sorriso.--Sta a vedere che quella palma è per te! Infine, non hai tu
trionfato? e non la meriti? Ma pur troppo, amico mio, non è una foglia
di palma. Tura gli orecchi, Damiano; è un pappagallo.
--Che il diavolo si porti anche quello;--gridò Damiano.--Ma perchè poi
dovrebbe essere destinato a me? Non sei tu il capo della spedizione? I
donativi vanno al comandante, mi pare.--
Il naturale si avvicinava. Quella sua pelle color di rame non permetteva
agli Europei di riconoscerlo. Ma bene lo distinse l'interpetre.
--Marito a Caritaba;--diss'egli.
--Che cosa ti dicevo io?--mormorò Cosma all'orecchio di Damiano.--È il
marito della bella: ti porterà un ultimo saluto di lei.--
Era infatti il marito dell'indiana, a cui erano state fatte tante buone
accoglienze il giorno innanzi, e tanta festa un'ora prima. Veniva egli
con un pappagallo nel pugno; e giunto alla presenza degli Spagnuoli,
guardò un poco nel crocchio, per cercare il suo uomo; lo ritrovò, diede
un grido, e gli offerse il pappagallo, dicendo con breviloquenza
spartana:
--Caritaba.... Damiano.
--Cari....--balbettò Damiano, confuso.
--Caritaba;--gli rispose una voce.
Ma non era la voce dell'indiano; era la voce del pappagallo.
--Diciamo dunque Caritaba;--conchiuse Damiano, rassegnandosi.--E tu,
Cusqueia, sapientissimo tra gli araldi, chiedi a questo ottimo naturale
per qual ragione abbia portato a me un così maraviglioso presente.--
L'interpetre capì ad un bel circa il pensiero di Damiano. E parlò al
marito di Caritaba; ne ebbe la risposta, e la riferì prontamente a
Damiano.
--Caritaba,--diss'egli,--contenta dono Damiano. Figli del cielo amare
bestie parlanti. Caritaba mandar bestia parlante Damiano.
--Grazie!--rispose Damiano, commosso, ma non fino alle lagrime.--Dica
quell'ottimo naturale alla sua dolce metà che io terrò questo pappagallo
sul mio cuore, finchè mi duri la vita.--
L'interpetre capì quel che potè, disse quel che gli parve meglio, e fece
saltare quell'altro dalla gioia.
--È contento vedi? è contento;--rispose Damiano.--Ma già, quell'ottimo
naturale ha il suo segreto in corpo. Egli ha letto Plutarco, e sa il
motto di Temistocle: a nemico che fugge, ponte d'oro.--
Il marito della bella indiana levò le mani, salutando; fece una
giravolta da ballerino, e prese il volo verso il villaggio.
--Guarda,--disse Cosma,--guarda come è bene arnesato.
--Arnesato, di che? Mi par nudo.
--Non vedi? Ha la tua fascia rossa alle reni.--
Damiano guardò, e riconobbe la fascia che egli aveva donata un'ora
innanzi alla bella Caritaba.
--Ah figlio di cane! e cane egli stesso!--gridò.--Ma quell'altra....
quell'altra, che gli ha ceduto il mio regalo!
--Caro mio, non accusare quella povera donna. Non avrà potuto rifiutarlo
ad una domanda del suo signore e padrone. Quella fascia, del resto, era
arnese da uomini; doveva andare ad un uomo. Egli ha veduto che tu la
portavi in cintura; l'ha voluta, e l'ha messa anche lui in cintura.
--O giù di lì!--disse Damiano.
--Ma di che ti lagni, uomo incontentabile?--riprese Cosma.--È venuto
ancora a portarti il cambio del tuo presente; il pappagallo, la bestia
parlante....
--Cosma!--brontolò Damiano.--Giobbe aveva parecchi amici; tre, se io
ricordo bene la Sacra Scrittura. Ma io ne ho uno, che fa per trenta.
--Mi rinchiudo nel mio guscio,--rispose Cosma,--e non ti dico più
nulla.--
Damiano se ne ritornò verso la costa, tenendo sul pugno il suo
pappagallo, che di tanto in tanto gli veniva ripetendo:
--Caritaba!
--Sì, Caritaba! e aggiungi anche _taorib_, bestia malnata!--borbottava
Damiano.--Io dunque ti porterò in Europa, perchè tu m'introni sempre gli
orecchi, con quel tuo Caritaba?
--Senti,--si provò a dirgli Cosma,--ora tu sei maravigliosamente
ingiusto. Vorresti dunque che egli ti dicesse.... Samana?
--Ah sì, non ci mancherebbe più altro;--rispose Damiano.--Ma infine, tu
mi ci fai pensare: qui non è tutto male. Caritaba val meglio di Samana;
alla Spagnuola è scongiurata la mala sorte di Bohio. Mi dirai che mi
contento di poco. Ebbene, che fa? Uno sguardo, una parola, un pensiero,
un ricordo; ecco l'amore.
--Caritaba!--gracchiò il pappagallo.--Caritaba!
--O senti, tu! non potresti cambiarmela, una volta tanto, la
musica?--gridò Damiano, seccato.--Dirmi, per esempio, Caratiba?
Carabita? Catariba? Ah sì, perbacco, Catariba. È quasi come dir
Catarina; non è vero, Cosma?--
Cosma non rispose più sillaba. Si era per davvero rinchiuso nel suo
guscio.
Quella sera, udita la relazione de' suoi messaggeri, Cristoforo Colombo
depose la speranza, o l'illusione, di essere pervenuto ai confini
orientali del Cattaio, e di dover mai, per quel viaggio almeno, usare
della scienza poliglotta di don Luigi de Torres.
Selvaggi, selvaggi, ancora, selvaggi sempre. Terra vergine, adunque: e
non era la realtà più bella del sogno?
_Capitolo VIII._
Nel quale si ripete su per giù la medesima storia.
Dobbiamo noi raccontare partitamente ogni cosa? riferire ogni
particolarità del viaggio di Cristoforo Colombo? Badate, lettori
umanissimi; si ruberebbe il mestiere al buon Las Casas, vescovo di
Chiapa, il quale ha narrato tutto per filo e per segno; oppure a
quell'altro scrittore, che corre il mondo sotto il nome di Fernando
Colombo, figliuolo dell'almirante e di donna Beatrice Enriquez, fingendo
di narrare la vita del suo genitore immortale, e non facendo altro che
copiare il Las Casas. Del resto, intorno ad Haiti, come intorno a Cuba,
come intorno a tutte le isole scoperte nel primo viaggio di messer
Cristoforo, troppe cose, nel seguirsi che fanno, si rassomigliano; e voi
fareste colpa al narratore di una monotonia, ch'egli, per amor vostro,
vorrebbe ad ogni costo evitare..
Ecco qua, per esempio. La mattina del 14 dicembre, persuaso di non
essere in vicinanza del Cattaio, l'almirante si muove con le due
caravelle per andare un'altra volta in traccia della favolosa Babeque. I
venti contrarii glielo impediscono, ed egli si contenta di visitare
un'isola che si vede all'orizzonte, di rimpetto ad Haiti. Ci arriva, e
dall'abbondanza di tartarughe marine che ritrova in quelle acque, dà
all'isola nuova il nome di _Tortugas_. Anche là i naturali scappano dal
lido, alla vista degli stranieri; anche là il paese è amenissimo; una
valle stupenda riceve il nome di Paradiso; un bel fiumicello è
battezzato (della sua propria acqua, m'immagino) col nome di
Guadalquivir. Dopo di che, nel giorno 16 dicembre, l'almirante rimette
alla vela, e, se ne ritorna ad Haiti, o alla Spagnuola, se meglio vi
piace.
In una rada, che porta oggi ancora il nome di _puerto de Paz_,
l'almirante fece a mala sorte buon viso; approfittò della inerzia a cui
lo obbligavano i venti contrari, per stringere più intime relazioni coi
naturali dell'isola. E là ricevette la visita di un giovane cacico, che
pareva aver fatti i suoi studi in Europa. Era venuto alla spiaggia in
lettiga, portato da quattro uomini, e scortato da dugento. Quando egli
giunse a bordo della _Santa Maria_, l'almirante era a tavola, co' suoi
ufficiali. Voleva alzarsi, per ricevere l'augusto visitatore; ma
l'augusto visitatore non lo permise, e nella sua lingua, che tosto
tradusse un interpetre, lo pregò di non far cerimonie. Egli aveva
lasciati i suoi uomini, parte a terra, e parte nelle piroghe; due soli
lo accompagnavano alla mensa dell'almirante, due vecchi, forse due
ministri, forse due consiglieri aulici. Cristoforo Colombo gli offerse
di prender parte al suo modesto desinare; e il cacico si degnò di
assaggiare, forse per mostrargli di aver gradita la cortesia, ma subito
passando il cibo ai suoi consiglieri. I quali stavano attenti a
guardarlo, spiando ogni moto delle sue labbra, come se volessero
coglierne a volo le idee, prima che fossero compiute le frasi. Tutte
cose, come vedete, che somigliano a quelle d'ogni tempo in Europa. Ma
già, è noto all'universo mondo che noi non abbiamo inventato nulla;
neanche la polvere da cannone. E non mi stupirebbe, a questo proposito,
se un giorno o l'altro si venisse a sapere che i Cinesi, duemil'anni fa,
avevano già inventata la polvere senza fumo. Nel qual caso, a noi non
resterebbe altra gloria che di avere inventato il fumo senza arrosto,
che è, come a dire, la polvere negli occhi.
Il giovane cacico offerse all'almirante una cintura di grazioso lavoro,
e due piastrelle di quel prezioso metallo che ad ogni approdo gli
Spagnuoli vedevano in troppo piccola quantità, sentendosi dir sempre che
le miniere, o i depositi naturali, o i tesori pubblici, si ritrovavano
più in là, verso levante, o più su verso settentrione; ora a Bohio, ora
a Babeque, ora a Cibao. Che diavolo intendessero dire i selvaggi delle
Lucaie, o delle Antille, con certi nomi di luoghi lontani, è rimasto un
arcano nella storia.
Cristoforo Colombo ricambiò nobilmente i donativi del giovane cacico. In
primo luogo gli diede un pezzo di stoffa colorata, che molto gli
piacque, e di cui certamente egli si fece fare, dal sarto di Corte, un
mantello regale; poi una coroncina di chicchi d'ambra, perchè dicesse le
sue preghiere, quando fosse diventato cristiano; quindi un paio di
scarpe di cordovano, che gli avranno procacciate le prime delizie della
Venere.... Callipigia; da ultimo una boccetta d'acqua di fior d'arancio.
E ci si venga poi a sostenere che i maggiori dell'immortale Genovese non
erano di Quinto!
Qui si scherza un pochino per rallegrar la materia; ma non ignorando
neppure che ogni bel giuoco dura poco. L'almirante mostrò al giovane
cacico alcune monete d'oro, all'effigie di Ferdinando e di Isabella,
tentando, con l'aiuto degli interpetri, di fargli capire che quelle due
immagini esprimevano i volti di due potenti sovrani, dalle cui terre
egli era venuto, attraverso l'Oceano. Il cacico ammirò, ma non volle
intender altro che questo: che gli stranieri in mezzo a cui si
ritrovava, erano venuti dal cielo. Poveri naturali del nuovo mondo! e
poveri, sopra tutti gli altri, i naturali di Haiti! Mai fu presa da
creature umane una cantonata più solenne di questa.
Il ricevimento era finito, e il giovane cacico fu ricondotto a terra nei
bargio dell'almirante. Mentre egli approdava, si sparavano in suo onore
i cannoni della _Santa Maria_ e della _Nina_. Egli rimontò in lettiga, i
portatori si rimisero in moto, e la processione dei suoi sudditi si
distribuì nell'ordine con cui era venuta. Non c'era altro di nuovo che i
presenti dell'almirante, portati in gran pompa da due naturali, che
camminavano davanti al lettighieri. Pareva un trionfo romano in
miniatura.
In quei giorni, Cristoforo Colombo seguitò a costeggiar l'isola di
Haiti, piantando croci qua e là, per far atto di possesso, e dando nomi
a nuovi porti, a nuove rade che andava visitando. Quando fu nel porto di
San Tommaso, nella moderna baia di Azul, ebbe la visita di altri cacichi
a bordo, tutti amici, tutti confidenti ad un modo, e desiderosi d'una
visita ai loro distretti. Ma non si potevano contentar tutti; si
rimandavano consolati a mezzo con le buone accoglienze e coi soliti
donativi, in ricambio delle solite piastrelle d'oro.
Una visita di maggiore importanza fu ricevuta il 22 dicembre, essendo le
navi in prossimità della Punta Santa; un nome attenuato dai moderni
nell'altro di Punta onorata. Si avvicinò al bordo della nave capitana
una grande piroga, piena di naturali, inviati da un potente cacico,
chiamato Guacanagari, che governava tutta quella parte dell'isola.
Il principale di quegli inviati portava in dono all'almirante una larga
cintura, ingegnosamente fatta di osso e di chicchi colorati, ed una
maschera di legno, i cui occhi, il naso e la lingua, erano d'oro. Recava
inoltre una imbasciata a nome del suo signore, il quale pregava che si
conducessero le due caravelle rimpetto alla sua residenza, situata sul
promontorio a cui l'almirante aveva imposto il nome di Punta Santa,
ricordato poc'anzi.
Il vento, che soffiava al traverso, non permetteva di contentare il
desiderio di Guacanagari. L'almirante pensò di restituire per intanto la
visita, e nella medesima forma che aveva usata il cacico.
--Rodrigo di Escobar,--diss'egli allo scrivano della piccola
armata,--voi siete regio notaio; a voi si pertiene di rappresentarmi in
questa circostanza, presso questo cacico Guacanagari, che dicono essere
il principe più ragguardevole di quest'isola. Volete andar voi a
portargli i miei ringraziamenti, e i miei donativi?
--Io farò in tutto secondo i comandamenti di Vostra Eccellenza;--rispose
il degno tabellione.
--E voi altri, già si capisce,--soggiunse l'almirante, volgendosi ai due
Genovesi,--come pratici di queste spedizioni, accompagnerete don
Rodrigo.
--Ai vostri ordini, messere;--rispose Cosma, per sè e per l'amico
Damiano.
Damiano, del resto, aveva già risposto per conto suo, dandosi una
stropicciata di mani.
