--Cagione involontaria;--soggiunse Damiano.

--Ne siete ben sicuro?--rispose l'almirante.--Non eravate voi, che

volevate restare in quell'isola?

--È vero;--disse Damiano.--Ma il voler restare nell'isola è tutt'altra

cosa dal portarne via gli abitanti. Perdonate, signor almirante, se io

mi difendo. E forse mi difenderò male. Ma una cosa dovrebbe esser certa:

che la figliuola di Tolteomec non viene in Ispagna per i miei capelli

neri.

--I neri avranno incominciato; i biondi hanno finito di far perdere la

testa a quella povera ragazza; dunque, lasciamola li;--conchiuse

l'almirante, con accento benevolo.--Io in fondo non sono scontento che

due naturali di nobile famiglia vengano con gli altri alla corte di

Spagna. Istruiti nella nostra religione, potranno far molto, al ritorno.

Piuttosto, prima di salpare le áncore, bisognerà chiamare qualcuno di

questi naturali che girano sempre intorno alla caravella, perchè si

rechi da Guacanagari, ad avvertirlo della risoluzione di Tolteomec.

Cusqueia!--

Cusqueia si avanzò, per ricevere gli ordini del signor almirante.

Frattanto, Damiano e Cosma si tiravano rispettosamente in disparte.

--Ed ora, come te la cavi?--disse Damiano all'amico.--Rispondimi.

--Parli a me?--disse Cosma di rimando.

--A te, sì. A chi vuoi che parli? a Kublai kan, che non c'è? al prete

Janni, che non abbiamo ritrovato? Ti domando che pesci vuoi pigliare, in

questo tragitto. Se la principessa è venuta per te, cortesia vuole che

tu la sposi.

--Io? Sei matto.

--Sì, lo so, matto o sciocco; anzi l'una cosa e l'altra ad un tempo. È

una storia vecchia, e non mi dà lume di nulla. Amore con amor si paga,

dice il proverbio. Ed anche Dante, nel quinto canto dell'_Inferno_....

--Oh vacci un po' tu!--proruppe Cosma, seccato.

Ma quell'altro non si sgomentò del passaporto che aveva ricevuto.

--Neanche questo è rispondere;--diss'egli.--Io andrò all'inferno, se

mai, col grande Achille, con Paris, Tristano, ed altre mille ombre che

amore ha fatte uscire di vita; tu nel purgatorio della gente

ammogliata.--

Cosma gli fece una delle sue solite spallucciate. Poi, mutando registro,

gli si accostò, prendendolo per il braccio.

--Non mi fare il ragazzo, e ragioniamo;--gli disse.--Ti ho detto e ti

ripeto che non ho nessuna colpa di ciò che avviene. Questo è un gran

guaio; e mi dà anche molta noia, perchè mi rende ridicolo.

--Non lo dire! Può esser ridicolo un uomo amato a quel modo? e biondo

per giunta?

--Finiscila, ti prego. Qui bisognerà studiare qualche cosa.

--Io ho bell'e studiato;--disse Damiano.

--Sentiamo dunque. Che cosa faresti tu, nei miei panni?

--Quello che farei ugualmente, stando nei miei.

--E sarebbe?

--Di non darmene pensiero.

--È possibile? qui, su queste quattro tavole, dove c'incontreremo ad

ogni piè sospinto?

--Oh Dei!--esclamò Damiano.--Su queste quattro tavole ci passeggiano

cento persone. Gli è come essere in una folla. Del resto, potresti

andartene lassù, a vivere sulla gabbia, come san Simone Stilita sulla

colonna. Non andare in collera; sai bene che si scherza. Guai a noi, se

non sapessimo più ridere. Infine, sai anche tu un po' di Haitiano.

Parlale, quando ti viene alle costole; dille che non è possibile, ciò

ch'ella si è messo in testa. Dille che tu ami un'altra, madonna Ca....

--Taci!--gridò Cosma, tentando di mozzargli la parola in bocca.

--....tarina;--aveva intanto proseguito Damiano.--L'ho detta. Ma non ti

confondere, mio dolce amico. Non le diresti nulla di nuovo.

--Perchè?

--Perchè io le ho spifferato ogni cosa. Che vuoi? Avevo un diavolo per

occhio, e non ci vedevo più lume. Speravo di sviarla da te,

raccontandole che eri innamorato di un'altra donna, e che non avresti

potuto mai levartela dal cuore. Sai che cosa m'ha risposto? Che

certamente la Bes.... quell'altra, insomma, ti aveva gettato un

sortilegio, e che bisognava scongiurarlo. Di questo, anzi, ella stessa

si sarebbe presa la cura. Capisci, a che rischio eri? Chi te ne ha fatto

fuori è stato l'almirante, con la sua risoluzione di partire. Se no, Dio

sa quali pentolini metteva al fuoco, questa cara selvaggia! e Dio sa

quali succhi di erbe magiche sarebbero stati filtrati! Almeno ci fosse

stata speranza di guarirti!...

--Non è possibile,--disse Cosma, sospirando.

--T'intendo; sei l'Oraziano _tribus Anticyris insanabile caput_.

--Smettila, col tuo latino;--brontolò Cosma.--E lasciami in pace, se non

hai altro che chiacchiere da offrirmi in rimedio.--

Ciò detto, si allontano dal capo di banda, dove era stata tenuta quella

piccola conversazione.

--Vedete che pretese!--disse Damiano tra sè.--Viene a mettersi tra me e

la figliuola di Tolteomec; fa succedere tutto questo tramestìo, e vuole

che io gli trovi il bandolo per uscirne. Quanto a me, sono come l'uomo

che ha cenato; prendo il fresco e me ne vado a letto.--

Damiano parlava per figura; nel fatto, non era l'ora di andare a letto,

sebbene fosse quella di prendere il fresco. Le áncore erano state

salpate; gli uomini d'albero avevano spiegate le vele, e la _Nina_

incominciava a sentire l'impulso del vento.

Si faceva rotta per levante, andando verso un alto promontorio, coperto

di verzura, in forma di padiglione; il quale, per essere unito alla

Spagnuola da una stretta e bassa lingua di terra soltanto, rassomigliava

da lontano ad un'isola piramidale. Cristoforo Colombo, ricordando

l'arcipelago del Tirreno, diede a quel promontorio, che pareva un'isola,

il nome di Montecristo; un nome che gli è rimasto, crediamo noi, per

miracolo. Infatti, di tanti altri nomi che il grande scopritore impose

ad isole e coste del Nuovo Mondo, la più parte sono stati mutati. «Tanto

fa!», può dir egli, dal luogo di pace in cui vive il suo spirito. «Non

han dato il nome di un altro a tutta quella parte di mondo che ho

scoperta io, contro la ignoranza prepotente e la invida malevolenza

degli uomini?»

Il vento, che era scarso da principio, ma pareva favorevole, si voltò

ben presto contrario. La _Nina_ fu costretta a temporeggiare due giorni

in una vasta baia a ponente di Montecristo. La mattina del 6 incominciò

a spirare un fil di vento da terra, e l'almirante si rimise in cammino.

Ma quel po' di vento cadde quasi subito, e Cristoforo Colombo pensò che

per quel giorno il meglio fosse di restare in attesa. Noiose giornate,

quando il marinaio aspetta il vento; noiosissime, quando il vento, dopo

essersi fatto aspettare, si mette a soffiare una mezz'ora e vi pianta lì

sul più bello! I marinai dell'antichità ci avevano almeno la

consolazione di attaccare quattro moccoli all'indirizzo di Eolo; ai

moderni questa consolazione è mancata. È vero, per altro, che hanno

trovato dei succedanei.

A bordo della _Nina_ fu presto dimenticata quella piccola contrarietà

meteorologica. Un marinaio, che stava in vedetta sull'albero maestro per

iscoprire le secche, gridò che scorgeva in lontananza una vela. Corsero

tutti a proravia; alcuni s'inerpicarono sulle sartie; tutti guardavano

all'orizzonte, dove il marinaio di vedetta aveva indicato. Non c'era

alcun dubbio; si vedeva laggiù da levante una caravella, e quella

caravella era la _Pinta_, la scomparsa, la irreperibile _Pinta_.

Immaginate la consolazione di Cristoforo Colombo, e il giubilo, il

tripudio dei suoi marinai. Tra questi, meno tripudianti, ma più

profondamente lieti, erano Cosma e Damiano,

--Caro mio;--diceva Damiano all'orecchio di Cosma;--questo è il rimedio

che tu volevi da me. Te lo porta Martino Alonzo Pinzon. Qui, sulla

_Nina_, siamo troppo pigiati; qualcheduno dovrà trasbordare. O i

principi selvaggi, o noi.... è naturale.--

La _Pinta_ aveva il vento a seconda, e veniva a golfo lanciato verso la

_Nina_. Cristoforo Colombo l'aspettò un'ora, quanto occorreva per farsi

bene avvistare, poi fece virare di bordo per ritornare al sorgitore che

aveva abbandonato quella mattina. La _Pinta_ capì che egli faceva ciò,

non potendo lottare col vento contrario, che a lei serviva così bene, e

lo seguitò nella rada. Due ore dopo, i due legni erano accostati, e

Martino Alonzo Pinzon saliva a bordo della nave capitana.

Fu allora uno strano dialogo tra lui e l'almirante; un dialogo in cui

l'uno faceva discorsi a perdifiato, e l'altro rispondeva a monosillabi.

Martino Alonzo sapeva bene di doversi giustificare della sua diserzione;

e affastellava ragioni su ragioni, per dimostrarla involontaria; parlava

di grandi cose che aveva fatte, non potendo ritrovare l'almirante, di

regioni ricchissime che aveva visitate; si scusava, e aveva l'aria di

aspettare un premio, se non per il merito suo, per la fortuna che lo

aveva assistito. L'almirante lo lasciava dire; frenava lo sdegno, e

accettava in silenzio le scuse; a tutto l'altro rispondeva con brevi

cenni del capo.

Alcune particolarità del racconto di Martino Alonzo confermavano

l'opinione che egli avesse volontariamente disertato, mosso com'era da

un sentimento di cupidigia. Separandosi dalla _Nina_, egli aveva fatto

vela verso levante, cercando un'isola immaginaria di cui i selvaggi

imbarcati sulla _Pinta_ gli andavano magnificando i tesori. Dopo aver

perduto un po' di tempo in mezzo ad un gruppo d'isolette (forse le

Caiche) era stato condotto alla costa di Haiti, dove si era fermato tre

settimane, trafficando in più luoghi coi naturali, e più particolarmente

in un fiume quindici leghe distante dal sorgitore in cui era rimasto

l'almirante, dopo il naufragio della _Santa Maria_. Martino Alonzo aveva

ammassato oro in gran copia, serbandone la metà come capitano,

distribuendone l'altra ai suoi uomini, di cui per tal modo intendeva

assicurarsi la fedeltà e la discretezza. Fatto un bottino ragguardevole,

abbandonava il fiume, traendo seco quattro naturali e due giovani donne

da lui prese a forza, con intenzione di venderle in Ispagna. Sosteneva

di non avere avuto alcun cenno della presenza di una nave nelle acque di

Haiti; e protestava di essersi mosso per l'appunto alla ricerca

dell'almirante, quando (vedete combinazione fortunatissima!) lo aveva

avvistato nelle acque di Montecristo.

Cristoforo Colombo non gli disse di credere e neppure di non credere

alle sue scuse. Perduta ogni confidenza nel Pinzon, risolse di ritornare

in Ispagna, senza spendere il tempo in altre scoperte. E per disporsi al

viaggio, mandò a fare provvigione di legna e d'acqua sulle rive di un

fiume che metteva foce nella rada. Era il fiume Jaco, secondo il nome

che aveva dai naturali; Cristoforo Colombo lo chiamò rio dell'Oro, per

le pagliuzze di marcassita che abbondavano nelle sue sabbie, e che ben

simulavano il prezioso metallo. Oggi si chiama il Santiago.

_Capitolo XVII._

Come la vista delle Sirene svegliasse l'ingegno di Ulisse.

Il vecchio Tolteomec aveva preso per amore della figliuola una

risoluzione troppo forte, e l'animo suo la sopportava male. Seduto di

continuo sul castello di prora, per concessione del signor almirante,

che voleva distinguerlo dagli altri naturali di minor conto, egli non

faceva altro, durante il giorno, che guardare la terra da cui si

allontanava. Fino a tanto la _Nina_, tra l'andar poco e il non andare

affatto, restava a ponente dalla penisola di Montecristo, il fratello di

Guacanagari aveva nel suo stesso dolore un conforto; la terra da cui si

allontanava, egli l'aveva ancora davanti agli occhi. Ma sul mattino del

9 gennaio, essendosi svegliato da capo il vento di terra, la caravella

spiegò nuovamente le vele e si mosse per andar oltre. Voltato il

promontorio di Montecristo, egli non vedeva più quel lembo di paese a

lui caro, non vedeva più i poggi, le colline, i gioghi risalenti via via

dalla spiaggia del mare fino ai monti di Cibao, che torreggiavano dal

centro della sua isola natale.

Abarima era quasi sempre accanto a lui, per consolare quel mesto dolore.

Ma ella non sentiva il mal del paese, e non intendeva lo strazio del

cuore che suo padre nascondeva sotto quel malinconico aspetto di

simulacro antico. Assai più volentieri che verso terra, ella guardava

nell'interno della caravella, sperando sempre il momento di veder Cosma,

l'impacciatissimo Cosma, il quale fingeva sempre di aver faccende gravi

alle mani, e cansava quanto più poteva le occasioni di ritrovarsi vicino

alla figliuola di Tolteomec.

Pure, su quelle quattro tavole, e contro l'opinione di Damiano, evitarsi

era difficile. A buon conto era impossibile di non essere continuamente

gli uni sotto gli occhi degli altri. Fin dal primo giorno, Cosma dovette

passare una volta daccanto alla bella selvaggia. Di sicuro ella credette

che il biondo marinaio fosse andato a prora per accostarsi a lei; e

stette aspettando il suo saluto, e lo guardava intanto fissamente coi

suoi grandi occhi d'indaco.

--Cosma!--bisbigliò essa, mentre egli le passava daccanto, per andare

all'albero di trinchetto.

