incominciarono a farsi avanti tra gli alberi, venendo fino al limite
estremo del bosco. Gli esseri strani avevano l'aria di non avvedersi
neanche della loro presenza; se pure accadeva che volgessero gli occhi
da quella parte, non si trattenevano mai a guardare, e tranquilli
attendevano ai loro discorsi. Taluni, anzi, andando attorno per la
spiaggia, raccoglievano stipa e rami secchi, che portavano a certi
focolari improvvisati, per accendervi il fuoco e preparare il pasto
all'aperto. Non avevano dunque cattive intenzioni; erano esseri buoni,
discesi a quella spiaggia per riposarsi, non per nuocere ai tranquilli
abitanti dell'isola. E allora i selvaggi osservatori prendevano animo,
si facevano sempre più avanti; qualcuno di essi era già uscito dalla
macchia, e, mettendo piccole grida, cercava di destar l'attenzione dei
nuovi venuti. I quali, finalmente, incominciavano a voltarsi, a
guardare, e, senza muoversi dal posto che s'erano scelto sulla riva,
invitavano coi gesti la timida gente ad accostarsi. Ma ancora non si
fidavano, i naturali del luogo; stavano là sospesi, continuando a
mettere le loro piccole grida, quasi volessero invitare quegli esseri
strani a far sentire anch'essi il suono della lor voce, che ancora non
avevano udita.
Cristoforo Colombo si era avanzato lentamente di pochi passi verso la
macchia. Col gesto cortese, e col tono di voce più soave che seppe,
chiamò quella gente a sè, esortandola a non aver paura degli stranieri.
Egli bene intendeva che le sue parole non sarebbero state capite; ma
parlava ad ogni modo, perchè le frasi giustificassero il gesto.
Una donna era in quella piccola schiera di selvaggi. Fu essa la prima a
farsi più avanti, rassicurata dagli atti amorevoli, e dal nobile aspetto
dell'uomo dai capelli d'oro. Poveri capelli d'oro, in mezzo a cui erano
già tanti i fili d'argento! La donna, a mala pena coperta d'una fascia
di stoia raccomandata sul fianco, aveva due bambini con sè, due putti a
cui non toglieva grazia il color di rame della carnagione. E parlava
loro, incitandoli con gli atti; e uno di loro finalmente si mosse,
facendo alcuni passi verso l'almirante, che ne aveva fatti altrettanti
verso di lui, mandandogli un sorriso e un gesto di carezza. Così, a poco
a poco, vinto il sospetto e la ritrosia dei bambini, l'almirante si
ritrovò tanto vicino ad essi, da poter porre la mano sulle lor brune
testine; poi, tratti fuori due sonagliuzzi di metallo, li fece
tintinnare al loro orecchio, destando in essi un senso di curiosità e di
grata maraviglia.
--Prendete,--diss'egli allora,--son vostri.--
E col gesto dichiarando le parole, diede i due sonagliuzzi ai bambini.
La donna si avanzò per abbracciare i figliuoli, fors'anche per
incuorarli a dir grazie. Ed ella pure ebbe un dono dal nobile uomo dei
capelli d'oro: un sottil vezzo di perline di vetro. Il gesto
dell'almirante, nell'offrirle quel dono, significava, che ella poteva
adornarsene, mettendolo al collo.
Donna e bambini ritornarono verso la macchia, saltellando e gridando in
segno di allegrezza. E il vezzo di perline e i piccoli sonagli furono
argomenti di ammirazione per tutti quei selvaggi affollati. Il ghiaccio
era rotto. Anche gli uomini, poichè ebbero ammirati i donativi, si
avanzarono verso il donatore, lo attorniarono, riguardosi da prima,
quindi a mano a mano più familiari, cedendo agli impulsi della loro
curiosità. Maravigliavano della sua vantaggiosa statura, fors'anche del
suo nobile aspetto; contemplavano le sue mani bianche, paragonandole
subito con le loro, del color di rame. Fu quello il primo gesto
parlante, il primo scambio d'idee tra i naturali dell'isola e l'essere
sovrumano sbarcato sulla loro spiaggia tranquilla. Il secondo gesto fu
ancora il paragone. Contemplavano i fili d'oro che ornavano le guance e
il mento dello straniero (immaginate, di fatti, che egli da più
settimane non avesse pensato nè a radere nè a scorciare la barba) e dopo
aver toccato quei fili d'oro, toccavano le loro facce che n'erano prive.
Cristoforo Colombo sostenne placidamente l'esame; sorridendo sempre,
lasciò toccare la barba, i capegli, le mani, le ricche stoffe di cui era
vestito, e gli elsi della spada che gli pendeva dal fianco. Cessarono
finalmente di toccare, e, fatto un po' di cerchio intorno a lui, gli
chiesero nella loro lingua qualche cosa, aiutandosi anch'essi col gesto.
Intese che gli domandavano donde venisse. E rispose con le parole e col
gesto che veniva dalla parte di levante. Ma essi non parvero
aggiustargli fede; indicavano il cielo come patria di lui, e, additando
le navi ancorate alla costa, imitavano con le braccia il batter delle
ali, con cui egli sicuramente era calato tra loro. Sicuramente per ali
avevano scambiate le vele.
Anch'essi erano molto osservati, non solo dall'almirante, ma da tutti
gli uomini della spedizione, che a manipoli via via si erano avvicinati.
Damiano, che era capitato dei primi, potè riconoscere che il suo amico e
fratello Cosma non aveva traveduto. I naturali dell'isola erano poco,
anzi punto vestiti; non potendo passare per abiti i segni di rosso, di
nero e di giallo, onde avevano rigata e picchiettata la pelle di rame.
Non tutti, per altro, erano così dipinti con l'ocra, sulle braccia e sul
petto; ma tutti avevano segnata di rosso la punta del naso, e di rosso
avevano cerchiate le occhiaie.
--Strano modo di farsi belli!--diceva Damiano.--E quella donna là, che
mi pare abbastanza belloccia, gradirà così impiastricciato il naso del
suo dolce marito? Ma già, paese che vai, usanza che trovi. E siccome
egli si tingerà a quel modo per piacere a lei, è da credere che essa
gliene serbi riconoscenza.--
Altra particolarità degna di nota erano i capelli di quei naturali;
capelli di colore tra il fulvo e il nero, ma corti, non riccioluti,
lisciati all'ingiù, fatti untuosi e lucenti con l'olio di qualche frutto
del luogo. Se non fossero stati quei cerchi alle occhiaie, che in molti
di loro guastavano, si sarebbe potuto dire che tutti avessero gli occhi
assai belli ed espressivi. E avevano alta la fronte, regolari i
lineamenti, ben proporzionate le membra, non alta la statura, ma neanche
sotto il mediocre. A quella latitudine, che egli giustamente immaginava
esser quella dell'Africa, e sotto il capo Bojador, Cristoforo Colombo
pensava di trovare un tipo diverso, quello dei negri, per esempio; e non
fu poca la sua maraviglia, vedendo una specie così nuova. Il lettore si
riconduca col pensiero ai tempi del grande navigatore. Le carnagioni
color di rame si vedevano allora per la primissima volta.
L'almirante aveva osservate le persone; osservò anche le armi di quel
popolo nuovo. E potè farlo, perchè qualcheduno dei naturali era venuto
armato alla spiaggia. Povere armi, in verità! archi con le corde di
liana, e frecce di canna, con la punta di osso di pesce; lance, o, a dir
più veramente, lunghi e sottili bastoni di legno, la cui punta era
indurita al fuoco, oppure formata di una cuspide di selce, o d'un dente,
o di un osso acuminato di squalo. Quella povertà d'armi offensive, il
difetto di armi difensive, dicevano chiaramente la semplicità dei
costumi e la mitezza d'indole dei pacifici abitanti dell'isola. Che
vivessero allegri lo diceva abbastanza l'umor gaio di cui avevano fatto
prova recente: che non avessero da stentare la vita, era dimostrato
dalla ricchezza vegetale del terreno e dalla varietà, dalla abbondanza
dei frutti: che godessero anche di un certo ozio quotidiano, si poteva
riconoscere dal fatto che molti di essi erano venuti alla spiaggia
tenendo sul pugno pappagalli addomesticati, brave bestie chiacchierine,
le quali andavano ripetendo a perdifiato intiere frasi della lingua dei
loro padroni; una lingua per cui messer Luigi De Torres, interpetre
della spedizione, era venuto invano; così poco ella somigliava a quelle
del ceppo Arameo, che dovevano essere il suo forte!
Il pasto era imbandito, e l'almirante ne offerse ai naturali, specie ai
vecchi e ai bambini. Non si è detto ancora, ma facilmente s'indovina che
tutti gli abitanti del villaggio stessero a godersi la novità della
scena, seduti sulle calcagna, secondo il costume di tutti i selvaggi.
Qualcheduno dei vecchi accettò, per atto evidentissimo di cortesia;
qualcun altro per curiosità, non riuscendo per altro a maneggiare
convenientemente cucchiai e forchette; ma subito smessero, o fosse
perchè non volevano mostrarsi ghiottoni, o perchè non gradivano la
cucina dei figli del cielo.
Ma quando, per una delle solite disgrazie di tavola, che addolorano
profondamente ogni buona massaia, cadde ad un cuoco e si ruppe in molti
pezzi un gran piatto di maiolica, tutti quegli spettatori del primo
ordine, giovani e vecchi, si buttarono avanti, per dividersi la preda.
Era lucente la vernice di quei cocci, e chi poteva abbrancarne uno si
stimava felice.
La giornata passò in quel dolce riposo. I naturali volevano condurre i
figli del cielo a visitare i loro modesti tugurî; e qualche visita, alle
capanne più vicine, fu consentita dall'almirante, a cui premeva di
conoscere come vivessero, quali fossero i loro utensili domestici, e
sopra tutto a che grado fosse giunta la loro agricoltura. Del resto,
egli aveva già capito che non c'era da aspettare grandi cose. I regni di
Cipango, del Cattaio, del prete Janni, erano ancora molto distanti;
quell'isola non era forse che il più lontano avamposto delle Indie
sospirate e sognate.
Sull'ora del tramonto, fu risoluto il ritorno alle navi. I naturali
stettero estatici sulla rena a vedere i loro ospiti che montavano nei
palischermi; ed anche aiutarono con le loro braccia a spingere in mare
quelle massiccie piroghe. Ma quando videro allontanarsi l'uomo dai
capelli d'oro, il padre, il dio di tutti quegli esseri sovrumani che
erano scesi a visitarli, gettarono altissime strida, si sciolsero in
pianti e lamentazioni senza fine.
--Ritorneremo, buona gente, non piangete, ritorneremo domattina;--andava
gridando Damiano.
E col gesto li esortava ad avere un po' di pazienza. Poi, additando il
sole, che tramontava da una parte, lo indicava rinascente dall'altra.
Alcuni lo capirono, perchè si messero a ridere, battendo allegramente le
palme.
La mattina seguente, come aveva promesso Damiano, i figli del cielo
dovevano ridiscendere a terra. Ma assai prima che i marinai pensassero a
calumarsi nei palischermi, il lido echeggiava di grida festose; molti
naturali nuotavano allegramente intorno alle navi; e le lunghe piroghe,
scavate nei tronchi degli alberi, guizzavano agilmente da poppa e da
prora, portando fino a cinquanta selvaggi. Erano lunghe e sottili, le
piroghe di quegli isolani; ma la loro snellezza era tutta a danno
dell'equilibrio. Spesso accadeva che per un'ondata più forte delle
altre, o per un tracollo improvviso, andasse capovolta la barca. Ma non
si spaventavano per così poco, i naturali dell'isola; dato quel tuffo,
erano subito a galla, e con certe zucche lunghe, tagliate di sbieco e
usate a mo' di gottazze, svuotavano prontamente le loro saettìe d'un sol
pezzo.
Coloro che avevano assaggiata il giorno innanzi la sbroscia dei marinai
e provato il dente nel loro biscotto, portavano in iscambio le loro
provvigioni di frutta e di pane. Avevano infatti una specie di pane,
detto cassava, tratto dalle radici di una jucca, coltivata a bella posta
nei campi, come da noi il frumento. La radice era fatta in minutissimi
pezzi, tritata e ridotta in focacce, che disseccavano al sole; e poi,
quando volevano mangiarne, la mettevano in molle. Quell'alimento era
insipido parecchio, ma sano e nutritivo.
Non mancavano altri donativi: il cotone, ad esempio, di cui davano fino
a venticinque libbre in cambio d'un pugno di perline di vetro. Alcuni,
poi, avevano le nari bucate, e a quel forellino portavano appeso un
pezzetto d'oro nativo. Barattavano volentieri quell'ornamento con un
sonagliuzzo di bronzo. Ma di quei baratti si fece subito arbitro
l'almirante, perchè l'oro doveva appartenere alla corona di Castiglia, e
non dovevano farne incetta i marinai. Egli domandava ai naturali donde
provenisse quell'oro; ed essi accennavano ad un luogo lontano sul mare,
dalla parte di ponente, e frattanto rispondevano: Cibào.
Cibào! Non forse Cipango? E il pensiero di Cristoforo Colombo
naturalmente correva alle ricchezze di quell'isola, che Marco Polo aveva
descritta con sì vivi colori. Ed egli seguitava a segnare laggiù da
ponente, dopo aver mostrato ad essi quell'oro; e proferiva il nome di
Cipango; ma sempre i naturali seguitavano a rispondere Cibào. Cibào era
dunque una corruzione di Cipango; facile corruzione, ad una distanza di
due secoli. Cibào, dunque, laggiù. E l'isola in cui vivevano? Guanahani,
rispondevano essi, Guanahani. Che cosa volesse poi dire Guanahani, era
difficile sapere, essendo difficile il domandarlo. Ma questo importava
assai meno. L'isola, visitata alla svelta, non aveva tracce di metalli
preziosi. I suoi abitanti, poveri e semplici, vivevano di agricoltura e
di pesca; poche ed infrequenti erano le loro relazioni coi naturali
delle isole vicine, talune delle quali si scorgevano distintamente
sull'orizzonte, a destra e a manca di Guanahani.