--Senti,--diss'egli sottovoce a Cosma,--questa volta rifiuto i
pappagalli.--
Si erano messi in cammino, Rodrigo di Escobar, due Spagnuoli, i due
Genovesi, e Cusqueia, il naturale di Cuba. I primi tre andarono insieme;
l'ultimo per dar ragione alla massima evangelica, andava innanzi a
tutti; i due Genovesi chiudevano la marcia.
--Mi sai dire, Damiano,--incominciò Cosma, quando si fu avviato il
drappello,--perchè tu sei sempre così....--
E non sapeva risolversi di finire la frase.
--Così.... come sarebbe a dire?--chiese Damiano.
--Così.... dedito agli amori;--soggiunse Cosma.--Tu non pensi più altro,
oramai.
--Non mi pare, Cosma, non mi pare. Cita dei fatti, se n'hai.
--Dei fatti, no, veramente; ma i tentativi, le intenzioni, non si
contano più. Tu pigli fuoco peggio dell'esca.
--Meglio, se mai!--disse Damiano.--Ti raccomando la proprietà della
lingua.
--E meglio sia;--disse Cosma.--Tu dunque lo ammetti, di essere diventato
troppo tenero? E ti capisco, sai? ti capisco.
--Ah sì, sentiamo che cosa capisci.
--Che tu cerchi di passarla, di obliare, di affogare i tuoi dolori nelle
pazze avventure, come un altro li affogherebbe nel vino.--
Damiano stette un poco in silenzio; tanto che l'altro immaginò di
essersi apposto al vero.
--È così,--riprese Cosma,--non puoi negarlo.
--Senti,--rispose pacatamente Damiano,--t'inganni. Ma già, è il tuo
costume. Tu hai preso sempre lucciole per lanterne, mio buon amico. Ti
ricordi, a Pavia, di quella bella dama che vedevamo là, dalla Torre del
pizzo in giù? Una volta ebbe a dirtelo chiaro e tondo: Messer Gi.... oh
scusami! volevo dire: messer Cosma.... dove avete la testa? E a me la
divina signora Eleonora soggiungeva in disparte: «il vostro amico non è
mai presente a quel che dice, nè a quello che fa; perchè studia la
medicina? non potrebbe studiare l'astrologia, o la cabala?»
--Tira via!--disse Cosma.--È storia antica.
--E di tutti i giorni, per te. Le alte cagioni che la signora Eleonora
non sapeva, persistono. Tu sei l'uomo dell'unico amore, ed io non te ne
faccio le mie congratulazioni; no, perchè tu sei un malato cronico. E
vuoi che tutti siano malati come te. No, caro; io son risanato. Che cosa
t'ho a dire? avevo il petto sano, io. Sicuramente, ho sofferto ancor io
la mia parte; ma poi ho fatto un ragionamento.... Hai tu mai osservato,
Cosma, che la filosofia è la pietra di paragone dello spirito? Quando un
uomo può filosofare, è forte; quando non può più filosofare, è fritto.
--E tu hai sempre filosofato!
--No, pur troppo, non sempre. Fritto, per verità, non sono stato mai; ma
ad un bel punto di cottura, sì, quella volta sono stato, come tanti e
tanti altri. Ma poi, ho capito, ed ho riconquistata la mia freschezza di
mente. _Mens sana in corpore sano_. Infine, a qual pro' tutte queste
pene d'amore? Un pochettino di febbre, non dico di no, tanto per
ravvivar gli occhi e dar colore alle guance. Specie quando la gioventù
incomincia a mancare. Ah, la gioventù, caro amico! quella è una gran
cosa. Fino a tanto c'è quella, non muor la speranza.
--Speranza!--disse Cosma.--Di che?
--Di passare qualche giorno allegro, che diamine! di aver l'illusione e
il gusto superficiale di tutte le cose che ad approfondirle troppo ti
dànno invece il dolore. E qui, perbacco, nel nuovo Mondo, io voglio
tante allegrezze quanti dolori mi ha cagionati il vecchio. Mi dirai che
non per questo siamo venuti di laggiù, a raggiungere il nostro
concittadino, per trovar nuova terra o affogare con lui. Ma al disegno
per cui siamo venuti, siamo stati fedeli; non ti pare? Quanto a me, se
ho adempiuta per questa parte la mia promessa, posso anche darmi bel
tempo, non vedere che il mio capriccio, non seguire che quello. Vedere,
conoscere, saper tutto quello che si può, ed abbracciare altrettanto,
ecco la vita del savio.
--Sopra tutto abbracciare!--disse Cosma.
--Eh, forse;--rispose Damiano.--Ma capisco che un uomo non basterebbe.
Ah, se tutte le donne del mondo avessero una testa sola!
--Bravo! e se in quella testa ci fossero due occhi che non ti vedessero
volentieri!...
--Taci! incomincio a credere che sia così.... anche al nuovo Mondo. E mi
pare di averne trovata la ragione, sai? L'altro giorno, vedendomi in
quel coccio di spera che ci è rimasto per guardarci le macchie sul viso,
ho notato che i miei capelli son neri. E tu sei biondo, Cosma, sei
biondo a quel dio! Ma che cosa vuol dire, che quando una donna si vede
davanti due uomini, un bruno ed un biondo, ella è molto cortese col
bruno, e molto tenera col biondo?--
Cosma rispose alla domanda con una alzata di spalle.
--Ubbie!--esclamò.
--Eh, niente ubbie, verità sacrosante. Non ti parlerò della vecchia
Europa, che m'annoia, solamente a pensarci. Ma ecco qua delle donne
nuove, degli occhi innocenti, dei vergini cuori. Che cosa fanno?
Sorridono al bruno, ma scelgono il biondo. Cosma _taorib_! E sai perchè
ti trovano _taorib_?
--Non dir sciocchezze, via! Per una che ha preso questa cantonata, c'è
da fare un trattato? Samana ha commesso l'errore; Caritaba lo ha
riparato.
--Ah sì, parliamo di Caritaba! Che cosa n'ho avuto? Un pappagallo; un
pappagallo che, bontà sua, mi ha levato l'incomodo la mattina seguente,
rivolando alla spiaggia.
--E dovevi tenerlo per tutta la vita sul cuore!
--Già, per farmi beccare il costato, come un altro Prometeo! Non più
pappagalli, mio caro, nè avvoltoi, nè altre bestie che ti rodano il
cuore. Ce n'ho già abbastanza della gelosia che m'inspirano i biondi. Tu
mi guardi, Cosma? Ebbene, sì, questa è la verità; non ero geloso di te,
in Europa, e mi pare di avertelo dimostrato, da galantuomo; sono geloso
qui, dei tuoi capelli biondi e della tua aria da serafino. Anzi, senti,
volevo dirtelo l'altro giorno, e poi mi sono pentito; facciamo ancora
una prova, ho detto tra me.... Se la prova mi viene come a Bohio, ti
pregherò, caro amico.... quando ci siano spedizioni da fare, ti pregherò
con molto garbo, a discendere a terra tu solo, o di lasciare che scenda
solo io, per correre la mia ventura da solo.
--Matto!--disse Cosma, sorridendo.
--Ah sì, matto mi chiami? Così tu potessi chiamarmi biondino!
--Pure,--ripigliò Cosma,--la tua tesi non regge. Giulio Cesare, di cui
vorresti augurarti le fortune, aveva neri i capelli.
--Non mi parlar di Cesare; quello era calvo come un ginocchio; tanto che
gli permisero di metter corona d'alloro.
--Augusto, allora.
--Lascialo stare; doveva esser calvo anche lui. Non ti ricordi che
portava sempre il cappello in testa, perfino quando era nelle sue
camere, per paura d'infreddarsi? Lo racconta Svetonio. Parlami dei
biondi, Cosma; parlami d'Apollo.
--Apollo.... è il sole. Rammenta la sua bella statua di bronzo dorata,
che ammiravamo a Pavia.
--Il Regisole, sicuramente. E vorrei avere i suoi capelli d'oro, e durar
come lui. Ti vorrei vincere, allora! ti vorrei sopraffare!--
Cosma sorrideva dei pazzi discorsi di Damiano. Intanto, con quei
discorsi, non si era veduta la strada. Ma di questa si davano pensiero i
tre Spagnuoli e l'interpetre.
--Signori,--disse Rodrigo Escobar, rivolgendosi indietro,--voi siete
molto allegri, quest'oggi!
--E come no, don Rodrigo?--disse di rimando Damiano.--Si va alla corte
di Guacanagari, un re potente e ricco, che vorrà, speriamo, accoglierci
degnamente.
--E voi vi preparate all'udienza,--ripigliò l'Escobar,--parlando tra voi
una lingua.... una lingua....
--Indiavolata, volete dire? Badate, don Rodrigo: è lingua genovese, e
molto somiglia alla catalana.
--Non mi pare. Del catalano qualche cosa capisco; del vostro genovese
non capisco niente.
--Quanto avete guadagnato, don Rodrigo!--esclamò Damiano.--E quanto
abbiamo guadagnato noi!--soggiunse egli mentalmente.
Intanto erano giunti sull'erta, alla vista dell'abitato. La città di
Guacanagari sorgeva per l'appunto sovra un ripiano, il cui lembo estremo
pendeva sul dirupo a cui Cristoforo Colombo, vedendolo da lungi, aveva
imposto il nome di Punta Santa. Le case erano molte, e regolarmente
spartite, almeno sulle vie principali; ed erano case di legno, sì, ma
edificate con un certo garbo artistico, e con qualche idea di disegno,
specie per il modo in cui erano disposti i tronchi di pino, che tenevano
luogo di mura maestre.
È stato detto (da un matematico, sicuramente) che Iddio, in cielo,
geometrizza; e gli uomini, aggiungo io, gli uomini, fatti a similitudine
sua, geometrizzano in terra. Il quadrilatero, l'esagono, l'ottagono, il
circolo, il cono, son forme geometriche familiari al selvaggio; e queste
forme egli esprime naturalmente nella casa, quando incomincia a
fabbricarsene una. Il circolo e il globo sono ancora le sue forme
predilette, quando ha da foggiare il primo calice e il primo vaso di
terra. Su quella stoviglia, poi, egli imprimerà i primi segni della sua
arte bambina, in poche linee regolari, geometriche per conseguenza;
spezzate, s'intende, ma ripetute con uniformità matematica. Una cosa
sola non saprà farvi, nè seguitare, fino a che non abbia inventate le
seste: dico la linea diritta. Ma l'uomo non è nato perfetto. E poi,
anche dopo l'invenzione delle seste.... non so se mi spiego.
Le case dunque erano fatte con garbo, ed anche disposte in bell'ordine,
ognuna d'esse col suo giardino intorno: cose da selvaggi, che gli uomini
civili non si sono più curati d'imitare. Ed erano belle a vedersi da
lungi, coi loro tetti acuminati, intessuti di foglie di palma, per modo
che la pioggia vi potesse scorrer sopra, senza far visite a domicilio.
Ed erano anche belle a vedersi da vicino, con le loro finestre sotto la
gronda del tetto; talune con un terrazzino all'ingiro, talaltre coi loro
porticati a pian terreno, facilmente, anzi naturalmente ottenuti dalla
disposizione delle antenne, dei tronchi d'albero che sostenevano
l'edifizio, non avendo nel mezzo altro ingombro che una scala di bambù,
per la quale si ascendeva alle stanze, e che probabilmente all'ora del
riposo si tirava su in casa, per maggior sicurezza. Ma forse questa è
una mia supposizione, che fa onta ai costumi di quell'ottima gente.
Animali feroci, giaguari o gatti salvatici, non ce n'erano, nell'isola
di Haiti; nè l'idea di nuocere all'uomo era ancor penetrata nello
spirito dell'uomo; donde è facile indurre che quelle scale di bambù
restassero anche di nottetempo al posto loro. In qualche luogo le
antenne, o pali che vogliam dire, sparivano sotto una gaia veste di
verde; grazioso lavoro di piante rampicanti, che mandavano la pompa
delle foglie di smeraldo e i lor grappoli di fiori odorosi a rallegrare
il terrazzino soprastante. Le vie del paese erano larghe, come dovevano
essere in un luogo dove il bisogno non misurava lo spazio: e la piazza
maggiore, poi, non aveva nulla da invidiare ai villaggi d'Europa.
Questa era, veduta esternamente, la capitale di Guacanagari. Le case,
vedute di dentro, avrebbero fatto morir d'invidia, non pure le massaie
di tanti nostri villaggi, ma delle istesse città.
Il popolo, nell'ora in cui giunsero i messaggeri delle navi, era tutto
fuori dell'abitato ad accoglierli. In quella folla color di rame erano
spruzzate le gaie note del bianco e del rosso, indizio primo e sicuro
d'un principio di vestimenta. Le donne, infatti, portavano quasi tutte
certi guarnelletti di cotone, che si stringevano alla vita e non
giungevano al ginocchio, lasciando scorgere tutta la eleganza del busto
e le gambe fini e nervose. Meno coperti erano gli uomini, contenti della
lor fascia alle reni; ma essi mettevano tutta la cura dell'adornamento
mascolino nelle loro capigliature, legate a ciuffo sull'alto della
testa, un po' verso la nuca, donde usciva a mo' di cresta di pavone un
piccolo fascio di penne, verdi, rosse, gialle ed azzurre. Uomini e donne
avevano la carnagione d'un bel colore metallico; di rosso cupo, come la
terra di Napoli, con una velatura di lacca carminata; il color di rame,
insomma, quando lo esalta e lo rallegra la viva luce del sole. A questo
color di carnagione bisogna farci l'occhio, lo capisco ancor io; ma
domandate a Damiano, che ci si era avvezzato, e sarà capace di
rispondervi: facce pallide, guance smorte, cere d'ospedale, voi siete i
frutti d'una civiltà di stufa; venite alla Spagnuola, e vedrete di che
tinta abbia creato Domineddio il primo uomo, del quale io veramente non
so che farmi, e la sua dolce compagna, che mi preme assai più.
Diavolo d'uomo, quel Damiano! Ma sapete voi che prima d'entrare in paese
egli aveva fatti i suoi apparecchi di civetteria? In primo luogo si era
diligentemente ravviati i capelli; poi s'era arroncigliati i baffi in
forma di due rubacuori; da ultimo aveva fermate un po' meglio nella
rivolta della berretta alcune penne di pappagallo, che il giorno innanzi
aveva ritrovate nei boschi. Sicuramente, il nostro allegro Genovese
voleva far colpo sulle belle suddite di Guacanagari. Ah, se per colmo di
fortuna fosse stato anche biondo!
