da te» ed

altre cosette ugualmente graziose, ugualmente piacevoli.

Damiano mandò con tutta l'anima il suo ospite in un'altra casa, che non

era neppur quella del grande Spirito. Ma questi voti del cuore, si sa,

non sono mai esauditi dalle potenze invisibili. Damiano si adattò a non

muoversi più, e risolse di dormire. Rabbia impossente, stanchezza

fisica, gioventù e sanità di corpo, fecero presto il miracolo. Damiano

si addormentò per uno, e russò ferocemente per due.

La mattina seguente si destò forse un po' più tardi dell'usato. E si

capisce; non aveva intorno i compagni a far rumore, a guastargli il

sonnellino d'oro. Regnava nella casa di Tolteomec un religioso silenzio;

era ospite il figlio del cielo, e il figlio del cielo dormiva; bisognava

dunque andar tutti in punta di piedi, parlare a bassa voce, per non

disturbare i sonni del figlio del cielo.

E non bastava ancora. Quando il nostro Damiano si alzò a sedere sulla

stoia, e si fu strofinati gli occhi col dorso della mano, vide nella

stanza, vigile custode, pronto ai suoi desiderii, il vecchio Tolteomec,

il patriarca, il fratello del re. In verità, Damiano era trattato da

principe; avrebbe avuto il torto, a dolersi; avrebbe dato prova di

cattivo carattere.

E questo, egli lo capì tanto, che si trattenne fra i denti una preghiera

mattutina già pronta a scattar fuori; anzi, mutò quella preghiera in un

sorriso, tra il pallido e il verdognolo, ma pur sempre un sorriso.

Damiano uscì dalla camera, e Tolteomec lo accompagnò fino al limitare

della casa. Damiano andò verso il prato, e Tolteomec lo seguì. Damiano

si pose a sedere sotto un palmizio, e Tolteomec si assise a due passi da

lui, guardandolo negli occhi, come è dovere del padrone di casa, quando

ha da interpetrare, da cogliere a volo i desiderii del suo ospite.

--Ma non ha dunque nulla da fare, questo.... fratello di re?--domandò

Damiano a sè stesso.--Non c'è uno straccio di consiglio di stato, a cui

egli debba assistere, come uno della famiglia?--

Chi domanda una cosa a sè stesso non la domanda a nessuno. Damiano si

provò ad interrogare il padrone di casa.

--Tolteomec, lume dei savi,--gli disse,--tu ti prendi molta cura di me.

Il mio cuore te ne ringrazia. Ma oggi, per cagion mia, tu non sei andato

nella casa reale, per assistere alla levata del gran sole di Haiti.

--È vero;--rispose Tolteomec.--Ma il gran sole è buono. Egli non mi

avrebbe veduto volentieri in sua casa, sapendo che io avevo ospite nella

casa mia un figlio del cielo.

--Ah sì, capisco;--disse Damiano.--Gli hai mandato a dire che io ero tuo

ospite.

--Così ho fatto,--rispose il vecchio, ridendo, come l'uomo che gode in

cuor suo della propria intelligenza,--e Guacanagari se n'è mostrato

contentissimo.

--Grazie anche a lui!--conchiuse Damiano.--Voi siete i migliori tra gli

uomini.--

Damiano frattanto volgeva gli occhi intorno, cercando qualche cosa, ma

senza farsi scorgere troppo. Egli temeva infatti che

quell'intelligentissimo vecchio gli facesse qualche altra domanda. E

perchè Tolteomec, sempre seduto accanto a lui, non accennava a spiccarsi

di là, Damiano fece un altro ragionamento tra sè:

--Certamente questo figlio della terra si è insospettito, ha indovinato

le mie intenzioni. Ma esse, in fin dei conti, sono purissime. Voglio

diventare suo genero, per bacco. Ma questa mattina egli è stato tanto

noioso, che non gliene voglio dir nulla. No, sarebbe una debolezza, una

viltà, comperare la pace di un'ora con una confessione di questa fatta.