La giornata del 13 era trascorsa in queste visite, in questi scambi, in
questi discorsi. La mattina del 14, l'almirante partì coi palischermi,
per fare il giro dell'isola, tutta sparsa di lieta verzura, con qualche
poco di terra coltivata, e capanne qua e là, presso le rive. La voce
dell'arrivo degli ospiti celesti a Guanahani era corsa tutta intorno,
anche nelle isolette vicine; e da ogni lido, al passaggio dei
palischermi, erano frotte di naturali che innalzavano grida di festa e
d'invito. Molti si gittavano a nuoto; erano tirati a bordo, regalati di
perline di vetro, e rimandati contenti.
Ma niente era che trattenesse più oltre il signor almirante nelle acque
di Guanahani. Gli si offrivano allo sguardo molte isole verdeggianti,
che tutte parevano invitarlo. Scelse a occhio la più grande, che
sembrava cinque leghe distante, e a quella drizzò il corso della sua
squadra, nella mattina del 15; ma non potè, a cagione delle correnti
contrarie, approdarvi che al tramonto del sole. Aveva intitolata la
prima isola al Santo Salvatore; intitolò la seconda a Santa Maria della
Concezione. V'ebbe, nella mattina del 16, le stesse accoglienze di
Guanahani; ci ritrovò gli stessi costumi, la stessa nudità, la stessa
età dell'oro in azione, ma senza alcuna abbondanza di quel prezioso
metallo. A Guanahani aveva preso sette naturali, che gli erano parsi di
più svegliato ingegno, e più pronti a formarsi un vocabolario spagnuolo
per i primi usi della conversazione. E i sette naturali erano andati
contenti fino all'isola vicina. Quando videro che l'almirante non voleva
trattenercisi, ma salpava nello stesso giorno per andare più oltre,
verso ponente, donde appariva un'altra isola più ragguardevole,
incominciarono a dolersi, come tanti Melibei, di dover lasciare «il
confin della patria e i dolci campi». Uno di essi, che era imbarcato
sulla _Nina_, non stette lungamente a piangere; si tuffò in mare e a
nuoto raggiunse una piroga di suoi connaturali, che passava da quelle
parti.
Fu l'unico episodio spiacevole di quei primi giorni vissuti tra le
isole. Alla terza di queste Cristoforo Colombo impose il nome di
Fernandina, in onore del re di Castiglia, disegnando in cuor suo di
chiamare la quarta col nome della sua regal protettrice, Isabella.
Gli abitanti dell'isola Fernandina somigliavano in tutto a quelli delle
prime due isole; ma parevano più ingegnosi e più scaltri. Alcune tra le
donne avevano dei piccoli grembiali di cotone; alcune altre giungevano
al lusso d'una specie di mantello. Le abitazioni, costrutte di rami, di
canne, di foglie di palmizio, avevano forma di padiglioni; grande
pulizia e decenza ci regnava per entro; i letti erano stoie di cotone,
sospese, chiamate dai naturali col nome di _hamac_. E il nome e la cosa
dovevano incontrar favore in Europa.
Nella quarta isola, che fu chiamata Isabella, Cristoforo Colombo trovò
bei laghi d'acqua dolce, e frutti svariatissimi, e sciami di pappagalli
«che oscuravano il sole»; molte lucertole, dei cani che non abbaiavano,
niente spezierie, niente oro, ma molti indizi di una grande isola verso
mezzogiorno, che i naturali dicevano ricca di ogni ben di Dio. S'intende
che i naturali parlavano agli interpetri, e questi riferivano,
servendosi di quel numero ancora troppo ristretto di parole castigliane,
delle quali avevano inteso, e fors'anche frainteso il vero significato.
Una grande isola! e ricca! Era dunque Cipango? Bisognava lasciare al più
presto quell'arcipelago di isolette, così belle, ma povere, e andare
alla scoperta della terra maravigliosa. Venti contrarii, bonacce, piogge
frequenti, impedirono per molti giorni la partenza, o ritardarono il
corso. Finalmente la squadra salpò alla mezzanotte sopra il 24 di
ottobre, e costeggiate alcune isolette a cui l'almirante impose il nome
di _Islas de Arena_, giunse la mattina del 28 all'approdo di una grande
isola, le cui alte montagne gli ricordarono quelle a lui note della
Sicilia. Posto piede a terra, ne prese possesso nelle forme consuete,
imponendo a quell'isola il nome di Giovanna, in onore del principe
Giovanni, il piccolo Infante di Castiglia.
Era destino che tutti quei nomi dovessero perire. San Salvatore diventò
l'isola del Gatto; Fernandina, l'Esuma; Isabella, l'Esumeta; le isole
_de Arena_, Mucaras; Giovanna riprese il nome che aveva dai suoi
naturali, il nome di Cuba.
Un fiumicello metteva pure nel golfo a cui approdava Cristoforo Colombo.
Quel fiumicello prese e ritenne il nome di San Salvatore. Entrandovi col
palischermo, per iscandagliarne la profondità, gli Spagnuoli posero in
fuga due piroghe, le quali si erano poc'anzi staccate dalla riva. Ed
anche posero in fuga gli abitanti della costa, nelle cui capanne non
erano che stoie, tessute di filamenti di palma, uncini, fiocine d'osso,
ed altri arnesi da pesca. Si incominciava male, per ritrovare i tesori
di Cipango. Rimontato in nave, l'almirante si accinse a scorrer la costa
verso ponente, e in quella esplorazione scese parecchie volte a terra,
visitando villaggi, donde gli abitanti costantemente fuggivano ai
boschi. Le case erano meglio fabbricate, la pulitezza notevole; non
mancavano indizi d'una civiltà più inoltrata; ad esempio, certe statue
d'idoli, rozzamente intagliati, ma con certa vivezza di espressione, nel
legno.
Sicuramente, le maraviglie descritte da Marco Polo non avrebbero
indugiato a mostrarsi. E questa non era solamente la speranza di
Cristoforo Colombo, ma anche quella di Martino Alonzo Pinzon. Tre
naturali di Guanahani, imbarcati sulla _Pinta_, dicevano che dietro ad
un promontorio, poc'anzi denominato delle Palme, era un grosso fiume,
rimontando il quale, si poteva andare in quattro giorni a Cubanacan!
--Cubanacan!--ripeteva Martino Alonzo.--Cubanacan! Non è corruzione,
questa, del regno di Kublai-kan? Siamo sull'orma, signor almirante,
siamo sull'orma.
--Vediamo di non far confusioni;--rispondeva l'almirante.--Se questa è
l'isola di Cipango, come potrebb'essere il regno di Kublai-kan, che
Marco Polo ha collocato in terraferma? Notate, Martino Alonzo, che
questa è un'isola; ce l'hanno annunziata per tale gl'interpetri,
indicandola a noi, verso mezzogiorno, quando eravamo all'áncora nelle
acque dell'Isabella.
--Avremo capito male,--replicava Martino Alonzo Pinzon.--Per intanto, i
miei tre selvaggi dicono che questa non è un'isola. E la chiamano Cuba,
e dicono che Cubanacan si ritrova a quattro giornate dentro terra;
soggiungono che c'è oro in abbondanza; che cosa si vuole di più?
--La scoperta del gran fiume, donde si avrebbero a prender le
mosse;--rispose placidamente Cristoforo Colombo.--Cerchiamo dunque il
gran fiume.--
Ma girato il capo delle Palme, non si trovò punto il gran fiume. Altri
promontorii furono veduti e girati via via; ma senza ritrovare, non che
il gran fiume, un sorgitore in cui gettar l'áncora. Il vento soffiava al
traverso; l'infoscarsi del cielo faceva prevedere un grosso temporale.
L'almirante pensò giustamente che fosse atto di prudenza ritornare
indietro, per ormeggiarsi alla foce di un altro fiume, già veduto tre
giorni prima; al quale, per l'ampiezza della sua foce, aveva imposto il
nome di _Rio de los mares_.
Così erano giunti all'ultimo giorno di ottobre. La mattina seguente, al
primo spuntar del sole, l'almirante mandò i palischermi alla riva,
perchè un drappello dei suoi marinai visitasse un villaggio, le cui
capanne si vedevano biancheggiare tra gli alberi. Andarono i marinai e
scesero a terra; ma al loro apparire, gli abitanti spaventati presero la
via dei boschi, nè ci fu verso, con parole o con segni, di farli
ritornare alla spiaggia.
_Capitolo V._
Il sogno di Damiano.
È lecito di sorridere delle illusioni di Cristoforo Colombo, partecipate
ed accresciute da Martino Alonzo Pinzon; ma non è altrimenti lecito di
riderne. Il sorriso è sempre benevolo: significa qualche volta la
condiscendenza; qualche altra è un giudizio pietoso che facciamo di noi
medesimi, stimandoci pienamente capaci, nelle stesse condizioni, di
cadere negli stessi errori. Ridere, per contro, è da orgogliosi che si
credono infallibili ed impeccabili; significa l'ironia, il sarcasmo, lo
scherno; abbonda di solito nella bocca degli sciocchi, e in quella degli
ignoranti, loro amici e compari. Vogliate, di grazia, considerare una
cosa, anzi due. Prima di tutto, bene aveva potuto Cristoforo Colombo
argomentare l'esistenza di un continente di là dall'Atlantico, avendo
egli presupposta la sfericità della terra. Ma posta la fede sua, come
quella di tutto il mondo cristiano, nella autorità scientifica delle
Sacre Carte, che quasi gli misuravano a palmi la superficie del globo; e
ammessa la veracità delle relazioni di Marco Polo e di Ser Giovanni
Maundeville intorno alle regioni estreme dell'Asia; di che avrebbe
colmato il poco spazio che gli rimaneva ignoto a ponente, se non delle
zone ultimissime dell'Asia, che il Veneziano e l'Inglese non avevano
intieramente visitate? La vera trovata del navigatore Genovese, quello
che si chiamerebbe oggi il lampo del genio, consisteva nel cercare quei
confini orientali dell'Asia per la via di ponente. In tutto il resto, lo
stringevano d'ogni parte le autorità, lo incatenavano i pregiudizi del
volgo.
E poi, e poi, contemporanei dell'anima mia, che avete a buon mercato i
manuali e gli atlanti, le carte murali sotto gli occhi e il maestrino in
cattedra, pensate che pericoli, che stenti e sopra tutto che costanza
c'è voluta, per imbandire a noi un così lauto pasto di dottrina.
Possiamo sorridere, non abbiamo il diritto di ridere. Del resto, si è
riso tanto a Salamanca, da tutti quei sapientoni, che ben possiamo
astenercene noi altri.
Ammettiamo invece, sorridendo, come e perchè i racconti di Marco Polo
comandassero allo spirito del grande navigatore Genovese. Lo vediamo
ora, alla foce del _Rio de los mares_, risoluto di trovare quel
benedetto Cubanacan, in cui Martino Alonzo, il comandante della _Pinta_,
vedeva una semplice corruzione di Kublai-kan. Ignoravano ambedue una
cosa risaputa più tardi: che i naturali di quei luoghi dicevano _nacan_
come noi diciamo il «mezzo»; donde la conseguenza che Cubanacan
significasse il mezzo, il centro di Cuba. Il Pinzon, che ci vedeva una
corruzione di Kublai-kan, avrebbe potuto con ugual fondamento vederci un
Cipang, che era il nome riferito da Marco Polo per il regno insulare del
Giappone. Del resto, il desiderio di associare le nuove scoperte ai
vecchi nomi, era proprio nel sangue. Cuba, quando si perdette ogni
speranza di farne tutt'uno con l'isola di Cipango, fu ascritta
all'arcipelago delle Antille; un nome opportunamente svecchiato dalla
famosa Antilla di Aristotele, cavata ad orecchio dalla non meno famosa
Atlantide di Solone, e del suo pronipote Platone.
Ma è tempo che ritorniamo al racconto. Fuggiti dalla riva i selvaggi al
primo entrare dei palischermi nella foce del _Rio de los mares_,
l'almirante lasciò riposare qualche ora la sua marinaresca, volendo
anche persuadere a quei sospettosi naturali che egli non aveva alcuna
intenzione ostile. Nel pomeriggio mandò solo, nel bargio, uno dei suoi
interpetri di Guanahani.
Gli abitanti del villaggio erano ritornati alle loro capanne; ma stavano
sempre all'erta, pronti a fuggire da capo. Videro accostarsi il bargio,
ravvisarono nel vogatore un selvaggio della loro specie, e stettero ad
aspettarlo. L'interpetre, come fu giunto in vicinanza del lido, tanto da
poter essere udito da terra, si rizzò sulla prora della piccola barca, e
rivolse il discorso a quei popoli, dipingendo loro gli stranieri come
esseri sovrumani, venuti dal cielo, bianchi nel volto, amici degli
uomini rossi, ai quali facevano molti bei donativi, simili a quello che
egli agitava a braccio teso davanti a loro, facendolo risuonare
piacevolmente agli orecchi. Finito il suo discorsetto, l'indiano si
buttò in acqua risoluto e volse nuotando alla spiaggia.
Era solo; fu accolto senza sospetto. La sua parlata, veramente, era un
pochino diversa da quella di Cuba; ma come può essere diversa tra popoli
del medesimo sangue, vissuti a lungo divisi. Stentarono alquanto a
capirlo, ma lo capirono finalmente, e si persuasero che gli stranieri
erano venuti da amici. E poi quel sonaglio che il messaggiero faceva
tintinnire al loro orecchio, che musica!
Subito fecero scivolare dalla spiaggia le loro svelte piroghe; ci posero
dentro cotone, frutti e cassava; con quei presenti mossero incontro alle
navi degli uomini bianchi.
L'almirante li accolse con dimostrazioni di giubilo; gradì i presenti, e
li ricambiò, al solito, con piccoli campanelli di bronzo e perline di
vetro. Quei naturali non portavano pezzi d'oro nativo sospesi alle nari;
ma pezzi d'argento. Metallo anche questo, e di maggior valore che non
dovesse averne venti o trent'anni più tardi, quando da Cuba, per
l'appunto, e da tutte le altre terre scoperte, se ne rovesciò tanta
abbondanza in Europa.
Anche l'argento aveva dunque il suo pregio, e la sua apparizione fu
salutata con gioia. Ma più lieta suonò all'orecchio degli uomini bianchi
la notizia (così almeno parve loro d'intendere) che nell'interno
dell'isola, a quattro giornate di cammino, era il soggiorno di un re
potente e ricchissimo. I naturali della costa gli avevano già mandati
messaggeri, per avvertirlo dell'arrivo di quelle tre smisurate piroghe
con le ali. Se gli uomini bianchi restavano ancora sei giorni, li
avrebbero visti ritornare, e molto probabilmente con messaggeri del re.
