L'ALBO

Al comune degli uomini fa specie considerare come gli antichi

legislatori, esauste prima le virtù, mettessero mano anche ai vizii

ordinandoli fondamento degl'istituti, che parvero loro più acconci allo

assetto di questo nostro umano consorzio. Però chi attende ad

addentrarsi oltre alla scorza nelle cose trova, che cotesti

valentuomini, giudicati in vita e morti piuttostochè prudenti santi, se

avessero potuto svellere dal cuore umano tutti i vizii, Dio sa se con

voglie prontissime l'arieno fatto: se poi non lo fecero, si deve

credere, che lunghe meditazioni gli abbiano condotti a inferire, tali

vizii occorrere tessuti per modo sul telaio insieme all'anima nostra,

che a volerneli sceverare verrebbe innanzi via il pezzo che la macchia.

Allora, quei divini intelletti, ricercata sottilmente la materia,

conobbero alcuni fra i vizii di natura così perdutamente maligna, ed al

fine del sodalizio umano tanto nemici, che con le discipline e le pene

li combatterono a morte; altri per lo contrario avendo sperimentato più

maneggevoli e manco perversi mansuefecero, e vennero accomodando alle

necessità.

Bacco prima che assumessero al cielo uomo fu, e i gesti suoi storia una

volta per molta età diventarono favola, ma i pratici a scuoprire la

dottrina antica sotto il velame dei miti, sanno come in simbolo di avere

egli corretto gli uomini con gli spedienti medesimi gli fossero poste le

tigri aggiogate al carro. Conciossiachè non si deva credere (che sarebbe

errore) dagli antichi fosse tenuto in pregio Lieo pel dono del vino

soltanto, che pure non sarebbe poco, ma sì ancora per barbarie doma, per

forte civiltà diffusa, e per leggi bandite: laonde non mancarono uomini

dotti, i quali con molta apparenza di vero sostennero Bacco e Moisè

essere stati una stessa persona. Ma per tornare al proposito nostro, le

passioni domate dalla rettitudine, e costrette quasi ancelle a compire i

cenni di lei, che altro sono elleno mai che tigri aggiogate al carro di

un Dio?

Adesso volgete la mente a quest'altra considerazione. Vittorio Alfieri

nome che, nonostante la proterva dicacità del francese Janin,

gl'italiani terranno caro in qualsivoglia fortuna; avvegnadio se felice

lo gratificheranno per averli rigenerati nell'anima, se avversa lo

invocheranno aiutatore contro alla viltà, Alfieri, dico, in qualche

parte delle sue opere lasciò scritto: la pubblica virtù essere figliuola

non madre di Libertà.

Questo apotegma, con la reverenza che devesi a tanto personaggio, per me

non giudico vero, almanco sempre; come dai vizii pubblici deriva il

servaggio, così parmi ragionevole la sentenza opposta, che dalla virtù

pubblica abbia a nascere la Libertà.

Piuttosto parmi che intoppo più duro sia pensare come sotto pessimo

principe la virtù si odii muto rimprovero alle scelleraggini sue, e

quasi delitto di maestà si perseguiti: per la quale cosa, innanzi di

avere agio a porgerne esempio, i cittadini avranno per bazza se

assottigliandosi e nascondendosi impetrino vivere.

Ma voi avete a considerare, come per vedere esempio di tanta miseria

bisogni risalire fin a Caligola, Nerone, Domiziano ed altri siffatti; e

poi che anco sotto coteste bestie imperiali questi stroppi cascavano

addosso a personaggi di conto, i quali percuotevano gli occhi del

tiranno o per l'altezza dell'ufficio, o per una certa tal quale iattanza

della virtù come successe a Trasea, che, uscito dal Senato giusta nel

punto che si decretavano onori divini a Nerone pel parricidio della

madre Agrippina, rovinò sè e non provvide alla Patria: che se ad ogni

modo la sua natura non comportava vedere le iniquità, e starsi cheto, o

avrebbe dovuto favellare prima (che sul principio del male qualche buon

frutto poteva darsi che le sue parole avessero partorito), o tacersi

sempre quando non ci era più rimedio: ma tanto è; conosce i suoi

saccenti anche la virtù. Donde si conchiude che la virtù modesta sotto

malvagio Principe anco in antico poteva vivere, e dare buon saggio di

sè.