E poi, la sua vigilanza non cesserebbe mica per questo. Nei nostri

paesi, quando uno ha chiesta la mano di una ragazza, o i parenti

gliel'hanno accordata, proprio allora incominciano a guardarla con

maggiore attenzione, a tener d'occhio il fidanzato, a far muso arcigno

per ogni parola che dica, per ogni atto che accenni di fare. Son tutti

selvaggi, nel mondo. E fanno bene, bisogna riconoscerlo, fanno bene. Con

certi cacciatori nella macchia, non si è mai selvaggi abbastanza.--

Egli aveva appena finito di dar ragione a quel lume dei savi, a quella

perla dei padri, che un servo apparve nel prato, con una gran foglia di

palma disseccata e foggiata ad ombrello. Tolteomec lo vide e si alzò.

--Devo partire;--diss'egli.--Il sole è già alto e sarà necessario ch'io

vada.

--Vai via?--chiese Damiano, con la ipocrisia naturale di simili

occasioni.

--Sì,--rispose Tolteomec,--un buon padre deve invigilare la terra che dà

il sostentamento alla famiglia; l'occhio del padrone fa prosperare il

suo campo.

--Ah, bene! e ti lodo;--disse allora Damiano, facilmente persuaso da

quelle savie massime di economia domestica.

--Andiamo dunque;--ripigliò Tolteomec.--Mi duole di lasciarti, figlio

del cielo; Abarima ti terrà compagnia, fino a tanto ti piacerà di

restare. Ma capisco che anche tu avrai da lavorare. Dobbiamo tutti

lavorare, finchè il grande Spirito ci mantiene in vita.

--Già!--disse Damiano.--Anch'io dovrò andare.... fra poco.

--Ma dov'è quella cara figliuola?--soggiunse il patriarca.--Abarima!

Abarima! Sarà alla fontana, m'immagino.

--Lasciala stare; aspetterò, per salutarla

--No, ella deve esser qua. Abarima!--

La fanciulla era andata per l'appunto alla fontana. La voce del padre la

richiamò tosto verso la casa; e Damiano e Tolteomec la videro apparire

sul limitare della macchia. Saltellante, graziosa nelle movenze come una

gazzella, accorse ella, stringendosi i capi della sua breve mantellina

intorno alla vita, e venne a ricevere sulla fronte il bacio di suo

padre.

--Mia dolce figliuola!--mormorò il vecchio.--Amore di Tolteomec!

--E di tutti coloro che la vedono;--soggiunse Damiano, parendogli che in

quel punto non disdicesse una frase galante.

--Sì, bella e buona;--rispose il vecchio.--Ora io vi lascio. Tu,

Abarima, offrirai il pane di cassava al nostro ospite, e i frutti più

saporiti. Egli partirà, perchè il suo lavoro lo chiama alla gran casa

dei figli del cielo; ma se vorrà ritornare per il pasto della famiglia,

sarò felice di vederlo alla mia tavola.--

Damiano era felice. Incominciava a veder volentieri quell'Argo,

quell'Acrisio selvaggio, ed anche a capire che tanta vigilanza su quella

Danae dalla pelle rossa non era cosa pensata, ma effetto casuale della

sua sollecitudine eccessiva per l'ospite.

Rimasto solo con la bella Haitiana, il nostro Damiano si disponeva a far

vendetta allegra di tutte le ore che aveva dovuto passare senza vederla.

--Vieni,--diss'ella,--il pane di cassava ti attende.

--Non ho fame;--rispose Damiano.

--È caldo di questa mane, vieni;--ripetè la fanciulla.

--Non ho fame, Abarima;--replicò Damiano.--Bene ho desiderio di

guardarti negli occhi. Sai che non ti ho più veduta da ier sera? Vieni,

_taorib_ Abarima; andiamo lassù alla fontana. Ci dev'essere una così

grata frescura!

--No,--disse Abarima,--ne son venuta or ora, e l'aria è troppo fredda,

nel bosco. Restiamo qua, se non vuoi rientrare nella casa di Tolteomec.

Il sole mi fa bene.

--Il sole ti bacia;--disse Damiano, accostandosi, e involgendola tutta

d'una sua languida occhiata.

--Bacia tutti, il sole;--rispose Abarima, crollando il capo, come se non

gradisse, o non intendesse la galanteria di Damiano.