Cosma si voltò in soprassalto, la vide, o, per dire più veramente, non

potè più fingere di non averla veduta, atteggiò le labbra ad un sorriso,

fece un modesto cenno del capo, e passò. Doveva andare in alto, a

sbrogliare una vela; non poteva dunque trattenersi da lei. Abarima lo

seguì attentamente cogli occhi, per tutto il tempo ch'egli stette lassù;

lo vide discendere; sperò che passasse un'altra volta daccanto a lei; ma

fu una vana speranza, la sua. Cosma aveva avuto tempo di fingere

un'altra necessità di servizio. Che cosa guardava egli dall'altra parte

della prora? Forse una scotta era troppo lenta, e voleva esser meglio

legata. Cosma lavorò con religiosa cura intorno ad una caviglia; poi

scese da quella parte in coperta, andando verso la poppa, donde più non

gli avvenne di muoversi, finchè ella rimase con suo padre sul castello

di prora.

Abarima non aveva ragione di dolersi. Cosma non le aveva parlato mai;

restando lontano da lei, non faceva niente d'insolito. E di nessuno

poteva essa dolersi, a bordo della caravella; tutti erano in particolar

modo riguardosi con lei e col vecchio Tolteomec, riconoscendo in loro

due persone di quella famiglia reale dell'isola Spagnuola, da cui tutti

avevano avute le più liete accoglienze. Del resto, il signor almirante

trattava i suoi ospiti con somma cortesia; di tanto in tanto, quando le

cure del comando glielo permettevano, si fermava a scambiare qualche

parola con essi, dimostrando loro di tenerli in gran conto.

Ma tutte le cortesie dell'almirante, se potevano temperare il rammarico

del vecchio principe di Haiti, non bastavano a fargli dimenticare per un

istante ciò ch'egli perdeva. Tolteomec sospirava, e i suoi occhi erano

spesso bagnati di lagrime. In quei momenti, per altro, egli si voltava

da un lato, perchè sua figlia non si avvedesse di nulla. Ma ciò ch'egli

tentava di nascondere agli occhi, era facile d'indovinare dal gesto.

--Padre mio!--gli disse Abarima, il secondo giorno del loro imbarco

sulla grande piroga degli uomini bianchi.--Tu piangi, e non ami più la

tua creatura.

--No, bambina, t'inganni;--rispose il vecchio.--Se non ti amassi, non

saremmo qui. Ma io penso che il grande Spirito è sdegnato con noi, che

abbandoniamo la terra dei padri nostri, la terra dove dorme tua madre.--

Abarima chinò la testa e non soggiunse parola. Sentiva anch'essa un po'

di rimorso? o riconosceva che suo padre si doleva a ragione di quel

capriccio infantile, per cui essa aveva voluto seguire gli uomini

bianchi in Azatlan? Forse il suo pensiero non era giunto fin là; ma

certamente ella incominciava a pensare di aver fatto un bel sogno, a cui

non rispondeva punto la verità delle cose.

Ed era quello il suo Cosma? era quello il maraviglioso figlio del cielo

che le era apparso un giorno dalla macchia, restando là, fra i tronchi

degli alberi, in atto di ammirazione per lei? Egli non le aveva parlato;

non si era neanche accostato, come ella avrebbe voluto; ma infine, è

egli sempre necessario che la mano stringa la mano, e la immagine

dell'uno si veda riflessa negli occhi dell'altro? Anche stando lassù,

venti passi distante da lei, Cosma, l'amico di Damiano, aveva guardato

lei, le aveva pagato il tributo che l'uomo paga sempre alla bellezza, e

che la bellezza è sempre disposta a gradire. Poi, messo l'indice sulle

labbra, egli si era allontanato, ritornando per la via da cui era

venuto. Che cosa significava quel gesto? Poteva essere l'accenno di un

bacio scoccato da lontano; poteva essere un invito al silenzio; comunque

fosse, era un segreto tra loro, un dolce segreto che alcune confidenze

di Cusqueia le avevano spiegato ben presto, «Cosma ha detto che tu sei

bella.» Queste erano state le parole dell'interpetre; poche parole, ma

chiare. E Abarima aveva sognato di essere amata dall'uomo dei capelli

d'oro; per lui aveva disprezzato Damiano; povera creatura, non ancor

temperata agli usi civili, che insegnano di non lasciar l'uno innanzi di

esser sicuri dell'altro! La schiettezza agreste della sua indole si era

liberamente manifestata; il povero Damiano, credendosi saldo in arcioni,

si era trovato di sbalzo in un fosso. Anche per lui era stato un brutto

risveglio; anche per lui la verità delle cose appariva troppo diversa

dalla splendidezza del sogno.

Ma Iddio misura il freddo all'agnello tosato. E come rideva il nostro

Damiano, dopo aver masticato male quel tradimento della capricciosa

Abarima! Mentre il suo compagno Cosma si studiava di star lontano dalla

figliuola di Tolteomec, pagando assai caro un piccolo stratagemma di

guerra, Damiano passava e ripassava di continuo accanto ai suoi buoni

amici di Haiti, distribuendo sorrisi e strette di mano. Forse egli

appariva più allegro del vero. Ma coloro che dovevano giudicare la

sincerità della sua allegrezza erano selvaggi, gente non usata ai

sapienti artifizi con cui, in Azatlan, si sogliono nascondere le rughe

del volto e quelle del cuore.

Tolteomec, a buon conto, non aveva da approfondir nulla; doveva

attenersi a ciò che mostrava l'aspetto.

--Tu sei felice,--diceva egli a Damiano,--tu sei felice, di ritornare

alle tue terre.

--Ma sì! molto felice;--rispondeva Damiano.--Al mio _bohio_ mi vogliono

fare gran festa, quand'io ci arriverò. Il cacìco e gli anziani di Genova

mi verranno incontro, mi ammireranno come una bestia rara. E per averne

l'aria, mi legherò i capelli sulla nuca, piantandoci dentro delle penne

di pappagallo, che ho portate per l'appunto con me.--

Damiano rideva, e Tolteomec sospirava.

--Di che cosa ti rammarichi, mio vecchio amico? Vedrai la nostra terra

d'Europa; sarai accolto dal re e dalla regina di Spagna; conoscerai gli

usi e i costumi degli uomini bianchi; quando ritornerai carico di

esperienza al tuo _bohio_ di Haiti, ognuno dovrà riconoscere in te un

pozzo di sapienza; tutti penderanno dalle tue labbra. E i giovani di

Haiti, quando vedranno Abarima vestita di seta e di velluto.... Tu non

hai idea, deliziosa creatura, della seta e del velluto! Figùrati il tuo

mantello di cotone, ma che sia più morbido, più lucido, più.... non

saprei, e che ti faccia delle belle pieghe dal fianco fino al piede,

mentre ti disegnerà il busto fino alla radice del collo; donde usciranno

certi merletti sopraffini.... Tu non conosci i merletti, Abarima

_taorib_? Vedrai che fior di roba! Le figlie di Azatlan vanno pazze per

i merletti. Credo che li metterebbero perfino nell'insalata. Ci son

quelli di Venezia, e quelli di Fiandra, che dànno il capogiro, solamente

a vederli. Per otto braccia di quei merletti, da ornarsene la veste, le

figlie di Azatlan darebbero l'anima agli spiriti neri, e il resto sopra

mercato.--

La chiacchiera di Damiano era stata interrotta da un grido, che veniva

dall'alto dell'albero di maestra. Il marinaio di vedetta sicuramente

aveva veduto qualche cosa. Pensarono tutti alla bella prima che avesse

veduta una secca. In quelle acque, il caso era abbastanza frequente. Ma

no, non era una secca; il marinaio aveva veduto dell'altro, a fior

d'acqua; tre nuotatori, tre rarità, a quella distanza dalla costa; donde

il sospetto che fossero tre poveri naufraghi.

Tutta la marinaresca della _Nina_ era corsa al capo di banda, sulle

sartie, sui castelli di poppa e di prora, per vedere ciò che aveva

indicato il marinaio di vedetta. Anche l'almirante era uscito dalla sua

camera, per salire sul castello di poppa.

Laggiù, sulla distesa del mare, a forse un tiro d'archibugio, si

vedevano infatti tre corpi che avevano aspetto umano. Si distinguevano

le teste, erette sull'acqua; e ben presto, appressandosi quei corpi al

naviglio, si distinsero i capelli neri, spioventi sulla nuca e sulle

tempie. I volti erano di tinta scura, e non parevano di naturali delle

isole. Del resto, non era più possibile di pensare a selvaggi di quelle

parti che si salvassero a nuoto, essendo andata sommersa la loro piroga.

In primo luogo, non nuotavano come gente perduta che cercasse di

mettersi in salvo; nuotavano come gente balda ed allegra che si

trastullasse sulle acque. Spesso saltavano fuori dei flutti, mostrando

intiero il torso, fino alle reni; ed anche alzavano le braccia, mettendo

fuori certe estremità che non somigliavano punto alle mani della specie

di Adamo, bensì alle pinne dei pesci.

--Le Sirene!--gridò un marinaio.--Le Sirene, signor almirante.

--Oh diavolo!--esclamò Damiano.--Ecco delle persone mitologiche, di cui

non speravo fare la conoscenza.

--Voi dite, Pablo?--domandò l'almirante, volgendosi al marinaio che

aveva parlato poc'anzi.

--Dico, signor almirante, che sono le Sirene. Io le conosco, per averle

già vedute, un'altra volta, sulla costa d'Africa. Osservate le mani,

come finiscono in alette di pesce. Se poi saltassero fuori dell'acqua,

si vedrebbe la coda.

--E sono tre, come le antiche;--disse Damiano, che si era avanzato anche

lui al capo di banda, come uno spettatore ai primi posti.--Non una di

più, e non una di meno. Ma in che modo possono trovarsi qui, tanto

lontane dai loro classici paraggi?

--Saranno altre, e non quelle;--gli rispose Cosma, che si era avanzato

al suo fianco.

E poi,--disse Pablo,--credete voi che siano così poche, le Sirene? Si

vedono di rado; ma ce ne sono per tutti i mari.

--Scusate, Pablo;--rispose Damiano.--Io non conoscevo che quelle a cui

Ulisse non volle usare la cortesia di starle a sentire, mentre

cantavano.

--Questo Ulisse dev'essere stato un uomo di giudizio,--rispose Pablo,

tentennando la testa.

--Eh, infatti, questa è la fama che corre di lui;--soggiunse

Damiano.--Egli è stato l'uomo più furbo dell'antichità. Ma perchè dite

voi che fece prova di buon giudizio, voi che non avete letto Omero?

--Non so chi sia questo Omero;--disse Pablo.--So che le Sirene non

appariscono mai che per cantar burrasche e naufragii.

--Oh diavolo, diavolo! Questo non è un procedere garbato, da parte delle

Sirene.--

Cristoforo Colombo aveva chiamato Pablo sul cassero di poppa, e Damiano

era corso dietro a Pablo.

--Che cosa dicevate voi?--chiese l'almirante al marinaio.--Ne avete già

vedute?

--Si, signor almirante; sulla costa d'Africa, dieci anni fa, e abbiamo

avuto un tempaccio, che me ne ricorderò fino a tanto che io viva.

--Se non è altro che cattivo tempo,--osservò l'almirante,--possiamo

adattarci al pronostico. A me, che non ho mai veduto Sirene, questo è

uno spettacolo strano. Vedete, signori, che agilità di movenze. Sembrano

davvero ninfe marine che scherzino sui flutti.

--Oh per la grazia, ce n'hanno d'avanzo!--disse Pablo.--Ma son cattive e

traditore a maraviglia.

--Non vorranno mentire al loro sesso;--mormorò Damiano, che pensava ai

casi suoi, spesso e volentieri.

Un altro marinaio si avanzò, l'inglese. Anch'egli aveva le sue storie

intorno alle Sirene. Nei suoi mari era conosciuta la _Mermaid_, donna di

mare. Ed egli narrava che sessanta o settant'anni addietro, in un

villaggio della Finlandia occidentale, alcune fanciulle avevano trovata

una _Mermaid_ impigliata nel fango, e dopo averla presa e vestita di

abiti loro, le avevano anche insegnato a filare. Mangiava come loro, ma

non parlava; era vissuta due o tre anni, e tutte le volte che passava

davanti alla chiesa si faceva il segno della croce molto divotamente.

Sentito il marinaio inglese, era il caso di sentir l'irlandese, poichè

nella marinaresca di Cristoforo Colombo c'era anche un concittadino di

san Patrizio. Ed anche l'irlandese ci aveva la sua storia d'una sirena

di Correvrekin, la quale seduceva i giovani, per trarli con sè

nell'abisso; non dissimile in ciò dalle Sirene della costa Tirrena,

conosciute e celebrate da Omero.

Nel complesso, tutte le notizie si accordavano in ciò, che la presenza

delle Sirene non era di buon augurio per chi le vedeva. E i marinai di

Cristoforo Colombo, data la sua parte alla curiosità, non furono punto

lieti dello spettacolo che si offriva ai loro occhi.

--Suvvia, buoni amici, non diciamo sciocchezze!--mormorò

l'almirante.--Guardiamo attentamente queste creature strane che ci

mostra l'Oceano, perchè tutte le maraviglie del mondo debbono essere

osservate, quando l'occasione se ne offre. Ma non ci mettiamo in testa

delle ubbìe, delle vane paure; perchè il buon tempo e il cattivo, la

fortuna e la sventura, non dipendono da esseri secondarii, bensì

solamente dal creatore ed arbitro di tutto ciò che esiste; in una

parola, da Dio. Vediamo piuttosto, poichè queste Sirene non si

allontanano da noi, di prenderne una. Pronti ad armare il palischermo,

ragazzi!

--Ah perbacco, questo mi piace!--disse Damiano.--Ci vado ancor io.--

Cosma, che gli era venuto vicino, lo afferrò per un braccio.

--Per caso,--gli bisbigliò all'orecchio,--vorresti sposare una Sirena?

--Ah sì, è vero!--rispose Damiano, ridendo.--Son tanto infiammabile, io!

Non andrò; sei contento? Tanto più presto mi persuado di non

andare,--soggiunse egli tosto,--che la Sirena potrebbe piantare il

bruno, per rivolgersi al biondo. E tu non la vorresti sposare; e

bisognerebbe rimandarla nel suo elemento. Ah, perbacco, un'idea!...

--Che cosa?

--Niente, niente, un'idea pazza; non badare;--disse Damiano.

Frattanto, le tre Sirene seguitavano a folleggiare davanti alla

caravella, di tanto in tanto balzando a mezzo il petto fuori dell'acqua,

e ammiccando alla marinaresca, come allegre ragazze d'un porto di mare.

Ma appena videro il palischermo lanciato in acqua, parve capissero il

tiro, perchè subito si allontanarono; poi si tuffarono intieramente

nell'acqua, nè più ricomparvero che assai lungi di là, per tuffarsi da

capo e sparire.