Cristoforo Colombo poteva aspettare sei giorni, ed anche di più; ma
voleva esser sicuro di entrare in relazione con quel re, in cui era
lecito di immaginare il gran Cane. Perciò, scambio di aspettare i
messaggeri del re, risolse di mandare i suoi nell'interno dell'isola,
chiamando per tale Ufficio Rodrigo di Xeres e Luigi di Torres.
Ah, finalmente il grande interpetre avrebbe potuto sfoderare la sua
dottrina poliglotta? Egli conosceva e parlava l'ebraico, il caldaico, il
siriaco, e cincischiava anche l'arabo. O l'una o l'altra di quelle
lingue avrebbe intesa il gran Cane. Ma se non ne avesse intesa nessuna
fra tante?
Ad ogni buon fine Cristoforo Colombo mandò compagni all'interpetre
poliglotta due naturali, uno di Guanahani, il quale già conosceva quel
po' di spagnuolo che si è detto, e un altro della medesima spiaggia di
Cuba, il quale, trattandosi di non uscire dall'isola materna, volentieri
accettò.
Ma non dovevano andar soli quei quattro. Non lo voleva quello spirito
bizzarro di Damiano. Indettatosi brevemente col suo compagno Cosma, si
presentò all'almirante per dirgli:
--E due genovesi, per caso, non potrebbero andare a Cubanacan?
--Per che fare? domandò l'almirante.
--Ma che so io! quello che faranno Rodrigo Xeres e Luigi di Torres.
Questo bravo Giudeo venuto alla fede, sa la sua lingua madre, la
caldaica, la siriaca, e un pochettino anche l'araba; ma poi....
--Orbene? che cosa vorreste voi dire?
--Vorrei dire che non sa il genovese, che è lingua madre, assai più
dell'ebraico.--
Sorrise l'almirante, e notò con accento di arguta bontà:
--Voi due, Cosma e Damiano, mi sembrate uomini da conoscere ben altro
che la sola lingua madre dei Liguri.
--Metta pure Vostra Eccellenza che conosciamo il latino;--replicò
arditamente Damiano.--Se si dovesse incontrare sulla strada il Prete
Janni, ci vorrebbe qualcheduno che potesse parlargli in latino, io
m'immagino. Come prete, infatti, leggerà il suo breviario ogni giorno.--
A quella trovata del bizzarro Genovese non si poteva che ridere. E
ridendo, Cristoforo Colombo diede licenzia ai due concittadini di
seguire la spedizione entro terra. Damiano saltò dalla gioia, e subito
corse ad avvisare il compagno.
--Si parte, sai? L'almirante manda anche noi a riverire il gran Cane. Mi
sa mill'anni di vederlo.
--Chi?--disse Cosma.
--Il gran Cane, perbacco. Mi preme di sapere se è muto anche lui, come
tutti i cani che abbiamo trovati finora.--
La mattina seguente, ai primi chiarori del giorno, si pose l'ambasceria
in cammino. Apriva la marcia il naturale di Cuba, che aveva pratica dei
luoghi; seguiva Rodrigo di Xeres, accompagnato da Luigi di Torres.
Chiudevano la marcia i due Genovesi. Il naturale di Guanahani andava un
po' avanti, un po' indietro, per servire, nella sua qualità
d'interpetre, al bisogno di tutti, quando volevano intendere i discorsi
del condottiero, o farsi intendere da lui. Ma molto più spesso era al
fianco di Damiano, che diceva di volergli insegnare il genovese, ma nel
fatto cercava d'imparare quanto più poteva della lingua selvaggia.
Si erano avviati per un'erta verdeggiante, dove non appariva traccia di
sentiero. Felicità dei selvaggi e dei cacciatori, di non conoscere le
strade battute. E giunti al colmo dell'erta, penetrarono in una macchia
che pareva di lentischi; donde, per vallette e colline alternate,
entrarono in una valle più grande, fuor dalla vista del mare. Passarono
accanto a certi laghetti d'acqua dolce, i cui margini erano vestiti di
borraccina, e su cui gittavano ombre amiche certi grandi alberi di
specie ignote, dal largo fogliame, quali vestiti di fiori, quali carichi
di frutti, quali ancora di fiori e di frutti ad un tempo: primavera ed
autunno associati in una sola verzura. Tutto rideva, in quel paradiso, e
tutto anche cinguettava, poichè c'erano gli uccelli a migliaia,
svolazzanti di fiore in fiore come i piccolissimi còlibri, rampicanti di
ramo in ramo come i pappagalli, trasvolanti da un albero all'altro come
le gazze, variopinte e loquaci non meno dei loro parenti rampichini.
La varietà dei frutti, la bellezza dei lor colori, e la stranezza delle
loro forme, destavano la curiosità e l'ammirazione degli ambasciatori. E
di molti assaggiarono, senza verun timore di avvelenarsi, poichè ne
mangiavano ghiottamente gli uccelli, questi primi conoscitori della
gastronomia vegetale. Del resto, anche i due naturali intendevano il
fatto loro, e andavano essi medesimi a spiccar dai rami i frutti più
squisiti, scegliendoli al punto loro di maturità, che gli Europei non
avrebbero potuto a tutta prima conoscere.
Era la festa del verde e dell'azzurro; del verde che splendeva con cento
gradazioni diverse intorno ai viandanti ammirati, dell'azzurro che si
stendeva, profondamente sereno, sulle vette degli alberi giganteschi.
Tra il verde e l'azzurro correva un'aria fresca e purissima, aggraziata
dall'effluvio di mille fiori, ravvivata dal predominio delle fragranze
resinose, che giungevano gradite alle nari, dando un senso di salute
alle fibre del cervello, e di vigore alle facoltà dello spirito. Per far
l'illusione compiuta, per lasciar credere che fosse quello un altro
paradiso terrestre, la creatura umana era assente da quei luoghi.
C'erano bensì i viaggiatori; ma è dell'animo nostro, davanti ai grandi
spettacoli della natura, il fare astrazione da noi medesimi, non vedendo
e non considerando che quelli. Nella gran solitudine erano voce unica i
contrasti della luce e dell'ombra; unica varietà i colori del quadro;
mancava la nota umana, così spesso stridente, che reca qualche volta
l'immagine e il senso della vita, ma guasta sempre la calma e riconduce
alla terra il vagabondo pensiero. Ad un certo momento, davanti ad una
radura della foresta, dove ad un lago seguiva una lunga e vasta
prateria, i nostri messaggeri avevano veduto bensì in lontananza un
drappello allineato di uomini, sicuramente guerrieri, immobili al posto
loro, e custoditi sul fianco dalle loro sentinelle, pronte a dare il
sognale di ogni imminente pericolo. Strana cosa, in terra di uomini
ignudi: quei guerrieri apparivano tutti vestiti di rosso. Ma la visione
non era durata che il tempo di avvicinarla ad un tiro di balestra. Le
sentinelle avevano dato un grido; e guerrieri e sentinelle avevano
allargati i rossi mantelli, spiccando il volo verso più lontane regioni.
Erano i rossi fenicotteri, allora così numerosi nell'isola di Cuba.
Un altro spettacolo incantevole era la notte; la notte, sempre così
bella sotto i tropici, rischiarata dal lume delle stelle scintillanti
dalla volta del cielo, mentre al mite chiaror della luna le cose tutte
sembrano avvicinarsi a voi nella trasparenza dell'aria, e le stesse
ombre della foresta, rotte dal balenio continuo di maravigliosi insetti,
simulanti la luce del rubino, dello zaffiro, del diamante, si lasciano
penetrare dallo sguardo, recandovi la immagine, quasi la sensazione, di
un letto morbido e dolce, su cui, più del dormire, è certo e promettente
il sognare.
Non pensò tutte queste cose il nostro Damiano, la prima notte del
viaggio a Cubanacan. Gli davano noia, forse, o turbavano la sua dottrina
in materia di storia naturale, gli uccelli dell'isola, che seguitavano a
cinguettare, a trillare, a gorgheggiare, come se fosse di giorno.
--Ma che hanno questi diavoli?--esclamò.--Non dormono, dunque?
--Sognano;--rispose Cosma, che qualche volta si adattava a parlare.
--Ah sì; e non hanno mica il torto!--riprese Damiano.--In quest'isola
benedetta, potrebb'essere un sogno continuo. Io, per me, ti voglio dire
quel che ne penso: ci vivrei volentieri per tutto il resto dei miei
giorni.
--Tu?--disse Cosma.
--Certamente, io. E nota che il più l'ho da vivere ancora, se la Parca
mi fila giustamente la mia parte di lino.
--Ma che faresti tu qui? Dormiresti sempre?
--Oh questo poi no. Vorrei anzi vegliare, vegliar molto, al fianco d'una
bella castellana....
--Che non hai pensato a condurre con te.
--Nella speranza di trovarla sulla faccia del luogo;--rispose
Damiano.--Che pensi? che ci siano donne solamente nel vecchio mondo?
--Io non pretendo questo.
--Ah, volevo dire! Mi potresti invece osservare, e con più ragione, che
non c'è da sperar castellane, in questi luoghi, perchè non ci sono
castelli. Ma un castello me lo fabbrico io tutte le volte che mi pare, e
una volta sempre meglio dell'altra. Del resto, dove andiamo noi, di
questo passo? Cioè, mi spiego, dove ripiglieremo ad andare, quando
spunterà l'alba dai lidi Eòi.... che per noi sono le acque dell'Oceano?
Alla corte del gran Cane, io m'immagino. Il gran Cane, per far che
faccia, non sarà così cane da ricusarmi la mano di sua figlia. Mi dirai
che potremmo dar del capo alla corte del Prete Janni: la qual cosa mi
piacerebbe meno, perchè i preti non fanno famiglia. Ma egli, per bacco,
vorrà avere un ministro, dei gran signori, dei principi assistenti al
soglio. Vedrai, Cosma; figlia di re, o figlia di principe, la prima
bellezza che mi capita tra i piedi paga il tributo del Nuovo Mondo al
tuo amico Damiano.
--Uomo volubile!--esclamò Cosma.
--Caro mio,--rispose Damiano,--sai che non voglio morir di crepacuore,
io? Se la bella Ca....
--Zitto, Bar....--interruppe Cosma.
--E zitto tu, ora!--interruppe a sua volta Damiano.--Vedo che
commettiamo un'imprudenza per uno. Fortuna che qui nessuno capisce la
lingua madre; altrimenti, il segreto sarebbe custodito per benino!--
La chiacchiera allegra di Damiano durò ancora un bel pezzo. Ma Cosma,
che la inframmezzava di poche parole, diradò anche quelle poche,
lasciando tutto il carico della conversazione all'amico.
--Ho capito;--disse ad un certo punto Damiano.--La notte è alta,
_suadentque cadentia sidera sonnos_. Vediamo dunque di dormire.--
E sdraiatosi sul fianco, si tirò sugli occhi il cappuccio della sua
veste catalana. Pochi minuti dopo, era profondamente addormentato.
--Felice amico!--mormorò Cosma, che stava ancora appoggiato al gomito,
contemplando le stelle.--Egli ha lasciato i tristi pensieri di là
dall'Oceano; e i miei frattanto....--
E i suoi frattanto li lasceremo lavorare a lor posta, nel silenzio della
notte serena. La gente malinconica, si sa, è amante del proprio dolore,
e non vuol essere molestata.
Del resto, anche Cosma si addormentò, un'ora dopo i suoi compagni di
viaggio. Per compenso (diciamo così) fu anche il primo a svegliarsi, e
balzò in piedi senza farsi pregare, al primo cenno delle guide, che
annunziavano il sorger dell'alba.
La comitiva si rimise in cammino; attraversò nuove valli e nuove
colline, salutò nuovi orizzonti, ammirò nuove scene pittoresche, e
ricevette il saluto di nuovi sciami d'insetti, di nuovi stormi di
pappagalli. Finalmente, poco dopo il meriggio, appena fornite dodici
leghe di cammino da che aveva lasciata la costa, vide aprirsi davanti a'
suoi occhi una gran valle, e nel centro di quella valle apparire una
lunga lista di terreni coltivati.
--Cubanacan?--domandò Damiano al selvaggio della costa.
--Cubanacan;--rispose quell'altro.
--Ma le case? dove sono le case?--
A questa domanda, fatta in lingua spagnuola, non poteva rispondere il
selvaggio della costa. Per rispondere, gli sarebbe bisognato capir la
domanda.
Rispose invece, o parve rispondere per lui, il selvaggio di Guanahani.
--_Bohio_;--diss'egli, accennando verso il fondo della valle;--_Bohio!_
--E _Bohio_ sia;--rispose Damiano.--Io speravo che fossimo giunti alla
capitale del gran Cane; invece, a quanto pare, non c'è neanche il
sobborgo.--
Per altro, seguitando a guardare, incominciò a distinguere qualche cosa.
Si vedevano dei tetti di paglia, d'una forma conica, come quelli che già
avevano veduti nelle isole dianzi scoperte. E dopo una mezz'ora di
cammino, alla svolta di un poggio, si vide un intiero villaggio; non più
di cinquanta capanne, ma tutte assai grandi, fatte di legno, esagone,
ottagone, tondeggianti, a forma di padiglioni. Non era la capitale del
gran Cane, no certo; non risplendeva di metalli preziosi; ma era sempre
un villaggio abbastanza pittoresco, ed era dopo tutto il primo centro
popoloso un po' fitto, che fosse dato di scoprire, in quelle isole, dal
12 ottobre al 2 novembre dell'anno di grazia 1492.
--Bohio?--domandò Damiano al selvaggio della costa.
--Bohio;--rispose gravemente quell'altro.
--Ed ora, caro mio,--ripigliò Damiano,--ne so come prima. Amo per altro
illudermi colla opinione che sia il nome di quella città minuscola, che
apparterrà benissimo al gran Cane, ma donde non esce un cane per venirci
a ricevere.--
Anche qui Damiano s'ingannava, per soverchio di fretta. Aveva appena
finito di lagnarsi, che dalla strada principale di Bohio (diciamo Bohio
anche noi, per dare un nome al villaggio) si vide apparire una schiera,
una processione di naturali. Cosma, che aveva un occhio di lince e
l'altro di falco, avrebbe potuto riconoscere a quella distanza che i
cittadini di Bohio non erano niente più vestiti dei pescatori di
Guanahani. E tutta quella gente muoveva incontro agli ambasciatori.