--Ho capito;--pensò egli, stizzito.--Oggi non è come ieri. La dolce

Abarima non ha dormito bene, stanotte; fors'anche ha sognato uno

scorpione, od altra bestia di mal augurio.--

Poi, rivolgendosi alla fanciulla, le disse:

--Sai, Abarima, la grande notizia? Io rimango in Haiti. La cosa è stata

risoluta ieri. Resterò con la nostra gente, che difenderà questo popolo

dalle incursioni dei feroci Caribi.--

La fanciulla sgranò tanto d'occhi, sorrise e battè palma a palma, con

atto di gioia infantile.

--Vero?--diss'ella.

--Verissimo; non posso più dubitarne, poichè il capo dei figli del cielo

mi ha data la sua promessa solenne, mettendo la sua mano nella mia....

così, come io faccio con te, Abarima _taorib_.

--Lascia! tu stringi troppo forte;--disse Abarima, ridendo.--E le tue

mani sono troppo ardenti.

--Mani d'innamorato, mia cara.

--Va,--disse Abarima,--va là in fondo al prato, e coglimi di quei fiori.

Voglio farne una ghirlanda.

--Non vuoi altro?--rispose Damiano.--Ti servo subito.--

E spiccato un salto, andò in fondo al prato, dove incominciò a cogliere,

a strappare quanti rami fioriti gli vennero alle mani.

--Non tanti! non tanti!--gridò Abarima.--Basta così.--

Damiano ritornò a lei con una bracciata di fiori e di foglie.

--Per una ghirlanda son troppi;--disse la bella Haitiana, ricevendo il

presente.

--Butterai quelli che non ti serviranno;--rispose Damiano.--Purchè tu

non butti via il mio cuore!--

La capricciosa fanciulla finse di non aver udite le ultime parole del

suo innamorato; e con molta gravità si diede a scegliere i tralci d'una

specie di vitalba, con cui voleva fare la trama della sua ghirlanda, per

innestarvi i fiori più belli. Damiano, seduto accanto a lei,

contemplava, e contemplando aspettava.

--Dunque,--disse Abarima, mentre seguitava il suo lavoro;--tu resti in

Haiti. E chi sarà il capo dei figli del cielo?

--Diego di Arana, il giudice... quello che fa giustizia, quando alcuno

trasgredisce le leggi.

--Non lo conosco;--disse Abarima.

--Egli non è mai venuto nella casa di Tolteomec;--rispose Damiano.--È

stato ospite di Guacanagari. È un uomo magro, lungo, con una barba nera

nera.

--Non sarai dunque tu, il capo?--ripigliò la fanciulla.

--No, io sono.... troppo giovane;--disse Damiano.--Ma sarò il suo primo

ufficiale; comanderò io, dopo di lui.--

Non c'era male, per la sua età; ed Abarima mostrò di capire che Damiano

diventava un personaggio importante nella colonia, anche restando al

secondo posto.

--Sarò tra gli uomini bianchi,--soggiungeva Damiano,--come Tolteomec fra

gli abitanti di Haiti. Dopo Guacanagari, il gran sole, è Tolteomec, lume

dei savi, il più ragguardevole capo di questa terra.--

Abarima lo stava a sentire, continuando a tessere la sua ghirlanda.

--E il tuo amico,--diss'ella,--che posto avrà? il terzo o il quarto?

--Il mio amico!--ripetè Damiano.--Chi sarebbe egli?

--Cosma;--rispose Abarima.

--Cosma!... lo conosci tu?

--Mi pare. Non è quello che è venuto a cercarti nella casa di Tolteomec,

quando per la prima volta sedevi alla nostra tavola?

--È vero, sì, hai ragione;--disse Damiano.--Guardate che buona memoria,

in questa bella testina! Ella ha ritenuto anche il nome del mio

compagno. No,--soggiunse egli allora,--Cosma non resta in Haiti; Cosma

ritornerà in Azatlan.

--Male!--esclamò la fanciulla.--Gli amici buoni devono restare sempre

uniti.--

Il ragionamento di Abarima parve a Damiano la voce della sua propria

coscienza. E gli risuonò nel profondo dell'anima, e gli diede noia come

tutti i suoni repentini, specie quando sono anche squillanti.

--Lo so,--diss'egli, contorcendosi un poco,--ma che ci vuoi fare, mia

bella? Egli non ha per restare le stesse ragioni che ho io.

--E quali sono le tue?

--Veramente,--soggiunse Damiano,--si restringono ad una. Ti amo, e

voglio averti mia. Consentirai tu al mio desiderio, Abarima _taorib_?