Furono accolti, come al solito, da grida festose. Tutto quel popolo
acclamante si era precipitato incontro a loro, e si accalcava ai lor
fianchi, ma con rispettosa foga, se mi è lecito di accoppiare due
concetti come questi, che a tutta prima sembrano escludersi l'un
l'altro. Voglio dire, del resto, che la calca festante non si buttava in
mezzo alle persone che voleva onorare, non cercava di romperne le file,
di travolgerne, di sballottarne, di soffocarne le parti disgiunte, come
farebbe in simili casi ogni folla civile d'Europa. Sentite, i selvaggi
hanno del buono assai; quasi quasi vo sulle tracce di Damiano, mi fo
selvaggio ancor io.
Guacanagari, il cacìco della regione, sedeva nel mezzo della gran piazza
centrale, circondato da tutta la sua casa, figliuoli, donne, guerrieri e
servitori. Lo spettacolo non era senza maestà. Le lance e gli scudi,
senza alcuna traccia di metallo, non scintillavano al sole; ma nella
regolarità della loro disposizione contentavano l'occhio, mentre lo
rallegravano i vivi colori dei guarnelletti, dei mantelli, delle fasce
di cotone, che spiccavano per entro a quella massa di rame.
L'aggruppamento delle persone, poi, dava un aspetto sommamente
pittoresco alla cerimonia che stava per cominciare.
Alla vista di quell'apparecchio solenne, i messaggeri si fecero più
gravi nel volto e più composti negli atti. Rodrigo di Escobar, tutto
compreso della sua dignità di ambasciatore, come lo era sempre della sua
dignità di regio notaio, si fece avanti di due passi sulla prima fila
dei suoi colleghi. Da un lato, e in disparte, conscio dell'ufficio a cui
era destinato dalla sua parlantina, si avanzava il naturale di Cuba,
come nelle ordinanze militari il guidone a sinistra.
All'avvicinarsi dei messaggeri, e vedendo quello che veniva tutto solo
con tanta nobiltà di contegno, Guacanagari si alzò dal suo alto seggio
di bambù, e mise in atto di amicizia una mano sul cuore.
--Sei tu,--diss'egli,--il capo del figli del cielo?--
La domanda fu subito raccolta e tradotta da Cusqueia, che s'incaricò di
tradurre la risposta di Rodrigo d'Escobar:
--Non son io. Il capo dei figli del cielo deve invigilare i suoi uomini
e le sue grandi piroghe, a cui il vento contrario non permette di
avvicinarsi fino alla vista della tua sede reale. Egli manda un suo
ministro a salutarti, e a portarti il pegno di amicizia degli uomini
bianchi.
--Siano essi i ben venuti;--replicò nobilmente Guacanagari;--siano essi
gli amici miei, e di tutto il mio popolo.--
_Capitolo IX._
Come Damiano si persuase di non avere amato mai, prima d'allora.
Noi non istaremo a sentire tutti i discorsi che si fecero su quel tono,
il cacìco Guacanagari e il regio notaio Rodrigo di Escobar, essendo
intermediario il naturale di Cuba. Sono lunghi, troppo lunghi, i
discorsi che hanno bisogno d'interpetre; e per solito non sono neanche
piacevoli. Del resto, i due personaggi duravano già molta fatica a farsi
intendere dal loro intermediario, per il frastuono che si faceva intorno
a loro da una intiera tribù d'uomini, donne e fanciulli. La curiosità di
veder da vicino i figli del cielo era grande; tutti volevano
avvicinarsi, tutti volevano guardare e toccare. Sicuro, anche toccare.
Forse annettevano a quella tastatina la stessa virtù preservativa che
noi annettiamo, al toccare una santa reliquia. E per avvicinarsi tutti,
dovevano pigiarsi; per toccare, dovevano cacciarsi l'un l'altro; quei
che riuscivano ad avvicinarsi, a toccare, non si sarebbero più mossi di
là; donde gli spintoni, le grida, il tumulto, il baccano indiavolato,
che confondeva, a pochi passi di distanza, il cacico Guacanagari, il
notaio Rodrigo di Escobar, e l'interpetre Cusqueia.
Finalmente, il cacìco si alzò da sedere, volgendo da prima un gesto
autorevole, poi la parola alle turbe. Che cosa disse? Le turbe si
ritrassero umiliate: ma parecchi restarono al posto, battendo le palme
in segno di allegrezza; e subito, spartiti in manipoli, s'impadronirono
dei quattro compagni di Rodrigo di Escobar, mentre di lui s'impadroniva
il cacico in persona.
--Che cosa si vuole da noi?--gridò Damiano all'interpetre.--Che diavolo
ha detto il cacico?
--Figli del cielo, bisogna mangiare e poi riposare;--rispose
Cusqueia.--Amici consiglieri di Guacanagari condurre nelle case figli
del cielo.
--Ospitalità?--disse Damiano.--E niente banchetto nella casa reale?
Tanto meglio. E la fortuna assista ognuno di noi. Cosma mio bello,
salute!--
Cosma era già nelle mani di tre o quattro persone, che lo portavano, più
che non lo conducessero, verso il lato sinistro della piazza. Damiano si
lasciò trascinare verso il lato destro. E non era neanche scontento di
quella dolce violenza; neanche scontento di vedersi per un po' di tempo
lontano dalla eterna compagnia dei figli del cielo, suoi fratelli
amatissimi. L'amicizia è una bella cosa; ma qualche volta è pesante;
specie quando il cuore vi dice che essa non basta alla vostra felicità,
e che una.... Ma c'è egli bisogno di mettere i puntini sugli i?
Damiano era stato preso per le braccia da un vecchio, il quale gli
faceva un discorso e dei gesti vivaci. Egli non capì una parola del
discorso, ma indovinò dai gesti che la casa in cui lo avrebbero accolto
non era molto lontana. Anzi, tutt'altro, era in fondo alla piazza, e
molto vicina alla casa del re.
--Sono coi pezzi grossi;--pensò.--Cusqueia, del resto, lo ha detto:
amici e consiglieri di Guacanagari. Attento Damiano! qui bisognerà star
bene in gambe, e non far onta alla nostra eccelsa Repubblica.--
Col vecchio venivano due giovanotti, forse figliuoli, forse nipoti,
fors'anche generi del personaggio eminente. Generi!... Damiano pensò
naturalmente alle figlie. Infatti, dove son generi, son sempre
figliuole. Per contro, dove sono figliuole, non è ancor detto che i
generi abbondino.
Damiano si lasciava condurre, sorridendo alle frasi del vecchio,
sorridendo alle frasi dei giovani, sorridendo a tutti e a tutto. Si
sarebbe arrivati finalmente in qualche luogo, dov'egli potesse
continuare a sorridere, e con più gusto che allora.
E si arrivò davanti ad una capanna, la cui grandezza e l'architettura
esteriore promettevano assai. Le antenne, che salivano a sostenere il
gran tetto di palme, erano tutte vestite di gaio fogliame e di fiori,
bell'indizio di altri fiori ch'egli avrebbe ritrovati nell'interno. La
porta aveva stipiti di legno, intagliati rozzamente, ma di bella
apparenza, perchè l'intaglio era screziato di vivaci colori. In alto,
dove i grandi d'Europa mettono lo stemma e la corona, si vedeva un
bianco teschio d'animale, in mezzo ad un trofeo di frecce, spiedi, mazze
ed altre armi selvagge.
--Questo,--disse Damiano tra sè, poi ch'ebbe veduti quei simboli,--è
certamente il savio che presiede alle cose della guerra. Mi sia propizia
Minerva! Ma io, confesso il mio peccato, preferirei un'altra divinità.--
In quel mentre, una famiglia numerosa si affollava all'ingresso. E più
innanzi di tutti veniva una donna, vestita del suo guarnello bianco e di
un piccolo drappo girato ad armacollo dal fianco alle spalle.
--Che sia questa, Minerva?--pensò Damiano.--O non piuttosto la Giunone
di questo Giove sbarbato?--
Era infatti Giunone, la moglie del padrone di casa, la madre di
famiglia, che stese la mano per toccar l'ospite sulla fronte, secondo il
rito del paese, e gli diede il benvenuto con una frase ch'egli non
doveva capire.
Damiano rispose con un inchino. Ma subito gli venne un'idea luminosa.
--Qui,--disse tra sè,--onorano l'ospite a modo loro; l'ospite deve
onorare a modo suo i padroni.... e le padrone di casa.--
E fermatosi di botto sull'uscio, si volse al vecchio, lo guardò e gli
stese la mano, per dargli una stretta famosa. Poi, voltosi alla moglie
dell'ospite, prese la mano di lei, e s'inchinò, come per imprimervi un
bacio. Fece l'atto, s'intende, ma non andò fino a toccar con le labbra.
Non tutte le mani si baciano; e una bella cerimonia, uguale per tutte,
vi consente di aggiustarla come vi pare.
L'uomo era rimasto lì, in atto di osservare, studiando; si era lasciata
prender la mano, e stringere a quel modo che ho detto; e subito aveva
fatto un cenno del capo e data un'occhiata ai suoi, che pareva volesse
dire: capite? questa è l'usanza degli uomini bianchi. La donna, a sua
volta, aveva lasciato fare, notata la diversità dell'atto, e sorriso al
marito, come per dirgli: i figli del cielo fanno così, per dimostrare
l'amicizia e il rispetto. E tutti e due, guardandosi ancora, e
ammiccando, parevano accordarsi a conchiudere che il loro ospite faceva
le cerimonie secondo l'uso della sua terra; che queste cerimonie si
facevano sull'uscio, come da loro; che erano di due forme, per gli
uomini e per le donne, e volevano dire su per giù: sono l'amico del
padrone, sono il servo della padrona di casa.
Da uomo savio ed accorto, il nostro Damiano non prese altre mani, nè per
stringere, nè per baciare. Ce n'erano troppe, del resto, e di belle e di
brutte, di delicate e di ruvide. Ad un certo punto, guardandosi
intorno.... altro che mani, buon Dio! Tra vecchie e giovani, stavano a
contemplarlo due dozzine di femmine.
E si capiva che la più parte fossero ancelle della padrona, o del
padrone di casa. Ma cinque o sei, che erano in prima fila, più giovani,
e meglio adornate, si capiva ancora che fossero figliuole dei padroni di
casa, o spose dei loro figliuoli.
Tra persone che non parlano la medesima lingua, non è da far cerimonie.
Anche i naturali di Haiti intendevano questa verità elementare. E subito
condussero Damiano nella stanza più vasta, quella del focolare, che è la
più intima, e che, presso tutti i popoli primitivi, del nuovo mondo come
del vecchio, è quella in cui si ricevono gli ospiti, nella dolce
intimità del convito. Colà, su piccoli deschetti di canne, era imbandito
il pasto. Ciotole e vasi d'argilla erano disposti davanti ai commensali;
ma la parte maggiore del vasellame di tavola si componeva di zucche,
d'ogni forma, d'ogni misura, e in vari modi tagliate, per servire a
tutti gli usi, del mangiare e del bere.
Innanzi di prender posto, Damiano aveva guardato attentamente in giro. E
adocchiate le giovani donne, subito ne aveva distinta una, su cui doveva
ritornare più frequentemente il suo sguardo. Si sbagli o no, a
qualcheduna bisogna pur dare la palma, e a lei volgere la muta
adorazione, la giaculatoria degli occhi. L'attenzione di Damiano si era
fermata sopra una bellezza nascente, dal color di rame assai chiaro,
traente al roseo. Come forma, era fatta a pennello, anzi meglio, a
scalpello, se non da Fidia o da Prassitele, certo da uno dei loro più
valenti discepoli. Mi chiederete come potessero artisti greci aver
passato l'Atlantico, per modellare quella bella creatura; ed io
correggerò la mia frase dicendo che non un discepolo di Fidia o di
Prassitele, ma lo stesso maestro dei greci maestri aveva plasmata quella
creta e spiratole in fronte il soffio della vita. L'opera ci guadagnerà,
in questo cambio d'artefice, e il narratore si sarà accostato alle fonti
del vero. Quanto ad attingervi direttamente, si sa, è un altro paio di
maniche.
Debbo io dirvi della fronte breve, mezzo nascosta dai ciuffi indocili
della sua negra capigliatura? Amerei meglio parlarvi della grazia
birichina con cui portava una ghirlanda di vitalba, o d'altro fiore
consimile, al sommo della testa. E più ancora amerei parlarvi (ma
bisognerebbe farlo bene) delle sue guance floride, lucenti e morbide
come le pesche mature; guance aperte e sporgenti, a cui davano spicco
due grandi occhioni neri, maravigliosamente frangiati di ciglia e di
sopracciglia nerissime. Erano quelli i veri occhi parlanti, e dicevano,
quando ella arrovesciava un pochino la testa, per guardarvi dall'alto,
un visibilio di cose, consigliandovi naturalmente un visibilio di
pazzie. E quelle labbra tumidette, coralline, rugiadose! E quei denti
piccolini, luminosi nella loro candidezza lattea! Oh, infine, non voglio
che perdiate la testa, come il nostro amico Damiano. Vi dirò brevemente
che era dal capo alle piante un miracolo di bellezza, di salute, di
gioventù; che si vedevano e si sentivano in lei tutte le native eleganze
che si sogliono immaginare oggidì nella creola americana, e che del
resto non mancano neppure in Europa, sebbene qui un altro tipo prevalga.
Damiano era rimasto sbalordito. Ma voi sapete che questi sbalordimenti
non mettono un uomo per terra, anzi gli addoppiano le forze, ravvivando,
stimolando, aguzzando tutte le sue facoltà. Egli parlava a tutti e a
tutte, dicendo quelle frasi corte con cui si suole accompagnare il
gesto, quando si sa che solamente da questo e per questo possiamo esser
capiti. E di qua e di là si volgeva, parlando e gesticolando con quanta
più grazia poteva; ma si volgeva alla guisa degli innamorati, che, dopo
aver ben girato con gli occhi, cascano sempre a guardare in un punto, e
pare che non abbiano guardato altrove, se non per descrivere il mezzo
cerchio, e ricascare a quel punto.