Il palischermo fu issato nuovamente a bordo; gli spettatori ritornarono

alle loro faccende quotidiane, non senza intrattenersi in racconti e

congetture su quegli esseri strani che avevano dato due ore di svago

alla marinaresca della _Nina_. Lo spettacolo, in verità, era stato

grazioso. Peccato che quel palischermo lanciato in acqua avesse

interrotto il divertimento! Se non era il timore di vedersi pescate, chi

sa? forse le tre Sirene si sarebbero avvicinate ancora di più, e magari

avrebbero cantato, come quelle di cui raccontava Damiano.

Questi, frattanto, ragionava con Pablo; il quale seguitava a tentennare

la testa, mormorando:

--Brutto segno, queste Sirene! brutto segno! L'almirante non vuole che

si dica. Ma noi, in costa d'Africa, siamo andati a rompere negli scogli,

per le maledette Sirene.

--E noi, Pablo, non ci abbiamo dato, negli scogli, anche prima di

vederle?--rispondeva Damiano.--State di buon animo; il guaio è avvenuto

in anticipazione, e questo, se la scienza augurale non falla, è uno

scongiuro più che bastante.

--Sì, sì, avrete ragione;--borbottava quell'altro;--ma in costa d'Africa

abbiamo fatto naufragio, ed io non mi sono salvato che per un miracolo

di sant'Iago.

--Gli dovete un pellegrinaggio;--rispose Damiano.

--E gliel ho fatto, non dubitate, gliel ho fatto;--replicò il marinaio

brontolone.

Damiano se ne ritornava frattanto verso il cassero di prora.

--Che cosa dicono?--gli domandò Tolteomec.--Mi sembrano spaventati, i

tuoi compagni.

--Caro amico,--rispose Damiano, atteggiando il volto ad una espressione

di tristezza,--c'è da spaventarsi davvero. Non le hai vedute anche tu,

le Sirene?

--Quegli animali nei flutti?

--Sì, quegli animali;--ripetè Damiano.--E non ti sei spaventato anche

tu, Tolteomec? Non ti sei spaventata anche tu, Abarima _taorib_?

--No,--disse Abarima.--E perchè avrei dovuto spaventarmi?

--Perchè? mi domandi il perchè? Sappi, fanciulla, che quegli animali son

donne, ma donne di una specie particolare, sommamente pericolosa. Tutti

i pesci hanno lische, mia cara; ma ci sono dei pesci che ne hanno

troppe. E questo è il caso delle Sirene; son donne.... tutte lische.

Vivono nel mare, nuotano come i pesci, e come i pesci hanno la coda. Chi

le incontra a fior d'acqua, come le abbiamo incontrate noi poco fa,

finisce male, non vuol morire nel suo letto.

--Dici tu il vero?--esclamò Abarima, rabbrividendo.

--Sì, cara; e così non fosse! Sono spiriti maligni, o invenzioni degli

spiriti maligni, che torna lo stesso. Abitano ordinariamente in certe

grotte, nei più profondi abissi dell'Oceano. Vengono fuori di rado; ma

quando ci vengono, è segno di temporale. E sai perchè vengono a fior

d'acqua? Per invitare i marinai ad andare di sotto.

--Ma non ci si può vivere, sott'acqua;--disse Abarima.

--La tua osservazione è piena di buon giudizio;--rispose Damiano.--E non

ci si vive, infatti; ci si muore. Questo è per l'appunto il fine a cui

mirano le Sirene. Esse pigliano i morti nelle loro braccia, li adagiano

gentilmente sull'erba verde che tappezza il fondo del mare, ci mettono

sopra una pietra, e non se ne parla più.

--Brutta cosa!--gridò la fanciulla.

--Oh, bruttissima;--riprese Damiano.--E questa fu la morte che rischiò

di fare il re Ulisse. Non sai tu che cosa sia accaduto ad Ulisse?

--No, ignoro chi sia questo Ulisse.

--Ah, è vero, tu non sai le storie di Azatlan. Buon per te, Abarima,

poichè esse son tante, che ti ci confonderesti il cervello. Sappi dunque

che Ulisse era il potente cacìco d'Itaca. Itaca, un'isola; su per giù

un'isola come Haiti, ma alquanto più piccola. Egli era partito sulle sue

piroghe per andare a far guerra al cacìco di Troia. Ritornando

vittorioso, era impaziente di abbracciare sua moglie, la bella e

virtuosa Penelope, che non vedeva da dieci anni. Capisci? da dieci anni.

--Triste cosa!--disse Abarima.

--Oh, tristissima! E tu immagina come desiderasse di arrivare al suo

_bohio_. Ma che vuoi? a mezza strada, il povero Ulisse incontra un paio

di Sirene che si mettono a cantare, invitandolo nelle loro grotte.

Ulisse era furbo; per non sentire, si mise della cera negli orecchi. Ma

le aveva vedute, ad ogni modo, e il solo vederle era già molto

pericoloso per lui.

--E così andò in fondo al mare?

--No, non ci andò, perchè il grande Spirito gli voleva bene e aveva

giurato di farlo arrivare alla sua casa. Ma intanto, quell'incontro

delle Sirene fu cagione che Ulisse con la sua piroga fossero sbalestrati

per dieci anni sui mari, prima di giungere in porto.

--Ancora dieci anni?--esclamò Abarima.

--Sicuro;--rispose Damiano.--Dieci e dieci son venti. Aveva lasciata la

sua sposa giovane di venti, e molto _taorib_; la ritrovò di quaranta.

--Vecchia molto!--disse Abarima, che era forte ed orgogliosa delle sue

quindici primavere.

--Vecchia.... no, non esageriamo. Anche a quarant'anni, era un boccone

da principi. Di fatti, ci aveva in casa parecchie diecine di innamorati,

che le mangiavano allegramente la sua cassava e le bevevano il suo

liquore di cocco, tutti i giorni cantandole la stessa canzone.

--E lei?

--E lei tesseva una tela, dicendo: cercherò un marito, quando avrò

finito di tessere.

--Tela lunga!--osservò la fanciulla.

--Infatti, in Azatlan si dice «tela di Penelope» un lavoro che non

finisce mai. Ma per fortuna Ulisse ritornò. Altrimenti la sua Penelope

avrebbe dovuto prendersi un altro marito.

--Questo Ulisse,--notò Abarima,--è stato ancora favorito dal grande

Spirito, perchè non è andato al fondo del mare.

--Ma è stato l'unico. La storia non parla che di uno, che abbia vedute

le Sirene senza morire annegato.

--E i tuoi compagni... lo sanno?

--Lo sanno, e perciò si spaventano. Ma via, perdonatemi, amici; sento la

campana che mi chiama. C'è la distribuzione dei viveri, ed oggi tocca a

me di aiutare il cuoco per fare le parti.--

Così dicendo, Damiano lasciò i suoi amici di Haiti, felicissimo di

essere stato interrotto dalla campana del cuoco. Qual cuoco, ohimè, un

cuoco di bordo, e nelle navi d'allora! Ma se i cuochi delle caravelle e

delle altre navi a vela non erano da paragonarsi a quei di Lucullo e di

Apicio, gli stomachi erano quelli di tutti i tempi, e l'appetito serviva

ai marinai del buon tempo passato, come a quelli dei tempi moderni.

--Goccia d'olio,--andava dicendo Damiano tra sè, mentre si allontanava

dal cassero di prora,--io ti ho versata in buon punto; allargati, goccia

d'olio, e penetra il tessuto, come è dell'indole tua. Passerò domani a

vederti; e ne riparleremo, per bacco.--

Quel giorno, seguitando favorevole il vento, le caravelle avevano fatto

buon cammino. Del temporale, a cui accennava Damiano, non si era veduta

pur l'ombra nel lontano orizzonte. Ma non era mica detto che le Sirene

annunziassero le burrasche da un'ora per l'altra. Del resto, se il

temporale non era nell'aria, bene era sulla fronte e negli occhi di

Tolteomec; il quale era rimasto impensierito, e guardava la sua

figliuola e seguitava a sospirare.

Abarima si era sbigottita, ai discorsi di Damiano; ma il fermarsi sui

neri pronostici di lui, il farne soggetto di lunghi ragionamenti

interiori, non era della sua età giovanile. Ella pensava troppo più

spesso a Cosma, lo scorgeva ostinatamente lontano dal castello di prora,

e di questo si crucciava profondamente, vedendo volgere i fatti così

contrarii alle speranze ch'ella aveva formate e vagheggiate nella sua

mente. E si sentiva sola, abbandonata, la giovane principessa di Haiti.

Anche senza potersi decorare di quel titolo, che in Azatlan riempiva la

bocca a tante sue pari, Abarima non ignorava di essere a casa sua una

fanciulla superiore a tutte le altre; e là, su quella nave degli uomini

bianchi, ella non era più nulla. Tutti quegli uomini affaccendati che

andavano e venivamo da poppa a prora, da destra a sinistra, da un albero

all'altro, pensavano tutti ai fatti loro, non occupandosi punto di quei

poveri ospiti dalla pelle rossa, o forse considerandoli come

impedimenti, ingombri e seccature, alla pari con quegli stormi di

pappagalli che erano stati portati a bordo, e che, dopo aver dato un'ora

di passatempo ai marinai, riuscivano molesti in sommo grado, coi loro

garriti continui, facendosi maledire in parecchie lingue europee, per

tutte le altre undici ore del giorno.

Le guardate malinconiche e i sospiri profondi del padre erano

altrettante trafitture al cuore della fanciulla; e quel cuore dolorava

già tanto per sè!

--Padre mio,--diss'ella ad un tratto, stringendosi amorosamente al petto

del vecchio,--tu sospiri; e perchè?

--Figliuola mia, non hai udito Damiano? Morire inabissati in questo

mare, è orribile. Ti rammenti dell'uragano che l'anno scorso ha

imperversato in Haiti? Quanti alberi schiantati! quante case abbattute!

Pareva che la furia del vento volesse strappare la nostra isola dal

fondo della terra. E noi, non abbastanza sicuri nella nostra casa,

abbiamo dovuto cercar rifugio nelle grotte. Qui, sopra un fragilissimo

legno, dove troveremo noi il rifugio, quando l'uragano comincierà a

soffiare?

--Tu mi sgomenti, padre!--disse Abarima.--Poveri a noi! qual fine sarà

la nostra?

--Ed io non mi sgomento per me;--disse Tolteomec.--L'arco delle mie

stagioni è sul discendere; sia prima la caduta, sia dopo, importa poco.

Sicuramente, io morirei più contento, se potessi dormire nella caverna

dove sono andati a riposare i miei vecchi. Ma più per te mi addoloro,

più per te, figliuola mia dolce.

--Padre, non è troppo il tuo timore?--disse Abarima.--Gli uomini bianchi

sono come noi su questo fragilissimo legno; corrono anch'essi il nostro

pericolo.

--Sì, sì,--rispose Tolteomec.--Ma è questa la loro vita: correr sempre

sul mare, e sfidarne le collere. Essi, poi, sanno raccogliersi nelle

loro piroghe, più capaci e più salde delle nostre; e ce ne hanno quante

bisognano, per entrarci tutti. Penseranno a noi.... penseranno a te,

Abarima, quando sia l'ora di metterci in salvo, poichè l'uragano avrà

spezzata la nave?--

Abarima rabbrividì, e si strinse ancor più al seno di suo padre, come

una colombella sbigottita al suo nido.

Mentre il fratello di Guacanagari teneva questi discorsi con la sua

bella figliuola, e più si sgomentava quanto più si raffigurava imminente

il pericolo, la _Nina_, preceduta dalla _Pinta_, entrava in una rada,

nella quale metteva foce un bel fiume. Era quello il fiume in cui,

durante la sua diserzione, Martino Alonzo Pinzon aveva trafficato coi

naturali. Cristoforo Colombo aveva manifestato il desiderio di visitare

quella parte della costa; e non senza una ragione più forte, che non

fosse la curiosità dello scopritore. Egli voleva sapere con quali modi

Martino Alonzo avesse trattati gli abitanti del luogo, parendogli di

poter sospettare, dalla cattura di sei naturali, che le cose non fossero

andate com'egli aveva sempre raccomandato ai suoi compagni di scoperta.

E veramente in quel fiume ebbe egli la prova della doppiezza del Pinzon;

il quale aveva detto e fatto dire dai suoi marinai che in quel fiume la

_Pinta_ era stata a mala pena sei giorni, mentre egli poi giungeva a

scoprire che c'era stata sedici giorni, e che fin là era pervenuta al

Pinzon la notizia del naufragio della _Santa Maria_; della quale

sventura egli si era dato assai poco pensiero, indugiandosi a salpare di

là, per muovere al soccorso del suo almirante, perchè assai più gli

premeva di procurarsi oro in gran copia.

Cristoforo Colombo raccolse tutte quelle notizie, e diligentemente le

consegnò nel suo giornale di bordo. Ma col Pinzon non mosse lamento, non

fece rimprovero. Il suo silenzio, per altro, diceva a Martino Alonzo

assai più d'ogni più lungo discorso. Due soli atti d'autorità fece

l'almirante in quel luogo. Il primo fu di chiamare Rio de Gracia il

fiume, a cui il comandante della _Pinta_ aveva imposto orgogliosamente

il suo nome.

--Perchè dovrebbe chiamarsi _Martino Alonzo_?--disse l'almirante al

Pinzon.--Son troppo povera cosa i nostri nomi, e non vanno dati alle

scoperte che andiamo facendo per assistenza di Dio e dei santi, e con le

navi fornite a noi dalla munificenza dei sovrani di Castiglia. Da Dio,

dai santi, dal re, dalla regina e dai principi nostri signori, dobbiamo

noi intitolare queste isole e i luoghi che andiamo visitando. La

compagnia dei nostri nomi, oltre che sarebbe prova di superbia in noi,

suonerebbe offesa ai nostri padroni, come alle potenze celesti.--

A questo ragionamento, che era religiosamente e politicamente ortodosso,

non seppe che cosa rispondere Martino Alonzo Pinzon. E l'autorità

dell'almirante fu per questo verso ristabilita senza contrasto. Tornò

più difficile far ingoiare al Pinzon l'altra pillola del restituire i

sei naturali fatti prigionieri da lui. Ma il signor almirante si mostrò

su questo punto inflessibile. Unica concessione che egli fece fu quella

d'indugiarsi a dire le ragioni per cui gli pareva necessario di

rimandare liberi i quattro uomini e le due donne dell'isola.