--Tolteomec comanda;--rispose Abarima, chinando la fronte.

--È giusto;--disse Damiano.--Parlerò quest'oggi a Tolteomec.

--Non oggi, non oggi;--gridò prontamente Abarima.

Damiano rimase un po' sconcertato, guardandola.

--Non oggi?--ripetè.--Sia dunque domani.

--No, non domani, non subito;--rispose Abarima sollecita.--Per dare la

sua figlia ad un uomo, Tolteomec deve invocare il grande Spirito.

--Ah!--disse Damiano.--È il grande Spirito che fa i matrimonii,

nell'isola di Haiti?

--Sì,--rispose Abarima.--Il grande Spirito sa tutto. Il grande Spirito

solo può dire se l'unione di due creature deve essere felice.

--È naturale, se egli sa tutto;--conchiuse Damiano, un pochettino

umiliato.--E capisco che dovrò farmi divoto del grande Spirito, per

ottenere il suo responso favorevole. Ha egli i suoi ministri in terra,

ai quali si possa parlare?--

Abarima non intese la domanda. Parecchie cose non intendeva, nei

discorsi di Damiano. E ciò accadeva molto facilmente, perchè non sempre

Damiano aveva pronta la parola in lingua Haitiana, o perchè, avendo

pronta la parola, non gli veniva egualmente giusta la frase.

--Basta,--diss'egli, conchiudendo,--vedremo ad ogni modo Tolteomec. Sono

impegnato al giuoco, e intendo di guadagnar la partita.--

Poco dopo, vedendo che la bella Abarima non si muoveva dalle vicinanze

della casa, e pensando che la sua presenza poteva essere desiderata

altrove, si alzò e prese commiato.

--Che dirò a Tolteomec?--domandò la fanciulla.--Che tu ritornerai per il

pasto?

--Se potrò.... se ti farà piacere che io torni....--balbettò Damiano.

--Tolteomec sarà contentissimo;--rispose Abarima.

--Ebbene, farò questo piacere.... a Tolteomec;--conchiuse

Damiano.--Abarima, Abarima! tu non sei oggi come ieri. Ma già--soggiunse

egli, nel suo vernacolo,--son pazzo io a volere che una donna sia due

giorni alla fila dello stesso pensiero. Questa qua aspetta che il grande

Spirito abbia dato il responso. Sente il marito in aria, e si tiene in

riserbo.--

Uscito sulla piazza del villaggio, Damiano si abbattè in Cusqueia. Il

naturale di Cuba andava impettito e superbo, argomento di ammirazione a

tutti i sudditi di Guacanagari, per una camicia bianca che aveva

indossata.

Damiano non aveva mai veduto Cusqueia in quell'arnese. Non sapeva, non

avrebbe immaginato mai, che l'interpetre di Cuba possedesse una camicia.

--Ma bene, Cusqueia!--gli disse, rispondendo al suo saluto.--Chi ti ha

vestito così nobilmente?

--È stato Cosma;--rispose Cusqueia, facendosi bello.

--Cosma!--esclamò Damiano, inarcando le ciglia.--Cosma, che ha due sole

camicie nel suo fardello, come tutti noi, del resto.... Cosma ne ha data

una a te?

--Cosma buono!--rispose Cusqueia.

--Eh, non dico di no; ma quale servizio gli hai reso, per meritarti la

sua camicia..... di rispetto?--

L'interpetre, naturalmente, non capì il «rispetto» con cui i marinai

genovesi intendevano ed intendono ancora di dire «ricambio». Ma intese

sempre ad occhio e croce il pensiero di Damiano, e ingenuamente rispose:

--Cosma impara lingua di Haiti. Ieri, appena ritornato dalla fortezza,

Cosma cercò amico Cusqueia, dicendogli: voglio imparare tua lingua.

--Ieri!--esclamò Damiano.--Ieri Cosma è disceso a terra?

--Sì, Cosma disceso; Cosma salito al _bohio_ di Guacanagari; poi venuto

cercare Cusqueia, per imparare lingua di Haiti.