La bellissima creatura aveva capito tutto quel sapiente artifizio di
occhiate. E quando gli sguardi dell'ospite, dopo aver ben girato di qua
e di là, venivano a fermarsi, a raccogliersi amorosamente su lei, si
confondeva, abbassando le ciglia. E allora le due frange nere pendevano
come lembi di velo, ad ombreggiare il sommo delle guance. Ma tosto si
rialzavano, e di sotto a quei lembi balenava un doppio raggio bianco
azzurrino, che andava diritto agli occhi dell'ospite, e dagli occhi al
cuore, per accendergli il sangue.
Quello era un linguaggio tra i due, che non aveva mestieri d'interpetre.
E se nella vita si potesse parlare sempre quello, confessiamo
sinceramente che nessuno di noi vorrebbe imparar lingue straniere, nè
perdere il tempo su quel congegno legnoso, tormentoso e sciocco, che è
la grammatica.
Che cosa diedero quel giorno da mangiare a Damiano? Egli non se ne
avvide; mandò giù, senza badarci più che tanto. Del resto, egli mangiò
pochissimo. Che cosa gli diedero da bere? Doveva essere uno di quei
soliti liquori, che mordono la lingua, bruciano il palato, e mandano i
fumi al cervello. Ma egli ne assaggiò a mala pena. Il padrone di casa si
avvide sicuramente che il suo ospite non gradiva le bevande fermentate
di Haiti, perchè ad un certo punto, fatta appressare una gran zucca, gli
versò dell'acqua nella ciotola. E allora Damiano tracannò tutta
quell'acqua, che era fresca e gustosa, chiedendone tosto dell'altra. E
bevve, da quel momento in poi, bevve largo e frequente. Gl'innamorati,
si sa, bevono sempre molt'acqua. Non hanno bisogno di bevande eccitanti,
perbacco; piuttosto di refrigeranti, che estinguano, insieme con la
sete, i soverchi ardori del sangue.
Egli era dunque rimasto preso ai vezzi della giovane indiana? Già ve
l'ho detto. Si era messo in testa di doversi innamorare, e innamorare a
buono, di una pelle rossa. E manteneva la sua promessa, correva la sua
ventura, soggiaceva al suo fato.
Strano capriccio di fortuna! Avevano messa accanto a lui quella bella
creatura. Ma era poi da vederci un capriccio della fortuna, o non
piuttosto una scelta, più o meno giudiziosa, ma sempre meditata, dei
padroni di casa? Poteva essere una delicatezza di costume, non rara tra
selvaggi, di collocare al fianco dell'ospite la più bella donna della
casa, come d'imbandirgli la più preziosa vivanda sul desco. Fors'anche
era un rito, che la più giovane donna fosse data per compagna al
forestiero, fino a tanto egli dimorasse sotto il tetto ospitale.
Insomma, potevano essere tante cose e tante altre; e Damiano non poteva
immaginarsele tutte, nè provarsi a cercarle. Se anche gli fossero
balenate tutte alla mente, egli, nello stato d'animo in cui era, e nella
assoluta ignoranza degli usi selvaggi, non avrebbe saputo cavarne un
costrutto. Ora, delle cose che non si sanno, una scienza mediocre
insegna a non cercare il come e il perchè.
Egli, dopo tutto, non era uomo da stillarsi il cervello. Aveva quella
vezzosa creatura daccanto, e approfittava volentieri della vicinanza per
volgersi a lei, ora con un pretesto, ora con un altro, per guardarla
molto negli occhi. E le parlava ancora, offrendole cortesemente i pezzi
migliori delle vivande che gli erano poste sul tagliere, o sulla
focaccia di cassava che faceva uffizio di tagliere, di piatto, di tutto
quello che vi parrà meglio. Ma parlandole con tanto maggior libertà,
quanto era più sicuro di non esser capito, si guardava bene dal dirle la
sola parola della lingua di lei, che egli sapeva a memoria. _Taorib_, vi
ricordate? Ma questa la serbava per un discorso a quattr'occhi. In
quella numerosa brigata il suo _taorib_ sarebbe stato sentito da tutti.
L'amore ha la sua verecondia, la sua ritenutezza. E quella volta Damiano
era innamorato per davvero; anzi, diceva a sè stesso di non avere amato
mai, prima d'allora.
La bella creatura lo stava a sentire, senza capirlo mai, ma certamente
indovinandolo spesso. Forse dico male; forse ella indovinava sempre le
chiacchiere di Damiano, intendendo ch'egli parlasse a caso, e non per
altro che per poterla guardare negli occhi. Ed ella rideva, ad ogni
frase di lui, mostrandogli tra le due labbra di corallo tenero i bei
denti piccini, luminosi nella loro candidezza; e arrovesciando la testa,
con quel suo gesto consueto, lo guardava di sotto alle palpebre
socchiuse, di sotto a quei veli frangiati che sapete, e che, sollevati a
mezzo, come lembi di tende misteriose, parevano dirgli: qui non penetra
raggio importuno di sole, nè occhio geloso di rivale; vieni.
E quelle guance morbide, quella gola tenera, quel collo soave!...
Damiano guardava, e pensava; e il suo pensiero si potrebbe esprimere a
un dipresso così: Buon signore Iddio! che mirabile cosa avete voi fatta,
nell'ultimo giorno delle vostre creazioni! Si capisce che per farla così
bella, ve la siate serbata per l'ultima. Per noi, vedete, buon signore
Iddio? per noi, è la prima, senza contrasto la prima. Ah, poveri noi,
frattanto! Ma pensate, misericordioso come siete, che, se perdiamo la
testa, è ancora e sempre per ammirazione delle opere vostre; e non
vogliate farcene un capo d'accusa, _in novissima die_.
Il banchetto era giunto a quell'ora in cui tutti i convitati sciolgono
Giordano. Dovrebb'essere un cane; ma è invece lo scilinguagnolo. In
quell'ora ognuno incomincia a dire quel che gli pare, immaginando che
tutti lo ascoltino; e nessuno ascolta, o, se ascolta, non capisce un bel
nulla. Damiano incominciava a parlare; ed essendo egli l'ospite, l'uomo
bianco, il figlio del cielo, i commensali non si fecero dar sulla voce
dal padrone di casa, per prestare un'attenzione benevola al parlatore.
Ma questi, che aveva bevuto soltanto acqua, non s'ingannava, come a
quell'ora si sarebbe ingannato ogni altro parlatore. Sapeva benissimo
che nessuno lo avrebbe inteso; ma non gliene importava affatto. Parlava,
per bisogno di parlare, di farsi udire da quella cara bambina che sedeva
alla sua destra. Neanche lei lo avrebbe capito: ma che importava ciò,
per allora? La cara bambina avrebbe sentito il suono della sua voce, e
indovinato da certi segni, da certi indizi frequenti, che il discorso
era tutto per lei.
--Vedete, cari selvaggi?--diceva Damiano.--Voi siete brava gente, ed io
vi amo. Non già per le vostre facce, oh no. Voi m'inspirate un modico
affetto. Siete mio prossimo? Non lo so. Per averne un barlume, dovrei
almeno sapere che discendete da Cam, da Sem, o da Jafet. Perchè, io non
ve lo nascondo, il prossimo nostro si racchiude tutto in questa biblica
terna, moltiplicata per cinquanta secoli e più, secondo la regola antica
ed accetta. Ma siete brava gente, vi ripeto, e non voglio farvi torto,
mettendovi al bando della umana famiglia. Come potrei farlo, del resto?
Avete tra voi una bella creatura, che non mi sarà prossimo, ma mi è
prossima, e nondimeno mi pare ancora troppo lontana. Dove l'avete
pescata? Dove e come vi è nato questo fiore maraviglioso, che si
chiama.... Come ti chiami, adorata vicina? Io lo ignoro. E mi duole che
non sia qui, per domandartelo, il savio interpetre Cusqueia.
--Cusqueia!--gridò uno dei commensali, udendo la prima parola di cui
potere capire qualche cosa.
--Cusqueia: Cusqueia!--ripeterono parecchi.
E tutti risero, ripetendo quel nome. Damiano, lì per lì, ne rimase
sconcertato.
--Capisco,--diss'egli, dopo un istante di pausa,--il nome del naturale
di Cuba significherà qualche cosa ridicola, come avviene di tanti nomi
nel vecchio mondo. Ebbene, non importa, tiriamo avanti. Non vorremo mica
guastarci il sangue per un nome di selvaggio. Ritornerò alla bella
creatura che mi sta al lato destro, ed occupa già tutto il mio lato
sinistro. Una bella donnina in una società, è la mano di Dio. Niente
vale una bella donnina; nè ricchezze, nè onori, nè gioventù, nè salute.
Nel vecchio mondo, per una donna bella, due popoli si sono bisticciati
dieci anni, insanguinando largamente due palmi di terra; e il primo
poeta della Grecia ne ha cantato assai lungamente, alla maniera degli
orbi. Onore a lui, che non fu orbo per la bellezza di Elena! C'è nella
donna bella il gran _quid_ dell'esistenza. Perchè si vive, infine?
perchè si studia? perchè si cerca tutti di comparire, meglio che si può,
a costo di cento sacrifizî, e di mille? Fino a che siamo giovani, e gli
occhi scintillano, e le guance rosseggiano, e i capelli.... nereggiano
(alcuni uomini li hanno biondi, ma, credete a me, i capelli biondi non
valgono un fico secco), amiamo con fiducia, sicuri di essere amati, o
giù di lì. Poi.... perchè c'è un poi, l'ambizione ci si appiccica al
cuore; vogliamo avere gli onori, conquistar le ricchezze. Ma perchè? Per
comparire ancora, per comparir sempre, per essere amati, se ci riesce.
Non c'è altro che questo, nel mondo, o, se c'è altro, non vale. Voi, per
esempio, selvaggi dell'anima mia, valete pochino. Io pagherei non so che
cosa, perchè tu, vecchio consigliere di Guacanagari, ministro, anziano,
o che altro tu sia, te ne andassi di qua: e con te tutta la tua gente,
meno questa cara bambina, che mi fa girare la testa, come se avessi
bevuti i vostri liquori. Ma già, vicino a queste bellezze, anche l'acqua
ubbriaca.--
Gesticolava parlando. E stavano tutti a sentire quel discorso in lingua
sconosciuta, guardandosi ad ogni tanto l'un l'altro, e ridendo
stupidamente, come sempre avviene, quando si ride senza sapere di che.
Ma qualcheduno si provò a parlare, rispondendogli; naturalmente fuori di
tono. E risero anche di più, ma almeno sapendo di che cosa ridevano. A
breve andare parlarono tutti, alternamente da prima, e poi tutti
insieme, facendo un passeraio.
--Sì, bravi, parlate un poco voi altri;--diceva Damiano.--Io non ne
potevo già più. Parlate molto, fino a schiattarne. E non date retta a
me, sopra tutto. Lasciatemi discorrere con questa graziosa vicina, che
mi arrovescia la testa, con tanta languidezza di gesto, e mi guarda di
sotto a quelle frange nere. Che cosa vuoi dirmi con quegli occhioni,
selvaggia dell'anima mia, che io mi sorbirei tanto volentieri, come un
ovo fresco? Mi dirai che non è cortese, in un ospite, dopo aver
desinato, accogliere pensieri e desiderî da stomaco digiuno. Ma che ci
posso far io, se tu sei tanto bella? e se devi, come sei bella, esser
buona? Ah, infine, ve ne andate, voi altri? Volete lasciarmi con questa
dolce _taorib_.--
Aveva in Haiti il _taorib_ la stessa potenza magica del Sesamo nella
novella orientale di Alì Baba? Probabilmente non si trattò che di una
coincidenza fortuita. Ma intanto, i commensali di Damiano incominciarono
ad uscir dalla sala; pochi minuti dopo, non c'erano neanche più i due
padroni di casa. Questi, per altro, non si ritirarono alla guisa degli
altri; si volsero indietro parecchie volte, guardando Damiano, poi
ammiccandosi l'un l'altro, quasi volessero dirsi, a mo' di un babbo e di
una mamma d'Europa; poveri ragazzi! lasciamoli discorrere; avranno tante
cose da dirsi!
--_Taorib!_--mormorò Damiano, piegandosi sulla vita, verso la bella
selvaggia.--_Taorib!_--ripigliò, mettendo nella parola tutta la
intensità soave e profonda di cui erano capaci le sue corde vocali.
--_Mara Taorib;_--rispose ella, tentennando la testa.--_Ada turey
taorib._
--_Mara!_--esclamò Damiano.--Che roba è questa? Ma vediamo. Le ho detto
bella, ed ella mi risponde.... Che cosa mi risponderebbe in simili casi
una forosetta della vecchia Europa? Ah, mi par di capire. _Mara taorib_,
come a dire: niente bella. Ma che cosa vorrà poi dire _Ada turey_, che è
per giunta _taorib_? Dimmi, bambina;--soggiunse egli, facendo il viso
dell'uomo impacciato;--che cosa vuol dire _Ada turey_?--
La bella selvaggia rise delle angustie in cui era il suo povero
interlocutore. Poi, levato il braccio, e descrivendo coll'indice un
mezzo, cerchio in aria, più alto che potè gli disse: _turey_.
--Il cielo?--domandò egli.
E per farsi meglio intendere, dopo aver descritta con ambe le mani la
volta del firmamento, fece l'atto, di curvarsi, pregando. La bella
selvaggia battendo le palme, ripetè ancora due volte: _turey_.
--Dio voglia che io abbia capita la prima parte del tuo discorso, come
mi par di capire la seconda. Infatti, che cosa ci ha da fare qui il
cielo... che è bello? Non vuoi tu forse dirmi: io non son bella, ma è
bello il figlio del cielo? E perciò, divina creatura, io sono il
_taorib_? io, il _taorib_, non è vero?--
E ripetendo la parola, Damiano si recava ripetutamente l'indice al
petto. La bella selvaggia fece prontamente un cenno affermativo.
--_Ada turey taorib;_--soggiunse, confermando il cenno con un gesto
della mano, che rivolgeva al suo interlocutore.
Qui, poi, fu Damiano che battè palma a palma, rallegrandosi di quella
prima vittoria.
--Grazie!--diss'egli.--Ma questa lingua è facilissima. Io farò miracoli,
fin dalla prima, lezione. Ora, o _taorib_, poichè siamo così bene
avviati, vorrei sapere il tuo nome.--
Questo era il guaio. Come farsi, capire? Ma il nostro Damiano si era
riscaldato al giuoco, e niente doveva parerai difficile oramai.