Questa abilità tanto più agevole ci viene fatta adesso, che tra la

mitezza predicata da Cristo, i costumi meno truci, e quel tribunale che

per mancare di sbirri, cancellieri e accusatori non pronunzia meno

temute le sue sentenze, e chiamasi «_Opinione_», bene possono odiarsi i

virtuosi, e veramente si odiano, ed anche perseguitansi, ma spegnere non

si possono.

Adesso pertanto sarebbe desiderabile che i forti petti e gl'ingegni

gagliardi rimettessero alcun poco della loro ritrosia, e direi quasi

ferocia; si facessero umili; le imbecillità, le ignoranze, le debolezze

umane non dispettassero, bensì tenessero in conto d'infermità della

povera gente da Dio commessa alla misericordia loro: sminuzzassero

insomma il pane dello intelletto sopra la mensa della carità. Di questo,

come di ogni altra cosa divina, porse tenerissimo esempio Gesù Cristo

quando ammonì i suoi discepoli: «_deh! lasciate che i pargoli vengano a

me_», e già aveva salutato eletti nei cieli i poveri di spirito.

Questi pensieri mi scesero spontanei nella mente meditando sopra

l'andazzo diventato ai giorni nostri universale di possedere libri di

fogli tersi composti, con bei fregi rabescati, taluni ricoperti di

velluto, e chiusi eziandio con fermagli di oro. =Albi= li chiamano, ed

affermano con francese vocabolo, che io tale non reputando ho voluto

adoperare, imperocchè se la nostra favella non lo possiede, lo conosce

la latina in senso di _ruolo_ e di _matricola_: avevano ancora i Romani

l'Albo ch'era il luogo dove si tenevano le leggi esposte agli occhi del

popolo, e la Chiesa romana chiama Albo il libro dove segnano i santi:

per tutte queste cose mi assicuro di non trovarmi accusato di maestà

contro il paterno linguaggio, se mi giovo di questo nome a significare

cosa nuova. Per legge latina tra genitori e generati non aveva luogo

l'azione _furti_, bensì l'altra _rerum amotarum_; ma che fantastico io

di mal tolto? Checchè altri possa pensarne, per me tengo inconcusso che

non solo possa, ma deva quante volte gliene faccia mestieri la lingua

nostra ricorrere a succhiare le mammelle della madre latina che la

partorì.

Quando prima gli Albi vennero al mondo, i Letterati non se ne dettero

per intesi, non potendo mai da lunge mille miglia supporre che avessero

a fare con loro: gli reputarono faccende da sarta, tutto al più da

crestaia; e qui come in troppe altre cose si trovò vero quel verso:

«Come lieve è ingannar chi si assicura!»

Non andò guari che l'Albo, a modo del fico indiano fatto di ogni ramo

ceppo, di campo allargandosi in campo minacciò tutta ingombrare la

repubblica letteraria.

Qui faccio punto, e ripeto repubblica letteraria perchè non ci caschi

equivoco; e poi mi attento avvertire con la debita reverenza come

siffatta locuzione gli Umidi, gli Alterati, i Cruscaioli ed altri

Accademici senza paura d'impicci poterono usare sotto il paterno giogo

di Cosimo I. Certo, e non lo nego, letteraria o no, potendo abolire

cotesta parola di repubblica sarebbe un tanto di guadagnato, ma il male

sta che su i vocaboli non si può dare di frego, pensate un po' se alle

cose! e ultimamente avendo veduto che la bell'anima di Cosimo I non si

scandalizzava delle parole «repubblica letteraria», ho pensato non ci

fosse guaio di adoperarle anche al dì d'oggi. In ogni caso metto innanzi

la buona fede, e mi protesto in tempo utile.