--Strano!--mormorò Damiano.--Ed io non l'ho veduto. È vero che io sono

andato alla fortezza un po' tardi. Ma egli poteva andare prima di me

dall'almirante; e non c'è andato. Se ci fosse andato, me ne sarei

avveduto dai discorsi del nostro grande concittadino.--

Tutti questi ragionamenti interiori non cavavano un ragno da un buco.

Damiano rinunziò a capir la ragione della gita di Cosma.

--E tu?--diss'egli allora a Cusqueia.--Che cosa hai fatto?

--Io ho insegnato a Cosma: tante parole, come a te. Cosma le ha scritte,

coma hai fatto tu.

--Ah, bene!--borbottò Damiano;--Cosma vuol fare un gran profitto in

breve ora.--

Ma che altra novità era quella, che Cosma volesse imparare la lingua di

Haiti? Scendere a terra, senza averne accennato pur l'intenzione, non

era ancor nulla a petto dello studio d'una lingua, per cui non aveva

mostrata mai nessuna propensione. L'idea di muoversi da bordo poteva

essergli venuta lì per lì, forse per seguire e per vigilare l'amico, o

per andargli a fare un cattivo servizio presso l'almirante. Questo,

anzi, egli lo aveva lasciato capire abbastanza. Sceso a terra, si era

pentito; non aveva spiato Damiano, non aveva cercato di parlare

all'almirante; e questo vero o falso che fosse, si poteva argomentare

dal fatto. Ma imparare la lingua di quei selvaggi, e proprio sugli

ultimi giorni di dimora in quell'arcipelago, era un negozio molto più

difficile ad intendersi. Damiano non poteva aver pace, fino a tanto non

ne vedesse l'acqua chiara.

Ritornò a bordo. Cosma era là, occupato a lavare il cassero di poppa; e

pareva che esercitasse il comando, tanta era la dignità con cui

adempieva l'uffizio.

--Buon giorno;--gli disse Damiano.

Cosma alzò gli occhi, e guardò in faccia l'amico.

--Buon giorno;--gli rispose poi, adattandosi a quell'eccesso di

cortesia, che veniva sei ore dopo la diana.

--Che cos'è che mi ha detto Cusqueia?--riprese Damiano.--Tu impari la

lingua di Haiti?

--La imparo;--rispose Cosma, con breviloquenza spartana.

--E perchè.... se è lecito saperlo?

--Per due ragioni;--disse Cosma.--In primo luogo per legittimo desiderio

d'istruirmi. E poi.... te l'ho a dire?

--Dillo, in nome di Dio.

--E poi, perchè ho cambiato opinione. L'Europa dà noia anche a me.

--Ah!

--Sicuro; e ancor io voglio restare in Haiti.--

_Capitolo XIV._

In che salsa vanno accomodati gli amici quando ci guastano le uova nel

paniere.

Damiano si aspettava di tutto, fuorchè quella notizia, ricevuta così a

bruciapelo dal suo dilettissimo Cosma. O, per dire più veramente, se

anche un vago sospetto di quella novità gli era venuto allo spirito,

egli si aspettava di tutto, fuorchè di sentirselo confessare con tanta

tranquillità.

Ma perchè gli tornava così ostico che Cosma avesse deliberato di

restare? Non restava ancor egli? E non era naturale che, vedendo lui

tanto fermo nel suo proposito, Cosma avesse finito con adattarsi alla

medesima fine? Tutto considerato, si poteva ricostituire benissimo la

serie di argomentazioni per cui era passato l'amico. Da principio aveva

tentato di persuadere Damiano a ritornare in Europa; poi si era stizzito

vedendo la sua ostinazione, e aveva lasciato trapelare il disegno di

ricorrere all'autorità dell'almirante. Di lì la risoluzione di scendere

a terra anche lui, e di salire alla fortezza, dove l'almirante era

andato. Ma per via si era pentito, o perchè gli paresse che le sue

ragioni non sarebbero bastate a muovere l'almirante, o perchè temesse di

render ridicolo il suo compagno, con la esposizione di quelle ragioni. E

allora, non sapendo più a qual santo rivolgersi, era avvenuto a Cosma un

quissimile del caso del profeta Balaam, che, andato per maledire, si era

voltato di schianto a benedire. Damiano voleva restare ad ogni costo?