--Sola scusa per voi,--diss'egli a Martino Alonzo,--sarebbe stato il non

sapere che noi lasciavamo una quarantina di Spagnuoli all'isola di

Haiti. Ora lo sapete, e non potete negare che un atto di giustizia come

questo potrà rendere i naturali di qui più amici agli uomini bianchi. A

Guanahani, a Cuba, e in quest'isola medesima, abbiamo preso dei

naturali, ma come interpetri, non come schiavi; e se essi ci

accompagnano in Europa, lo fanno come liberi uomini, per loro elezione,

e non per nostro volere.--

Quest'altro ragionamento dell'almirante era inoppugnabile, come il

primo. Si poteva immaginare che i sei catturati fossero contenti della

loro sorte, e di andare pur essi in Ispagna, liberamente, in quella

guisa che Martino Alonzo aveva voluto condurli per forza. E di questo

era facile accertarsi, esplorando la loro volontà.

Ma questo non voleva l'almirante che si facesse a bordo della _Pinta_;

perciò diede il comando che i sei naturali fossero condotti alla sua

presenza, sulla nave capitana.

Mentre così ordinava l'almirante, Tolteomec si presentava a domandargli

un'udienza.

--Che desideri tu?--gli chiese Cristoforo Colombo.

--Potente signore degli uomini bianchi,--disse Tolteomec,--la mia

figliuola non è più desiderosa di lasciare la terra dei nostri padri.

Oggi abbiamo toccata nuovamente la riva. Domani tu riprenderai l'alto

mare, e Haiti sfuggirà dai nostri occhi.... forse per sempre.

--Tu sei pentito, non è vero?--domandò l'almirante.--Non vuoi più venire

in Azatlan, a vedere il re e la regina di Castiglia?

--Mio signore....--balbettò il vecchio Haitiano,--il mare è perfido....

le Sirene hanno dato l'annunzio della morte....

--E tu credi a queste sciocche paure?

--Anche Damiano lo ha detto;--replicò Tolteomec.--Le Sirene annunziano

l'uragano.... l'uragano che sommerge le grandi piroghe.

--Oh povera scienza!--esclamò Cristoforo Colombo.--E chi vi ha messe

queste ubbie nella testa? messer Damiano?--Cusqueia,--soggiunse egli

all'interpetre, che aveva accompagnato il fratello di Guacanagari

all'udienza;--chiamami Damiano.--

Damiano fu pronto ad accorrere, ed ugualmente pronto a capire che la sua

macchia d'olio si era allargata, penetrando anche molto bene il tessuto.

--Perdonate, messere,--diss'egli all'almirante, parlando nel vernacolo

genovese, che Cusqueia non poteva capire.--Mi pare necessario di levarci

questi due selvaggi dai piedi. La ragazza è venuta per capriccio, ed ora

incomincia a pentirsi della sua risoluzione. Cosma è seccato; io più di

lui....

--E per far piacere a Cosma e a Damiano.... Ho capito;--disse

l'almirante, ridendo.--Mi ritrovate per l'appunto in via di rimandare

alle case loro i sei naturali di Martino Alonzo Pinzon.

--Dove vanno sei, possono andar otto;--soggiunse Damiano.

--E magari tutti;--conchiuse l'almirante.--Voi aggiustate ogni cosa a

comodo vostro, messer Damiano carissimo. Se non foste Genovese,

meritereste di esserlo.--

Mentre così parlava il signor almirante, giungevano a bordo della _Nina_

i sei naturali del Rio di Grazia. Cristoforo Colombo li richiese, per

mezzo dell'interpetre, se volessero andare in Azatlan. Essi stettero

muti, non sapendo se dal rispondere dovessero aver danno o profitto. Ma

quando seppero da Cusqueia che erano liberi di andare o di restare, si

sciolse loro la loquela; e tutti, uomini e donne, gridarono di voler

scendere a terra.

--Cusqueia,--disse l'almirante all'interpetre,--fate sapere a questi

naturali che io concedo loro libertà di ritornarsene al loro villaggio,

ma ad un patto: che essi vogliano scortare e mandar sicuri di ogni

rischio, fino al _bohio_ di Guacanagari, il vecchio Tolteomec e la sua

figliuola. Sono anch'essi Haitiani, e debbono trovare assistenza presso

i loro fratelli.--

I sei prigionieri di Martino Alonzo Pinzon udirono da Cusqueia i patti

che poneva il capo degli uomini bianchi alla loro liberazione. E lieti

promisero che avrebbero fatto ogni cosa secondo il desiderio

dell'almirante. Uno di essi, per dar più forza alla promessa, si levò

una collana di nicchi marini dal collo, e la consegnò all'almirante.

Quella era la cintura di Vampun. Che cosa intendessero per Vampun i

naturali di Haiti non è chiaro. Forse era il nome d'un loro Dio? Forse

significava amicizia? Certo, era un pegno d'alleanza, quella cintura, e

dinotava amicizia per la vita e per la morte.

Tolteomec e la sua bella figliuola furono calati nel palischermo.

Abarima, prima di scendere, volse in giro i grandi occhi d'indaco,

bagnati di lagrime.

--Addio, cara!--le disse Damiano.--Tu cerchi qualcheduno. Ma che vuoi? I

biondi hanno paura del sole.--

Tolteomec baciò la mano a Cristoforo Colombo, come aveva veduto fare per

atto d'ossequio da alcuni marinai.

--Il grande Spirito sia con te, gran capo degli uomini bianchi;--gli

disse.

--E con te, buon amico;--rispose l'almirante.--Dirai a Guacanagari che

io confido in lui, perchè i miei uomini non abbiano a mancare di nulla,

nella fortezza del Natale.--

Abarima seguitava a piangere. L'almirante le fece portare nel

palischermo una collana di perle di vetro a tre filze, e un pezzo di

stoffa moresca dai vivaci colori. Con quel donativo egli chetò la bella

selvaggia, che seguitò a piangere, ma incominciò anche a sorridere. Così

avviene anche al cielo, quando finisce l'acquazzone e ritorna il sereno,

che il sole si mostra fra mezzo alle nuvole rotte e i suoi raggi d'oro

si rifrangono nelle ultime gocce di pioggia.

Cosma era stato tutto quel tempo nascosto nel suo rancio, sotto coperta.

Damiano andò a lui, appena vide il palischermo allontanarsi dal fianco

della nave.

--Ebbene?--domandò Cosma, levando gli occhi.

--Partita;--rispose Damiano.

--Ah, finalmente, respiro.

--Sì, respira, fortunato briccone! Ma ti ho dovuto salvar io, da questa

noia. Io, capisci? E se tu non mi fai erigere una statua, dirò che non

sei capace di gratitudine.--

Cosma balzò dal suo rancio, e gittò le braccia al collo del suo amico

Damiano.

--Tu salvi me da una seccatura che non avevo meritata, ma che mi rendeva

abbastanza ridicolo;--diss'egli a Damiano.--Ma io ho salvato te da una

sciocchezza, che poteva costarti la vita.

--La vita!

--Sì, la vita. Che cosa ne sai tu che possa avvenire di gente perduta

tra i selvaggi, lontana dall'occhio vigile ed accorto del signor

almirante? Io non ispero niente della fortezza del Natale, e di quei

trentanove uomini lasciati laggiù. C'è voluta tutta a portarli fin qua,

tanti rozzi, indisciplinati e prepotenti marinai. Mi figuro quella parte

di loro che rimane, abbandonata a sè stessa, e a tutti i suoi pessimi

istinti!

--Profeta di sciagura!--esclamò Damiano.--Vuoi tu dunque imitarmi?

--In che cosa?--disse Cosma, che lì per lì non riusciva ad intenderlo.

--Eh sì, dolce amico!--rispose Damiano.--Me ne hai fatte dire anche tu,

delle sciocchezze! Povere Sirene, che ho dovuto calunniare per farti

servizio! E nota che di queste Sirene se ne trovano anche nei nostri

mari, e non hanno la cattiva riputazione che io ho fatta loro,

nell'animo del mio suocero fallito. Io stesso ne ho vedute due, nelle

acque di Corsica; e si chiamavano.... vitelli marini.--

_Capitolo XVIII._

In fretta e in furia.

La _Nina_ era uscita dal Rio di Grazia, salutata dalle grida dei

selvaggi, riconoscenti a Cristoforo Colombo per la liberazione di quei

loro compagni che aveva catturati Martino Alonzo Pinzon. Seguitando il

suo viaggio lungo la costa, l'almirante vide un bel promontorio, a cui,

per ricordo della figliuola di Tolteomec, impose il nome della

Innamorata. Ma il _cabo de l'Enamorada_ non seppe conservare il suo

poetico nome; si chiama oggi assai volgarmente il capo Cabron.

Proseguendo il cammino, si entrò in una vasta baia, le cui rive erano

abitate da una forte tribù, armata di lunghi archi, e spade di legno di

palma, dure, pesanti come il ferro, e tanto affilate da poter tagliare

il cuoio delle corazze, e perfino la lamiera degli elmi, come se fossero

state d'acciaio. Quei selvaggi erano fieri ed intrepidi; ma non diedero

molestia agli uomini bianchi; ai quali anzi vendettero due archi, che

essi desideravano portare come esemplari in Ispagna.

Cristoforo Colombo immaginò che fossero quelli i Caribi, tanto temuti da

Guacanagari. E ne domandò a quei naturali; ma essi risposero che i

Caribi erano in un'isola verso greco, chiamata per l'appunto da loro. E

soggiunsero (se pure gl'interpetri riferivano giustamente le parole) che

di rincontro all'isola dei Caribi ne era un'altra, chiamata Mantinino,

abitata solamente da donne; le quali accoglievano una volta all'anno i

loro vicini, affinchè non si estinguesse la stirpe. Tutti i fanciulli

maschi nati da quelle nozze si consegnavano ai padri; le figlie

dimoravano con le madri loro. Insomma, la storia delle Amazzoni ripetuta

di là dall'Oceano.

Che c'era egli di vero in quella chiacchiera? La tribù dei Siguaiani,

tra cui si trovava allora Cristoforo Colombo, parlava un dialetto poco

intelligibile agli interpetri della forza di Cusqueia. Qualche frase

male intesa, tirata ad un senso nuovo dal desiderio di vedere da per

tutto confermati i racconti di Marco Polo, poteva bene indurre

Cristoforo Colombo nella credenza di essere capitato in vicinanza delle

due isole che Marco Polo aveva descritte, collocandole presso la costa

orientale dell'Asia, abitate spartitamente da donne e da uomini. Ed

anche messer Marco Polo, così veridico narratore di ciò ch'egli aveva

veduto, che cantonate non aveva prese, quando si fidava ai racconti

degli altri!

L'isola delle Amazzoni avrebbe dovuto tentare la curiosità degli uomini

bianchi. Ma la stanchezza si era impadronita degli spiriti. Lo stesso

Damiano, richiesto dall'amico se gli sorridesse l'impresa, rispose che

oramai di donne del nuovo mondo ne aveva fin sopra i capelli. Se questi

li avesse avuti biondi, chi sa?... Ma erano neri, ed egli faceva conto

di portarli alle donne di Scandinavia o d'altre terre settentrionali,

molto settentrionali d'Europa, dove sarebbero stati apprezzati un po'

meglio.

Anche l'almirante si era risoluto di dar volta. Dopo un altro giorno di

esplorazione in quel golfo, che egli chiamò delle Frecce, e dove accadde

a sette dei suoi uomini di far baruffa con una cinquantina di Siguaiani,

ferendone due, e mettendoli nel debito rispetto verso gli uomini

bianchi, Cristoforo Colombo pensò che fosse venuto il tempo di ritornare

in Europa. Un bel vento gagliardo si era levato da ponente, e invitava a

far vela. E più che il vento lo persuadevano parecchie altre ragioni: il

cattivo stato delle sue caravelle, la poca fedeltà della sua

marinaresca, e la slealtà di Martino Alonzo Pinzon, da cui non poteva

aspettarsi che il peggio.

--Mettiamo le fatte scoperte al sicuro dai colpi di

fortuna;--diss'egli.--Un'altra volta, e con migliori auspicî,

ritenteremo la prova.--

Fu un mercoledì, 16 gennaio del 1493, che l'almirante lasciò il golfo

delle Frecce, detto ora di Samana, per navigare alla volta di Castiglia.

Seguitando il cammino con tempo buono, le due caravelle corsero tanto,

che il 10 di febbraio, al parere dei piloti, dovevano ritrovarsi al

mezzodì delle isole Azzorre. Ma l'almirante, avendo osservato

attentamente nel ritorno i limiti estremi del mar di sargasso che

attentamente aveva osservati all'andata, conchiuse che si fosse un

quaranta leghe più indietro. Ed egli ragionava dirittamente, come poi si

vedrà.

Il 12 di febbraio già speravano di veder terra da un momento all'altro,

quand'ecco il vento incominciò a soffiare con violenza, e il mare a

gonfiarsi. Il giorno dopo, fu anche peggio; incominciò a balenare da

greco, e tosto si scatenò un temporale dei più grossi che mai si fossero

veduti. Quei deboli navigli, sprovveduti di ponte, non erano troppo in

istato di resistere ai fortunali dell'Atlantico. Bisognò per tutta la

notte andare con le vele imbrogliate, abbandonandosi alla discrezione

del vento e del mare. Un po' di calma seguì nella mattina del 14; ma fu

di breve durata. Un vento impetuoso si era levato da ostro, durando

tutto quel giorno e la notte seguente. Le povere caravelle andavano

palleggiate sui flutti come gusci di noce, non avendo più modo di

sostenere quella furia degli elementi, e rinunziando quasi del tutto a

governare. Il buio della notte non permettendo di vedere la _Pinta_,

l'almirante fece sospendere il fanale all'albero di maestra, come per

significare alla _Pinta_ di imitarlo, affinchè potessero le due navi

andare di conserva. Ma la _Pinta_ aveva poco saldo il trinchetto, e non

potendo tener testa al vento, fu costretta a riceverlo in fil di ruota,

correndo verso tramontana, mentre la _Nina_ si sforzava di governare per

greco. La _Pinta_ parve rispondere per qualche tempo al segnale

dell'almirante; ma il suo lume a grado a grado si allontanava; nel cuor

della notte era sparito del tutto.

Cristoforo Colombo aveva l'anima oppressa da funesti presagi sul destino

della _Pinta_ e della stessa sua nave. Alla punta del giorno, il mare

gli offerse un pauroso spettacolo. Non si vedevano tutto intorno che

cavalloni inferociti e ruggenti. Della caravella di Martino Alonzo

Pinzon non appariva più traccia sull'orizzonte. La _Nina_ spiegò alcune

vele per tenersi di prora al mare, e non andarne sommersa. Si levò il

sole, e con esso crebbero il vento e le ondate; per tutto il corso di

una terribile giornata la _Nina_, non più in grado di resistere, fu

trascinata, sbalestrata per ogni dove dal furore dell'uragano.