Sicuramente, li avevano veduti da lungi, mentre giravano il poggio, ed
era facile scoprirli su quell'altura solitaria, dove il terreno era
sgombro di piante, e il verde del prato dava riflessi giallicci, sotto
la gran luce meridiana del sole.
Ancora pochi passi, e si potevano sentire le voci degli abitanti di
Bohio. Erano voci festose, grida di giubilo, a cui facevano
eloquentissimo commento le braccia levate, i salti e le capriole della
turba accorrente. Non vi maravigliate della poca gravità con cui gli
abitanti di Bohio, forse i più ragguardevoli di quella terra,
accoglievano i loro visitatori. Queste dimostrazioni allegre sono sempre
state di tutti i popoli giovani; e pare che non disdicessero nemmeno ai
re, se David potè ballare in mezzo ad una strada provinciale, davanti ai
buoi che tiravano l'arca del Dio degli eserciti.
--Ecco un popolo molto cortese, a cui bisogna render giustizia;--osservò
Damiano.--Non è quello di Quinsay, ma ci si accosta.--
E si accostavano nel fatto gli abitanti del villaggio; poco vestiti gli
uni, che parevano i più vecchi, e portavano un pezzo di stoffa di cotone
legata intorno alle reni; ignudi gli altri del tutto.
Come furono vicini agli stranieri, i naturali di Bohio, si fermarono; ed
uno di loro, che doveva essere un pezzo grosso nella tribù, forse il re
in persona, accompagnato da due giovani selvaggi, che in segno di grande
rispetto mostravano di sostenerlo sotto le ascelle, rivolse il discorso
ai nuovi venuti.
Don Luigi de Torres si lasciò sfuggire quel giorno una stupenda
occasione, che è sempre stata da fini diplomatici: quella di tacere in
più lingue. Volle in quella vece parlare in tutte quelle che sapeva, e
sventuratamente senza riescire a farsi intendere, nè dal suo
interlocutore, che lo guardava trasognato, nè dagli interpetri della
spedizione, che si guardavano tra loro, e avevano l'aria di dirsi a
vicenda: «come parla bene! non si capisce una saetta.»
--Sentite, collega;--disse finalmente Rodrigo di Xeres;--sarà meglio che
lasciamo parlare questi selvaggi.
--Sì, sarà meglio;--ripetè Luigi de Torres.--Per altro, non è stato
male, fare una prova con tutte le lingue d'Oriente. Siamo sicuri, per
conseguenza, di non essere sul territorio del gran Cane.
--Non dico che abbiate fatto male;--replicò Rodrigo di Xeres.--Vi
approvo, anzi, e vi lodo del vostro accorgimento. Sappiamo oramai che
cosa pensare di questa gente. A te, Caonec,--diss'egli, rivolgendosi al
naturale di Guanahani,--parla!
--_Quien?_--domandò Caonec.
--Quel che ti pare, purchè tu parli.
--_Castilla muy grande? Castillano muy fuerte?_
--Sì, tutto quello che vorrai, ti ho detto,--replicò don Rodrigo
spazientito.--Non vedi che i tuoi connaturali stanno aspettando a bocca
aperta le tue parole, come gli antenati del mio collega aspettavano la
manna nel deserto?--
Caonec non intese tutte quelle finezze di ragionamento; ma aveva capito
di dover parlare, magnificando la potenza e la bontà degli stranieri.
Non gli era difficile di dirne assai bene; anch'egli, come tutti i suoi
connaturali, credeva che fossero figli del cielo.
E parlò lungamente, con grande scioltezza di scilinguagnolo, in quel suo
strano idioma, così ricco di dittonghi e di suoni gutturali; parlò
lungamente, facendo inarcare le ciglia del re di Bohio, che di tanto in
tanto si volgeva a guardare gli stranieri, chinando la fronte e levando
le palme, in atto di adorazione.
Come l'interpetre ebbe finito il suo discorso, il re di Bohio rispose
brevemente, s'inchinò da capo, poi disse qualche parola ai suoi sudditi;
otto dei quali si avanzarono tosto, s'inginocchiarono a coppie, ogni
coppia davanti ad uno degli stranieri, offrendogli per sedile un
intreccio di mani e di braccia.
--Seggiolina d'oro!--esclamò Damiano ridendo.--Seggiolina d'oro! Come da
noi! Ma sai, Cosma, che son molto civili, questi signori selvaggi?--
Levati di peso i figli del cielo, le coppie umane presero tosto il
portante. Anche il re, o capo degli anziani che fosse, non credeva
disdicevole alla sua dignità di correre come gli altri. Correva anzi un
pochino di più, perchè andava sempre a capo della sua gente, facendo di
tanto in tanto qualche allegro scambietto. In verità, il re David,
buon'anima sua, poteva andarsi a riporre.
--Guarda, guarda!--continuava Damiano, sentendosi dondolare così
piacevolmente a mezz'aria.--È cento volte meglio che in lettiga. E si
gode la vista del paese, e non si guasta la digestione. Io ti giuro,
Cosma, che sono contento come una pasqua. Incomincio a credere che
questi naturali di Bohio siano uomini civili, i quali si sono fatti
selvaggi unicamente per non pagare il conto al sartore. A momenti
vedremo la loro capitale. Spero bene che ci saranno donne. Altrimenti,
come farebbero questi selvaggi a propagare la loro amabilissima specie?
--Metti,--rispose Cosma,--che ci abbiano le Amazzoni in un'isola vicina.
Noi siamo cascati in un'isola tutta abitata da uomini.
--Dio sperda il tuo augurio, o Cosma! Vuoi tu guastarmi la gioia di
questo ingresso trionfale in città?
--Eccola davanti ai tuoi occhi, la città di Bohio;--ripigliò Cosma,
sorridendo.--Guarda il popolo che si affolla sugli usci delle capanne.
Vedi tu una donna?
--No, per Giano bifronte, tuo santo patrono!--esclamò Damiano.--Non la
vedo. E incomincio a credere che i tuoi scongiuri, o nemico delle donne,
abbiano operato il prodigio. Ma bada, Cosma! io non ti perdonerò mai
questa azionaccia. Che tu non le ami, sta bene; ma io.... io, passando
l'acqua, ho cambiato di complessione.--
Erano giunti finalmente, come si è potuto anche capire dalla
conversazione dei due amici; erano giunti, in mezzo alle grida, alle
canzoni, ai salti, alle capriole, di tutto un popolo in festa. Tra
uomini e ragazzi, quei naturali potevano essere un migliaio. Le case, in
verità, non erano più di una cinquantina; ma tutte per capanne, assai
vaste, ed ognuna bastava, come i nostri ambasciatori seppero di poi, per
una numerosa famiglia, e magari per due.
Scortati dal re, accompagnati da quelle grida e da quei salti, gli
ambasciatori furono calati di seggiolina, davanti ad una casa più vasta
delle altre. Colà, il capo della comitiva li invitò molto gentilmente ad
entrare in una sala nobilmente arredata di scudi, d'archi e d'altre armi
selvagge. Sicuramente era la sala del consiglio, perchè tutto intorno si
vedevano dei sedili di legno, tutti d'un pezzo, evidentemente tagliati
in un tronco d'albero, e in quel punto del tronco dove questo incomincia
a spartirsi in rami. Quei sedili erano di forma stranissima, che
indicava un principio d'arte imitativa, raffigurando essi un animale di
corte gambe, con la coda rialzata in guisa da formare una spalliera. La
testa non lasciava indovinare a qual genere appartenesse la bestia.
Forse l'artista aveva voluto creare un animale fantastico; ma certamente
era riuscito a farlo prezioso, poichè gli aveva incastonati due pezzi
d'oro nelle occhiaie, e d'oro gli aveva fatte le orecchie.
--Noi siamo,--conchiuse Damiano, dopo avere osservate quelle orecchie
d'oro,--noi siamo alla corte di Mida.--
Un gesto del re invitò gli ambasciatori a sedere su quegli scanni. Luigi
di Torres e Rodrigo di Xeres presero posto nel mezzo, Cosma e Damiano
sui lati. Il re stette in piedi, gli altri naturali si accoccolarono sul
pavimento. E così fecero fuori dell'uscio tutti coloro che non avevano
potuto penetrare nella sala.
--Ed ora, che pesci si pigliano?--disse Damiano tra sè.--Sta a vedere
che ci contemplano come rarità, e non si ricordano che abbiamo uno
stomaco.--
Damiano, nella sua impazienza, era sempre ingiusto. A buon conto, i
naturali di Bohio non li contemplavano soltanto come rarità; li
veneravano come figli del cielo. E per tali dimostrarono di averli,
poichè il re si avanzò, si gittò bocconi a terra, e baciò a tutti
quattro i piedi e le mani. L'atto del re fu imitato con molta
compunzione e regolarità da tutti gli astanti: i quali uscirono ad uno
ad uno per lasciare il posto a quelli di fuori.
--Non c'è male, non c'è male;--borbottava Damiano;--ma qualche cosa per
lo stomaco sarebbe a quest'ora anche meglio.--
Era scritto lassù che tutti i desiderii di Damiano fossero prontamente
appagati. Finito il bacio dei piedi, entrarono parecchi naturali,
portando su certi piatti larghi, in cui era facile riconoscere dei fondi
di zucche, radici arrostite, grani dorati arrostiti del pari, focacce di
cassava, frutta di specie diverse, orciuoli di terra con acqua dentro, e
piccole zucche dal collo allungato, in cui erano bevande fermentate.
I figli del cielo assaggiarono un po' di tutto, e a certi piatti
ritornarono, senza far cerimonie. Il viaggio aveva aguzzato l'appetito,
e quelle radici arrostite in ispecie erano molto gustose. Damiano, per
altro, rendendo giustizia ad ogni cosa, diede la palma al dolce liquore
spiritoso che era contenuto nelle piccole zucche, e che gli era versato
in certi mezzi gusci di durissimo legno, che egli vedeva per la prima
volta, e non sapeva per ciò a qual frutto appartenessero. Lo seppe più
tardi, quando ebbe veduti i gusci intieri, e ne assaggiò la polpa bianca
di latte, che aveva sapore di mandorle.
--Cocco;--gli disse Caonec, vedendolo contemplare con grande attenzione
il frutto maraviglioso.
--Cocco? sta bene;--rispose Damiano.--È delizioso. Ma bisogna maritarci
ancora un sorso di quella bevanda, anche più deliziosa del cocco.--
Il pasto non era finito ancora, quando, ad un cenno del re, i naturali
si allontanarono tutti dalla sala del convito. Una strana musica, come
di nacchere e di tamburi, si sentiva di fuori.
--Che è ciò? dell'altre novità?--disse Damiano.--Io incomincerei a
sentire il desiderio di sdraiarmi sull'erba, all'ombra amica di un
palmizio. E poichè siamo destinati a non vedere il gentil sesso di
Bohio....--
Ma ve l'ho detto poc'anzi; ogni voto di Damiano doveva essere esaudito,
come nelle favole orientali, per opera di un genio benefico.
I naturali del sesso forte erano tutti partiti. E al suono di quella
musica strana, apparve sull'uscio uno stuolo di donne.
Era una cortese attenzione del re, ed anche una bella improvvisata. I
figli del cielo poterono ammirare a lor posta le grazie delle figlie
degli uomini, coperte a mezzo da grembialini di cotone, e da mantelli
girati graziosamente a tracolla. Ma dei figli del cielo, due erano
Castigliani di nascita; gli altri due lo erano di elezione. E tutti
quattro si levarono prontamente in piedi, offrendo i loro sedili alle
dame.
Non accettarono esse l'offerta. Volevano buttarsi a' piedi dei figli del
cielo, per imitare l'atto di adorazione dei loro uomini. E qui,
naturalmente, fu una gara scambievole: delle donne, per baciare i piedi
degli ospiti; degli ospiti, per ricusare quell'atto di umiliazione.
--Caonec!--disse Damiano al naturale di Guanahani.--Dirai a queste
Veneri di Bohio che da noi non è costume che le dame bacino i piedi agli
uomini; ma piuttosto, quando le dame li han belli, si usa di baciarli
noi alle dame.--
Se Caonec intendesse a puntino il discorso, non saprei dirvi io. Certo è
che l'interpetre parlò lungamente alle Veneri di Bohio; dopo di che esse
si contentarono di baciare le mani ai figli del Cielo.
E dopo averle baciate, vollero anche lavarle. Andarono infatti a
prendere gli orciuoli dell'acqua, e ne versarono sulle mani degli
ospiti. Dopo averle bagnate, era mestieri asciugarle, e le strofinarono
diligentemente con batuffoli d'erbe aromatiche.
--Ma questa è civiltà sopraffina;--disse Rodrigo di Xeres.--Che ve ne
sembra, signori?
--Si capisce, per altro;--rispose Luigi di Torres, con la sua
asseveranza dottorale.--Il lavar le mani è qui una conseguenza
naturalissima del mangiar con le dita.
--Popolo senza forchetta, volete dire?--ripigliò Rodrigo di Xeres.--E
l'uso dell'erba per rasciugar le mani si spiegherebbe ugualmente, in un
popolo senza salvietta. Ma osservate, don Luigi, che sono erbe
aromatiche.
--Dare essenze odorose alle mani degli ospiti è costume dell'estremo
Oriente;--replicò Luigi di Torres, imperturbato.--Nell'India pastinaca,
se crediamo a Beniamino di Tudela....
--Ah sì! nell'India pastinaca;--interruppe Rodrigo di Xeres, che non
voleva conoscere le opinioni di Beniamino di Tudela.--Ma qui dobbiamo
esserne molto lontani, perchè il vostro siriaco non lo capisce nessuno,
don Luigi mio caro.--
Don Luigi si degnò di sorridere, e si strinse nelle spalle, quasi in
atto di rispondere:--«Se questi ignoranti non mi capiscono, che cosa ci
posso far io?»
Damiano, frattanto, in mezzo a quello stuolo di donne, aveva adocchiata
la sua. Dico la sua, perchè ogni uomo crede di doverla trovare, nel
numero. E qualche volta, per tema d'ingannarsi, ne prende più d'una.