Ebbene, non bisognava lasciarlo solo in quella terra lontana; anche

Cosma, il vecchio amico, sarebbe rimasto laggiù; e la sua risoluzione

avrebbe fatto arrossire di vergogna l'ingrato Damiano, per cui Cosma si

disponeva ad un sacrifizio così grande.

Questa risoluzione tornava sicuramente a grande onore dell'amicizia. Si

era detto, nei tempi antichi, Damone e Pizia, Niso ed Eurialo, Oreste e

Pilade; si sarebbe detto, nei tempi moderni, Cosma e Damiano. È sempre

bene che certi tipi, belli ma antiquati, si rinnovino, in quella stessa

guisa che si rinfrescano i vecchi dipinti.

Eppure, no, la ricostituzione delle fasi psicologiche per cui poteva

esser passato Cosma, non finiva di persuadere Damiano. Egli sentiva

Cosma, da parecchio tempo, come uno che gli vogasse sul remo. Senza

volerlo, sì, forse; ma infine, non è necessario che uno sia innocente

dell'averci pestato un piede, se ci dà noia e dolore pestandolo; e tutti

abbiamo in uggia il nostro compagno di passeggiata, che, senza farlo a

posta, solo per vizio d'abitudine, ci dà l'eterno colpettino sul

braccio.

Damiano, adunque, sentiva da qualche tempo riuscir molesto l'amico. La

noia che Cosma gli aveva data in altre isole non poteva dargliela pure

in Haiti? E qui certe idee vaghe, ma dolorose, passavano per la mente di

Damiano. Abarima che sapeva il nome di Cosma.... E perchè ciò? Come

poteva ella ricordarlo, avendo veduto una volta sola, e alla sfuggita,

l'amico di Damiano, mentre questi non ricordava di averne proferito il

nome, vedendolo apparire nella sala del convito?

E poi, quel desiderio, manifestato da lei, che Cosma restasse! Gli amici

dovrebbero star sempre uniti; bella ragione! Ma deve passare per la

mente di una donna, che ami l'uno dei due? L'opposto dovrebbe essere,

precisamente l'opposto.

E finalmente, quella discesa di Cosma a terra, subito dopo di lui, ma

senza lasciarsi vedere da lui!... Abarima diventata ad un tratto così

capricciosa, che non pareva più quella del giorno innanzi!... Il rumore

venuto dal bosco, dove ella non aveva voluto più ritornare con

Damiano!... Ah, per tutti i diavoli!...

Lettori, vi è mai avvenuto di almanaccare su certi fatti che vi

riguardassero, e di cui non sapeste darvi ragione? Voi mettevate in fila

tutte le ipotesi più ragionevoli, facevate le deduzioni più logiche,

ricavandone una spiegazione naturalissima del problema che vi affaticava

lo spirito. Un matematico se ne sarebbe contentato; voi no. Voi andavate

a cercare un fatto da nulla, quasi un fuscellino dimenticato per via, e

su quello fondavate un altro ragionamento, più leggero, più sottile, più

vano. Ed era quello che vi contentava di più. Perchè ciò? perchè un vago

sospetto, un presentimento sordo, come la voce dell'istinto, vi diceva:

la traccia è quella; tutto il resto è.... logica; e la logica, in questa

materia, non serve.

--Ah, per tutti i diavoli!--aveva detto Damiano, tra sè, mentre uno

sprazzo di luce ideale gli balenava alla mente.--Se è così come io vedo,

ti aggiusto io, bell'amico.--

Quell'altro, stando sempre a capo chino, rovesciava acqua a secchie sul

tavolato del cassero, e subito dopo ripigliava a lavorare di

strofinaccio. La posizione non si poteva tenere, col pericolo continuo

di essere innaffiati come gambi di cavolo. Damiano colse l'occasione

d'uno spruzzo che gli era venuto più vicino; e borbottando ridiscese dal

cassero di poppa nella corsìa.

Ivi si trattenne un pezzo a far le volte del leone, seguitando a

svolgere la sua coroncina. Non erano avemmarie nè paternostri, come vi

potete immaginare.