Le formiche trasformate in Mirmidoni, i denti del Serpente di Cadmo

convertiti in guerrieri non sono niente di petto al subitaneo e pauroso

crescere degli Albi. L'Albo diventò legione, si fece beduino, si mutò in

croato e prese a correre, foraggiare, taglieggiare, svaligiare le case

così urbane come rustiche dei Letterati, le stanze, gli alcovi, gli

studii, le vesti da camera, e perfino i calzoni. I Letterati

contemplando tante e tanto leggiadre donne armate di Albo giudicarono

che il diavolo, come accadde a Santo Antonio, avesse assunto sembianze

di femmina per tormentarli: come bufali (chiedo scusa del paragone),

anzi peggio dei bufali trafitti nei giorni canicolari dallo assillo

sotto la coda, presero a infuriare e sbuffando gridare: «Ohimè! ch'è

questo mai? Ma che con questi benedetti flagelli non si ha mai da

venirne a capo? Oh! non si era obbligato il Padre Eterno a lasciarci

vivere, ed aveva fatto rogare il contratto al notaro Arco-baleno? E

adesso come ci entra questo altro cholèra degli albi? Se Moisè conosceva

questo coso dell'Albo poteva risparmiarsi tutte e sette le piaghe di

Egitto con tanto sciupìo di miracoli; che a squagliare il cuore

dell'acerbo Faraone avrebbe bastato la minaccia di condannarlo a

scrivere una settimana su gli Albi delle gentildonne fiorentine, e ce ne

sarìa stato d'avanzo. Se l'Albo fosse saltato fuori ai tempi di David,

il profeta Natan recando la fame, la peste e la guerra al popolo

d'Isdraele avrebbe creduto portargli pan buffetto; con gli Albi avrìa

castigato cotesta moltitudine rea dell'adulterio commesso da quel

poveraccio del re David, il quale, da alcune taccherelle in fuori, era,

bisogna confessarlo, il fiore dei galantuomini pei suoi tempi. — Questo

mostro infernale (sono sempre i Letterati che parlano) nacque dal

matrimonio che il Re delle Pulci (di cui l'Hoffmann disegnò il ritratto)

contrasse con la Regina delle Vespe a mediazione della Granduchessa

delle Zanzare; e fu celebrato dal Grillo cantaiolo sommo sacerdote. —

Non senza che il sorriso saluti da lontano le mie labbra, ricordo che

visitando un giorno quel venerato amico, il quale come è cima

degl'intelletti toscani, così può salutarsi meritamente la immaculata

fra le coscienze di cotesta terra, che a me diede i natali e gli affanni

(e non importa il nome che la virtù lo palesa), mostrato ch'ei m'ebbe

parecchi Albi e lettere dove ricercavanlo di epitalamii per nozze, di

epitaffi per illustri defunti, dei quali la campana dei morti unica fece

conoscere la vita, e perfino di un sonetto per festa villereccia,

sbigottito, e lasciate cascare le braccia così mi disse: «ecco, io sono

fatto l'Asino di Santa Verdiana; i fedeli accorsero a cavalcarlo per

devozione, e la povera bestia in capo al terzo dì cascò morto!»

Ricordo ancora che, giovanissimo essendo, da certa patrizia genovese

capitata a Livorno venne esibito a quel bizzarro umore di Carlo Bini, ed

a me il suo Albo veramente magnifico, affinchè de' nostri scritti

l'onorassimo. Manco male! Almeno le gentildonne quando impongono i

balzelli non fanno a spilluzzico con le parole vezzose. Il guaio fu che

entrambi noi avevamo in uggia la signora, e non _sine quare_, avvegnadio

ci avesse istruiti la fama che, mentre il marito di lei gemeva allo

Spielbergo reo di tal fatto, che da per tutto mena alla gloria ed in

Austria alla morte, costei non abborrisse avvolgersi strepitosa per le

città italiane lasciando la gente incerta se facesse maggiore spreco di

pecunia o di onestà. Carlo mio, poichè vide tornargli corte

l'escusazioni, tenuto tre dì l'Albo, lo rimandò con questo tratto: 10.

34. 52 _buoni a giuocarsi per l'estrazione di Roma!_ E sotto il suo nome

in mezzo a egregi svolazzi lineari, chè assai egli fu valente di penna.