--Vediamo un poco;--diss'egli tra sè.
Poi, accennatole col gesto, di essere in procinto di fare uno sforzo
supremo, chiese ed ottenne facilmente tutta l'attenzione della bella
selvaggia.
--Io,--le disse, volgendo l'indice al petto,--io _taorib_ Damiano.
Damiano!--ribadì, segnando ripetutamente sè stesso.--E tu?--proseguì,
volgendo rapidamente l'indice a lei.--E tu?--
Ma la bella selvaggia non capiva quel monosillabo. E mostrò di non
capirlo, guardando lungamente Damiano con le ciglia inarcate.
--Ho messo il carro avanti ai buoi;--disse Damiano tra
sè....--Studiamone un'altra.--
Allora, indicando con la mano fuori della capanna, disse alla sua
vicina:
--Guacanagari!--
Ella capì; e non era difficile che capisse alla prima, poichè egli
proferiva il nome del cacìco della tribù. E rispose, accennando del
capo:
--Guacanagari.--
Damiano, allora, accostandosi la mano alla guancia e facendola scorrere
in atto di carezza fin sotto al mento, ripigliò:
--_Cacique Guacanagari.... taorib?_
La bella selvaggia si mise a ridere, e gli rispose:
--_Nala u nala._
--Dovrebb'essere: così così!--pensò Damiano.--Già, non avevo neanche
bisogno di domandarglielo; perchè io l'ho veduto, il cacìco, e non m'è
parso niente di prelibato.--
Poi, sempre accennando fuori della capanna, nella direzione della
piazza, ripetè:
--Guacanagari.--
E subito rivolgendo l'indice a sè, soggiunse:
--Damiano; io Damiano, io.--
Qui, come il lettore intenderà di leggeri, l'indice batteva
ripetutamente il petto.
La bella selvaggia stava a guardarlo con tanto d'occhi. E si capisce
ch'ella aveva un gran desiderio d'intendere.
Damiano ripigliò il suo doppio lavoro, di gesto e di voce, indicando il
lontano col nome del cacìco, e sè stesso col nome suo proprio,
aggiungendogli ancora l'epiteto.
--Damiano,--diceva egli,--Damiano _taorib_.--
Un lampo di allegrezza, balenato dalle pupille di quella vezzosa
creatura, disse al nostro Damiano che egli era stato finalmente inteso.
E glielo dissero ancora due parole di lei:
--_Taorib_.... Damiana.--
Ma questo non piaceva troppo a lui.
--Damiana!--borbottò egli.--_Mara_ Damiana! Damiano! Damiano!--ripetè,
battendo sulla finale.--Non mi cambiare il sesso anche tu, creatura
assassina!
--Damiano;--ripetè la selvaggia, con accento dimesso.
--Ah bene!--ripigliò egli allora.--Vedete che testina! Questa selvaggia
impara le cose a volo.--
Ma non bastava ancora ch'ella sapesse il nome di lui. Occorreva ch'egli
sapesse il nome di lei. E perciò il nostro Damiano fece da capo il gesto
solenne che invitava all'attenzione; poi disse, aiutandosi sempre col
gesto dell'indice:
--Io _taorib_ Damiano; e tu, _taorib_.... _taorib_....--
Ma ella non intendeva. E Damiano incominciava a disperarsi, quando gli
venne alla mente un'idea luminosa.
--Vediamo,--diss'egli a sè stesso,--se una scorribanda nel calendario
selvaggio mi potesse aiutare. Nel vecchio mondo, chi domandasse ad una
donna il suo nome pronunziando quello di un'altra, si farebbe
schiaffeggiare, a dir poco. Ma qui bisogna escire da un passo difficile.
Corriamo il rischio, per bacco.--
E ripigliò la sua frase, accompagnandola ancora col gesto dell'indice:
--Io _taorib_ Damiano; e tu?... _taorib_ Samana? taorib Caritaba?
--_Mara_ Samana;--rispose la selvaggia.--_Mara_ Caritaba. Abarima!
--Abarima!--gridò Damiano.--Abarima, tu? è il tuo nome, Abarima?
_Taorib_ Abarima! Tu sei di tutti i miei pensieri in cima. Fino a' tuoi
piedi questo cuor s'adima. Lascia che il labbro un caldo bacio
imprima.... sovra quegli, occhi tuoi d'indaco, prima.... ch'ei ti esalti
sua donna in prosa e in rima. Abarima! o dolcissima Abarima!--
Non ardì per altro di accostar le labbra all'indaco che aveva accennato.
Si contentò di prendere la mano di lei, e di baciarle con cavalleresco
riserbo il sommo delle dita.
--Vedi, Abarima?--le disse, commentando il suo atto.--Nei nostri paesi
si comincia di qui; ordinariamente dal dito mignolo; poi su su,
lentamente, o alla svelta, secondo i casi, si procede al dorso della
mano. Ci sono anche dei sapientissimi uomini che con una dolce violenza
ti rivoltano una bella mano, dal dorso alla palma; così vedi, così....--
Abarima rideva; ma intanto ritirava la sua mano dal giuoco, e gliene
assestava un colpettino sul volto; quasi a punirlo, ma non troppo
gravemente, della sua impertinenza.
--Come nel vecchio mondo!--esclamò Damiano, ripigliando la destra di
Abarima.--Oh Dio! non siamo della medesima stirpe? piuttosto, non lo
siete voi donne, tutte figliuole d'Eva ad un modo? E così, da un
buffetto, da una ceffata, prendete occasione di far conoscenza col
nostro mostaccio. Abarima! Io ti adoro. Te lo lascierai dire, che hai
gli occhi d'indaco? e le guance morbide, profumate, come le pesche di
settembre? Vorrai tu venire in Europa? Io te lo giuro, ti sposerò
davanti a tutti i parroci della cristianità.--
Chiacchierava, chiacchierava, bene intendendo che ella non lo avrebbe
capito. Ma le parole gli davano animo a guardarla ben da vicino negli
occhi e a carezzarle la mano. Ella aveva incominciato a ridere: e aveva
riso ancora, dandogli quella lieve ceffata. Ma ormai non rideva più.
Guardava timidamente, si confondeva, abbassava le frange nere sulle
guance, fremeva e taceva. Nessuno, intanto, capitava là dentro.
--Capisco;--pensò Damiano, che aveva notata la cosa;--è costume di
questi paesi. L'ospite è padrone; il meglio della casa è per lui. Dicono
che sia così anche in certe regioni dell'Asia.... e nell'India pastinaca
di Luigi de Torres. E non mi dispiace, il costume di qui. Nel nostro
vecchio mondo, a quest'ora, sarebbero già venuti i servi a sparecchiare.
Oppure, vedendoci star bene a quattr'occhi, sarebbero capitati in venti
curiosi ad osservarci. Vecchio mondo, io ti abomino, ti esecro e ti
maledico. Abarima! dolce Abarima! senti, vorrei dirti un mio pensiero
all'orecchio.--
Abarima capì il gesto, e porse ingenua l'orecchio.
--Ti amo;--le bisbigliò Damiano.--Ti amo.
--Ti.... a.... mo;--ripetè la selvaggia, ammirata di poter proferire le
parole del figlio del cielo.
Egli, allora, aiutandosi con tutti gli artifizi della mimica, le spiegò
il pronome ed il verbo. Per il pronome, veramente, bastava indicare la
sua graziosa vicina. Ma il verbo.... il verbo, come sapete, è il gran
mistero di tutte le lingue. E i misteri si capiscono a volo, si sentono,
si afferrano di schianto con tutte le virtù dell'intelletto, ma non si
spiegano per indicazioni, per segni approssimativi. Nondimeno,
trattandosi del verbo per eccellenza, e del suo modo indicativo, e del
suo tempo presente, e della prima persona, Damiano ci si provò con
coraggio. Additando lei parecchie volte, si carezzò il viso, storcendo
gli occhi in atto di spasimo; additò lei parecchie altre volte, come per
riferire a lei la carezza che aveva regalata a sè stesso; finalmente si
recò le mani al cuore, e dal cuore le stese verso di lei in atto di
preghiera, di desiderio, di tutto quello che segue e che per amor di
brevità si ommette; da ultimo, e continuando i gesti appassionati, le
ripetè dolcemente, teneramente, languidamente:
--Ti amo.--
Ella era stata ad osservare con molta attenzione tutto quel lavorio
faticoso, ma chiaro nella sua intensità. Diede in una risata argentina,
mosse la testa come per dirgli: ho capito, e tradusse la frase nella sua
lingua:
--_Lessinitli_
--E vada per _lessinitli_;--rispose Damiano.--Ti dirò allora la mia
frase completa: _Damiano lessinitli Abarima taorib._
Abarima chiuse le palpebre e tentennò la testa in atto d'incredula. Poi,
a mezza voce, gli disse:
--_Mara nala kini sindekì?_
Damiano rimase male, a quella domanda, scoccata così a bruciapelo. Un
povero diavolo che crede di sapere il tedesco perchè ha fatti i primi
due esercizi dell'Ollendorf, e si sente domandare per via da un
pronipote di Arminio a che ora parte il primo treno diretto, non rimane
più sconcertato di quello che rimase Damiano davanti a quella selvaggia,
tanto bella e tanto birichina per giunta.
--_Mara....?_--diss'egli, tanto per dire.
--_Mara nala kini sindekì?_--ripetè ella, ridendo.
--Cara mia,--disse Damiano, avvilito,--questo è arabo, turco, egiziano,
per il tuo umilissimo servo. Così, credo io, parlavano i mastri muratori
della torre di Babele, quando incominciarono a non capirsi l'un l'altro.
Dove vai? diceva l'uno; e l'altro rispondeva: le son cipolle. Dolce
bambina, pensaci bene; io ti ho detto: _Damiano lessinitli Abarima
taorib;_ e tu mi rispondi....
--_Mara nala_....--replicava la bella selvaggia.
--Si, ho inteso, basta!--gridò Damiano.--Per mara, non ci vedo
difficoltà; è il vostro modo per dir di no. _Nala_, ora che ci penso,
l'hai detto poc'anzi, nella frase: _nala u nala_, che io ho
interpetrato: così così. Ma il tuo _kini sindekì_ mi allega i denti,
bambina bella. «Non così....» Che frase può incominciare con queste due
parole, e con accento interrogativo, come hai fatto tu? «Non così....»
Oh, senti, io ne faccio una, _Abarima taorib_. Tu vuoi burlarti di me;
io non ti ricaccerò le tue parole in gola, che sarebbe atto scortese,
con una donna; mi contenterò di suggellartele in bocca.--
E si accostava, come aveva già fatto una volta; ma non accennava al
desiderio di parlarle all'orecchio.
Un braccio alzato e un'occhiata espressiva interruppero a mezzo il gesto
di Damiano. Il braccio alzato, per verità, avrebbe fatto poca difesa.
L'occhiata espressiva gli diceva troppo chiaramente: fermatevi, c'è
qualcheduno che vede.
Damiano si volse di soprassalto, e intravvide qualcheduno che era
apparso allora sulla soglia. Il padre di Abarima, forse? o un altro
della famiglia? No, un compagno di Damiano, e il più fedele, Cosma!
La testa di Medusa non avrebbe.... Ma no, lasciamo lì i paragoni
classici. Questo, poi, non reggerebbe neanche. Damiano non rimase di
sasso; al più si potrebbe dire che egli, a guisa di un mattone, cavato
lì per lì dalla forma, e tenuto un pezzo al sole, rimase abbastanza....
seccato.
--Cosma!--esclamò.
--Son io, perdonami;--disse Cosma, inoltrandosi di qualche passo.--Do
noia, forse?
--No, caro; giungi un pochino a contrattempo; ecco tutto. E se tu fossi
rimasto dov'eri, ti saresti sicuramente meno annoiato. Perchè qui, vedi,
si studia. Ero tutto occupato a prender lezione di lingua Haitiana. Non
puoi immaginarti come ne siano difficili i principii. Ma con un po' di
buona volontà, sudandoci naturalmente....
--È somigliantissima a quella di Cuba;--disse Cosma.
--No, sai? questa è più dolce; oh, molto più dolce.
--Questione di più e di meno, allora;--riprese Cosma;--e il nostro
Cusqueia potrebbe bastare.
--È vero, sì; ma Cusqueia, vedi, non ha metodo. Ti rammenti che cosa
diceva il nostro maestro, commentando Aristotele? Senza il metodo, uomo
non isperi di profittare in nessun ramo dello scibile. Ma io ti faccio
dei discorsi inutili, caro; e tu sei venuto per parlarmi di cose gravi,
m'immagino.
--Sfido io!--rispose Cosma.--Son venuto per dirti che è tempo di
partire. Son tutti sulla piazza, incominciando dal regio notaio, e non
si aspetta che te per metterci in cammino.
--Si va via!... e perchè?
--Per ritornare alle navi, che diamine! Dove hai la testa? ai grilli?
--Eh! almeno a quelli del focolare;--rispose Damiano.
E si volse con aria dolente a guardare la sua bella interlocutrice, che
era rimasta là, mezzo incantata a guardare i due figli del cielo.
--_Abarima taorib_,--disse Damiano,--vedi? questi è un mio amico, ma un
amico crudele. Egli mi rapisce a te, soavissima fra tutte le pelli
rosse. Ti prego, Cosma;--soggiunse egli, parlando all'amico, ma senza
voltarsi a lui;--non mi fare il bello, ora, col pretesto d'esser biondo.
--Ma che? sei matto?
--Perchè, vedi,--riprese Damiano,--questa volta sono innamorato a buono.
Addio, _Abarima taorib. Ada turey_ deve partire,--
Così dicendo, faceva il gesto dell'andare.
--_Azatlan_?--disse Abarima.
--Eh cara, non so che paese sia; ma il comando è di andare. Che fretta è
mai quella del regio notaio? Va, te ne prego, Cosma, digli che vi
raggiungo subito.
--Ma non perdiamo tempo, mi raccomando.
--No, no; un addio, l'ultimo addio, e ti corro sull'orma. Va.--
Cosma sorrise, fece una giravolta sulla persona, e si avviò verso
l'uscio.
_Capitolo X._
Chi piange e chi ride.