--Ah sì, eh? Mi guasti le uova nel paniere? Vedrai, vedrai in che salsa

ti accomodo. Perchè, non c'è dubbio, egli ha veduta Abarima.... Questa

volta, per altro, è arrivato un po' più tardi del solito. Sono meglio

avviato, qui, che non fossi a Cuba. Ma qui mi preme assai più di vincere

il giuoco. Fossi pazzo!... Ho detto di voler diventare l'Infante di

Haiti, il principe ereditario..... e vivaddio, lo sarò, in barba a tutti

i biondi dell'universo. Purchè quell'altra non sia rimasta stregata dai

suoi capelli d'oro!... Strano, del resto, questo capriccio delle donne,

al Nuovo Mondo! Hanno l'oro a bizzeffe, lo dànno in cambio del vetro e

del bronzo, e rimangono incantate davanti a quattro fili di quel colore.

Ma non corriamo tanto coi sospetti, via! Abarima non ha ancor lasciato

trapelare di avere di questi gusti sciocchi. Comunque sia, qui bisogna

lavorare di fine, mio caro Damiano; «qui si parrà la tua nobilitate.»,

come ha detto il poeta.--

Così mulinava Damiano dentro di sè, quando vide Cosma che scendeva dal

cassero di poppa. Non volle più rimanere, e si affacciò al capo di

banda, per chiamare una piroga delle solite, che si aggiravano intorno

alla _Nina_.

Cosma si fermò presso di lui, in atto di voler appiccare discorso. Ma

egli non aveva nessuna voglia di tenergli bordone.

--Ti saluto;--gli disse.

--Te ne vai?

--Sì, vado a terra.

--Bravo! e dàtti bel tempo.

--Che credi?--brontolò Damiano, seccato di quella licenza.--Che ci sia

solamente da sollazzarsi, a terra? Ho il mio da fare, lassù. Non debbo

anche prepararti l'alloggio?

--A me?--disse Cosma.

--Certamente. Non mi hai annunziato poc'anzi che hai mutato opinione, e

che vuoi restare alla Spagnuola anche tu?

--Ah sì, è vero;--rispose Cosma, che aveva l'aria di risovvenirsi in

quel punto.--Ma tu parlavi di un alloggio per me; ed io mi contento di

poco!

--Sei camere ti bastano?

--Anche dodici.

--Benissimo; le avrai.... E la tredicesima, per il buon peso.--

Ciò detto per metà ad alta voce, e trattenendo il resto nella chiostra

dei denti, Damiano scavalcò il capo di banda e saltò nella piroga.

--Ora, facciamo giudizio;--mormorò egli mentre lo schifo scivolava

leggero sull'acqua.--Prima di tutto, niente a quella capricciosa

principessa, che possa metterla in sospetto. Già, col poco che so della

lingua di Haiti, potrei fare poco lungo discorso; non potrei di sicuro

addentrarmi nelle sottigliezze di una conversazione agrodolce.--

Prima ch'egli giungesse al _bohio_ di Guacanagari, Damiano aveva

stabilito il suo disegno di battaglia. Per verità, egli si disponeva ad

usare di tutte armi, e la coscienza gli rimordeva un pochino.

--Oh, infine!--esclamò, dando una scrollata di spalle.--La mia è difesa

legittima. Un uomo mi vuol mettere il piede addosso, ed io non devo

mandarlo a gambe levate? S'intende che io metterò mano agli estremi

spedienti solo nel caso che egli abbia veduta Abarima. Se l'ha veduta,

il suo intento di nuocermi è chiaro, ed io non debbo più usare

riguardi.--

Si, tutto bene; ma come sapere se Cosma avesse veduto Abarima?

Sospettarlo non bastava; era necessario di averne certezza. Ora, con una

donna, sia pure selvaggia, non c'è mai verso di sapere quel che vi

preme. Le accennate in coppe, vi risponde bastoni.

Poco sicuro del modo in cui avrebbe condotte le prime avvisaglie,

Damiano salì al villaggio di Guacanagari; e come fu sulla piazza, si

volse alla casa di Tolteomec. I servi stavano certamente in vedetta,

perchè due naturali, che si stavano soleggiando all'aperto, entrarono

subito in casa, e poco stante apparve il vecchio sull'uscio.

--Mandavo a cercare di te,--disse Tolteomec.--È l'ora di metterci a

tavola.

--Ah si? molto bene!--rispose Damiano, affrettando il passo.

L'accoglienza festosa del vecchio gli parve di buon augurio. Entrò più

allegro nella casa ospitale.