Veramente non poteva immaginarsi sfregio più acerbo pari al merito: ma

io considerando come l'anima nostra per ammonizione sbaldanzisce, e per

disprezzo s'irrita, ond'è che picchiando nella iracondia quasi cembalo

di donna folle ne leva rumore, il quale impedisce che la voce della

coscienza arrivi a lei, tenni altra via, ugualmente severa, meno

oltraggiosa, e sopra le bianche e lucide pagine segnai: _vade, et jam

amplius noli peccare. Evan. Joan. c. 8 n. 11._ — Lì per lì le parole di

Cristo al cospetto della patrizia non trovarono migliore grazia dei

numeri dati per giuocarsi al lotto, anzi io so che si partiva da Livorno

sbottoneggiandola peggio che se fosse stata terra di Lestrigoni: non

importa, la freccia l'aveva ferita, nè per agitarsi, nè per bociare

ormai poteva più staccarsela dal fianco. Ella, io non ne dubito, avrà

stracciata l'esosa pagina dall'Albo, altra sostituitane tutta bianca;

vani rifugi: gli occhi della sua mente ci avranno letto sempre la parola

di Cristo non cancellabile mai, e suo malgrado avrà sentito quinci

emanare una forza che costringeva la sua fronte a piegarsi, a

vergognarsi, a pentirsi. —

I Letterati, mi reca angustia dichiararlo, sbagliarono nel comporre

l'albero genealogico dell'Albo: si conosce chiaro che non consultarono

l'Avvocato Passerini, quel solennissimo segretario dei campisanti,

imperciocchè avrebbero saputo da lui, come la Vanità, la quale pari ai

bacherozzi e ai moscerini non ha bisogno di contatto maschile per essere

fomentata nella sua prodigiosa fecondia: _Lucina sine coitu_; la Vanità

che mostra due volte tante le mammelle dell'antica Cibele per allattare

le generazioni infinite dei suoi figliuoli, la Vanità, dico, avesse

partorito anco l'Albo.

Ciò messo in sodo, voi avete ad argomentare così: puossi o no questa

Vanità genitrice dell'Albo sbarbarsi dal cuore degli uomini, ed in

ispeziale maniera da quello delle donne? Ella è di natura sua indomabile

affatto, ovvero, ammansita che fosse, sarebbe capace di approdare la

ragunanza umana? Insomma, dagli Albi ci è verso di cavarne qualche

partito? Alle quali domande parmi non esorbitante nè strano rispondere.

I vizii e le virtù nascono più o meno parenti fra loro; così vero che da

principio bisogna badarci bene per non iscambiare gli uni con le altre,

tanto si arieggiano. Questo riconoscere tutti l'origine comune è gran

che, e come dispone le prime, a sdrucciolare verso i secondi, sembra che

del pari renda agevole avviare i secondi verso le prime atteso i vincoli

del sangue. Qui si obbietterà, che essendosi vizii e virtù presi a

inimicare da gran tempo, la è fisima pretta pretendere di accordarli tra

loro a cagione della natura dell'odio, il quale s'invelenisce giusto a

ragguaglio della prossimità dei sangui in cui si mescola. Questo obietto

a me non reca, si può dire, amarezza, non mica che in sè io non lo abbia

sperimentato vero, ma sì perchè gli è caso raro; nè su l'eccezioni hassi

a fare fondamento: all'opposto i parenti per ordinario quanto più

stretti meglio si amano, e scorrucciati più di leggieri impacciano,

potendo sopra gli animi umani troppo più del transitorio rovello

presente l'antica consuetudine dello affetto, la memoria perenne della

benevolenza, il frizzore dell'odio, il desiderio dei pretermessi uffici,

tali e così moltiplici essendo i vincoli, i quali uniscono i parenti fra

loro, che non rimangono mai nè tutti nè per modo tronchi, che non

trovino congiuntura da rannodarsi.

Senza ambage io confesso che la Vanità non possa torsi via, come quella

che sostiene presso l'anima nostra lo ufficio, che fa la vena porta al

cuore: sopprimerla torna lo stesso che soffiare su la vita, e spegnerla

a un tratto: come poi, ancorchè si potesse, non si avrebbe a togliere,

io mi apparecchio ad esporre.

Prendi la Vanità, e recatela sul trespolo, quivi valle attorno con

amore, e con due sgorbiate, e un po' di scuffina scemala del soperchio;

ora mirala: che ti par'ella diventata? Orgoglio. Bene, e questo ti hai a

figurare essere avanzo, ed ecco come: la Vanità vacua essendo tanto va a

sbalzi che tu non la puoi tenere, e talora cacciasi su per le gole dei

camini, agguanta il fumo suo cognato, e incavallatacisi sopra galoppa a

sfregiare il sereno dei cieli finchè si sperperino in dileguo ambedue:

