Amico mio. Senza dubbio sono giunta alla più dolorosa ora della mia
vita. Quello che soffro in questo momento, non posso dirvelo, non posso
descrivervelo. È uno strazio senza nome. Sento un unghia che mi lacera
il cuore, me lo sento sanguinare: a goccia a goccia perdo il più ricco
sangue della mia vita. Non posso piangere, non posso gridare, non posso
singhiozzare: affogo. Debbo dissimulare, debbo essere allegra e felice:
ma soffoco. Amico mio, è venuta la settimana tragica del nostro amore.
Debbo riunire tutto il mio coraggio per dirvi che questo amore deve
finire. Deve finire la luce della nostra esistenza, la giocondità della
nostra giovinezza. Finire. Morire. Amico mio, è forza che sia così. In
questi giorni ho pianto, ho pregato, ho chiesto a Dio la forza del
sacrificio. Oggi sono nello spasimo, ma sono decisa. Parla all'anima mia
l'alta voce del dovere. Troppo peccammo. Ingannammo un uomo fiducioso e
tranquillo, che crede nel mio onore e nel mio amore, che crede nel
vostro onore e nella vostra amicizia. Facendo tacere la coscienza,
errammo dolcemente ma gravemente. Abbiamo portata la maschera della
virtù mentre eravamo colpevoli. Io ho portata in giro la mia fronte pura
di sposa mesta, mentre i vostri baci avevano abbracciate le mie labbra.
Pentiamoci insieme. Io non voleva, vel rammentate. Ricordate la mia
prima lettera. Fui sorpresa, stupidita. Perdetti la testa: ma voi che
eravate uomo, perchè non foste il più saggio, il più freddo? Non voleva
io. Forse, non vi amava. Vi ho amato poi. Cesare, vi amo ancora, ma vi
lascio. Non posso più durare a questa vita di vergogna e di disonore:
arrossisco dinanzi a mio marito, dinanzi ai miei servi. Bramo che mi
raggiunga l'ultima sciagura, il tradimento svelato. O Cesare, che
disperazione! Ci vuol molto coraggio. Aiutatemi in questa opera. Siate
calmo. Non vi desolate in mia presenza, non mi scrivete, non venite a
casa. Lasciatemi alle mie lagrime notturne, alle mie preghiere ardenti.
Non vogliate che io muoia dall'onta e dal dolore. Debbo vivere per
quest'uomo che ho ingannato, di cui sono la consolazione. Sono una sposa
indegna ma pentita. Vi amo ancora, vi amerò per molto altro tempo, non
vi dimenticherò mai. Siete stata la mia gioia, il mio solo amore. Tutto
rientra nel passato, ora. Io continuo a vivere, macchinalmente, come un
orologio, senza affetti, senza conforti, nell'unica, arida soddisfazione
del dovere compiuto. Addio, Cesare; siate felice. Se potete, amate
altrove. Ma non potrete, forse. Addio, Cesare--Adriana.
*
* *
Quanti anni sono trascorsi? Non so; non mi ricordo più. Molti
certamente. Ma per quanto tempo sia passato, per quanto io abbia
studiato, non mi sono mai potuto accertare in quale delle tre lettere,
quella donna mentiva.