Vedendosi perduti oramai d'ogni soccorso terrestre, i marinai della

_Nina_ si volsero al cielo; ed estrassero a sorte il nome di quello tra

loro che dovesse andare in pellegrinaggio per tutti alla Madonna di

Guadalupa, portandole un cero del peso di cinque libbre. La sorte

designò lo stesso almirante. Un altro pellegrino fu sortito per andare

alla Madonna di Loreto, e fu designato un marinaio, a nome Pedro de

Villa, a cui l'almirante promise di rifar le spese del viaggio. Indi fu

gittata la sorte d'un terzo pellegrino, il quale andasse a vegliare una

notte a Santa Chiara di Moguer; e la sorte designò un'altra volta

l'almirante. Ma crescendo tuttavia il fortunale, tutti quelli della

caravella fecero voto di andar scalzi e in camicia al santuario della

Vergine, nella prima terra a cui fossero approdati. Il cielo non di meno

si mostrava sordo ai lor voti; la burrasca si faceva sempre più

spaventosa, e non fu alcuno che non si stimasse perduto. La mancanza di

zavorra rendeva più difficile la condizione della nave, avendola

alleggerita il consumo delle vettovaglie. L'almirante immaginò di far

riempir d'acqua salsa le botti vuote; e questo fu di qualche aiuto,

operando in guisa che meglio si potesse sostentare il naviglio, senza

così grande pericolo di travolgersi.

Cristoforo Colombo si sarebbe rassegnato di buon animo alla morte, che

già tante altre volte s'era veduta innanzi agli occhi, se fosse stata in

rischio la sua persona soltanto. Ma gli era di pena e di dolore infinito

il pensare che con la morte sua si perdeva il frutto e la gloria di

tante fatiche. E lo crucciava ancora il vedersi attorniato da gente, che

egli aveva trascinata a forza in quella impresa, e che, presa da

terrore, malediceva il giorno in cui si era imbarcata, e l'autorità di

lui che l'aveva costretta a proseguire il viaggio, quando tutti si erano

ammutinati, e potevano obbligarlo al ritorno.

Già, sopra una pergamena, egli aveva scritta una concisa relazione del

suo viaggio e delle sue scoperte, indirizzando lo scritto al re e alla

regina di Castiglia. Su quella pergamena, piegata e suggellata, scrisse

che chiunque la consegnasse alla sua destinazione senza aprirla avrebbe

dalle Loro Altezze mille ducati di premio. Poi, ravvolto il plico in una

fascia di tela cerata, e chiusolo in un pane di cera, pose l'involto in

un barlozzo che gittò subito in mare, lasciando i suoi marinai nella

credenza che egli sciogliesse in tal guisa un voto di religione. E

un'altra copia del memoriale, suggellata e custodita nel medesimo modo,

collocò sulla poppa del naviglio, con la speranza che il barlozzo

potesse galleggiare, ed essere spinto a qualche spiaggia, nel caso che

la caravella andasse travolta negli abissi del mare. Queste precauzioni

calmarono alquanto il suo spirito. E nuovo conforto gli arrecò il vedere

sull'alba il cielo meno fosco ad occidente: indizio di vento che si

sarebbe levato da quella parte. Infatti, poco dopo incominciò a soffiare

il ponente. Le onde, per altro, erano sempre così alte e ribollenti, che

nella notte si potè camminare con poche vele soltanto.

La mattina del 15, allo spuntar del giorno, Ruy Garcia, un marinaio

della Santogna, dall'alto dell'albero di maestra dove stava in vedetta,

gittò il grido di terra. La gioia manifestata dall'equipaggio nel

rivedere l'antico Mondo, eguagliò quella che esso aveva manifestata alla

vista del nuovo.

Appariva la terra a greco levante, argomento di subita controversia fra

i piloti: uno di essi sostenendo che quella era l'isola di Madera; un

altro che era la rocca di Cintra sulla costa del Portogallo; un altro

ancora qualche punto della costa di Spagna. L'almirante, forte de' suoi

computi e delle sue osservazioni, giudicò essere una delle isole

Azzorre.

Era infatti l'isola di Santa Maria, la più meridionale di quel gruppo.

Per due giorni, a cagione del vento contrario e del mare agitato, non fu

possibile l'approdo. La sera del 17 si stava per gittar l'áncora, quando

si spezzò il canape, e da capo fu necessario avventurarsi in alto mare.

Finalmente, la mattina del 18, fu possibile alla _Nina_ di ancorarsi

dalla parte settentrionale dell'isola.

Gli abitanti della Santa Maria si maravigliarono molto di due cose: che

quel fragile schifo avesse potuto sostenere tanta furia di mare, e che

un Nuovo Mondo fosse stato scoperto. Del dire chi fossero e donde

tornassero, male incolse ai reduci dalla memorabile impresa. Discesa a

terra una parte dell'equipaggio per sciogliere il suo voto ad un

santuario della Vergine, che si vedeva a mezza costa, furono presi

prigioni dal capitano dell'isola e catturato il palischermo sul quale

erano venuti a terra. Quel capitano, certo Castaneda, avrebbe volentieri

pigliato anche Cristoforo Colombo, che era rimasto a bordo con l'altra

parte della sua gente, aspettando che la prima squadra ritornasse.

Furono molti, per quattro giorni alla fila, i discorsi e le

tergiversazioni del signor capitano; il quale, finalmente, la sera del

22 mandò una barca con due preti e un notaio, che domandassero in nome

suo di vedere le carte di Cristoforo Colombo, assicurandolo esser egli

disposto a prestargli ogni servizio dipendente da lui, purchè fosse

davvero almirante dei reali di Spagna.

Cristoforo Colombo intese esser quello un raggiro del Castaneda, per

dissimulare una ritirata e abbandonare con un po' di decoro il contegno

ostile che aveva assunto prima. Represse allora il suo sdegno; rispose

ringraziando delle cortesi profferte, e riconoscendo che la loro

domanda, rispetto alla commissione regale a lui affidata, era secondo

l'uso e la ragione del mare; perciò si fece a mostrare la lettera

generale di raccomandazione dei Re Cattolici, indirizzata a tutti i loro

sudditi e agli altri principi; e parimente la commissione che gli

avevano data di imprendere il suo viaggio di scoperta oltre l'Atlantico.

Il che veduto dai tre inviati, questi se ne ritornarono a terra

soddisfatti, e rimandarono il palischermo, coi marinai sostenuti fin

allora in prigione.

L'almirante non vide altrimenti il Castaneda, nè approfittò delle sue

tarde profferte di servizi. Il 24 di febbraio, partì dall'inospite lido

della Santa Maria, facendo vela per levante. Ma non erano ancor finite

le peripezie del ritorno. Il 3 di marzo, la povera _Nina_ dovette

sostenere un altro temporale, donde riportò le vele squarciate. La furia

del vento e quella del mare erano tali, che l'equipaggio si stimò

un'altra volta in gravissimo pericolo. Un altro voto fu fatto, di

mandare un altro pellegrinaggio al Santuario di Santa Maria della Centa,

presso di Huelva; e la sorte ancora una volta designò l'almirante.

Nella orribile notte che seguì, fu veduta al chiarore dei lampi la

terra. Ma quella vista non fu salutata con giubilo, temendo tutti che la

caravella non fosse sbalestrata contro gli scogli. Dov'erano andati a

parare? Se ne avvidero la mattina del 4 marzo, riconoscendo la rocca di

Cintra e la foce del Tago.

L'almirante diffidava delle disposizioni dei Portoghesi verso di lui. Ma

la burrasca, che sempre più infuriava, non gli dava modo di scegliere un

altro rifugio. Entrò nel Tago, andando a gettar l'áncora dirimpetto a

Rastello, bene accolto dagli abitanti, che tutta la mattina avevano

osservata da lungi la povera caravella in continuo pericolo.

Un corriere fu subito spedito dall'almirante ai reali di Castiglia, per

dar nuova del suo ritorno e delle fatte scoperte. Un'altra lettera al re

di Portogallo, che si trovava allora a Val Paraiso, chiedeva licenza di

avanzare la sua nave fino a Lisbona, dove sarebbe stata maggiormente al

sicuro. Per dissipare intanto ogni dubbio nella mente del re, Cristoforo

Colombo soggiungeva di non essere stato sulle coste di Guinea, nè in

nessun'altra delle colonie portoghesi, ma di essere venuto dalla

estremità orientale delle Indie.

Innanzi di muovere per Lisbona, l'almirante del mar Oceano ricevette la

visita solenne di don Alvaro di Acuna, capitano della nave grossa che

stava a guardia del porto di Rastello. Seguirono le visite d'una

moltitudine di barche e di burchielli, con gente venuta perfin da

Lisbona, dove la notizia del maraviglioso viaggio era corsa. Uomini

d'alto affare, grandi ufficiali della corona, gentiluomini, ed ogni

sorte di curiosi, tutti si affollavano intorno alla caravella che

ritornava dalla scoperta di un Mondo; nè fu poca la tristezza di coloro

che vedevano assicurata quella strepitosa conquista alla Spagna, mentre

il Portogallo era stato il primo a cui Cristoforo Colombo aveva offerto

di tentare l'impresa. Ma tardi si pente chi ultimo arriva.

Don Martino di Norogna, gentiluomo della Corte portoghese, giunse il

giorno 8 con una lettera del re Giovanni, che invitava il fortunato

scopritore alla sua residenza. Partì Cristoforo Colombo quella medesima

sera; giunse a Val Paraiso, ricevuto da una grande cavalcata, ed ebbe

dal re accoglienze cortesi. Non mancarono per altro le allusioni ai

diritti del Portogallo, che potevano essere stati offesi da quel viaggio

di scoperta, e l'almirante dovette penar molto a persuadere il re

Giovanni e i suoi consiglieri che le conquiste portoghesi non erano

punto in questione. Quelle, del resto, erano faccende da potersi

trattare direttamente fra la Corte di Portogallo e la Corte di Spagna.

Dopo parecchi giorni di dimora a Val Paraiso, ebbe Cristoforo Colombo

licenza di ritornarsene alla sua caravella. E giunto a bordo, come Dio

volle, il mercoledì 13 marzo, a due ore di giorno, fece vela per andare

alla Corte di Spagna. Il venerdì seguente, sull'ora del meriggio, girava

la punta dell'isoletta di Saltes, donde, addentrandosi nel fiume, venne

a dar fondo nel piccolo porto di Palos.

Da quel porto era egli uscito il 3 di agosto dell'anno antecedente 1492,

cioè sette mesi e undici giorni prima.

Quivi fu ricevuto da tutto il popolo in processione, e con una festa,

con un giubilo così alto e chiassoso, che parve piuttosto un delirio.

La prima visita dell'almirante e dei suoi marinai fu alla chiesa

principale della città. Il grande navigatore passò per le vie in mezzo

ad una calca acclamante e plaudente; quella stessa calca che lo aveva

maledetto un anno prima, come un avventuriere, per il cui pazzo orgoglio

erano condannati a morte sicura tanti valorosi marinai di Castiglia.

Cristoforo Colombo non pensò neanche alle contrarietà, agli ostacoli,

alle esecrazioni dell'anno antecedente. Pensò piuttosto al giorno in

cui, oscuro e povero, col suo figliuoletto Diego per mano, era giunto a

Palos, e di là, non trovandoci modo di vivere, si era avviato per l'erta

della collina sovrastante, fino al convento dei francescani di Santa

Maria della Rabida. Lassù aveva egli trovato il sorso d'acqua e il tozzo

di pane, da cui era dipesa la sua vita, e la scoperta di un mondo.

Ma mentre egli pensava con gratitudine alla Rabida, don Juan Perez di

Marcena scendeva dal colle ad incontrare l'amico. E con lui veniva il

medico don Francisco Garcia.

L'incontro dei tre amici fu commovente. Corsero abbracci e baci senza

fine; ed anche si piansero molte di quelle buone lacrime, che provano

all'uomo la bontà sua, e perfino la bontà della esistenza; almeno in

qualche momento solenne.

Echeggiava ancora la piccola città di Palos delle acclamazioni al grande

almirante del mare Oceano, quando nel suo porto entrava un'altra

caravella, la _Pinta_. Nessuno badava alla nuova arrivata; nessuno, del

resto, poteva badarci, poichè le calate erano deserte, e sulle navi

ormeggiate nel porto non apparivano marinai.

Un palischermo si staccò dalla _Pinta_, venendo alla calata, e ne smontò

il comandante della caravella, Martino Alonzo Pinzon, molto maravigliato

di quel silenzio, di quella solitudine. Solo un pescatore, un povero

storpio, stava seduto là presso, con le gambe penzoloni sull'orlo della

calata, in atto di innescare la sua lenza.

--Che cos'è, Sancio?--gli chiese il Pinzon, riconoscendolo.--Son tutti

morti, a Palos?

--Al contrario, più vivi e più allegri che mai;--rispose il

pescatore.--Ma sono tutti fuori; hanno accompagnato il grand'uomo sulla

collina, al santuario della Rabida.

--Il grand'uomo!--esclamò Martino Alonzo Pinzon.--Chi è questo

grand'uomo?

--L'almirante, don Cristoval Colon, che ha scoperte le nuove isole. Non

lo sapete? Non eravate con lui?

--Sì, sì;--borbottò il Pinzon.--Ma quando è egli arrivato?

--Questa mattina. E si è fatta una gran festa, in paese. Ma dove eravate

voi, Martino Alonzo? rimasto indietro, non è vero?

--Sì, rimasto indietro;--replicò il Pinzon;--quantunque io per il primo

abbia toccata la costa di Spagna. Ma io ho avuto la disgrazia d'essere

spinto dal fortunale nel golfo di Biscaglia. Perciò arrivo tardi.... e

chi tardi arriva, male alloggia, a quel che vedo.

--Beato voi che per alloggiare avete una bella casa, Martino

Alonzo;--disse il pescatore.--Ma voi andrete ora incontro al signor

almirante, m'immagino. Egli sarà ben contento di vedervi.

--Non andrò;--rispose il Pinzon.--Ci sarà tempo domattina. E tu bada,

Sancio, non dire di avermi veduto. Voglio andarmene a riposare nella mia

bella casa, amico Sancio; nella mia bella casa, dove non isperavo di

dormire.

--Eh, certo! dopo tanti mesi di fatiche, il vostro letto vi piacerà. Ma

sarete l'unico a dormire, questa notte; tanta è l'allegrezza del nostro

paese.

--Dove io sono accolto come un cane;--brontolò Martino Alonzo.--E come

un cane me ne andrò ora alla cuccia. Ti ripeto, non dire a nessuno di

avermi veduto; altrimenti....--

E accentuò la sospensione della frase con un gesto di minaccia.