Affrettiamoci a dire, per onor di Damiano, ch'egli ne prese una sola;
anzi meglio, non la prese per mano, la scelse a occhio, rivolgendo a lei
tutta la sua attenzione.
--Son collocato;--diss'egli a Cosma.--Quella brunettina là si è
impadronita del mio cuore. Non mi dir nulla. So già quel che vorresti
dirmi. Tutti discorsi al popolo! Quella donna è il mio sogno; lasciami
sognare.--
_Capitolo VI._
Il primo sigaro fumato nel nuovo mondo da un abitante del vecchio.
Rendiamo quest'altra giustizia a Damiano. Se le giovani donne di Bohio
erano Veneri, quella che egli aveva scelta in un impeto subitaneo
d'affetto, era l'Anadiomene. E non vi paia che si sprechi il nome di
Venere, con donne che avevano la pelle color di rame. Ogni professore di
fisica vi dirà che i colori per sè stessi non esistono. Ogni fisiologo
vi soggiungerà che i gusti sono diversi, e i capricci egualmente. Io vi
ricorderò che se noi associamo il color bianco alla immagine di Venere,
la colpa è tutta del marmo Pario e del Pentelico, in cui l'abbiamo
sempre vista scolpita. Nel fatto, per piacere a Marte, a Vulcano, ad
Anchise e ad altri personaggi dell'antichità, Venere sarà stata di buon
colore come ogni altra femmina o dea, e magari più d'ogni altra. Il
colore del rame è un incarnato un po' carico; questione di più o di
meno.
Aggiungete che la bella selvaggia non era neanche tanto bruna, o era
bruna con riflessi luminosi, come di rosa pavonazza. Era poi fatta a
pennello; aveva le labbra tinte nel succo della melagrana; aveva gli
occhi umidi e languidi sotto l'arco delle ciglia lunghe, e quegli occhi
nereggiavano come due more salvatiche entro due coppe d'indaco
stemperato. Che occhi, Dio creatore! E dicevano un visibilio di cose;
tutte quelle, almeno, che ameremmo farci dir noi, vedendo due occhi di
quella fatta.
Damiano aveva trovato modo di farsi lavare e strofinar le mani da lei. E
poi, afferrato a sua volta il batuffolo delle erbe aromatiche, aveva
voluto strofinar la sua parte anche lui. Con la eloquenza del gesto, le
aveva dimostrato che il bisogno c'era. In fatti, la bella Anadiomene,
versando dall'orciuolo si era rovesciata l'acqua sulle mani, e le aveva
inumidite anche lei. Bisognava dunque rasciugarle. Ed egli si mise a
strofinare con molta coscienza, ma perdendo altrettanta erba per via.
Non ne aveva più un filo tra le dita, che strofinava ancora.
La bella Anadiomene lasciava fare, guardandolo coi suoi grandi occhi
d'indaco stemperato. Ma infine, vedendo che il suo servente non
accennava a finire, si mise a ridere, mettendo in mostra due file di
denti che erano tante perline.
--Come vi chiamate, signora?--le disse con languido accento Damiano.
Ella non rispose, e lo guardò con aria trasognata.
--Che bestia!--proseguì egli allora, ma rivolgendo la parola a sè
stesso.--Ella non capisce lo spagnuolo. Se le parlassi genovese! Ma no,
questo bisogna serbarlo per i casi estremi.--
Fatto questo ragionamento, chiamò a sè l'interpetre di Guanahani.
--Caonec! domanda a questa bella bambina come si chiama, e trova anche
il modo di farle sapere che il mio nome è Damiano.--
L'interpetre parlò; e Damiano, sentendo profferire nel discorso il suo
nome, capì che la commissione era fatta.
--Si chiama Samana;--disse l'interpetre, come ebbe finito il suo breve
dialogo con la bella selvaggia.
--Samana! oh dolce nome, Samana! Già, capisco, è sempre dolce, il nome
che piace.... fosse pur Cunegonda. E che cosa vuol dire Samana?
--Sama....--disse Caonec.
E dopo aver proferita quella prima parte del nome, accostò l'indice alla
bocca aperta, e subito lo allontanò, in atto di cavarne fuori qualche
cosa.
--Soffio?--disse Damiano, facendo l'atto di respirare.
Caonec rispose con un atto di diniego.
--Voce?--riprese Damiano.
E per dare un esempio di ciò che diceva, mandò fuori le cinque vocali,
coi loro dittonghi rispettivi. Caonec sorrise, e fece un atto
affermativo.
--Ah, sia lodato il cielo. E poi?
--Ana....--riprese Caonec.
--Sicuro, Ana; sentiamo che cosa vuol dire Ana;--rispose Damiano.
Caonec prese una piastrella d'oro che Damiano portava al collo, e
accennandola rispose:
--Ana.... Oro!
--Ah, bene,--gridò Damiano.--Samana, contrazione di Samaana; voce d'oro!
È un bel nome. Su per giù, è come il nostro Boccadoro, che noi, per
altro, non abbiamo mai usato per le donne. E questo non ci fa onore, sia
detto di passata. Tu sei bella, o Voce d'oro, o Grisostoma. A
proposito.... Caonec! Dille a mio nome che è bella. Come si dice bella,
in questi paesi?
--Taorib;--rispose l'interpetre.
--Diciamo dunque Samana Taorib;--gridò Damiano, volgendosi alla giovane
selvaggia, che rideva a più non posso;--Samana Taorib, ah! se tu volessi
trovare _taorib_ anche me, come sarebbe _taorib_! Vedete, amici? Io sono
l'uomo più felice di tutte le isole del mar Oceano. Mi fermo qui, col
permesso del signor almirante; non mi muovo più dal fianco di Samana
Taorib, e la domando in isposa.
--Con che rito?--disse Rodrigo di Xeres.
--Con quello dei suoi paesi; e non ci vedo modo di fare
altrimenti;--rispose Damiano.--Se per altro vuol esser sposata là col
nostro rito, venga con noi, la sposerò davanti al Prete Janni.--
Cosma si era avvicinato all'amico, e gli bisbigliava all'orecchio:
--Non dir sciocchezze, ti prego. E non ne fare, mi raccomando.
--Sciocchezze!--esclamò Damiano, ribellandosi alle voci
dell'amicizia.--E perchè, di grazia? Sciocchezza per te, se mai, non per
me. Tu odii le donne. Io sono più giusto. Perchè una.... Ma già, non mi
fare gli occhiacci! Volevo dire che se fossi nel vecchio mondo, potrei
forse pensare come te. Ma qui siamo nel nuovo, mi capisci? nel nuovo.
Avessi anche giurato di non amar più, siamo agli antipodi; agli antipodi
il giuramento non regge, casca nel vuoto. Non è vero, Samana Taorib, che
voi siete la più bella creatura dell'universo mondo?--
Samana rideva, rideva sempre, come ridono, sotto ogni latitudine, le
donne che sanno di non perder grazia a quel giuoco.
Quel fiume di parole aveva tirata su Damiano l'attenzione di tutta la
brigata. Le donne di Bohio, sentendo quel visibilio di _taorib_,
prodigati a Samana, avevano fatto cerchio, come ad uno spettacolo di
piazza. Sentivano invidia e gelosia, le donne di Bohio? A vederle così
allegre, ci sarebbe stato da scommettere che le sullodate furie non
fossero penetrate ancora nelle isole del nuovo mondo. Ma forse, chi sa?
le donne sanno padroneggiarsi così bene! Comunque sia, non cerchiamo di
approfondire certi misteri. Molti fatti sono rimasti oscuri, molti
particolari inesplorati, nei primi viaggi di scoperta di là
dall'Atlantico. Ai giorni nostri, se si dovesse scoprire una sesta parte
del globo, andrebbero botanici, zoologi, fisiologi, psicologi, medici,
speziali, perfino giornalisti, e si saprebbe ogni cosa appuntino. Ma
allora, niente di ciò; e troppe cose son rimaste nell'ombra.
Samana aveva dette, sulla spalla di Damiano, alcune parole al naturale
di Guanahani. Se ne avvide Damiano, e, sospettoso come un europeo,
chiese tosto a Caonec:
--Che cosa ti domanda il mio sole?
--Domanda,--rispose Caonec,--se quel giovane che ti ha parlato poc'anzi
è tuo fratello.
--No, non è mio fratello.
--E gliel ho detto.
--Ma dille ancora che Cosma mi è più che fratello, amico del cuore.
Capisci? del cuore.--
Caonec aggiunse qualche parola alla sua risposta, per contentare
Damiano.
Frattanto, per invito delle donne di Bohio, si usciva dalla sala del
convito in giardino, a prendere una boccata d'aria. Damiano offerse
galantemente il braccio a Samana Taorib. La fanciulla non capiva che
cosa significasse quell'atto, per cui l'uomo si accosta così gentilmente
alla forma di un'anfora col manico. Ma ella vide che Rodrigo di Xeres e
Luigi di Torres facevano lo stesso, pigliando a braccetto due altre
donne di Bohio, e si adattò subito ad imitar le compagne. Si voltò, per
altro, a guardare che cosa facesse il quarto figlio del cielo, e vide
che il quarto non faceva manico d'anfora a nessuna tra le figlie degli
uomini.
--Cosma....--mormorò ella.
E proseguì la frase, ma nella sua lingua; donde avvenne che il suo
cavaliere non capisse altro che il nome dell'amico, un nome da lei
imparato poc'anzi.
Damiano si volse per notizie all'interpetre.
--Che cosa dice la mia sultana?--gli chiese.
--Vuol sapere,--rispose Caonec,--perchè il tuo amico non fa come gli
altri.
--Ah sì, è vero;--disse Damiano.--Cosma fa sempre tutto alla rovescia
degli altri. Dille che Cosma non ama le donne.--
Cosma udì le parole dell'amico, e alzò sdegnosamente le spalle.
--Mi raccomando,--diss'egli poscia, in vernacolo genovese,--non far
sciocchezze; non ne dire, almeno. Credo in verità che quel liquore
maledetto ti abbia dato al cervello.--
Damiano voleva rispondergli. Ma quell'altro si era già allontanato.
Erano andati a sedersi, come desiderava Damiano, sull'erba del prato,
all'ombra dei palmizi e dei cocchi. Le donne di Bohio si erano sedute
accanto ai figli del cielo. I colibri svolazzavano di fiore in fiore: i
pappagalli facevano un casaldiavolo sui rami degli alberi giganteschi;
l'idillio e l'egloga intenerivano i cuori della comitiva satolla.
Poco stante, capitarono anche gli uomini della tribù. E chiesero, con
l'aiuto degli interpetri, se i figli del cielo fossero rimasti contenti;
pregarono che volessero rimanere molti giorni con loro, nella pace
pastorale di Bohio, per riposarsi dei loro viaggi nell'aria e sul mare.
Ma no, era impossibile, facevano rispondere i capi dell'ambasciata.
Erano venuti per conoscere il paese, per chiedere come fosse grande
quell'isola, quanti fossero i villaggi, e quanti i re; da chi
dipendessero; se su quell'isola, o in altra terra vicina, imperasse il
gran Cane, o il Prete Janni, od altro monarca; dopo di che, era
necessario che ritornassero alla costa, per dar ragguaglio di tutto al
loro grande almirante, signore dei mari, ma soggetto egli stesso al più
grande monarca del mondo. Era necessario che partissero: sarebbero
rimasti a Bohio solamente quella notte. Ma perchè il re di Bohio non
sarebbe andato ad accompagnarli fino alla costa, per conoscere
l'almirante, signore dei mari, che lo avrebbe accolto come un fratello,
e gli avrebbe fatti dei ricchi presenti, per lui e per i principali
uomini di Bohio?
Erano in questi discorsi, quando venne un selvaggio, probabilmente un
servo del re, portando una cesta intessuta di vimini colorati. In quella
cesta si vedeva una quantità di piccoli arnesi, di color lionato carico,
in forma di fusi. Ma non erano fusi di legno; parevano di carta, o
piuttosto di foglie disseccate.
--Che roba è?--disse Luigi di Torres.
--Come?--esclamò Rodrigo di Xeres.--Non lo sapete? Nell'estremo Oriente,
nell'India pastinaca, non c'è nulla di simile? E non vi dà lume di
niente il vostro Beniamino di Tudela?
--Voi scherzate, don Rodrigo!
--Eh, Dio buono, a quest'ora, dovrebb'essere permesso. Non avete voi
pranzato di buon appetito?--
Frattanto avevano presi fra le dita quei fusi, li palpavano, li
guardavano, li fiutavano. L'aspetto non era brutto; la sostanza cedeva
al tatto, come un composto di foglie secche; l'odore era buono, ma di un
aroma sconosciuto.
Il re, forse per dare il buon esempio ai suoi ospiti, prese uno di quei
fusi, ne introdusse una estremità fra le labbra, e accostò l'altra ad un
tizzone acceso che gli porgeva un famiglio. Appiccato il fuoco a un capo
del fuso, il re si mise a tirare il fiato dall'altro, e incominciò a
render fumo dalla bocca.
--Oh, _taorib!_--esclamò Damiano, che aveva seguita con occhio curioso
l'operazione regale.
L'interpetre di Guanahani spiegò a Damiano e alla compagnia che quello
non era _taorib_, ma si diceva _kohiba_.
--Siamo lì!--disse Damiano.--E a che serve quel succhiar foglie accese e
dar fumo dalla bocca?
L'interpetre stentava a capire. La frase di Damiano accoglieva troppi
vocaboli nuovi per lui.
--Ti domando,--riprese Damiano,--che cosa è questa _kohiba_.
--Un'erba,--rispose allora l'interpetre,--un'erba che scaccia gli
spiriti della sera.
--Spiriti?... che sono in corpo?--domandò Damiano, aiutando le parole
col gesto.
Caonec rispose affermativamente. Ma forse intendeva di spiriti che
possono entrare in corpo. Nondimeno, si trattava sempre di spiriti, e
della utilità grande di mandarli a quel paese.
--Ah!--disse Damiano.--Credo di averne bisogno ancor io. Vuoi tu
accendermi questa _kohiba_, dolce Samana Taorib?--
La fanciulla non capì le parole, ma il gesto era eloquente; ed ella
appagò il desiderio del suo cavaliere. Prese il fuso, lo accostò alle
labbra, lo accese al tizzone, e poi lo porse graziosamente a Damiano.