Rodrigo di Escobar, regio notaio di un'armata ridotta a due navi, anzi a
due caravelle, aveva adempiuta la sua commissione. Disceso coi suoi
compagni alla spiaggia, dove lo aspettava il palischermo della _Santa
Maria_, si ridusse quella medesima sera al bordo della capitana. Portava
egli a Cristoforo Colombo i saluti del cacìco Guacanagari, molti
pappagalli e una certa quantità di piastrelle d'oro in presente. I
pappagalli incominciavano ad ingombrare, dopo tanti che se n'erano
raccolti, da Guanahani e da Cuba. Per fortuna, parecchi se ne erano
volati via, come quello di Caritaba. All'almirante piacevano assai più
le piastrelle d'oro, che dovevano far fede ai reali di Castiglia della
importanza delle fatte scoperte.
Insieme coi presenti del cacìco, Rodrigo di Escobar portava qualche
notizia. L'isola si diceva assai ricca, non pure di frutti, di biade, di
legname e di spezierie, ma ancora di metalli preziosi. Questi, a dir
vero, non abbondavano nella regione su cui comandava il cacìco
Guacanagari; ma nell'interno, e dalla parte di levante, era il paese di
Cibao, dove ogni ben di Dio si sarebbe ritrovato. Figurarsi che il
cacìco di Cibao nuotava nell'oro, tanto che aveva fatte di quel metallo
perfino le bandiere del suo piccolo esercito. Così almeno dicevano i
naturali della costa; o così aveva capito, e così riferito l'interpetre.
L'almirante non istette più in forse. Bisognava restare alla Spagnuola,
esplorandone le parti interne e riconoscendone tutta quanta la costa.
Per intanto, cortesia voleva che al primo soffio di buon vento si
andasse ad ancorare di là dalla Punta Santa, alla vista della residenza
di quel Guacanagari, che si mostrava tanto cortese con gli uomini
bianchi e poteva riuscire un amico prezioso per essi.
Era il giorno 24 dicembre, avanti l'alba, quando Cristoforo Colombo
lasciò il porto da lui denominato della Concezione, per muovere verso la
Punta Santa. Il vento spirava da terra, ma scarso, e le due caravelle
facevano poco cammino. Ne fecero così poco, che alle undici della sera
la Punta Santa era ancora una lega e mezzo lontana.
--Per essere il giorno dell'Avvento,--diceva Damiano a Cosma,--si arriva
pochino, anzi niente!--
E gli doleva, al nostro Damiano; gli doleva molto di questo indugio che
lo teneva lontano dalla capitale di Guacanagari; da quella capitale che
egli aveva abbandonata con tanto rammarico, e dove un ottimo pensiero
dell'almirante lo riconduceva, per dargli modo di proseguire il suo
idilio selvaggio. Questo, veramente, non era stato l'intendimento del
principale; ma il garzone, si sa, vede sempre l'utile proprio, ed è
seconda natura nell'uomo di tirar l'acqua al suo mulino.
Tutto quel giorno l'almirante era stato in piedi. La stanchezza lo aveva
vinto; egli sentiva il bisogno di riposarsi un paio d'ore. Non usava
dormire, quando si costeggiavano terre, volendo veder coi suoi occhi
ogni cosa. Ma quella sera il mare era cheto e tranquillo come l'acqua in
una scodella. Il pilota che aveva accompagnata il giorno innanzi la
spedizione del notaio fin sotto alla Punta Santa, assicurava di avere
diligentemente osservate le acque all'andata e al ritorno.
--Non dubiti Vostra Eccellenza;--diceva.--C'è da dormire tra due
guanciali.
--Ed anche con nessuno, prenderò un'ora di sonno;--rispose
l'almirante.--State dunque voi al timone, Sancio Ruiz, mi raccomando.--
Era la mezzanotte, e l'almirante si era coricato nel suo letticciuolo.
Il mare era in calma morta, e Sancio Ruiz pensò che se dormiva,
l'almirante, poteva chiudere un occhio il pilota.
--Infine,--diss'egli tra sè,--ieri ho veduto queste acque per tre leghe
di cammino. La Santa Maria, che entra nei fiumi senza toccar fondo, non
ha da temere di nulla in questi paraggi.--
Fatto questo ragionamento, Sancio Ruiz allungò una pedata amorevole ad
un batuffolo di cenci che stava mezzo nascosto sul cassero di poppa,
presso il capo di banda, e gridò:
--Olà, _pereza_!--
Il batuffolo di cenci si rivoltò in soprassalto. Era un ragazzo, come
avete capito, un mozzo di bordo; il quale si mise a sedere,
stropicciandosi gli occhi.
--Signor pilota!--diss'egli, riconoscendo Sancio Ruiz, e saltando subito
in piedi, per non ricevere altre carezze.--Dormivo così bene!
--Ti credo, mio caro, ti credo. Ma chi dorme non piglia pesci. Vien qua,
e stammi al timone, che vo' schiacciare un sonnellino ancor io.
--Non piglierete pesci neanche voi;--mormorò il mozzo, vedendo che il
pilota era di umor maneggevole.
--Ci vorrà pazienza, ragazzo. Non si può cantare e portar la croce.
Animo, al timone; e fai bene attenzione. Il tuo rombo è quello: devi
aver sempre quella punta a sinistra, due palmi di là dal pennone di
maestra;--hai capito?
--Ho capito, signor pilota; buona notte!--
Sancio Ruiz si ravvoltolò nella sua gabbanella, e si sdraiò, in coperta,
presso il capo di banda. Ma non ci dormiva così bene come il ragazzo;
perciò, dopo essersi voltato e rivoltato parecchie volte, si alzò
brontolando, e andò sotto coperta a trovare il suo rancio.
Quello che Sancio Ruiz commetteva era un grave mancamento. L'almirante
aveva severamente: vietato che quando uno era alla guardia del timone,
se ne allontanasse per alcuna ragione, lasciando ad altri l'uffizio. E
più severamente aveva vietato che quell'uffizio fosse lasciato ai
ragazzi, la cui poca esperienza era pari alla poca robustezza di
braccio.
Dai canto loro, i marinai di guardia alla vela avevano detto:
--L'almirante è andato a dormire; lui, che non dorme mai, ha lasciato ad
altri l'incarico di vegliare. Segno che non c'è niente da temere,
stanotte. E difatti, il mare è cheto come l'olio. Questo po' di vento
che soffia, stenta a far increspare le vele. Ecco là Sancio Ruiz che se
ne va a dormire anche lui. Buona notte a tutti.--
E chinato il mento in seno, si appisolarono anch'essi. Pochi minuti
dopo, non dormivano neanche più seduti; si accovacciavano a dirittura in
coperta.
Solo il mozzo vegliava, sulla _Santa Maria_, nella grande tranquillità
della notte. E pensava, pensava alla sua casa di Huelva, ai piccoli
compagni che aveva lasciati laggiù, ai giuochi in piazza, alle corse nei
boschi, alle sassaiuole sui greti, alle torte della nonna, e a tante
altre cosette egualmente piacevoli. Che cosa aveva da fare, povero
figliuolo, per ammazzare il tempo, mentre intorno a lui e davanti non
c'era pericolo di nulla? Guardava di tanto in tanto il promontorio; lo
teneva sempre sulla sua sinistra; quando gli pareva che con tutta la sua
attenzione quel promontorio gli sparisse dietro la velatura, poggiava
forte sulla barra e si rimetteva alla via.
Ma egli non aveva veduto una cosa, o non aveva ragionato sopra un'altra.
Non aveva veduto che la nave era lentamente tirata verso la costa; non
aveva ragionato sul fatto che ad ogni tanto gli bisognava cercar
l'orizzonte libero, davanti alla Punta Santa; segno che una forza
superiore alla sua vigilanza operava sulla caravella. Era un ragazzo,
non aveva esperienza, ed è qui la sua scusa.
Ad un certo punto gli parve di sentire sulla sua sinistra un rumore. Era
sordo da prima, quasi di onde lontane. Ma a grado a grado cresceva, era
diventato un fragore, uno strepito di marosi, che andassero l'un dopo
l'altro a colpire in un ostacolo. Si atterrì, pensando che qualche
scoglio dovesse apparirgli sulla sinistra. Guardò attentamente e non
vide scogli; ma qualche minuto dopo vide biancheggiare le spume e il
flutto far cresta poco lungi da lui.
--Jesus Maria!--gridò egli, atterrito.--I frangenti!--
Aveva a mala pena gridato, che sentì arare il timone. Non gridò più, il
povero mozzo; gittò un urlo senz'altro.
--Al soccorso, in coperta! al soccorso!--gridò il povero mozzo, con
quanto fiato aveva in corpo.--Ara il timone; al soccorso!--
I marinai di guardia alla vela si erano appena svegliati, che già
appariva l'almirante sul cassero di poppa.
--Come? tu qui, ragazzo?--esclamò, vedendo al timone il fanciullo.--E
Sancio Ruiz? Ma che cosa è egli avvenuto?
--Signor Almirante....--balbettò il povero mozzo, più morto che
vivo.--Sancio Ruiz era andato a dormire.... Io qui.... ma non è colpa
mia.... Tutto ad un tratto ho sentito arare il timone....--
Cristoforo Colombo non lo ascoltava già più. Aveva guardato sulla sua
sinistra, e veduto nell'ombra della notte biancheggiare le spume; aveva
udito il mugghiar furibondo del mare, e aveva riconosciuta la secca su
cui frangevano con tanta rabbia i marosi. Certamente la caravella,
passando troppo da vicino all'ostacolo, aveva toccato nel bassofondo che
accompagnava il frangente. Ed egli pensò subito un'altra cosa: che una
forte corrente dominasse in quei paraggi, e che questa per l'appunto
avesse tratto alla deriva il naviglio.
Non c'era tempo da perdere; bisognava tentare ad ogni costo di
liberarsi. I marinai, svegliati dalle grida del mozzo, erano già tutti
in coperta, confusi, sbigottiti e nella prima commozione facendosi
ancora più grave il pericolo.
--Lesti ad armare il palischermo!--gridò, l'almirante.--Prendete
un'áncora, e andate a gittarla venti braccia in fuori.
--Credete che basterà?--disse Sancio Ruiz con un filo di voce.
--Se non basterà a levarci di qui, impedirà che c'incagliamo
dell'altro;--rispose l'almirante.--Obbedite, e non mi fate il saccente.
Meglio sarebbe aver vegliato prima, com'era il debito vostro, che dar
sentenze dopo.--
Sancio Ruiz non fiatò più, e corse al palischermo, che i marinai
lanciavano in mare. L'áncora fu calumata nella barca, e i marinai che
restavano a bordo delta caravella le filavano la gomena. Ma il fragore
dei flutti che infuriavano sui frangenti della costa, il crocchiare
dello scafo della _Santa Maria_, che pareva ad ogni istante volesse
andare alla banda sullo scoglio, il buio della notte che ingrandiva il
pericolo, fecero perdere le testa ai marinai del palischermo.
--A che servirà quest'áncora?--dicevano.--Ci vuol altro che un'áncora.
Fra dieci minuti la nave è perduta. Bisogna pensare ai nostri fratelli,
e andare per soccorso alla _Nina_.--
L'idea parve ottima, quasi una ispirazione del cielo. Gettar l'áncora
inutilmente, sarebbe stato un buttarla via. Slegarono invece l'anello, e
a gran forza di remi corsero verso la _Nina_, che navigava mezza lega
discosto.
Quei della _Santa Maria_ sentirono molleggiare la gomena, e capirono che
il nodo si era disfatto a bordo del palischermo, o che la gomena si era
strappata. Non potevano infatti pensare che gli uomini del palischermo
disobbedissero ai comandi dell'almirante, rinunziando a gettar l'áncora,
per andare dove non erano stati comandati.
Ma così era; il palischermo si allontanava: sempre più. Ben presto non
si sentì più il rumore della voga.
--Signor almirante!--gridarono i marinai.--La gomena molleggia.... viene
a noi.
--Forse l'áncora non agguanta;--disse l'almirante.
--Oh c'è ben altro; l'áncora, non c'è più. Vedete quante bracciate di
gomena si prendono. Il palischermo è fuggito.
--Hanno paura!--mormorò Cristoforo Colombo.--E lasciano noi alla balìa
dei frangenti.--
La forza del mare incalzava sempre più il fianco della caravella,
spingendola contro lo scoglio. Scricchiolavano ad ogni ondata gli
staminali; c'era pericolo da un momento all'altro che la chiglia si
rompesse nel vivo sasso, e si sfondassero i fianchi della nave.
Cristoforo Colombo sospirò, e diede ordine ai marinai di metter mano
alle scuri. Bisognava abbattere l'albero di maestra, per tentare in quel
modo di alleggerire la _Santa Maria_. L'albero fu in breve ora
abbattuto, andando a spezzarsi, rimbalzando, sulla scogliera. Ma non
bastava ancora; la nave era sempre incagliata.
Mentre così lavoravano a furia sulla _Santa Maria_, ma disperati oramai
di rimettere a galla il naviglio, gli uomini del palischermo andavano a
voga arrancata verso la _Nina_. L'accostarono finalmente, e diedero
notizia di ciò che era accaduto, chiedendo di essere issati in coperta.
Vincenzo Yanez Pinzon, valoroso uomo, devoto a Cristoforo Colombo quanto
il suo fratello maggiore Martino Alonzo gli si era mostrato avverso e
disubbidiente, rimproverò con acerbe parole i fuggiaschi, ricusando di
riceverli a bordo.
--Se tentate di accostarvi--disse loro dall'alto del capo di banda,--vi
faccio andar sotto, come è vero Iddio. Ritornate alla _Santa Maria_, e
date una mano ai vostri fratelli, che ne avranno bisogno.--
Rimandati i pusillanimi, il bravo Vincenzo Yanez fece armar subito il
suo palischermo, ed egli stesso a gran forza di remi andò verso la
_Santa Maria_. Umiliati, gli uomini dell'altro palischermo lo seguirono
colà dove la violenza della corrente aveva spinta la povera nave
capitana.
Quando Vincenzo Yanez giunse in aiuto dell'almirante, l'albero di
maestra era stato troncato; ma il naviglio non galleggiava altrimenti;
peggio ancora, si era mezzo sfasciato sul fianco; poco dopo, era andato
alla banda. Per fortuna dell'equipaggio, il tempo era buono. Con vento
fresco e mare più mosso, la caravella si sarebbe sfracellata, e tutta la
gente sarebbe perita nei frangenti, prima di poter afferrare a nuoto la
riva.