--Non dubitate, Martino Alonzo;--rispose lo storpio.--Sarete obbedito.--

Il comandante della _Pinta_ si allontanò dalla calata, andando verso la

casa sua, dove non era aspettato. E giunse nella sua casa senza avere

incontrato nessuno per via; e nella sua casa si chiuse, col suo mal

talento nell'anima.

Che cos'era avvenuto, per renderlo tanto scontroso quel giorno?

Sicuramente, era triste il giungere a quel modo in patria, non veduto,

non salutato da alcuno. Ma questo era un caso naturalissimo, di cui

Sancio gli aveva data la spiegazione. Ed anche si capiva che nell'animo

di Martino Alonzo Pinzon ci fosse molta amarezza, per la disgrazia

d'esser giunto troppo tardi, e di non avere avuta la sua giusta parte

nelle accoglienze di Palos ai suoi marinai reduci dalla spedizione

portentosa dell'Atlantico. Ma era questa una buona ragione perchè

Martino Alonzo Pinzon corresse a nascondersi in casa?

Diciamo subito, senza tenere i lettori alla corda, quali fossero le

ragioni della tristezza e della rabbia di Martino Alonzo Pinzon. La sua

caravella, separata dalla capitana per la violenza dell'uragano, era

stata spinta in un'altra direzione, verso il golfo di Biscaglia, ove,

non senza stento, aveva approdato a Baiona. Ignorando se Cristoforo

Colombo fosse sfuggito a quella fortuna di mare, impaziente di

precorrerla ad ogni costo, preoccupando a suo favore il giudizio della

corte e del popolo di Castiglia, Martino Alonzo aveva scritto subito al

re e alla regina, informandoli delle fatte scoperte. Ma il linguaggio

suo, in quella lettera, non era di un ufficiale subalterno, che

riferisse al suo comandante la gloria dell'impresa; era quello di un

millantatore, che volesse attribuirne a sè tutto il merito. Di

Cristoforo Colombo egli non faceva parola; forse aspettando dal tempo la

certezza di un naufragio che gli pareva molta probabile, si disponeva a

non parlare che di sè, dimenticando il comandante supremo. E frattanto,

chiudeva la sua lettera domandando licenza di recarsi alla Corte, per

esporre alle Loro Altezze la peripezie del suo viaggio e l'ordine e la

importanza delle scoperte, che aveva fatte di là dall'Oceano. Il tempo,

frattanto, si era abbastanza rabbonito; e Martino Alonzo Pinzon aveva

spiegate nuovamente le vele, per muovere verso la spiaggia di Palos,

dove si faceva sicuro di essere accolto in trionfo. Quanto alla nave

capitana, egli avrebbe potuto assicurarsi in quel tragitto di ciò che

poteva esserne avvenuto. Se egli non ne aveva notizia da Baiona a Palos,

certamente la _Nina_ si era inabissata; l'Oceano aveva sepolta per

sempre la gloria del navigatore straniero; e trionfava due volte il

Pinzon.

Martino Alonzo aveva fatti male i suoi conti. La _Nina_, non che

perdersi, era giunta prima di lui; e quella tal lettera ch'egli si era

affrettato a mandare da Baiona ai reali di Castiglia, correva rischio di

essere interpetrata e giudicata molto severamente, così per le

millanterie del suo autore, come per il silenzio serbato intorno al

comandante della spedizione, al vero scopritore delle nuove terre di là

dall'Atlantico. E con tante orgogliose speranze nel cuore si era egli

appressato all'isolotto di Saltes! Con tanta baldanzosa fiducia aveva

rimontato il corso del suo fiume natale! Povero orgoglio! povera

baldanza! Finivano ambedue nella vergogna; e in una vergogna tanto più

grande, in quanto che essa gli capitava nella sua patria, in quel porto

di Palos, dove fino allora egli era stato riverito come il primo fra i

primi navigatori di Castiglia.

E come fu grande la vergogna, così fu grande il rimorso. Martino Alonzo

pensò all'arroganza, alla insofferenza d'ogni freno e d'ogni autorità,

di cui aveva fatto prova in tante occasioni, durante il viaggio; ed

anche all'atto di vera disobbedienza a cui si era lasciato trascorrere,

abbandonando il suo almirante nelle acque di Cuba, così rendendo

impossibile al grande navigatore di proseguire le sue scoperte.

Ricordando queste cose, era naturale che non osasse mostrarsi per le

vie, fino a tanto che l'almirante era ospite di Palos. Aspettò dunque

che fossero finite le feste, e che Cristoforo Colombo fosse partito di

là. Il fatto seguì assai prima che egli non isperasse. L'almirante aveva

mandato un corriere alla Corte, che si ritrovava di quei giorni a

Barcellona; il giorno seguente, disceso dal convento della Rabida, dove

aveva passata la notte, Cristoforo Colombo si avviò, per via di terra,

alla volta di Barcellona.

E allora anche Martino Alonzo Pinzon uscì dal suo nascondiglio. Un buon

pretesto per quel suo rimanersi sotto la tenda, lo aveva; e se anche non

fosse stato buono, egli non doveva render conto degli atti suoi a

nessuno. Era giunto tardi, perchè il temporale lo aveva mandato a parare

in Biscaglia; giunto tardi, non aveva voluto disturbare le feste fatte

al suo comandante; era stanco morto; più che esser portato in trionfo

gli premeva di riposarsi qualche ora. Si era riposato, era uscito; qual

colpa era la sua, se non aveva veduto l'almirante? Per tanti mesi di

seguito si erano veduti ogni giorno. E anch'egli, uno di quei giorni, si

sarebbe messo in viaggio per raggiungerlo a Barcellona. Intanto, egli

approfittava di quel riposo a Palos, per mettere in sesto le cose sue,

che ne avevano bisogno. Questa era la gloria vera del lavoratore;

lavorar sempre, o in una cosa o nell'altra, senza un giorno di tregua.

Con questi ragionamenti, fatti a pezzi e bocconi, quando l'occasione si

offriva, Martino Alonzo Pinzon credette di giustificare la sua dimora

prolungata a Palos. Ma intanto ch'egli si consumava di rimorsi e di

rabbia, gli giungeva una lettera dalla Corte. I sovrani non tenevano

verun conto delle sue millanterie; lo rimproveravano in quella vece

della sua disobbedienza all'almirante, e finivano dispensandolo da una

visita che sarebbe stata penosa per tutti.

Martino Alonzo Pinzon non rèsse a quel colpo. Già poco ci voleva per

abbattere quella rovina d'uomo. Vittima dell'invidia sua, dei rimorsi,

della vergogna ond'era stato oppresso così duramente, il comandante

della _Pinta_ in capo a pochi giorni fu trovato morto nel suo letto. Gli

stenti del fortunoso viaggio, un vizio del cuore, un insulto

apoplettico, diedero ragione sufficiente di quella morte improvvisa.

La storia non sarà disumana con Martino Alonzo Pinzon. Essa, obbligata

ad essere la più umana di tutte le scienze, poichè ha per sua materia

gli uomini e le opere loro, ha certamente il diritto di ridurre a più

giusta misura gli eroi, fabbricati o ingranditi da vecchi narratori

sulla traccia dei grandi eventi a cui ritrovarono il loro nome

associato. Ma essa può e deve essere compassionevole, senza tralasciare

di esser giusta, con quei modesti cooperatori delle grandi imprese, i

quali ebbero il torto di voler parere più alti del vero. Quanti eroi

della leggenda, ed abbastanza rispettati dalla critica, non si mostrano

da meno di quel povero Martino Alonzo Pinzon! Intrepido marinaio, ma di

poca coltura, in un tempo che ai suoi pari non se ne richiedeva nessuna,

egli cedette in un cattivo momento ai demoni della superbia e della

cupidigia. In lui erano potentissimi gl'istinti, e non dominati dalla

ragione. Ma la storia non dimenticherà che Martino Alonzo Pinzon, in un

felice momento, udì le voci del suo buon genio, che lo chiamava ad una

nobile impresa, avversata dagli invidiosi, non approvata dai dotti. Fu

egli il primo marinaio di Spagna che si persuase della verità e della

grandezza delle idee di Cristoforo Colombo. Se egli non era, il povero

Martino Alonzo, se egli non si persuadeva, se egli non dava l'esempio di

avventurare la sua vita col navigatore Genovese, nessun marinaio di

Palos, di Huelva, di Moguer, avrebbe osato prendere il mare per quella

nobile impresa, ed ogni ordinanza reale sarebbe rimasta lettera morta.

Quell'atto redime molti falli, e può farne dimenticare molti altri. E

noi deponiamo un fiore sulla tomba del povero Martino Alonzo Pinzon.

_Capitolo XIX._

Il commiato.

Cristoforo Colombo avrebbe voluto recarsi a Barcellona con la sua

caravella. E sarebbe stato, agli occhi della Corte di Spagna, un bel

contrasto fra la importanza della scoperta e la povertà dei mezzi con

cui la scoperta era stata fatta da lui. Ma la povera _Nina_ imbarcava

acqua da tutte le commessure, e bisognò rinunziare al disegno.

L'almirante si recò dunque per terra a Siviglia, per aspettare colà gli

ordini del re Ferdinando e della regina Isabella.

A Siviglia lo accompagnarono sette dei dieci naturali che egli aveva

condotti da Guanahani e da Cuba. Uno era morto in viaggio; due erano

infermi, e furono lasciati a Palos, affidati alle cure amorevoli di don

Francisco Garcia. Ma l'almirante volle con sè tutti i suoi ufficiali e

tutti i marinai che avevano partecipato ai rischi e alla gloria

dell'impresa, così quelli della _Pinta_ e della distrutta _Santa Maria_,

come quelli della _Nina_, diventata la nave capitana.

Dei marinai che lo seguivano, due mutarono spoglie, appena giunti a

Siviglia. Erano i due genovesi, Cosma e Damiano, che apparvero alla

presenza del signor almirante in veste da gentiluomini. La cosa non

doveva parer strana a nessuno. Tutta la marinaresca sapeva da un pezzo

che quei due erano marinai per celia; sebbene, lavorando e faticando

come gli altri, non avessero fatto niente per celia.

L'almirante era da pochi giorni nella capitale dell'Andalusia, quando

ricevette la lettera dei sovrani, che lo pregavano di dare

immediatamente, a Siviglia, o dove gli piacesse meglio, gli ordini

necessari ad affrettare la sua partenza per un nuovo viaggio,

informandoli a volta di corriere di ciò che avessero a fare dal canto

loro, per agevolare gli apparecchi. S'intende che lo invitarono anche a

recarsi alla Corte, in Barcellona; ma questo era il meno. E certamente a

Cristoforo Colombo doveva piacere, assai più del cortese invito, la

fretta con cui Ferdinando e Isabella miravano ad assicurarsi la

conquista di un nuovo impero di là dall'Atlantico; una conquista che per

tanti anni si erano peritati d'intraprendere.

Il ricapito della lettera regia era questo: «A Don Cristoval Colon,

nostro almirante sul mare Oceano, vicerè e governatore delle isole

scoperte nelle Indie». Anche questi titoli, come erano stati lesinati,

un anno addietro! Per la insistenza di Cristoforo Colombo a domandarli,

era pericolata all'ultimo momento la spedizione. Tempi mutati! Ma il

marinaio genovese non serbava rancori nell'anima, e ad altro non pensò

che ad eseguire i comandi delle Loro Altezze, inviando a volta di

corriere, come chiedevano, una minuta descrizione delle navi, degli

uomini e delle munizioni necessarie al suo secondo viaggio.

Dopo di che, si pose in cammino per andare a Barcellona. La via non era

lunga; ma dovevano renderla lunghissima le numerose fermate, di cui egli

non poteva passarsi, essendo costretto a traversare molte delle più

belle e popolose città della Spagna.

Il suo viaggio parve la marcia trionfale di un conquistatore. Ovunque

egli passava vedeva affollarsi la gente dei luoghi circonvicini, che

fiancheggiava le strade maestre ed ingombrava borghi e villaggi. Nelle

grandi città, le vie, le finestre, i terrazzini, i tetti, brulicavano di

spettatori curiosi che facevano suonar l'aria dei più lieti clamori. Ad

ogni tratto era fermato dalla calca, che voleva veder lui da vicino, per

imprimersi bene i suoi lineamenti negli occhi. Con molta maraviglia

erano anche osservati gl'Indiani, che veramente erano facce dell'altro

mondo, e parevano piovuti in terra da qualche pianeta.

Così trattenuto ad ogni punto, obbligato a passare un giorno nei luoghi

più importanti, a passare almeno qualche ora nei luoghi più piccoli,

affinchè fosse appagata la curiosità di tutti, l'almirante non giunse a

Barcellona che il 14 di aprile. Colà tutti gli apparecchi erano fatti

per accoglierlo con solennità e magnificenza. Ad una certa distanza

dalla città, gli mosse incontro una splendida cavalcata di gentiluomini,

con gran moltitudine di popolo, per fargli onoranza.

Il suo ingresso nella nobile capitale della Catalogna fu paragonato al

trionfo che solevano concedere gli antichi Romani ai loro consoli

vittoriosi. Andavano primi gli Indiani dipinti d'ocra a vari colori,

secondo la foggia del loro paese, adorni di armille alle braccia, di

piastrelle e di cerchietti d'oro alle nari. Dopo di questi, che

camminavano portando i loro archi, le loro frecce e le loro zagaglie,

venivano i marinai, portatori dei pappagalli vivi, dalle molte varietà e

dai più lieti colori, delle piante rare, e sopratutto dell'oro in

polvere, o in masse più o meno vistose. Giungeva ultimo l'almirante a

cavallo, accompagnato dai suoi ufficiali, e seguito da quella splendida

cavalcata di gentiluomini, che era venuta ad incontrarlo.

La calca era così fitta, che spesso era impossibile di farsi largo per

via. Le dame sventolavano i fazzoletti dalle finestre e dai terrazzini;

dai tetti al basso della strada era un agitarsi di teste, un levarsi di

grida festose. Sembrava che il popolo non potesse saziarsi di

contemplare i trofei di un Nuovo Mondo, e l'uomo maraviglioso che aveva

saputo indovinarlo, che aveva potuto scoprirlo.

Per accoglierlo con maggior pompa, Ferdinando e Isabella avevano

ordinato che il loro trono fosse incalzato in una gran loggia aperta,

accessibile al maggior numero di persone, sotto un ricco baldacchino di

broccato d'oro. Ivi il re e la regina attendevano l'arrivo dell'eroe;

vicino ad essi stava il principe Giovanni; tutto intorno gli uffiziali

della corona e la prima nobiltà di Castiglia, di Valenza, di Catalogna e

d'Aragona.