tale altra si arrampica ai campanili e scala le banderuole, si erpica su

le croci, e con l'estrema punta del piede sta sul vertice dell'asta

perpendicolare dandosi in balìa alla intera rosa dei venti che la

travolgono in giro vertiginoso, finchè, colta dal capogiro caschi a

sbrizzarsi sopra una nuvola che passa; dall'altra parte guarda

l'Orgoglio, come inceda aggrondato, a muso tosto da disgradarne un

metodista inglese: costui quando non fa dolere fa pensare; e dove arriva

a intromettere un dito, ficca la mano. Anche l'Orgoglio non è fattura

che approfitti; però da capo piglio agli arnesi; scalza di qua, costà

arrotonda, eccoti fatto; che ne usciva? la Superbia. Lucifero per lei

guastò le sue faccende; tuttavolta, benvenuta, imperciocchè la

esperienza dimostri la Superbia essere balsamo, che in difetto di meglio

preserva l'anima dalla putredine. Così gli Egiziani adoperavano profumi

preziosissimi per imbalsamare i corpi; mancando i profumi ricorrevano

all'arena arsiccia del deserto, e nel sottosopra conseguirono lo intento

medesimo, che fu di felicitare i longinqui nepoti con le care sembianze

delle mummie loro. Ma non cessiamo l'opera; compiuto il lavoro della

raspa, adesso usiamoci la lima, la pomice e l'osso di seppia. Guarda,

che n'esce? Ecco con maraviglia pari al contento tu miri avere cavato

dalla Superbia l'Alterezza; ed io in verità ti dico, che per un poco più

ti ci assottigli arriverai a scuoprire il nobilissimo dei sensi umani,

la Dignità. Dunque non ti perdere a volere la Vanità soppressa; la

quale, oltrechè ti resisterebbe invitta, tu, se sai, puoi accomodare ai

nostri bisogni: con peggiori denti si mastica il pane.

E dell'Albo, di questo figliuolo della Vanità, che cosa abbiamo a fare

noi? Dobbiamo lasciarlo perire come i parti mostruosi, o piuttosto,

legatogli per filo e per segno il suo bellico, darassi a balia, e

tirandolo su nel santo timore di Dio gl'insegneremo a leggere, a

scrivere, e, come si dice, a procedere da galantuomo? Questo secondo fie

il partito migliore, molto più che a levarlo dal mondo non ci si trova

verso; nè egli dimostra indole tanto incocciata nel male, che con un po'

di tempo e di pazienza e' non si possa ridurre in termini comportabili,

anzi lodevoli.

Che vuolsi a ciò? Io l'ho già detto altrove; un po' d'imitazione di

Cristo, ma di quella buona, veh! Pongansi giù le burbanze e gli spregi:

fra i proverbii haccene uno, che si vorrebbe scrivere in oro, ed è

questo: _amor fa amore_ Ognuno si metta con animo grato a lavorare

intorno a questi Albi: io lo so bene, a dissodare di siffatta maniera

campi costa sudori di acqua e di sangue, ma non ti hai a confondere, il

cento per uno tu non lo puoi raccattare che dalla sementa della virtù.

Invano tu ti affaticherai a trovare industria, la quale tanto valga a

innamorarci di una creatura, o vuoi scienza od arte, quanto le

accoglienze benevole, il soave conforto, e il conto che mostrano fare di

noi gli uomini illustri e i maestri dell'arte. Di questo, come gentile

spirito, si accorse il Ghirlandaio, il quale costumò raccomandare ai

suoi scolari tenessero bene edificati coloro, che si mostrassero alla

pittura inchinevoli, epperò non rimandassero indietro dalla bottega

persona, fosse anche fantesca da paniere, ma si tutti con lieto volto

accogliendo, le opere commesse accettassero senza troppo attendere se

alla mercede corrispondesse la fatica. Laonde inestimabili crebbero in

cotesti tempi presso l'universale l'amore delle arti, e nei maestri la

conoscenza e la dignità di quelle. Bellissimo esempio di tale umanità

somministrava ai tempi dei padri nostri Messer Marcello, uomo,

secondochè attesta Giovambattista Gelli nei Capricci del Bottaio, non

solamente buono ma la stessa bontà, il quale ad ogni fanciullino, che lo

avesse domandato di qualchecosa arebbe risposto tutto quanto egli

medesimo sapeva; desiderosissimo com'era di comunicare le virtù sue. E

nè manco io vo' tacere, che sarebbe proprio peccato, della urbanità

egregia di Messer Francesco Vettori, che leggendo filosofia, e veggendo

talvolta venire a udirlo il capitano Pepe, il quale non intendeva la

lingua latina, subito cominciava a leggere in volgare, perchè potesse

intendere egli. Della quale urbanità, ond'io non paia perpetuo morditore

dei tempi miei, giusta il costume di cui invecchia, io vo' pur dire, che

in mezzo a molti malanni n'è rimasta la traccia in Firenze: appunto

come, bevuto il vino, ne resta nella boccia l'odore.