Cristoforo Colombo e i suoi compagni della _Santa Maria_ ebbero il tempo
di scendere nei palischermi, e di ricoverarsi a bordo della _Nina_.
Intanto era spuntato il giorno, e si conobbe che non era troppo lontana
la costa. Qua e là si vedeva ribollire il mare intorno alle secche, o
rompere il flutto a certi scogli che venivano quasi a fior d'acqua. La
_Nina_ si tenne prudentemente in fuori, governando contro la corrente
traditora. Frattanto l'almirante, poichè ebbe meditato alquanto sulla
triste condizione in cui era posto dalla scomparsa della _Pinta_ e dal
naufragio della _Santa Maria_, pensò di mandare a terra il palischermo,
con Diego di Arana, capitano di giustizia dell'armata, e Pedro
Gutierrez, credenziere del re, suo ragioniere generale. Essi erano
incaricati di riferire al cacìco Guacanagari quello che era accaduto:
come l'almirante, volendo mantener la promessa di andare a visitare nel
suo porto il cacìco, avesse perduta la nave dirimpetto alla sua
residenza, dando in una secca, una lega e mezzo discosto dal lido.
Spirava da terra una brezza leggiera. E temendo l'ammiraglio che non vi
fosse in vicinanza qualche scoglio o banco di rena nascosto, rimase in
panna fino a giorno ben chiaro.
Diego di Arana e Pietro Gutierrez, con due scudieri, un interpetre e sei
marinai, andavano intanto verso la spiaggia. Apparivano tutti assai
tristi; anche taluno che non aveva ragione di esserlo nello interno del
cuore, lo era abbastanza nel volto. E il savio lettore intenderà
facilmente di chi vogliamo parlare.
Smontati a terra, e lasciati quattro uomini alla guardia del
palischermo, partirono gli altri sette per salire alla residenza del
cacìco. Il villaggio di Guacanagari non si vedeva di laggiù; afferrato
il colmo del poggio, i nostri ambasciatori lo scopersero, poco meno d'un
miglio lontano.
Non era un gran tratto di strada; ma bastò perchè fossero veduti dal
villaggio, annunziati al cacìco, il quale si mosse ad incontrarli fuori
dell'abitato. Guacanagari, infatti, s'immaginava che tra quei
viaggiatori fosse l'almirante in persona.
Come il cacìco ebbe saputo dalla bocca dell'interpetre ciò che era
accaduto sulla costa, molto si addolorò, e gliene vennero anzi le
lagrime agli occhi.
--E sono io la cagione di questa grave sciagura!--esclamò.--Dite al capo
degli uomini bianchi che io non saprò mai consolarmene.--
Ma i pianti e le querele non aggiustavano nulla; ben altro occorreva, e
Pietro Gutierrez lo fece dire al cacìco dall'interpetre Cusqueia.
--Amico degli uomini bianchi, le tue parole piacciono agli spiriti del
cielo. Ma tu devi mostrare la tua amicizia, dando aiuto coi tuoi uomini
e con le tue piroghe, affinchè tutto quanto si trova nella gran nave
abbattuta, sia messo in salvo alla spiaggia.--
Così parlava l'interpetre, riferendo la domanda di Pietro Gutierrez. E
il buon Guacanagari si mostrò sollecito a contentare gli uomini bianchi.
Non piangeva più; gli occhi suoi mandarono lampi di allegrezza, al
pensiero che egli avrebbe potuto in qualche modo esser utile ai
navigatori stranieri, che per amor suo avevano patito un danno così
grande.
Tutto il suo popolo fu prontamente convocato, e a drappelli avviato
verso la costa. Circondato dai suoi fratelli e parenti, seguiva egli
stesso la folla. Dal bordo della _Nina_, Cristoforo Colombo vide
discendere quelle lunghe file di naturali alla riva, ed egli stesso,
entrato nel palischermo, andò a stringer la mano di quel piccolo re
selvaggio del nuovo mondo, che avrebbe potuto dar lezioni di umanità e
di cortesia a molti potenti del vecchio.
I discorsi furono brevi, essendo urgente di operare. E tosto messe in
acqua Le loro piroghe, i naturali di Haiti si unirono ai marinai dei
palischermi, per discaricare la _Santa Maria_.
In breve spazio di tempo la coperta fu tutta sgomberata. A vedere quella
folla di burchielli che si aggiravano intorno alla scafo della nave
abbattuta, con uomini che andavano e ritornavano senza posa, dalla nave
ai burchielli, ricorreva naturalmente al pensiero un popolo di formiche,
affaccendate intorno ad una mollica di pane, che in breve ora riescono a
sgretolarla, a tritarla, a portarne via le briciole, facendo piazza
pulita.
Quanto era in coperta e sotto coperta fu portato alla spiaggia. E il
cacìco in persona, coi suoi fratelli e parenti, usava ogni diligenza,
così nella nave come in terra, perchè il tutto fosse ben governato e
custodito. E di tempo in tempo, mandava qualcuno de' suoi all'almirante,
che era rimasto sullo scafo della _Santa Maria_, per pregarlo di non
prendersi fastidio dell'accaduto, che egli volentieri gli avrebbe donato
in compenso tutto ciò che possedeva.
Così passò per Cristoforo Colombo la mattina del Natale. Intorno al
meriggio ogni cosa era al lido; e dal lido, a braccia d'uomini, era
portata al villaggio. Non si poteva infatti lasciare tanta roba allo
scoperto, esposta alle intemperie. Quanto ad altri pericoli che potesse
correre, non era neanche da pensarci; cose grosse e minute erano in
buone mani; nessuno di quei naturali pensò di appropriarsi nulla.
Cristoforo Colombo potè dire, ammirato, e scrivere nel suo giornale di
bordo, che delle cosa salvate dalla _Santa Maria_, non mancò neppure una
stringa.
Giunti i preziosi fardelli al villaggio, Guacanagari li fece riporre
nella sua casa medesima, che ne fu tutta ingombrata. E li tenne là
dentro, fino a tanto non furono vuotate tre case, che aveva destinate
per una più lunga custodia. Agli usci di quelle case, e tutto intorno,
furono messi a guardia uomini armati, che dovessero starci di giorno e
di notte.
Così adempieva agli obblighi della ospitalità il cacìco Guacanagari,
amico agli uomini bianchi, e preso di grande affetto per il loro
comandante supremo.
Quella sera, discendendo coi suoi uomini alla spiaggia, per ritornare a
bordo della _Nina_, l'almirante non sapeva ristarsi dal lodare
Guacanagari e il suo popolo.
--Che gente amorevole!--esclamava.--È trattabile, e mansueta, che io
credo non ci sia la migliore sulla faccia della terra. Amano il loro
prossimo come sè stessi; hanno un ragionane dolce, umano, sempre
accompagnato dal riso. Quel loro re, poi! È servito con molta divozione
da tutti, e con altrettanta dignità riconosce i loro servizi. Ha buon
contegno e mi pare anche fornito di molta intelligenza. Avete notato
come tutto osserva, e di tutto vuol sapere il principio ed il fine, e la
causa e l'effetto?
--Crederai tu che abbiamo messe le mani sopra un re filosofo?--disse
Damiano sotto voce a Cosma.--Mi piacerebbe moltissimo.
--E perchè, di grazia?
--Perchè si potrà discorrere, argomentare, disputare in famiglia, nelle
lunghe serate d'inverno.
--Vuoi tu dunque trattenerti alla sua Corte, matto insanabile che sei?
T'ha egli offerto un posto di ministro?
--Eh, sarà il meno ch'egli potrà fare per me, quando mi riconoscerà per
nipote.
--Nipote!--esclamò Cosma.--Eccone un'altra. Hai dunque già posto gli
occhi sopra una nuova bellezza?
--No, caro; sono fedele ad Abarima. L'ho riveduta oggi, e mi ha fatto
una festa da non dirsi. E per me e per lei la _Santa Maria_ ha fatto
egregiamente, a dare in secco. Non mi guardare con quegli occhi. So bene
ancor io che è una disgrazia; ma infine, poichè il male è fatto,
possiamo ben dire che esso non vien tutto per nuocere. E come è bella,
Abarima! Mi è venuta incontro battendo le palme, dopo aver gettato un
grido, che mi è penetrato qui, nel fondo del cuore. Anche il suo vecchio
padre mi ha accolto benissimo; mi ha perfino abbracciato. O son io che
ho abbracciato lui?... Non saprei dirti, ora; ma una cosa è certa, che
siamo stati un par di minuti l'uno nelle braccia dell'altro. La
parentela, capisci? la parentela imminente. Perchè io la sposo, quella
bella creatura; com'è vero Dio, la sposo.
--Secondo comandamento del Decalogo;--disse Cosma;--non proferire il
nome di Dio invano.
--E non fo conto di averlo proferito invano;--rispose l'altro con gran
sicurezza.--Non giudicare.... da quelle altre. Laggiù erano capricci,
morti appena nati; nuvolette formate all'orizzonte, e dissipate dalla
prima brezza del mattino. Qui è un'altra cosa. Sono innamorato come un
gatto. No, il paragone è brutto; saresti capace di dirmi che ora io ti
miagolo la mia canzon d'amore. Diciamo dunque come un piccione. E sai a
proposito di canzoni, che ho fatto cantare l'interpetre?
--Che c'entra l'interpetre?
--C'entra per parecchie notizie che io non potevo avere da me,
direttamente, da bocca a bocca. Perchè in materia di lingua Haitiana io
sono ancora ai primi esercizi. Orbene, oggi ho domandato all'interpetre
di sapermi dire chi fosse il vecchio naturale nella cui casa sono stato
ospitato. Cusqueia si è informato, e sai che cosa ha saputo? Sai chi è
il mio ospite, il padre di Abarima! Nientedimeno che il fratello di
Guacanagari, il fratello del ca.... No, non voglio dire cacìco! il
fratello del re; mi capisci? del re.
--Capisco;--rispose Cosma, sforzandosi di sorridere.--Per questo
accennavi alla tua qualità di futuro nipote.
--E futuro prossimo, perchè qui bisogna stringere,--riprese
Damiano.--L'almirante non vorrà mica restare troppo a lungo in queste
acque. Siamo a Natale; bisognerebbe far le nozze per la Befana....--
Cosma diede di sbieco una guardata al compagno, come per accertarsi se
parlasse da senno. Per matto lo conosceva oramai; ma non sapeva
acconciarsi all'idea che lo fosse diventato a tal segno. Ed era quello
il cavaliere che con lui, una volta.... Ma insomma, a che filosofar
tanto sul cuore e sulla testa dell'animale irragionevole? Non c'è che
l'uomo, per adattarsi alle condizioni di tempo e di luogo. Ma queste
cose non le aveva insegnate a Cosma la filosofia d'Aristotile, nè quella
del suo maestro che gli commentava Aristotile nella università di Pavia.
--Sta bene;--diss'egli al compagno.--Auguro fortuna ai tuoi novelli
amori.--
E lasciò cadere una conversazione che fino allora, come in tant'altre
occasioni consimili, aveva tenuta viva per far piacere all'amico.
Il silenzio era una consuetudine, in lui. Spesso restava intiere
giornate senza aprir bocca. Nessuno tra i marinai della _Santa Maria_
era più attento di lui ai comandi dei piloti, nè più diligente al
servizio. Da principio, quel suo fare un po' contegnoso era parso
superbo; ed avevano preso a motteggiarlo. Non ne aveva fatto caso,
finchè la cosa era rimasta in certi confini, tanto da lasciargli parere
che non dicessero a lui. Ma la prima volta che lo stuzzicarono davvero,
ed egli non poteva più far mostra di non avvedersi, entrò risolutamente
nel mezzo e parlò animosamente ai compagni.
--Sentite,--diss'egli,--ogni bel giuoco dura poco. Una volta e due si
può credere che chi ci ha dato uno spintone non l'abbia fatto a posta.
Alla terza, bisogna parlarci chiaro. Io voglio parlar chiaro con voi,
poichè siamo obbligati a vivere insieme, finchè duri questo viaggio. Ho
buone braccia come voi, e un buon coltello catalano per difendermi. Se
avete voglia di leticare con me, ditelo liberamente, e ce la faremo
senza tanti discorsi, sopra tutto senza tanti motteggi. Volete essere
amici? rimetto il coltello in cintura, e qua la mano. Dunque, siamo
intesi; scegliete.--
I patti chiari fanno gli amici cari. I compagni di Cosma scelsero
prontamente il partito migliore. Alla fin fine, non era egli un buon
figliuolo? Non dava mai noia a nessuno, e quando c'era qualche cosa da
fare, lavorava sempre per due. Troppo contegnoso in verità; ma questo
dipendeva dal suo carattere. Era un taciturno. Gli avevano affibbiato un
nome: il cavaliere. E non sapevano, chiamandolo così, di aver dato nel
segno. Del resto, quando gli si diceva qualche cosa, rispondeva sempre
con garbo. Gli si domandava un parere, e lo dava sempre con molto
giudizio. Era un po' chiuso; ma niente affatto orgoglioso; e questo
bastava. Si avvezzarono alla sua indole severa; presero a rispettarlo
come un superiore, sapendo ch'egli non si teneva per tale; lo scelsero
volentieri giudice ed arbitro nei loro litigi, sperimentandolo giusto ed
umano in ogni occasione. Dov'era lui, regnava la disciplina; quello che
sopportava lui, sopportavano tutti senza farsi pregare, nè minacciare.
Gran virtù dell'esempio! Per contro, quando il cavaliere si degnava di
sorridere, gli altri ridevano e saltavano. Ma questo non era un guaio;
ed egli, frattanto, aveva conquistato il diritto di chiudersi nelle sue
meditazioni.
A sua volta, Cosma era tutt'orecchi quando parlava il signor almirante.
Cristoforo Colombo aveva una grande autorità sull'animo del cavaliere.
Questi raccoglieva religiosamente ogni parola del suo grande
concittadino; e sospirava spesso, pensando alla sua bontà di cuore, alla
sua dirittezza di mente.
--Venti di questi uomini a Genova,--diceva allora in cuor suo,--e ci
sarebbe da comandare al mondo. Invece.... Ah, povera patria, che le
discordie dei suoi figliuoli hanno resa l'ultima delle terre italiane!--
_Capitolo XI._
Come una debolezza di Damiano andasse a finire in una fortezza.