Cristoforo Colombo entrò nella sala, accompagnato dai suoi ufficiali, in

mezzo ai quali si distingueva egli per l'alta statura, la nobiltà del

portamento e il raggio di viva allegrezza che gli sfavillava dagli

occhi. Superbo non era, in quell'ora; e avrebbe potuto esserlo,

vedendosi davanti la più parte di coloro che più fieramente avevano

avversati i suoi disegni, negata la sua dottrina, disprezzata la sua

persona e calunniate le sue intenzioni! Non era superbo; ma poteva farlo

apparir tale la solennità del momento, e quel suo ritorno di

trionfatore, da una impresa che era seguita punto per punto quale egli

l'aveva immaginata e proposta.

Del resto, il legittimo orgoglio che poteva dipingersi nel suo viso

radiante d'allegrezza, era ancora un giusto omaggio a coloro che in lui

avevano creduto, a coloro che lo avevano consolato e confortato nei più

tristi momenti della sua vita, nei giorni troppo lunghi e troppo

frequenti delle sue amarezze. Certo, non vedeva di mal occhio quell'aria

di onesta alterezza la regina Isabella, che tanto si era adoperata per

appagare i voti del navigatore Genovese; di quella alterezza doveva

compiacersi, come di propria vittoria, quella nobile dama che stava in

piedi accanto allo scanno della regina, la marchesa di Moya, Beatrice di

Bovadilla.

Qual turbamento, e come dolce, in quel cuore di donna! Ci sono le gioie

che opprimono, tanto sono violente; pure, chi vorrebbe rinunziarci? A

buon conto, non voleva rinunziarci la nobile signora, che aveva

aspettato quel giorno e quel turbamento profondo, come il premio di

tutte le sue fatiche, come il compenso di tutte le sue ansietà, di tutti

i suoi terrori, di tutti i suoi scoramenti.

Comprimendo a stento i battiti del suo cuore, Beatrice di Bovadilla

guardava davanti a sè. Non aveva da muoversi, non aveva da voltare la

faccia; l'argomento di tutte le sue cure doveva giunger là, in quel

breve spazio, rimasto vuoto per lui. E quell'uomo era giunto, quello

spazio era finalmente ripieno, della persona, della luce, della gloria

di lui. In mezzo a quella gran folla di dame e di cavalieri, nessuno

badava a lei, in quel punto; neanche don Francisco di Bovadilla, il suo

scontroso e sdegnoso fratello; neanche don Fernando Talavera, il

burbanzoso ed ignorante vescovo di Granata; neanche don Giovanni

Cabrera, marchese di Moya, suo signore e padrone. Tutti gli sguardi,

come tutti i pensieri, erano rivolti al trionfatore; la curiosità, la

commozione, e tutti gli ardori che può comunicare in certi momenti una

moltitudine giubilante al cuor più ribelle, usurpavano il campo ad ogni

altro sentimento. I vigilatori sospettosi di Beatrice Bovadilla, perfino

i suoi molestissimi innamorati, le davano tregua per quell'ora di

animazione straordinaria, di commozione solenne. Ella era dimenticata,

come perduta, in quella folla che aspettava un uomo, che lo sentiva

avvicinare, che lo vedeva presente. Qual gioia, poterlo guardare

liberamente anche lei! poter cercare con avida cura su quel volto la

traccia dei pericoli corsi, degli stenti patiti, e in quegli occhi la

visione dei grandi segreti strappati all'Oceano! Perchè egli era partito

con tre navi, ed era ritornato con una, con la minore delle tre,

portando sovr'essa la sua fortuna, la sua gloria. Egli trionfava,

finalmente; ma era anche un po' lei la vincitrice di quella guerra, e

sentiva di trionfare con lui.

Nessuno guardava Beatrice di Bovadilla, di tanti gentiluomini che si

affollavano intorno ai gradini del trono. Ma quell'uomo, su cui si

fissavano gli occhi di tutti, dove volgeva egli i suoi? Si era avanzato

fino ai gradini del trono; il re e la regina si erano alzati per

riceverlo; ed egli, prendendo rispettosamente le destre di Ferdinando e

d'Isabella, si era inginocchiato per baciar quelle destre. Lo avevano

amorevolmente rialzato, pregandolo di voler sedere davanti a loro, sopra

uno scanno che due valletti si erano affrettati a mettere innanzi. Ma

egli, prima di sedere, aveva fatto il gesto di chi vuol guardare

intorno, come per raccapezzarsi, in una compagnia che veda la prima

volta. Pure, non aveva girato molto con gli occhi; il suo sguardo era

andato diritto al fianco della regina, si era incontrato nello sguardo

di Beatrice Bovadilla, e sul volto di lui era corsa una vampa. Ah, bene

facevano tutti, non guardando che lui; meglio aveva fatto egli, non

cercando altro sguardo che quello di lei.

--Don Cristoval, nostro amico, voi state bene? Vi siete rimesso di tante

fatiche?--diceva la regina Isabella.--Abbiamo palpitato di profonda

ansietà, leggendo nella vostra lettera il racconto di ciò che avete

sofferto nel ritorno dal vostro maraviglioso viaggio. Ma ora siete con

noi, e ci sentiamo più tranquilli. Vorrete voi raccontarci di tutte le

grandi cose che avete operate?

--Con l'aiuto di Dio e sotto il padronato delle Vostre Altezze,--rispose

Cristoforo Colombo,--l'impresa non poteva sortire un esito migliora.

Umile istrumento della provvidenza celeste, io la ringrazio ogni giorno

di avere inspirato ai Sovrani di Castiglia tanta benevolenza per me.--

Benevolenza un po' tarda, non è vero? e sopra tutto, ben misera negli

effetti! Ma il navigatore Genovese era sincero, ringraziando i reali di

Castiglia di quanto avevano fatto per lui. Chi pensa alle difficoltà,

agli indugi, ai contrasti, quando l'impresa è compiuta e il trionfo l'ha

coronata?

Cristoforo Colombo, per obbedire al desiderio della regina, incominciò a

raccontare il suo viaggio. Era facondo, come sappiamo, ed anche spesso

eloquente, di una eloquenza che toccava in certi punti il sublime, nella

sua stessa semplicità. Quella volta, poi, doveva riuscire più eloquente

d'Iperide, usando a più nobile fine un famoso argomento dell'oratore

ateniese. Egli, infatti, poteva presentare i documenti della sua gloria,

in quelle sette creature umane, tanto diverse da ogni specie conosciuta,

alle quali, oltre il rosso colore della pelle, dava tant'aria di novità

lo strano costume di tingersi il corpo, segnandolo di svariate figure, e

quell'altro, non meno strano, di portare al sommo della nuca quei ciuffi

di penne dai vivaci colori.

E non era men bello vedere quei selvaggi sgranar tanto d'occhi, per

contemplare quella società europea, tutta coperta di seta, di broccato e

di trine. I cortigiani di Castiglia godevano, senza darsene ragione, di

quel naturale contrasto fra due razze, una delle quali, ignota fino a

quei giorni, e padrona di sè, doveva cadere in servitù dell'altra, e a

mala pena conosciuta, e a mala pena assoggettata, sparire dalla faccia

della terra. Poveri selvaggi del Nuovo Mondo! Ignorando la loro sorte,

contemplavano attoniti la grandezza, la maestà dei reali di Spagna,

offrendo loro nei canestri di vimini, intessuti con la loro arte

bambina, la polvere d'oro che doveva destare tante cupidigie, ed esser

cagione di tanti delitti all'uomo civile.

Della attenzione con cui tutta la Corte era stata ad udire il racconto,

non occorre parlare. Erano così nuove le cose che diceva l'almirante del

mare Oceano; e ciò che tutti vedevano riusciva a così vivo commento

delle parole sue, che due ore trascorsero senza che alcuno di tanti

ascoltatori se ne fosse avveduto. Pure, egli non aveva raccontato che

sommariamente. Ma tutti si ripromettevano di udirlo ancora, e di avere

da lui in tutti i più minuti particolari ciò che per sommi capi era

stato esposto, quasi a sfiorare il tema, ad acquetare la prima sete, ma

senza spegnerla ancora.

Com'ebbe finito di raccontare, Cristoforo Colombo presentò ad uno ad uno

i suoi compagni di viaggio. Isabella e Ferdinando ebbero una cortese

parola per tutti.

Quando venne la volta dei due amici, che sappiamo, Cristoforo Colombo

non potè dire, naturalmente, che due nomi di battesimo, e per giunta non

i veri ed autentici.

--Cosma e Damiano,--diss'egli,--miei concittadini; due nobili genovesi,

che hanno voluto venire con me, nell'umil veste di semplici marinai.--

Ferdinando salutò graziosamente con un cenno del capo e con un sorriso i

due marinai gentiluomini.

--Nobili uomini,--rispose egli,--e più nobili cuori! Qui troveranno in

buon punto due loro illustri concittadini, a noi inviati per

ambasciatori della eccelsa Repubblica di Genova. Signori,--soggiunse,

volgendosi a due gravi personaggi che erano sulla sua destra,--vogliate

riconoscere ad abbracciare i vostri concittadini, che si son fatti

compagni di fatiche, di pericoli e di gloria del nostro grande almirante

e vicerè, don Cristoval Colon.--

I due personaggi uscirono dalle prime file. Erano essi messer Francesco

Marchesio, legista, e Giovanni Antonio Grimaldo, ambasciatori mandati da

Genova alla Corte di Castiglia, per negoziare un trattato di pace e di

alleanza fra i due Governi.

Il Grimaldo riconobbe Cosma alla bella prima, e già aveva incominciato a

dirgli:

--Siete voi, messer Gia....--

Ma un'occhiata di Cosma gli mozzò in bocca il nome che egli stava per

proferire.

--Siamo Cosma e Damiano, qui;--soggiunse Cosma, a guisa di commento, e

parlando il vernacolo di casa;--due amici, due fratelli, come i santi di

cui abbiamo assunti i nomi. Le nostre famiglie non sono d'accordo

laggiù; ma voi non vi maravigliate, messer Giovanni Antonio, se noi due

ci ritroviamo amicissimi qui. Siamo fuori di casa; e fuori di casa

possiamo anche incontrarci volentieri con gli ambasciatori del doge

Adorno.

--Una bella gloria per voi, messeri, di aver partecipato a questo

miracoloso viaggio!--disse Francesco Marchesio, cercando di sviare il

discorso dalle cose di Stato.

--E per il nostro insigne concittadino Colombo d'averlo ideato e

compiuto;--aggiunse Damiano.--Vedete intanto, messeri? Gli hanno già

smozzicato il cognome. E questo mi pare il primo rimprovero alle nostre

discordie, le quali non hanno consentita la gloria di scoprire il Nuovo

Mondo ai figli di quei Genovesi che avevano pure scoperte le isole

Canarie, quelle degli Astori, del Legname e del Capo Verde.

--Di chi la colpa?--mormorò Giovanni Antonio Grimaldo.

--Non vostra, messere, nè del vostro onorando compagno; nè la nostra, a

buon conto;--replicò Damiano.--Ad un per uno, siamo tutti innocenti; ma

posti a mazzo....

--È vero; non dite di più!--interruppe il Grimaldo.--Ma qui, fuori di

casa, tutti amici, non è vero messer Bar....

--Damiano, per ora, e felicissimo al pari di Cosma, di aver salutati due

valentuomini della nostra cara Genova.--

Le presentazioni erano finite, e il re Ferdinando aveva fatto un cenno.

A quel cenno risposero dall'alto i gravi accordi di un organo. La

regina, il re, le dame e i gentiluomini della Corte s'inginocchiarono. I

cantori della cappella reale intuonarono il _Tedeum_, e ad essi fecero

eco le voci di tutta quella gente adunata. Il maraviglioso inno

Ambrosiano, vera elevazione delle anime a Dio creatore, a Dio

consolatore, a Dio datore d'ogni bene, non fu mai cantato con tanta

pienezza di gratitudine, con tanta commozione di cuore. Le lagrime

corsero più volte agli occhi della regina; di lagrime, per tutto il

tempo che durò la modulata preghiera, si mostrarono rigate le guance del

navigatore Genovese.

Finito il canto si levarono tutti, e incominciò la sfilata. Accompagnati

dal vicerè delle isole scoperte, dal grande almirante del mare Oceano,

Ferdinando ed Isabella si avviarono al palazzo reale, in mezzo ad una

moltitudine acclamante.

In più ristretti colloqui il grand'uomo raccontò partitamente ai reali

di Castiglia la fatte scoperte. E allora gli toccò di ricevere le

congratulazioni, le lodi, le strette di mano di tutti i più eminenti

personaggi. Molto egli gradì l'abbraccio di don Pedro di Mendoza,

cardinale e primate di Spagna, che era stato il più autorevole dei suoi

difensori al tempo del consiglio di Salamanca. Ma egli non potè

reprimere un atto di stupore, vedendosi prendere tanto amorevolmente per

tutt'e due le mani da don Fernando Talavera, vescovo di Granata,

confessore della regina, e già presidente di quel famoso consiglio in

cui l'ignoranza aveva fatta una delle sue più solenni comparse.

--Figliuol mio!--gli diceva il Talavera, con una voce chioccia che

voleva parer soffocata dalle lagrime della consolazione.--Figliuol mio

dilettissimo, è una grande contentezza per me, di potervi abbracciare!

Che uomo, signori!--soggiungeva, voltandosi a guardare intorno; e non

lasciando tuttavia sfuggire le mani del figliuolo suo dilettissimo.--Che

uomo! Lo avevo sempre detto, io, che un grande onore ci sarebbe venuto

da lui. _Lumen veniet e coelo et hoc lumine implebitur terra_. Che uomo!

che uomo! Don Cristoval, voi dovete andar superbo dell'opera, vostra. E

noi dobbiamo andar superbi di avervi conosciuto, di avervi indovinato.

--Questo io non dimenticherò mai,--disse Cristoforo Colombo,

inchinandosi.

E liberatosi finalmente dalle strette del vescovo di Granata, si volse a

don Alonzo Quintanilla e a don Luigi Santangel, che aspettavano la volta

loro. Questi, poi, li abbracciò, e li baciò con effusione di cuore.

--A voi, consolatori, a voi confortatori miei nei tristi giorni

d'abbattimento, io ho pensato ogni giorno, come a don Juan Perez

Marcena, il degno guardiano della Rabida, e al fisico Francisco

Garcia;--disse l'almirante, non curandosi più del Talavera, che ancora

non si era allontanato di là,--Siete stati voi, buoni amici, i miei

quattro punti cardinali; da ognuno di voi, se è lecita a cuori allegri

una celia,--soggiunse egli ridendo,--vorrei intitolata una delle quattro

parti del mondo.