Questi incominciò a guardare devotamente la traccia umida che le labbra
di Samana avevano lasciata sulla estremità del fuso. E più divotamente
accostò le sue labbra a quella traccia; poi diede la stura agli inni,
rubando frasi ed immagini al Cantico dei Cantici.
--_Taorib! Taorib!_ Sono dolci i tuoi amori, e il succo delle tue labbra
è migliore del miele. Non parlo del vino, come termine di confronto,
perchè il vino della _Santa Maria_ non è altro oramai che un
cattivissimo aceto, un aceto con sapore di muffa, neanche buono a
condire il cappone in galera. _Taorib! Taorib!_ i tuoi occhi sono due
pezzi di lapislazzuli, in mezzo a cui l'orafo divino ha incastonati due
diamanti purissimi. Il tuo collo è come la torre di Sion, a cui Davide
appendeva le targhe dei prodi, ed io appenderei una collana di baci. I
tuoi orecchi sono come capriuoli... cioè, no, veramente non sono i tuoi
orecchi; ma, sono capriuoli egualmente, sebbene non si levino tra i
gigli. Ed io mi levo... mi levo su, leggero leggero, enfiato come una
vela maestra, dal soffio di una legione di amori.--
Non era più un discorso, quello di Damiano; era un mormorio; un
bisbiglio all'orecchio di Samana, mentre intorno a loro erano parecchie
conversazioni avviate. Samana Taorib stava a sentire la filastrocca,
come trasognata, cadente dalle nuvole, mentre egli, sentendosi più
leggero che mai, andava con la fantasia più alto che non dicesse a
parole.
--_Taorib! Taorib!_--seguitava egli, balbettando.--Vuoi tu seguirmi
lassù? Ti porto in cielo. Strappo un par di raggi alla prima stella che
passa, e te ne faccio un diadema; qualche goccia di rugiada alle nubi, e
te ne faccio una collana di perle. _Taorib!_ Samana _Taorib!_...--
Samana Taorib, più confusa che mai da quella monotonia di suoni
deprecativi, volgeva intorno i suoi grandi occhi d'indaco.
--Caonec!--diss'ella, vedendo l'interpetre seduto sulle calcagna, a
pochi passi da lei.--Cosma _kohiba nericama?_--
Damiano incominciava a sentirsi impacciata la lingua; ma aveva ancor
sano l'orecchio.
--Caonec!--diss'egli a sua volta.--Che dice, la mia bella sovrana?
--Domanda,--rispose Caonec,--perchè il tuo amico non ha voluto fumare
_kohiba_.
--Dille che Cosma odia la _kohiba_ come odia le donne;--rispose
Damiano.--Cosma è uno sciocco.
--Cosma _taorib!_--mormorò Samana.
Un'opinione così recisamente espressa, non poteva piacere a Damiano, che
si voltò scorrucciato alla sua bella vicina.
--Ecco, signora;--diss'egli.--Bisogna distinguere. Cosma sarà _taorib_
finchè vorrai, ed anche di più. Ma ti prego di credere che nel mio
paese, agli occhi di una donna, non è _taorib_ che un uomo solo. Non mi
capisci, Samana? Ora te lo faccio spiegare da Caonec. O piuttosto,
no!...--soggiunse egli, ravvedendosi.--Non leviamo il velo
dell'innocenza a questa divina creatura. Ella vede che Cosma è mio
amico, e crede farmi un piacer matto, decorandolo dell'epiteto di
_taorib_. Certo, il mio compagno non è... non è... come si dice il
contrario di taorib? A te, Caonec! Come si dice brutto nella tua lingua?
--_Uruab;_--rispose prontamente l'interpetre.
--Ah sì? _Uruab?_ Dovevo immaginarmelo. Dicevo dunque a questa cara
fanciulla che Cosma non è _uruab_. Tutt'altro! Anzi, la signora Nina lo
trovava _taorib_.... molto _taorib_.... la qual cosa non tolse che un
bel giorno.... Ma già, c'è sempre nel mondo un _taorib_ che è più
_taorib_ di noi, o sembra tale, e viene a vogarci sul remo. Ebbene, che
cosa dicevo? Samana Taorib... tu mi guardi?... Cioè, non mi guardi
affatto. Ma il tuo fumo di _kohiba_ mi dà maledettamente alla testa.
Caonec! Caonec! dell'acqua... un sorso d'acqua, ti prego....--
Caonec corse nella capanna a prendere l'orciuolo, e ritornò prontamente,
per accostarne l'orlo alla bocca del fumatore giacente.
--Oh bene, grazie, Caonec. È buona, l'acqua; e noi siamo qualche volta
ingiusti con essa. Ancora un sorso... e un altro.... È tanto buona, che
la tracannerei tutta d'un fiato. Ma dov'è Samana Taorib, che non la vedo
più al mio fianco? Partita! perchè?... Dell'acqua ancora! E ti prego,
raccogline un poco nel cavo della mano, e spruzzami il viso.... Mi arde
la testa, e mi vengono i sudori freddi alle tempie. Che diavol è?
Pigliami tra le braccia, Caonec; tirami su, a sedere... così! Ma no,
tirami su, del tutto, in piedi... e sorreggimi. Sento che mi si rovescia
lo stomaco. Vorrei passeggiare, Caonec. Là, dietro a quegli alberi, ci
dev'essere più aria.--
Caonec, intelligente selvaggio, obbediva a tutti i cenni di quel figlio
del cielo. Presolo sotto le ascelle, lo condusse barcollante verso la
macchia.
--Che c'è!--domandò Rodrigo di Xeres, vedendo la scena.
--Niente, don Rodrigo;--balbettò Damiano, tenendosi lo stomaco, e
stralunando gli occhi.--Vado a prendere un po' d'aria.
--Infatti, siete assai pallido.
--Sfido io... con quella _kohiba!_ Ma l'aria fresca mi farà bene. So un
poco di medicina, don Rodrigo, e penso che potrò liberarmi... da questa
oppressura. Vapori, capite? vapori dello stomaco. Ippocrate dà dei
consigli, in proposito; Galeno raccomanda; e Celso non contraddice.--
Così dicendo, Damiano si allontanò, appoggiandosi al braccio di Caonec.
Le gambe lo reggevano male, ma il braccio del suo compagno era saldo.
Così avesse egli avuto saldo lo stomaco! In quella vece, o Dio
liberatore!... Ma è giusto che certe cose avvengano, per salutare
esempio, se non per edificazione dei popoli.
Mezz'ora dopo, respirata l'aria fresca della macchia, risciacquata la
bocca e la fronte allo zampillo di una sorgente vicina, con lo stomaco
debole e il cervello intronato, Damiano ritornò verso la comitiva. Il
sole era tramontato, e la notte si avvicinava a gran passi. Nell'ombra
della sera, e attraverso le nebbie dei suoi occhi, Damiano vide Cosma
che stava presso l'uscio della capanna. La fanciulla dagli occhi
d'indaco era vicina a lui, e pareva guardarlo con molta attenzione.
--Samana!--disse Damiano.--Che fai tu qui, in così stretto colloquio con
l'amico mio?
--Cosma...--rispose l'ingenua selvaggia, non arrossendo neanche, sotto
la sua pelle di rame,--Cosma _taorib!_--
Damiano si morse le labbra. Ma aveva lo stomaco tanto debole, e il
cervello ancora tanto annebbiato, che non si provò neanche a gridare.
--Ho capito;--mormorò.--Buona fortuna, Cosma taorib! Io vado a letto.
Come si dice letto, nella lingua di questo popolo agreste? Ah, mi
ricordo, amac. Io dunque vado nell'_amac_... e senza _taorib_.--
Samana, tutta intenta a guardar Cosma, non diede neanche retta a
Damiano; lo lasciò andare senza dirgli crepa.
--Ingratitudine delle _taorib!_--borbottò Damiano, entrando nella
capanna.--Ma non diciamo male delle _taorib_, dopo tutto. Sono così
anche le lepri. Un cacciatore le scopre; un altro le prende.--
Damiano cullava ancora la sua filosofia nel pensile tessuto di un'amaca,
quando venne Cosma a raggiungerlo.
--Ah sei qua, tu?--gli disse Damiano--Troppo buono, in verità!
--Te lo avevo pur detto!--rispose Cosma.--Non ne ber tanto, di quel
liquore. È non ti sei contentato di bere; hai voluto anche aspirare il
fumo di quell'erba.
--Caro mio, per discacciare gli spiriti della sera. Avevo un diavolo in
corpo. E come sai, un diavolo scaccia l'altro.
--Quando non restano in corpo tutt'e due.
--No, sai? uno... è andato fuori di certo. Del resto, cose nuove; e
bisogna farci lo stomaco. Ma tu, caro amico, hai fatto un'opera di
carità, venendo a vedermi. Ed anche un sacrifizio, mi pare.
--Perchè?
--Perchè hai piantata sull'uscio la mia... no, la tua... infine la
nostra Samana Taorib.
--Ma che mia? che nostra? che Taorib?
--Come? e non era poc'anzi con te?
--Eh, sfido! volevi che la scacciassi?
--Non pretendevo questo. Ho detto di averla veduta con te. E ti chiamava
Cosma _Taorib_, la perfida! Sentiamo, che cos'altro ti ha detto?
--Caro mio, lo vorrei, ma non lo posso. Non l'ho capita.
--E non hai preso interpetre?
--No.
--Uomo raro! uomo singolare! giuralo.
--Te lo giuro;--disse Cosma, ridendo a suo malgrado della necessità di
un giuramento solenne.--Ma che, per caso, mi avresti tu preso in
iscambio, credendomi un altro te?
--Caro mio, che cosa vuoi che ti dica? L'uomo è un animale così
irragionevole!
--Parla per te, Damiano.
--È giusto, parlerò per me. Anzi, non parlerò più affatto. Con tua
licenza proverò a dormire.
--È il meglio che tu possa fare;--concluse Cosma,--E poichè vedo lì
un'altra amaca, ne prendo possesso, e ti fo compagnia.--
Così dicendo, Cosma pose le mani sull'orlo di una amaca, librò la
persona sulle braccia tese, e con una abilissima giravolta si gittò di
lancio in quel letto pensile, dove pochi minuti dopo dormiva
saporitamente, con molta invidia del compagno Damiano, a cui i dolori
del capo, l'arsura delle fauci e i vapori dello stomaco non lasciavano
prender sonno.
Ma tutto ha fine quaggiù, anche il mal di capo e il mal di stomaco.
Dormendo interrottamente, sudando freddo, voltandosi un po' sul fianco
destro, un po' sul mancino, Damiano trovò finalmente il modo di
riposare, aspettando una domani che era così lenta a venire. A giorno
chiaro si svegliò del tutto, e balzò dall'amaca, al rumore che gli altri
facevano dintorno a lui, essendo alzati già tutti.
Damiano aveva la bocca amara e le ossa peste, come dopo una febbre
quartana. Ma infine, se paragonava il suo stato d'allora con quello
della sera innanzi, poteva stimarsi abbastanza contento. Lo stomaco era
sempre dubbioso, ma non gli doleva più. Uscì all'aperto, per prendere
davvero una boccata d'aria; passeggiò un poco sotto i palmizi, e andò a
salutare la fontana, in fondo a quel prato nascosto, dove aveva corso il
risico di rendere l'anima a Dio, come tant'altre cose alla terra di
Bohio. Al vivo zampillo della fontana si lavò le mani e la faccia;
questa, poi, lungamente, una mezza dozzina di volte. Avrebbe fatto anche
un bagno, se non avesse pensato che ci voleva troppo tempo a spogliarsi,
mentre Luigi di Torres e Rodrigo di Xeres parlavano già di rimettersi in
cammino, per ritornare alla costa.
Quando ricomparve nella brigata, era già l'ora della refezione.
--Mangiate qualche cosa;--gli disse Rodrigo di Xeres.--Niente, è più
utile d'un cibo moderato, a rianimare lo stomaco indebolito da un
stravizio.... e dalle sue conseguenze.
--A chi lo dite?--esclamò Damiano.--Sono anche un po' medico. E
assaggerò di questa farinata gialla, che mi pare di ceci.
--Maiz;--disse Caonec--Qui mangiare, là nascere.--
Indicava, così dicendo, certe pannocchie dorate di quello che si chiamò
poi grano turco; le quali pannocchie pendevano dalle pareti della
capanna. Insieme con altre sementi di civaie, che gli ambasciatori
avevano raccolte, per portarle alla costa.
Il pasto fu leggero, ed anche breve; Damiano non innaffiò la sua
farinata di maiz che con sorsate di acqua pura. Finalmente, gli
ambasciatori si alzarono, per prendere congedo dai loro ospiti di Bohio.
In due grandi ceste di vimini, ricambiate con le solite perline di vetro
colorato e sonagliuzzi di rame, avevano fatti riporre i saggi della
agricoltura di Bohio; e i naturali del luogo vi aggiunsero una discreta
quantità di bambagia, che traevano da un fiore, non coltivato nei campi,
ma facile a trovarsi dovunque nello stato salvatico. Era, come
immaginate, il cotone. E i naturali dell'isola conoscevano l'arte di
filarlo, per tesserne le loro amache non solo, ma ancora i manti di cui
le donne più ragguardevoli si adornavano le spalle, e le _pernague_, o
pannicelli, che tutte si giravano intorno ai fianchi.
Insieme con le ceste di vimini, che erano confidate alle cure dei due
interpetri, gli ambasciatori dell'almirante portavano un carico meno
pesante, ma egualmente voluminoso, di utili notizie, raccolte a fatica,
e forse non tutte dirittamente intese, sulle condizioni dei luoghi.
Sapevano, per esempio, che in quell'isola, detta di Cuba, erano molti i
villaggi, ognuno col suo re, detto _cacìco;_ potevano riferire con
certezza all'almirante che quei villaggi erano tutti, dal più al meno,
come quello di Bohio, e che non era a sperare di trovarci il gran Cane,
nè il Prete Janni, nè altri segni di dominio orientale, nè perle, nè
oro, nè spezierie. Queste ricchezze, per altro, dovevano ritrovarsi a
staia, molto più lungi di là, verso ponente, in un'isola, o terra, che i
naturali di Bohio chiamavano col nome di Babeque.