--Purchè tu non mi stia sempre alle costole, benedetto

patriarca!--diss'egli tra sè, muovendo verso la sala del banchetto, che

era già tutta preparata come pochi giorni addietro.

Abarima comparve, più bella che mai e con un'altra ghirlanda di fiori

sulle chiome nerissime. Sorrise all'ospite, parve anche guardarlo con

attenzione, tra curiosa e benevola, come le donne usano, che non si sa

mai quale sentimento sia il vero.

Damiano, per altro, non ci badò tanto nel sottile. Era in presenza della

donna amata, la vedeva sorridere e dimenticava volentieri una parte

delle sue inquietudini. Aggiungete che a tavola trovava il medesimo

posto al fianco di Abarima, e immaginate che egli fosse molto disposto a

dimenticare anche l'altra metà.

Un pranzo non si racconta, se non quando sia da trarne occasione per

descrivere le sensazioni gastronomiche dei personaggi. Del resto, il

pranzo è sempre eccellente, fosse pur quello di un avaro, quando

l'ospite è innamorato, e siede accanto a lui la donna ch'egli ama. Se a

Damiano avessero servito in tavola un coccodrillo arrosto, metto pegno

che il nostro eroe non ci avrebbe badato. Se poi gli avessero domandato

come lo trovasse, di sicuro avrebbe risposto: squisito! Un pranzo è come

il tempo, che si tinge sempre del colore dell'anima nostra. Il cielo è

sempre azzurro, quando siamo al fianco di una cara creatura.

Or dunque, poichè torna inutile raccontarlo, finiamola con questo pranzo

di Tolteomec. Abarima si è alzata, e Damiano la segue all'aperto. Ella

prende un canestro di vimini, in cui sono parecchi manipoli di filamenti

erbacei, disseccati e tutti di variati colori; snoda due o tre manipoli,

prende alcune fila tra le dita, e si mette ad intrecciarle. È quello il

suo ricamo. Damiano vuole imparar l'arte, o dice di volerla imparare, e

prende occasione da questo suo desiderio, per aver sempre la faccia

china sul braccio della bella selvaggia.

Tolteomec stette un pochettino a vedere. Ma egli non ci aveva le stesse

ragioni, per imparare a tessere una stoia. Perciò si mosse di là, e andò

in casa a prendere alcune foglie secche, arrotolate in forma di fusi.

--Ne vuoi?--diss'egli, ritornando, e offrendo uno di quegli arnesi a

Damiano.

Damiano fece un gesto di orrore.

--No, grazie;--rispose.--non mi piace.

--Molto buono!--disse Tolteomec.--Questo discaccia dalla casa gli

spiriti della sera.

--Per cacciare i miei ci vuol altro!--rispose Damiano.

Ma egli aveva parlato nel suo vernacolo genovese. Col gesto, intanto,

ringraziava, ricusando l'offerta.

Tolteomec si fece portare dei carboni ardenti dal focolare domestico,

accese la sua foglia, e poscia si allontanò. Aveva sulla piazza i

notabili del villaggio, e se ne andava volentieri a barattare due

chiacchiere con loro. I vecchi, si sa, hanno poco a mettere del proprio

nei discorsi dei giovani. Così restarono soli sul prato Abarima e

Damiano.

--Voglio imparare a tessere le stoie;--aveva detto Damiano, stringendosi

più presso alla fanciulla.

--È facile;--rispose Abarima.--Vedi, come si fa?

--Vedo, ma bisognerebbe avere le tue mani. Con la tua sveltezza, del

resto, e con la tua grazia, credo che non lavori nessun'altra donna.--

Abarima crollò il capo, e sorrise. Damiano incominciò a pensare di

essere corso troppo innanzi coi sospetti.

E si accostava via via. Ma si accostò forse un po' troppo, ed ella

incominciò a trarre indietro la spalla ignuda, su cui veniva a morire

l'alito caldo della belva umana. Egli finse di non avvedersi dell'atto,

e si avvicinò tanto, quanto ella si era tirata indietro. Abarima non

poteva ritirarsi dell'altro, senza rimuovere il sedile. Perciò si volse

a lui e gli disse:

--Per imparare a tessere le stoie, puoi stare anche più in là.

--Dove?--chiese Damiano.

Terra vergine: romanzo colombiano · 第 7 / 10 题