--Ma per opera vostra, don Cristoval, son diventate cinque;--rispose il

Santangel.--Mi è parso di capire dal vostro racconto che le isole

occidentali son molte, e che non sia il caso di regalarle all'Asia.

--È un dubbio, questo, che altri viaggi risolveranno;--replicò

l'almirante.--Ma se una quinta parte sarà, non dubitate, troveremo da

cui intitolarla.

--Saranno tanti oramai quelli che vi hanno protetto!--esclamò il

Quintanilla,--che vi troverete molto impacciato a ringraziarli tutti.--

Così dicendo, l'ottimo don Alonzo non potè trattenersi dal volgere

un'occhiata al vescovo di Granata; il quale, scuotendo la testa nella

sua pappagorgia, rotando gli occhietti astuti e succhiandosi le labbra,

si tirò gravemente in disparte.

Più dignitoso a gran pezza si mostrò don Francisco di Bovadilla, il

fiero commendatore di Calatrava. Non isfuggì il suo nemico, non negò il

saluto riverente al fortunato uomo, che i suoi sovrani festeggiavano,

che tutta la sua nazione acclamava; ma altro non fece, non mentì con le

labbra una allegrezza, una amicizia, che non aveva nel cuore.

Fu molto cortese don Giovanni Cabrera, il marchese di Moya. Il vecchio

cavaliere, dopo tutto, non aveva che da inchinarsi in quella stessa

guisa che tutti gli altri avevano fatto al nuovo astro sorgente; da buon

cortigiano, non aveva che da seguire l'esempio dei suoi eccelsi padroni.

Aggiungete che la nube occorsa tra lui e don Cristoval, o piuttosto tra

lui e la sua nobile compagna, era stata così lieve! Si poteva dir quasi

che niente fosse avvenuto. Se poi era avvenuto qualche cosa, quel poco

era stato facilmente dimenticato.

Per tanto, non fu difficile a don Cristoval di vedere la marchesa di

Moya, in privato colloquio. Quel colloquio, nessuno dei due poteva

cercarlo, nessuno dei due poteva fuggirlo: era naturale che se ne

offrisse l'occasione; era naturale che ambedue l'accettassero.

Pure, non era il colloquio più naturale del mondo. Chi ci ha seguiti

nella prima parte di queste istorie, facilmente lo immagina. Donna

Beatrice aveva veduto giungere quel momento solenne; non aveva fatto

nulla per affrettarlo; e là, davanti a quell'uomo, era rimasta come

inchiodata al pavimento, guardandolo senza vederlo, rispondendo al suo

inchino con un cenno del capo, e con un moto delle labbra, a cui non

rispondeva alcun suono di voce. Gli sorrideva, intanto, gli sorrideva

placidamente, come a persona amica, da cui si fosse separata a mala pena

il giorno prima. E tanto tempo era passato! tante cose erano avvenute,

dopo il loro ultimo colloquio! e del dramma dei loro cuori così poca

parte era stata confidata alle labbra!

Don Cristoval doveva fare tutta la strada che intercedeva fra lui e

Beatrice di Bovadilla. L'obbligo era tutto del cavaliere; e da buon

cavaliere, don Cristoval si avvicinò alla bella marchesa di Moya.

--Signora....--incominciò, ma senza andare più oltre.

Era, lo sapete, tutto ciò ch'egli sapesse dire, rivolgendo il discorso a

donna Beatrice; tanto che un giorno la bella dama spazientita gli aveva

risposto: «non sapete voi dirmi altro, don Cristoval?»

Ma per quella volta la bella dama non gli disse così; anzi, non gli

disse nulla di nulla. Gli porse in quella vece la mano. E don Cristoval

prese quella mano; la tenne a lungo tra le sue; poi, chinatosi

divotamente, v'impresse un bacio anche più lungo della stretta.

Quello era il suo premio, e il buon cavaliere lo gustava intiero. Ed era

anche il tributo della riconoscenza e dell'amor rispettoso per lei. Nè

ella ritirò la sua mano, sebbene la sentisse ardere come per febbre

violenta.

Ma quella scena muta non poteva durare eterna. Don Cristoval, facendo

uno sforzo, aveva levata la fronte, guardando la sua protettrice.

Davanti a quegli occhi aperti che la fissavano, Bovadilla socchiuse i

suoi, e timidamente gli chiese:

--Avete pensato a me, qualche volta?

--Oh!--disse il buon cavaliere.--Più di qualche volta; ogni giorno;

tutte le volte che m'era dato di rientrare col pensiero in me stesso. Ed

anche, ve lo confesserò, mi accadeva di adirarmi con me, di ritrovarmi

assai debole, di scacciare l'immagine....

--Importuna?--soggiunse Bovadilla.

--Non importuna, pericolosa:--rispose don Cristoval.--Voi foste il mio

buon angelo, donna Beatrice, quando io disperavo di raggiungere

l'intento. Là, sull'Oceano, eravate ancora la mia forza interiore. Ma

voi lo intenderete; c'erano i momenti in cui la viltà degli uomini o la

collera degli elementi richiedeva ogni mia cura; ed io allora dovevo

temere che quella immagine, troppo.... presente al mio spirito, non mi

facesse dimentico degli obblighi miei. Perdonate, signora, voi che

intendete sicuramente più che io non dica. Ma a voi pensavo, quando mi

venne sui flutti il primo saluto delle terre sconosciute.... un

ramoscello di spino fiorito; e nel mio pensiero io l'ho dedicato a voi,

come l'omaggio dovuto a colei che mi difese a viso aperto, alla nobile

donna per il cui patrocinio costante fu possibile a me di tentare

l'impresa. Eccolo, signora;--soggiunse don Cristoval, traendo da un

piccolo astuccio di cordovano il ramoscello di spino;--era fiorito,

quando io lo destinavo a voi. Oggi, il poveretto non ha più che le

punte. Io spero tuttavia che non ferisca la nostra amicizia.

--Esso invece la suggellerà;--disse Bovadilla.

Così dicendo, Bovadilla accostò prontamente il ramoscello alla bocca. Si

punse le labbra, come vi sarà facile immaginare; ma fu pronta anche a

premervi su col suo fazzoletto di seta. E quel fazzoletto, tinto di

alcune piccole gocce di sangue, porse tosto a don Cristoval.

--Prendete,--gli disse,--sia questo il pegno d'amicizia eterna fra

noi.--

Seguì un lungo silenzio; l'ineffabile silenzio che accompagna le grandi

gioie, come i grandi dolori. Noi lo rispetteremo, ben sapendo che ogni

parola, comunque studiata e riguardosa, guasterebbe. Quando il vicerè

delle isole dell'Oceano partì dalle stanze della marchesa di Moya, egli

aveva gli occhi ancor bagnati di lagrime.

Quel giorno, ritirandosi nel suo appartamento, Cristoforo Colombo ebbe

una pena, a cui del resto era già preparato. Cosma e Damiano, i suoi

concittadini, i suoi compagni di stenti e di pericoli, venivano a

prendere commiato da lui.

--Messere,--gli disse Damiano,--avete comandi da darci per Genova?

--Come? voi volete già andarvene?

--Sì, oggi stesso, se non vi dispiace. L'occasione è qui, l'afferriamo

per il classico ciuffo. In altre parole,--soggiunse Damiano,--salpa di

qui, nella notte, la _Bella Maghellona_, una galeotta genovese; io la

sposo, e Cosma mi accompagnerà nel viaggio di nozze.

--Beato voi! sempre di buon umore;--disse l'almirante.

--Ma sì! perchè mi guasterei il sangue con le malinconie?--rispose

Damiano.--Ho studiato tanto di medicina da intendere che non me lo

aggiusterebbe più nessuna ricetta.

--E non ci rivedremo più, miei signori?

--Chi sa?--disse Cosma.--Non verrete voi mai a salutare la patria?

--La patria!--esclamò sospirando il navigatore Genovese.--Ora, la patria

mia è quello spazio di mare che va dalla foce del Guadalquivir al porto

del Natale. Lo scopritore è incatenato alle sue scoperte, come il Titano

alla sua rupe.

--Con la giunta dell'avvoltoio; la grazia!--rispose Damiano.--E

tuttavia, messere.... Cosma vi ha detto: chi sa? Io vi rispondo:

sicuramente. Ci rivedremo, messere. Vado a Genova e torno.

--Ah, bene! Faccio assegnamento su voi. Ma non saprò io per intanto chi

siete voi due?

--È giusto;--disse Cosma.--Nell'atto di ringraziarvi, il meno che

possiamo fare è di dirvelo. Giano di Campo Fregoso è il mio nome.

--E il mio, Bartolomeo Fiesco;--disse Damiano.

--Due nemici, una volta, e due rivali;--riprese Giano Fregoso;--ora due

fratelli nella vostra gloria, a cui siamo orgogliosi di essere stati

compagni.

--Bravi! e siate fratelli sempre;--rispose Cristoforo Colombo, dopo

averli abbracciati.--E ciò sia per conforto di quella povera patria, a

cui vi prego di portare il mio reverente saluto. Vedevo ieri gli

ambasciatori di Genova non lieti, e mi pareva d'intenderne la cagione.

Essi certamente pensavano che la bella impresa da cui eravamo tornati

noi, si sarebbe potuta compiere con forze genovesi, se ai grifi di

Genova non avessero tarpate le ali le sue maledette discordie. Ma io

pensavo in pari tempo un'altra cosa, e più grave. A danno delle

repubbliche Italiane i grandi Stati si vanno formando e fortificando in

Europa. Oggi, neanche la nostra concordia basterebbe più a scongiurare

quel danno. La nostra Repubblica non ha terra, alle spalle, e va

perdendo l'imperio dei mari; intanto i suoi cittadini non pensano

neanche a prepararle un glorioso tramonto. Questo, per Genova, è peggio

del non aver favoriti essa i disegni di un suo figlio devoto. Come ci

rialzeremo noi, Italiani, da questa miseria? e quando? Non è dato a noi

di prevedere il tempo e le vie; perciò siamo tristi. Ma voi, amici, voi

gentiluomini, non fate nulla che aggravi le tristezze e accresca i danni

alla madre comune. Tristi morrete anche voi, ma senza rimorsi. Andate

ora, nel nome di Dio, ricordate ed amate.--

_Fine_.

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_Il terzo romanzo colombiano che fa seguito a «Le due Beatrici»

e a «Terra Vergine» porterà per titolo_:

*I figli del Cielo.*

----

OPERE di A. G. BARRILI.

_Capitan Dodéro_ (1865). 12.ª ediz. L. 1 --

_Santa Cecilia_ (1866). 10.ª ediz. 1 --

_Il libro nero_ (1868). 4.ª ediz. 2 --

_I Rossi e i Neri_ (1870). 5.ª ediz. (2 vol.) 2 --

_Le confessioni di Fra Gualberto_ (1873). 13.ª ediz. 1 --

_Val d'olivi_ (1873). 18.ª edizione 1 --

_Semiramide_, racconto babilonese (1873). 8.ª ediz. 1 --

_La notte del commendatore_ (1875). 2.ª ediz. 4 --

_Castel Gavone_ (1875). 10.ª ediz. 1 --

_Come un sogno_ (1875). 23.ª ediz. 1 --

_Cuor di ferro e cuor d'oro_ (1877). 18.ª ediz. (2 vol.) 2 --

_Tizio Caio Sempronio_ (1877). 2.ª ediz. 3 50

_L'olmo e l'edera_ (1877). 18.ª ediz. 1 --

_Diana degli Embriaci_ (1877). 2.ª ediz. 3 --

_La conquista d'Alessandro_ (1879). 2.ª ediz. 4 --

_Il tesoro di Golconda_ (1879). 12.ª ediz. 1 --

_Il merlo bianco_ (1879). 2.ª ediz. 3 50

-- Edizione illustrata (1890). 5.ª ediz. 5 --

_La donna di picche_ (1880). 6.ª ediz. 1 --

_L'undecimo comandamento_ (1881). 10ª ediz. 1 --

_Il ritratto del Diavolo_ (1882). 3.ª ediz. 3 --

_Il biancospino_ (1882). 9.ª ediz. 1 --

_L'anello di Salomone_ (1883). 3.ª ediz. 3 50

_O tutto o nulla_ (1883). 2.ª ediz. 3 50

_Fior di Mughetto_ (1883). 4.ª ediz. 3 50

_Dalla Rupe_ (1884). 5.ª ediz. 3 50

_Il conte Rosso_ (1884). 3.ª ediz. 3 50

_Amori alla macchia_ (1884). 3.ª ediz. 3 50

_Monsù Tomè_ (1885). 3.ª ediz. 3 50

_Il lettore della principessa_ (1885). 3.ª ediz. 4 --

-- Edizione illustrata (1891). 5 --

_Victor Hugo_, discorso (1885). 2 50

_Casa Polidori_ (1886). 2.ª ediz. 4 --

_La Montanara_ (1886). 7.ª ediz. 2 --

-- Edizione illustrata (1893). 5 --

_Uomini e bestie_ (1886). 2.ª ediz. 3 50

_Arrigo il Savio_ (1886). 2.ª ediz. 3 50

_La spada di fuoco_ (1887). 2.ª ediz. 4 --

_Il giudizio di Dio_ (1887). 4 --

_Il Dantino_ (1888). 3.ª ediz. 3 50

_La signora Àutari_ (1888). 3.ª ediz. 3 50

_La Sirena_ (1889). 5.ª ediz. 1 --

_Scudi e corone_ (1890). 2.ª ediz. 4 --

_Amori antichi_ (1890). 2.ª ediz. 4 --

_Rosa di Gerico_ (1891). 3.ª ediz. 1 --

_La bella Graziana_ (1892). 2.ª ediz. 3 50

-- Edizione illustrata (1893). 3 50

_Le due Beatrici_ (1892). 5.ª ediz. 1 --

_Terra Vergine_ (1892). 5.ª ediz. 1 --

_I figli del cielo_ (1893). 6.ª ediz. 1 --

_La Castellana_ (1894). 2.ª ediz. 3 50

_Fior d'oro_ (1895). 4.ª ediz. 1 --

_Il Prato Maledetto_ (1895). 3 50

_Galatea_ (1896). 3.ª ediz. 1 --

_Diamante nero_ (1897). 3.ª ediz. 1 --

_Sorrisi di gioventù_ (1898). 2.ª ediz. 3 --

_Raggio di Dio_ (1899). 2.ª ediz. 1 --

_Lutezia_ (1878). 2.ª ediz. 2 --

_Con Garibaldi, alle porte di Roma_, ricordi (1895). 4 --

_Zio Cesare_, commedia in cinque atti (1888). 20

Terra vergine: romanzo colombiano · 第 9 / 10 题