O Babeque, o isola fantastica come quella di San Brandano, cercata
inutilmente come quella di Cipango, voi avete fatto perdere un tempo
prezioso al signor almirante del mare Oceano. E siete rientrata nel gran
limbo delle cose vane, senza che i posteri siano mai venuti a capo di
sapere che diavolo intendessero di accennare, pronunziando il vostro
riverito nome, i naturali di Cuba.
--Ed ora, amici, in cammino!--aveva detto Rodrigo di
Xeres.--Bisognerebbe esser domani alla costa, per non tenere in ansietà
il nostro signor almirante.--
Il cacìco e i principali della tribù accompagnarono l'ambasciata per un
buon tratto di strada. Le donne, affollate all'ingresso del villaggio,
piangevano sulla partenza dei figli del cielo.
Damiano vide tra quelle donne, e in prima fila, quella perfida Samana,
che lo aveva lasciato solo a combattere coi fumi della _kohiba_, andando
a chiamare _taorib_ il suo amico e fratello Cosma. Stette saldo,
vedendola, e guardò davanti a sè, fingendo di non averla veduta.
Le donne si accalcavano intorno agli ambasciatori, baciando loro le
mani. Samana approfittò di quella confusione per accostarsi a Damiano.
--Damiana!--gli disse, guardandolo con aria compunta.
--Damiana!--ripetè egli, sardonico.--Cambiami ancora il sesso, satirica
donna, che me lo son meritato.
--Damiana.... _taorib!_--ripigliò Samana con voce carezzevole.
--Troppo tardi, fanciulla!--rispose egli inflessibile.--Ma se _taorib_
vuol dire imbecille, tu hai sicuramente ragione.--
Così dicendo, Damiano levò il braccio, come se volesse darle la sua
benedizione, o mandarla a farsi benedire altrove; e proseguì la sua
strada.
_Capitolo VII._
Si cerca Babeque, si smarrisce la Pinta, e si ritrova Haiti.
L'almirante aveva spesi utilmente quei giorni di aspettazione, facendo
tirare a terra e spalmare la _Santa Maria_, che incominciava a sentire
il bisogno di essere racconciata. L'opera dei calafati era a mala pena
finita, e la caravella in pronto per navigare, quando ritornarono i
messaggeri alla costa, e riferirono al comandante supremo tutto ciò che
avevano veduto nel loro viaggio entro terra. Era quel giorno il 5
novembre. E perchè la freschezza delle notti faceva preveder vicino
l'inverno, l'almirante deliberò di non avanzarsi troppo verso
settentrione, e di non fermarsi più a lungo in così povere contrade.
Per altro, innanzi di salpare le áncore dal _Rio de los Mares_, comandò
che si prendesse qualche naturale dell'isola di Cuba, avendo in animo di
condurre d'ogni isola visitata qualche abitante in Castiglia. Furono
presi così dodici naturali, tra uomini, donne e fanciulli. Le navi erano
già alla vela, quando si accostò in una piroga un selvaggio, chiedendo
di essere preso a bordo egli pure. Marito di una delle donne prese dagli
Spagnuoli, padre di due fanciulli che con la madre erano stati condotti
alla nave, il poveraccio non vedeva che cosa avrebbe potuto far egli a
terra, lontano dalla sua famigliuola. L'almirante lo accolse
festosamente, e comandò che fosse trattato, egli e i suoi, con ogni
cortesia. Così contenti tutti, si uscì dalla foce del fiume, nella
giornata del 12, muovendo verso levante, alla ricerca dell'isola di
Babeque.
Fu un grave danno per lui, quella illusione di Babeque. Se avesse volta
la prora a ponente, e seguitato il suo consueto cammino, avrebbe toccate
le coste della Florida; od anche, seguitando a costeggiare l'isola di
Cuba, nel rombo di libeccio, avrebbe incontrate le sponde opposte
dell'Yucatan, così facendo nel suo primo viaggio la scoperta del
Messico, cioè della più ricca e della più incivilita contrada del nuovo
mondo.
Ma per allora, seguendo le indicazioni dei naturali di Bohio, egli andò
a cercare Babeque, la irreperibile Babeque. Le navi avevano appena
pigliato il largo, che incominciò a soffiare il vento di tramontana, e
così fresco, da consigliare una poggiata verso l'isola di Cuba. La
spedizione entrò allora fra alcune isolette, le quali sorgevano in
vicinanza di un gran porto, a cui Cristoforo Colombo impose il nome di
porto del Principe. Egli spese qualche giorno a visitare coi suoi
palischermi il grazioso arcipelago, a cui diè nome di Giardino del Re.
Erano quelle isole così fitte e vicine, che dall'una all'altra non era
più d'un quarto di lega; e tanto erano profondi i canali, le rive così
adorne di alberi e di erbe così verdi, che niente si sarebbe potuto
immaginare di più bello. Tutte quelle isole erano vuote di abitanti;
eppure ci si vedevano tracce di molti fuochi di pescatori. Sicuramente,
a quelle isole andavano i naturali di Cuba, per attendere alla pesca; la
qual cosa si seppe poi con certezza, insieme con altre particolarità,
che importano poco al nostro racconto, e che per amore di brevità si
ommettono. Ce ne sappia grado il lettore.
Il 19 dicembre, che fu un lunedì, l'almirante salpò nuovamente dal porto
del Principe, ripigliando il suo cammino verso la fantastica Babeque. E
seguitava a cercarla il 21, quando Martino Alonzo Pinzon, seccato di
cercare Babeque in compagnia dell'almirante, si mosse per suo conto alla
ricerca di una isola nuova, che i naturali a bordo della _Pinta_
chiamavano Bohio, come i villaggi dell'interno di Cuba. Evidentemente,
con quel nome di Bohio indicavano la casa, o un ceppo di case; un luogo
abitato, insomma.
Vedendo la _Pinta_ allontanarsi verso levante, Cristoforo Colombo la
richiamò coi segnali d'uso. Ma la _Pinta_ non fece caso dei richiami, e
andò innanzi per tutto il resto della giornata. Sopraggiunta la notte,
l'almirante fece serrare alcune vele, e appiccar lanterne all'albero di
maestra, pensando ancora che la _Pinta_, ottima veliera, lo avrebbe
raggiunto; ma invano. La _Pinta_ non ritornò; allo spuntar del giorno si
era dileguata del tutto.
Che voleva dir ciò? Noi sappiamo che i racconti di un selvaggio,
accennando ad una ricchissima regione, avevano abbagliato il Pinzon. Ma
senza sapere di ciò, l'almirante pensava dirittamente dell'altro;
pensava ad esempio che Martino Alonzo non era il più obbediente degli
uomini e sopportava con impazienza l'autorità del comandante supremo. E
sospettava, per conseguenza, di qualche brutto disegno. Il Pinzon
voleva, arrogandosi un comando separato, procurare a sè vantaggi
separati; oppure egli faceva conto di ritornarsene in Ispagna, per
usurpare al comandante supremo l'onore delle fatte scoperte.
La lentezza della _Santa Maria_ non permetteva d'inseguire la _Pinta_.
Cristoforo Colombo, che già tante contrarietà aveva dovuto sopportare e
tanti affronti mandar giù, ricacciò il suo giusto sdegno nel fondo
dell'animo; e seguitò a veleggiare lungo la costa di Cuba. Gli occorse
anzi di ritrovare un bel porto, e di ancorarvisi, per fornirsi d'acqua e
di legna. In quel porto, che egli chiamò di Santa Caterina, vide alla
foce d'un fiume alcune pietre che avevan mostre d'oro; e le montagne
tutto intorno erano vestite di pini così alti, che se ne potevano far
alberi per grosse navi.
Ma non era tempo d'indugiarsi. La tarda _Santa Maria_ e la tardissima
_Nina_ ripigliarono il viaggio: toccarono un altro porto, che fu
chiamato porto Santo, e di là volsero alla punta orientale di Cuba, che
prese il nome di Alfa ed Omega. Laggiù, mentre correva bordeggiando,
incerto della via da prendere, l'almirante scoprì a scirocco una nuova
terra: e questa a grado a grado si mostrava più chiaramente,
innalzandosi le sue alte montagne a foggia di piramidi, sulla linea
dell'orizzonte, ed annunziando un'isola di grande estensione.
I naturali di Guanahani e di Cuba, che erano a bordo della _Santa
Maria_, vedendo quell'isola in lontananza gridarono: Bohio! Quando
videro che l'almirante faceva drizzar la prora a quella volta, diedero
segni di gran terrore, e lo supplicarono di mutar cammino, assicurandolo
che gli abitanti erano feroci e crudeli. Parve anzi di capire dai
discorsi dell'interpetre che fossero antropofagi e che avessero un
occhio solo nel mezzo della fronte. Davvero, in quel maraviglioso
viaggio del navigator genovese, un po' d'Odissea non guastava, e
Polifemo ci ritrovava il suo posto.
Il vento si era voltato contrario; nè osando far vela nella notte per
quei mari sconosciuti, l'almirante spese due giorni intieri per arrivare
alla temuta isola di Bohio. Ma egli potè lungamente ammirarla, in mezzo
alla trasparente atmosfera dei tropici. Le sue montagne erano più alte e
rocciose di quante egli ne avesse vedute in quell'isole; per contro,
sorgevano dal verde cupo di fitte boscaglie le ridenti colline; e le
verdeggianti praterie che la circondavano, i segni di coltura che
offrivano le pianure, i fuochi innumerevoli che si vedevano brillare
nella notte, le colonne di fumo che di giorno s'innalzavano al cielo,
davano indizio di un popolo numeroso e felice. Tale si offerse Bohio, o
per chiamarla col suo vero nome, Haiti, agli occhi dell'almirante e del
suo equipaggio.
Egli era partito dal capo Alfa ed Omega la mattina del cinque di
dicembre. Non toccò la punta occidentale della nuova isola che nella
sera del sei. Approdò ad un porto, a cui diede il nome del santo di quel
giorno, san Nicolò; nome che i posteri hanno conservato a quel
sorgitore, spazioso e profondo, attorniato di alberi d'alto fusto, molti
dei quali erano carichi di frutti.
Verso il fondo del porto si stendeva una vasta pianura, irrigata da
un'acqua limpidissima. Nel porto si vedevano cinque piroghe, grosse come
fuste spagnuole, di quindici banchi ciascuna. Sicuramente erano villaggi
in vicinanza; ma i naturali, alla vista delle navi straniere, erano
tosto fuggiti alla macchia.
Non potendo aver pratica con quella gente, l'almirante fece rimettere
alla vela, seguendo la costa verso tramontana, finchè giunse ad un altro
porto, da lui chiamato della Concezione. Anche in quel porto metteva
foce un piccolo fiume. La costa abbondava di pesci, molti dei quali
saltavano perfino nei palischermi. E perchè la più parte di quei pesci
somigliavano a quelli delle coste di Spagna, e perchè parve di udir dai
boschi vicini il gorgheggio del solito rosignuolo di Andalusia, e perchè
l'aspetto dei monti e delle colline ricordava anch'esso la terra
dond'erano partiti i navigatori animosi, l'isola ebbe il nome nuovo di
Spagnuola, innanzi che fosse conosciuto il suo vero nome di Haiti.
Erano nel dintorni del porto le tracce d'una grossolana coltura; ma non
si vedevano abitanti, perchè tutti erano fuggiti all'arrivo degli
stranieri. Quattro o cinque ne furono veduti in una radura del bosco,
che stavano spiando i nuovi venuti; si diede loro la caccia, ma non fu
possibile raggiungerli.
Desiderando l'almirante di entrare ad ogni modo in relazione coi
naturali dell'isola, mandò sei uomini bene armati in esplorazione.
Trovarono essi dei campi coltivati, delle tracce di sentieri, delle
eminenze con avanzi dì carbone e di cenere; ma gli abitanti impauriti si
erano sempre tenuti lontani da loro. Non era molto, ma bastava a
convincere l'almirante che la popolazione dell'isola fosse abbastanza
numerosa. Quei fuochi che egli aveva veduti risplendere la notte
innanzi, e di cui erano state ritrovate le vestigie, ricordavano ciò che
si sapeva per tradizione in Ispagna, dei fuochi accesi nelle montagne
dal popolo cristiano, al tempo della invasione degli Arabi, per
avvertire gli abitanti del piano di fuggire quanto più potessero lontani
dal lido minacciato.
Era il 12 dicembre, quando Cristoforo Colombo piantò solennemente una
croce, sopra un poggio all'ingresso del porto, per dinotare che ne aveva
preso possesso. Cosma e Damiano, che passeggiavano allora in quelle
vicinanze, scopersero sul confine di una macchia vicina un gran numero
di naturali. Data la voce ad alcuni compagni, e tosto seguiti da essi,
corsero sulle tracce di quella gente, che si era data, come potete
immaginarvi, alla fuga. Non impediti da drappi, nè da falde, quei
naturali guadagnarono facilmente terreno, e non furono potuti
raggiungere. Ma la fortuna arrise a Damiano, che era più innanzi dei
compagni, e potè metter la mano sopra una giovane donna, rimasta ultima
dello stuolo fuggitivo.
Confessiamo, per amore di verità, che Damiano da principio non pensò al
sesso della sua preda. L'aveva abbrancata e la teneva forte. Ma alle
strida di lei, riconobbe di aver sotto l'unghie una donna. E senza
lasciarla tuttavia, la strinse un po' meno, cercando in quella vece di
chetarla, con quel po' di lingua selvaggia che aveva imparata.
Quel poco, per altro, era pochissimo; una sola parola.
--_Taorib!_--le disse.--_Taorib!_--
La donna seguitava a divincolarsi, ma inutilmente. Del resto,
sopraggiungevano i compagni di Damiano, a prestargli man forte.
--Per caso,--disse Cosma all'amico,--avresti ritrovata Samana?
--Eh, qualche cosa di simile;--rispose Damiano.--Ma il diavolo mi porti,
se ricasco nelle sue tentazioni.--
Pure la donna era giovane e graziosa. Era nuda affatto, il che augurava
male del grado di civiltà dell'isola Spagnuola. Ma essa portava sospesa
alle narici una piastrella d'oro, e questo faceva sperare che il
prezioso metallo fosse comune in quell'isola. Una miniera d'oro valeva
bene uno stato di civiltà. Così almeno si ragionava allora, e il
narratore non ci mette del suo nè sal nè pepe.