Il 26 dicembre, che era un mercoledì, venne il cacìco Guacanagari in
visita solenne alla caravella dell'almirante. L'ottimo re selvaggio
mostrava gran tristezza e dolore, vedendo lo scafo della _Santa Maria_
mezzo rovesciato alla spiaggia, e nuovamente profferiva agli uomini
bianchi tutto ciò ch'egli possedeva, per ricompensarli dei danni patiti.
Mentre egli stava ragionando con l'almirante sul cassero della _Nina_,
si accostò alla caravella una piroga di naturali di un'isola vicina, i
quali portavano piastre e lamine d'oro, per barattarle con sonagliuzzi
di bronzo. Niente piaceva di più, a quella gente, dei piccoli strumenti
sonori che gli Spagnuoli avevano portati al nuovo mondo, opportunamente
imitando un costume dei Portoghesi nei loro viaggi di scoperta lungo la
costa Africana. Amavano la danza, e saltavano spesso, cantando certe
loro canzoni, che accompagnavano col suono d'una specie di tamburo,
fatto d'un tronco d'albero scavato, su cui era una pelle distesa. Il
suono del tamburo non era sicuramente così piacevole all'orecchio dei
danzatori, come il tintinnio di quei piccoli sonagli di rame.
Anche i marinai della nave naufragata, che ritornavano a bordo della
_Nina_, riferirono all'almirante di altri naturali dell'interno di
Haiti, i quali accorrevano di tratto in tratto alla spiaggia offrendo
pezzetti d'oro in cambio di ogni nonnulla; e più ne avrebbero portato,
anche piastre più grosse, ove fosse gradito il baratto coi sonagliuzzi
di rame e con le perline di vetro colorato.
Guacanagari, sempre attento ai discorsi degli uomini bianchi, come erano
tradotti dagli interpetri, e non meno agli atti, ai gesti, ai moti del
viso, osservò che quelle notizie facevano scintillar d'allegrezza gli
occhi dell'almirante. E noi possiamo intendere più facilmente di
Guacanagari come e perchè fosse lieto Cristoforo Colombo. Egli aveva
promesso di trovare per la via di ponente l'isola di Cipango e le
regioni estreme dell'Asia, famose per infinite ricchezze. In quella
vece, aveva trovato delle isole abitate da selvaggi, ignudi la più parte
come Adamo ed Eva innanzi il peccato. Guanahani, Cuba, Haiti e via
discorrendo, potevano esser considerate altrettante aiuole del Paradiso
terrestre. Ma questo ai re Cattolici di Spagna sarebbe parso troppo poco
guadagno, in compenso al grandissimo sforzo che avevano fatto, di
concedere tre gusci di noce per mandare a scoprire il Cattaio, e far
vassallo di Castiglia il gran Cane dei Tartari! Perciò l'almirante del
mare Oceano giustamente pensava che nulla avrebbe operato sull'animo de'
suoi signori, meglio della vista dell'oro. Che importava più del gran
Cane e del suo Cattaio, se si metteva la mano sulle miniere di Ofir?
Isole ricche d'oro nativo, meglio trovarle selvagge, che abitate da
popoli numerosi, governati da re potenti, forse disposti a trafficare,
ma niente affatto a ricevere un nuovo padrone.
Conosciuto per tal modo il desiderio del suo ospite, Guacanagari fu
molto lieto di potergli dire che a poca distanza dalle sue terre, nella
regione più montuosa dell'isola, il metallo dal colore del sole era
tanto facile a ritrovare, che gli abitanti non ne facevano stima veruna.
Il luogo, soggiungeva egli, si chiamava Cibao. Non forse Cipango? pensò
tosto l'almirante. Ma fosse Cipango, o non fosse, egli aveva finalmente
trovato Cibao, la misteriosa regione aurifera, di cui gli avevano già
detto nome i naturali di Guanahani e di Cuba.
Guacanagari pranzò quel giorno con l'almirante, a bordo della _Nina_; e
quindi lo invitò alla sua residenza, dove gli avrebbe fatto vedere come
fossero tutte le cose di lui gelosamente custodite.
La refezione, imbandita quel giorno nella casa di Guacanagari, era
copiosa e scelta, per quanto permetteva ad Haiti la semplicità del
costume. I piatti forti erano di utia, che è una specie di coniglio, e
di pesci; le intramesse di radici, che erano di varii generi e in varii
modi preparate; delle frutte non si parla nemmeno, che abbondavano
nell'isola, e con la varietà degli aspetti rallegravano gli occhi, come
con quella dei sapori stuzzicavano i palati degli uomini bianchi.
Sempre maravigliosa la bontà d'animo dei cacìco, e delicatissime le
premure amichevoli, con cui cercava di consolare il suo ospite della
disgrazia sofferta. Ed era strano per i suoi convitati spagnuoli il
vedere com'egli fosse garbato nel modi. Il civilissimo tra gli Europei
non avrebbe recato con maggior dignità e pulitezza il cibo alla bocca.
Ad ogni portata Guacanagari si lavava le mani, e le strofinava con erbe
odorose. Era servito con molto rispetto dai suoi sudditi, e li
ricambiava con atti di graziosa maestà. Che dirvi di più? Bisognerebbe
ripetere il già detto, di questo selvaggio portentoso, che oggi ancora
si potrebbe proporre ad esempio presso tutti i popoli civili del mondo.
Intorno a lui, Damiano aveva compendiato il suo giudizio in queste poche
parole: Guacanagari, non ce n'è guari. E contemplava il suo futuro zio
con una tenerezza ineffabile.
Ma ci pensava egli davvero, a fare il nido in Haiti? Pare di sì. Damiano
era uno spirito bizzarro, pronto ad infiammarsi, e sincero nei suoi
innamoramenti, qualunque ne fosse l'oggetto. Abarima gli era piaciuta a
quel dio; egli era piaciuto a lei; non c'era nessuna ragione perchè ella
non fosse sua moglie, o con un rito o con l'altro, dei tanti che servono
a fermare in modo indissolubile il bel capriccio di un giorno, in quella
guisa che una spilla nera, un cartellino scritto con due parole latine,
e una lastra di cristallo in cornice, vi fissano un bel _Priamus_, una
bella _Vanessa_, dalle ali fatte di polvere d'oro, nella vetrina d'un
museo di storia naturale.
E di questo suo disegno era tanto invasato Damiano, che egli si era
perfino rallegrato della perdita d'un naviglio. Egoismo d'amore, che
dalla sua stessa ferocia è innalzato al sublime! Il naufragio della
_Santa Maria_ riduceva Cristoforo Colombo e la sua gente a vivere sulla
più piccola delle tre caravelle, e sulla meno adatta a sostenere la
forza del mare. Forse era per tutti la impossibilità di ritornare in
patria. Si sarebbero perduti laggiù, come Ugolino Vivaldi sulla costa di
Africa, senza che più si avessero nuove di loro. Ebbene? che importava
ciò? Si rassegnava a tutto, Damiano; anche a non rivedere l'Europa.
--Vecchia Europa!--diceva egli, in una di quelle apostrofi che gli erano
familiari.--Infine, che cosa sei tu, per un uomo del tempo presente? Un
giorno, sei piaciuta a Giove, che per te non dubitò di cangiarsi in
toro, e tu lo incoronasti di fiori, come una vittima. Per altro, da quel
giorno, ne sono passati, degli anni! Vecchia megera, se io potessi aver
la sorte di non rivederti mai più! Spero bene, ora che ti abbiamo
scoperto una sorella di parecchie migliaia d'anni più giovane, spero che
un giorno molti dei tuoi cavalieri passino il mare, uscendo dal tuo
vilissimo stretto di Gibilterra, per venirsene qua, a dimenticare in
questa vergine bellezza i tuoi vezzi cascanti, il tuo belletto, i tuoi
capelli tinti, i tuoi denti posticci. Per rifarti la pelle, vecchia
incartapecorita, non ci sarebbe che un espediente, ma eroico, anzi più
che eroico, divino. Sarebbe infatti mestieri che la mano di Domineddio
si aggravasse gentilmente su te; con un dito sui Pirenei, un altro sulle
Alpi, un altro sugli Urali, un altro sul Caucaso, un altro sui Carpazi,
un altro.... Ma no, ne ho contato già cinque, e cinque basterebbero,
purchè premessero, premessero bene, giù giù, fino a metterti un venti
braccia, sott'acqua, per venti minuti! E allora, crepi l'avarizia, ti si
potrebbe far ritornare a galla, per lasciarti respirare. Che bella
faccia pulita, mia vecchia Europa! e che bel bagno di gioventù!--
Sincero anche in questi suoi voti, il nostro Damiano! Vi pare di
dovergli dare il torto, per aver egli detto ad alta voce ciò che tanti
avranno pensato, ai suoi tempi, ed ai vostri? A buon conto, non glielo
voglio dar io.
Con questo modo suo di ragionare, figuratevi se non volesse restare ad
Haiti. Ci pensava tanto, che si risolse d'imparare alla svelta la lingua
del paese. Maestri ce n'erano parecchi: gl'interpetri di Guanahani e di
Cuba. Egli sapeva già parecchi vocaboli; ne imparò in due o tre giorni
parecchie centinaia, che scriveva sopra pezzetti di carta, di contro ai
corrispondenti vocaboli italiani. Con quel principio di glossario si
poteva fare molto cammino, e non desiderarsi la vicinanza di un terzo
incomodo, quando aveva da far conversazione con la leggiadra Abarima.
Il vecchio babbo, quantunque fratello di re, vedeva di buon occhio quel
semplice marinaio. Ma questo s'intenderà facilmente: il semplice
marinaio era un uomo bianco, un figlio del cielo. Del resto, il capo
degli uomini bianchi era molto amico di quel semplice marinaio, gli
rivolgeva spesso la parola, intrattenendosi con lui in una lingua che
essi soli parevano intendere. E questa familiarità di Damiano con
l'almirante rialzava molto il marinaio agli occhi del vecchio Tolteomec.
Quel giorno, per l'appunto, Damiano aveva accompagnato l'almirante alla
residenza di Guacanagari. Sedeva anch'egli alla mensa del re; ultimo
nell'ordine gerarchico, è vero, ma forse per sua elezione, volendo esser
vicino alla dolce Abarima. Nelle numerose comitive e nelle grandi
riunioni, il miglior posto è sempre quello degli ultimi, che hanno
sempre la libertà della scelta. Il personaggio maggiore s'annoia a capo
di tavola, e manda occhiate di desiderio ai felici che se la spassano
nel fondo, facendo il comodo loro e ridendo come matti.
Levate le mense, Guacanagari aveva condotto il suo ospite negli ameni
boschetti che circondavano la sua casa. Migliaia di naturali aspettavano
la nobile comitiva; e a mala pena Cristoforo Colombo si fu seduto con
Guacanagari al rezzo d'un palmizio, quella turba poco vestita si mise a
cantare e a saltare, accompagnando la voce ed il passo col suono dei
suoi tamburi, a cui si aggiungeva per grande novità il tintinnìo dei
sonagli di bronzo.
La danza era il passatempo prediletto dei naturali di Haiti. Se a quel
tempo fosse stato comune sulla faccia del globo l'uso delle carte da
giuoco, sicuramente quei buoni selvaggi avrebbero fatto carte false, pur
di ballare dalla mattina alla sera. Damiano, contemplando le loro
giravolte e i loro salti, aveva facilmente imparata la coreografla, del
resto assai scarsa, dei suoi futuri concittadini. Un ballo, tra gli
altri, gli era sembrato molto somigliante al trescone, che si ballava in
Europa. Preso da un capriccio subitaneo, chiese ad Abarima se ella
avrebbe consentito a ballare con lui. Abarima non aveva detto di no.
Animo dunque, e nel mezzo del prato, facendo fermare stupefatti tutti i
ballerini della tribù. Damiano provava un gusto matto a ballare con quel
fior di selvaggia; ma altrettanto ne provava la graziosa fanciulla a
ballare con lui. E non erano meno contenti i naturali di Haiti, vedendo
un figlio del cielo che non isdegnava di saltabellare in cadenza con una
figlia degli uomini. I tamburi battevano via via più affrettata la
misura; e più rapido girava Damiano, più forte stringendo nelle braccia
nervose la leggiadra Abarima. Essa era snella, egli robusto; durarono un
pezzo alla prova. Ma egli non vedeva già più il prato, nè gli alberi, nè
gli spettatori circostanti, quando la sua dama gli fece la grazia di
arrendersi, cadendogli ansante, quasi svenuta dal piacere, sul braccio,
e abbandonandogli la bruna testa inghirlandata di fiori sul petto.
Ma bisognava dare a Guacanagari altra idea che di avergli portato
ballerini, dalle regioni del cielo. L'almirante aveva mandato a prendere
a bordo della _Nina_ un arco moresco, col suo turcasso di frecce. Era
nel suo seguito un Castigliano, che aveva fatta la guerra contro i Mori
ed era stato all'assedio di Granata. A lui, destro arcadore, toccava di
far vedere la sua prodezza, con l'arco alla mano. Una foglia di palmizio
fu collocata in fondo alla prateria, sulla vetta di una canna. E il
Castigliano la prese di mira, piantando nel suo verde tessuto, una dopo
l'altra, tutte le frecce del suo turcasso, tra le grida di ammirazione e
gli applausi della intiera tribù.
Guacanagari chiamò con un nobilissimo gesto l'interpetre Cusqueia, e gli
dettò le parole che questi doveva riferire all'almirante:
--Potente signore, colpiscono diritto nel segno i tuoi guerrieri. Questo
è certamente un dono del cielo, donde siete venuti. Con l'arco e la
freccia non colpiscono così giusto i Caribi, nostri mortali nemici.
Vengono essi sulle lunghe piroghe, dalle isole vicine, verso
mezzogiorno, e fanno prigioni i miei uomini, che conducono nelle loro
terre a servirli, quando non ne bevono il sangue e non si cibano di
essi, fino al midollo delle loro ossa. Ahimè! i figli di Haiti nulla
possono contro quegli amici della strage, e non sempre i nostri buoni
spiriti li tengono lontani da noi.--
Udì l'almirante la querela di Guacanagari, e prontamente rispose:
--Ben altre armi abbiamo contro i nemici del nostro ospite e fratello.
Or ora tu le vedrai, e ti sarà facile intendere che niente vale contro
gli uomini bianchi, che ti hanno giurato amicizia.--