La bella conquista fu portata in trionfo a piè della croce. Colà il suo
spavento fu presto calmato dagli interpetri, e più dal benigno aspetto e
dagli umanissimi gesti dell'almirante; il quale tosto ordinò che la
bella sbigottita fosse coperta d'un manto, le diede anelli di rame da
mettersi alle dita, una collana di perline di vetro e dei piccoli
sonagli da mettersi al collo. Eva fu prontamente tranquillata. L'avevano
ornata di bei presenti; la rimandavano libera: l'avevano chiamata
_taorib_.
--_Taorib!_ si, _taorib!_--le andava ripetendo Damiano, mentre ella si
allontanava.
Ed ella si allontanava lentamente; o fosse, come credette Damiano,
perchè non le dispiacesse quel complimento, o perchè al suo cuore
riconoscente piacesse meglio mostrare con la lentezza del ritorno che
era grata delle buone accoglienze ricevute.
--Accompagnatela;--disse l'almirante agli interpetri.--Forse troverete
modo di parlare agli uomini della tribù.--
Tre degli interpetri obbedirono al comando.
--Signore,--disse Damiano,--volete che l'accompagni qualcun altro di
noi?
--Fatelo, se vi pare. Io non pensavo di darne incarico a voi,
immaginandovi stanchi della corsa già fatta.--
Damiano volse un'occhiata a Cosma, invitandolo.
--Io verrei;--gli disse Cosma, muovendosi;--ma non mi farai tu assistere
a qualche altra follia?
--Uomo di poca fede,--rispose Damiano,--ti ho detto che non ricascherò
in tentazione. E voglio averti per testimonio della mia maravigliosa
virtù. In questo momento, poi, mi ricordo di Scipione in Ispagna.--
La donna, vedendosi seguire da tanti, incominciava a pentirsi di essere
andata troppo lenta. Ma gl'interpetri furono solleciti a chetare i suoi
timori; ed ella si mostrò contenta di ritornare al suo villaggio così
bene scortata, con quel manto da regina sulle spalle.
Damiano, in quella spedizione, mantenne la parola che aveva data al
compagno. Non fece gli occhi teneri alla bella selvaggia; si contentò di
chiamarla un centinaio di volte _taorib_.
--Parole,--diceva egli a Cosma,--parole che si dicono, e il vento se le
porta. È sempre bene dire ad una donna che ella è _taorib_, anche se una
piastrella d'oro sospesa alle nari le sforma un pochettino la faccia.
Ella ritorna a casa sua, vede le amiche, s'intrattiene di cento cose con
loro, e trova sempre modo di ricordar loro quel gentil cavaliere che le
ha detto tante belle cose, magari dicendogliene sempre una sola.
--Ah, furfante di tre cotte!--esclamò Cosma, ridendo.--Così ti disponi
tu a non ricadere in tentazione? preparandoti il terreno in guisa che
tutta una popolazione femminile s'innamori di te? Vuoi dunque
conquistare tutti i teneri cuori del nuovo mondo?
--Sì, dammi la soia!--rispose Damiano.--Sei tu, Cosma _taorib_, che puoi
parlarmi così? tu, che appena saremo al villaggio, mi vogherai
bravamente sul remo?--
Con grande soddisfazione di Damiano, che era fresco di malattia e non
voleva far ricadute, non fu il caso che l'amico gli vogasse, anche
involontariamente, sul remo. Sopraggiunse la sera, senza che avessero
ritrovato il villaggio. Non volendo avventurarsi in piccol numero, e di
notte in quei luoghi sconosciuti, pensarono di ritornare alla costa. La
selvaggia, del resto, aveva veduto compagni sulle balze vicine; poteva
ritornarsene insieme con loro al villaggio. Fu salutata, ossequiata,
pose le mani sulla testa di tutti, in segno di riverenza e di fede, si
sentì chiamare un'altra volta _taorib_, e mezzo sorridente, mezzo
piangente, si separò dai suoi cavalieri.
L'almirante vide a tarda sera ritornare i suoi uomini. E facendo
assegnamento sul buon effetto che avrebbe dovuto produrre sui naturali
il racconto della donna così prontamente rimandata libera e tanto
onorata da tutti, pensò di mandar gente nell'interno dell'isola. Nella
mattina seguente egli scelse adunque nove uomini, comandò che si
armassero a dovere, e li spedì per la via di cui già avevano fatta una
parte, a rintracciare il villaggio.
Damiano, si capisce, era del numero; e Cosma non poteva non accompagnare
Damiano. Un naturale di Cuba fu aggiunto al drappello, per servire da
interpetre.
Il villaggio fu ritrovato, a quattro leghe e mezzo dalla costa, e sulle
sponde di un gran fiume. Conteneva un migliaio di capanne; ma tutte
deserte, essendone fuggiti gli abitanti al primo apparire degli
Spagnuoli. Per altro, non erano andati molto lontano; parecchi ne furono
veduti ronzare tra gli alberi, in prossimità del villaggio, e come in
vedetta, per dare avviso d'ogni novità ai loro compagni.
Ad essi, per consiglio di Cosma, che capitanava il drappello, andò solo
soletto l'interpetre. Trattenendoli coi gesti e con la voce amica, li
raggiunse, parlò, e riuscì a persuaderli, discorrendo a lungo della
bontà dei figli del cielo, che viaggiavano il mondo, facendo ricchi
donativi a tutti, e male a nessuno.
Si erano affollati in cento a sentirlo; crebbero a mille, mentre egli
parlava; In duemila lo seguirono al villaggio, circondando i nove
Spagnuoli, ma rispettosamente, sapendoli figli del cielo, e immaginando
forse che quegli esseri soprannaturali, scesi dalla patria della
folgore, potessero sprigionare da un momento all'altro scintille ed
atterrarli a diecine.
A poco a poco, vedendoli così buoni, che si lasciavano ammirare, e
rivolgevano loro occhiate amorevoli, si addomesticarono del tutto. I più
vecchi giunsero perfino all'atto di metter le mani sulla testa degli
uomini bianchi; il che, come sapete, era segno di onore grandissimo,
come di confidente amicizia per gli stranieri, e di buon augurio per sè.
Quindi, sparpagliatisi per le case e pei campi, ritornarono in piazza
con frutti, radici e pane di cassava. Vollero ancora che visitassero le
loro capanne, portandoci la benedizione del cielo, e li pregavano di
rimanere a lungo loro ospiti. Udito dall'interpetre che amavano i
pappagalli, ne recarono molti addomesticati. Non oro, ahimè, non oro,
che i figli del cielo anteponevano ai pappagalli. Salvo quelle
piastrelle che taluni di essi, specie le donne, portavano sospese alle
nari, non avevano in casa altro saggio del prezioso metallo. Ma
lasciavano intendere che la terra dove si raccoglieva l'oro, giaceva più
oltre a levante. Era un'altra parte dell'isola? era un'altra isola a
dirittura, o un continente lontano? Era povero ancora il vocabolario,
più povera la sintassi dell'interpetre; e quel punto difficile non fu
potuto chiarire lì per lì, come avrebbero desiderato i figli del cielo.
Gl'indigeni di quel villaggio erano dei più belli, per regolarità di
fattezze e proporzione di membra, che i cristiani avessero veduti fino
allora nelle isole scoperte. Avevano pure la pelle più bianca degli
altri. Apparivano anche singolarmente felici, poichè la terra ferace
produceva quasi senza coltivazione la maggior parte dei loro alimenti; i
fiumi e le rive del mare davano pesce in gran copia. Tutto avevano
comune, la terra del pari che l'acqua ed il sole; i loro frutteti, come
i lor boschi, non si vedevano circondati da fossi, nè divisi da
stecconate, nè protetti da muri. Vivevano senza leggi, senza giudici,
senza uscieri e senza gendarmi, riguardando siccome malvagio chi si
compiacesse di far male altrui, nè avendo altra cura fuor quella di
vigilare la riproduzione delle radici di jucca, donde ritraevano il
pane. Non era sconosciuta ad essi la poligamia, poichè assegnavano venti
donne al capo della tribù; ma ognuno di loro pareva contentarsi di una.
E non difettavano d'idee filosofiche, nè di credenze religiose.
Stimavano esser l'anima immortale, e pensavano che, dopo la morte del
corpo, ella andasse per boschi e montagne, vivendo eternamente collegata
alla sua patria terrena, nel fondo delle caverne. Queste, perciò,
avevano un culto, essendo riguardate con superstiziosa venerazione. E
quelle voci che rispondono alla nostra nei luoghi solitarî, dalla cavità
delle grotte, dalle pareti dei massi, erano, secondo loro, le anime dei
trapassati. Vita bucolica, religione poetica, come vedete.
Mentre i nove Spagnuoli stavano ragionando coi naturali del villaggio
(per intromissione dell'interpetre, quasi non sarebbe mestieri di
dirlo), videro avvicinarsi un numeroso stuolo d'indigeni, che portavano
una donna sulle loro spalle, come in trionfo.
--La regina!--disse Damiano.
--Sì, piglia fuoco, bombarda!--fu pronto a ribattergli Cosma.
--Eh, se sarà degna dei nostri omaggi, perchè no? Ne ho pensato una,
sai? L'altra volta, caro mio, mi hai sconfitto facilmente, avendo io
bevuto troppo di quel maledetto liquore, e sorbito quell'altro veleno
nel fumo dell'erba magica, o che altro diavolo fosse. Ma questa volta,
per tua regola, non berrò che acqua, non accosterò _kohiba_ alle labbra,
e ce la vedremo, mio caro!--
Cosma ascoltava e sorrideva, di quel suo sorriso malinconico che non
iscopriva i segreti dell'animo, ma li lasciava intravvedere, e faceva di
lui un personaggio singolare in mezzo a quella numerosa famiglia di
poveri naviganti.
Il drappello si era avvicinato, e i due amici riconobbero nella creduta
regina la giovane donna che avevano fatta prigioniera il giorno innanzi
e poi ricondotta a mezza strada verso il villaggio. Coperte le spalle
del suo manto dai vistosi colori, cinta il collo dei sonagli e delle
perline di vetro che le aveva donato l'almirante, ella veniva tutta
sorridente e felice su quel suo cocchio improvvisato. Il marito di lei
precedeva il drappello, e fu molto contento di aver lì pronto un
interpetre, per fare un lungo discorso, in cui esprimeva la sua profonda
riconoscenza per la bontà che i figli del cielo avevano dimostrata verso
sua moglie.
Una buona parola non è mai sprecata. Damiano ebbe il premio di quella
che aveva detta tante volte alla giovane selvaggia; lo ebbe sentendosi
da lei chiamare per nome. Era il nome con cui essa lo aveva sentito
chiamare dagli amici, e non lo aveva dimenticato.
--Damiano!--gli disse;--Damiano!--
E pareva contenta di rammentarlo; più contenta di dimostrargli che lo
aveva ritenuto.
--Ah! sia lodato il cielo!--mormorò Damiano.
--Questa, almeno, non mi cambia il sesso. Buon giorno,
_taorib_!--soggiunse ad alta voce, facendole con la mano un grazioso
saluto.
--Ella sa il tuo nome;--gli disse Cosma all'orecchio.--Chiedile almeno
il suo.
--A qual pro?--disse Damiano.
--Ma, che so io? Per ricordartene.
--E domandiamo il suo nome:--riprese Damiano.--Cusqueia!--
Il naturale di Cuba, che si chiamava così per lo appunto, si volse.
--Come si chiama quella _taorib_? Domandalo.--
L'interpetre contentò subito il desiderio di Damiano; poi ripetè il nome
che gli aveva detto la donna:
--Caritaba.
--Onore a Caritaba!--disse allora Damiano.
E levatasi una rossa fascia di lana che portava in cintura, la porse a
lei in presente. Caritaba ringraziò, battendo le palme e saltando.
Era giunta l'ora di lasciare il villaggio. I marinai volevano essere
prima di notte alla costa. Saputo della loro risoluzione, tutta la tribù
si diede a gemere, a guaiolare, come se fosse accaduta una grande
sventura.
Ma poco valevano i pianti. Il destino era quello. _Fata trahunt_,
avrebbe potuto dir loro Damiano, che sapeva di latino. Ma a qual pro',
se i naturali di Cuba non capivano il latino?
Il drappello si pose in cammino, accompagnato dal saluti, dai gemiti,
dalle acclamazioni di tutta la tribù. Era un tumulto assordante,
aggravato ancora, se pur ce ne fosse stato bisogno, dalle grida dei
pappagalli, che gli Spagnuoli dovevano portare con sè, per non aver aria
di sgradire i donativi di quell'ottima gente.
--E tacete, che il diavolo vi porti, animali molesti, nemici
dell'uomo!--gridava Damiano.--Se almeno si capisse il vostro linguaggio!
--Tu non hai pazienza;--gli diceva Cosma.
--Ne ho, perdincibacco, ne ho quanto occorre;--rispondeva Damiano.--Ma
queste bestie maledette, la farebbero perdere a Giobbe.
--Ah sì! bell'esempio che tu porti! un uomo che si lagnava dalla mattina
alla sera, e dalla sera alla mattina.
--E credi che non ne avesse ragione? Vorrei vederti, con quel po' po' di
disgrazie e di guidaleschi addosso! e con quella razza di amici! e con
quella donna, poi! Felice te, Cosma, che non hai preso moglie!...--
Il viso di Cosma si rabbuiò, a quel discorso di Damiano.
--Scusami, sai;--ripigliò Damiano, vedendo, o piuttosto indovinando
l'effetto delle sue parole.--Volevo dire: felice te, che di amici
chiacchieroni non ne hai alle costole che uno.
--E lo amo, e son lieto di avercelo;--disse Cosma, stendendogli la mano.
Si erano fermati un istante, alla svolta del sentiero, per mandare un
ultimo saluto alla tribù, che era tutta quanta affollata all'ingresso
del villaggio, in atto di contemplare i figli del cielo.
--Che è?--disse Cosma.--Uno dei naturali viene verso di noi, correndo
come una lepre.
--Che cosa vorrà?--disse Damiano.--E che diavolo porta egli in mano?
Qualche cosa di verde. Una foglia di palma, forse? A te, che hai un
occhio di lince, e l'altro di falco; vedi un po' tu.