Animo dunque, Pittori famosi, non isdegnate richiesti di ritrarre sopra

i domestici Albi le immagini dei vecchi di casa, non mica perchè a me

estraneo calga troppo contemplare la effigie delle madri, e molto meno

quella delle ave defunte, ma sì perchè mi preme moltissimo penetrare se

la persona, con la quale intendo stabilire amichevole commercio o

vincolo altro più prossimo, sia ricordevole dei suoi morti e con pietoso

affetto proseguendoli si dimostri divota alla religione della famiglia,

dopo i parenti per sangue ponga il Pittore i ritratti degli illustri

italiani, parenti in ispirito a tutte le anime bennate: certo io temo

che pochi avranno ad effigiarne dei felici, e per converso abbonderanno

coloro a cui mancò la fortuna non la virtù, onde sperando, e pure

aspettando, meglio da questi trarremo presagi per le prove, che hanno

ultimamente a riuscire avventurose; conciosiachè quello che Popolo vuole

Dio vuole, a patto però che forte ei voglia.

E voi, Letterati, vergando le carte dell'Albo badate a non inquinarle

con la loda della bellezza della donna, che a voi le presenta, però che

spesso ella questa bellezza non abbia, e ad ogni modo suoni

corrompitrice piaggerìa per colui che la fa, e fatua inverecondia in lei

che la ostenta: può lodarsi la bellezza, meritamente essendo ella fiore

caduto dai giardini celesti ad avvizzire sopra la terra, ma guardisi

alle occasioni e ai termini: tuttavolta il meglio fie sempre lodare

taluna delle virtù, e sia qual vuolsi fra loro; imperciocchè nella

maniera medesima che le Ore dinanzi al Tempo menano il ballo tondo,

tutte le virtù, come tutte le libertà, mani intrecciate a mani, girano

intorno al soglio dello Eterno, che di sè balenando le innamora. O menti

divine, o sacri ingegni, o tutti voi altissimi letterati e poeti, verbo

di Dio fatto carne, attendete che come dai rami dell'olibano stillano

lagrime d'incenso, delizia dei numi, così caschino dalle vostri mani

sopra coteste carte ammonimenti per le diverse fortune, conforti alle

moltiplici languidezze, lode ai felici, compianto ai miseri, onore a

tutti: e, ciò che sta in cima ad ogni altra cosa, sensi immortali di

amore, anzi pure di furore di Patria; — imperciocchè gli antichi nostri

sapienti definissero il patrio entusiasmo una spezie di furore ispirato

da Dio.

Io mi vado raffigurando un figliuolaccio del tempo nostro incamminarsi

con pensieri obliqui alla dimora dell'amabile posseditrice di uno di

questi Albi; suonare, aprirglisi, accogliersi e dirglisi tanto volere

essere cortese di attendere alcun poco la signora in salotto: egli dopo

avere scomposto e ricomposto le chiome, la barba e le vesti, come il

capitano che ordina e arringa i suoi soldati prima d'ingaggiare

l'assalto, facendosi lo indugio lungo e la pazienza corta, per fuggire

la noia, visto il libro elegante, recaselo in mano, lo sfoglia e lo

legge. Veramente a leggere non era venuto egli, ma tal bue, che crede

andare a pascere, ara. La prima pagina, a quanto sembra, non gli va a

fagiuolo, e la seconda nemmeno: schizza alla quarta, peggio: a mezzo, a

due terzi, in fondo, sperpetua sempre: allora fattosi serio incomincia a

pensare che e' potrebbe molto bene avere preso un granchio, non parergli

cotesto terreno da piantare vigna, e, fatti i conti, tornargli meglio

innanzi che trovarsi ridotto a riporre le trombe nel sacco, non le

mettere fuori nè manco. In questa ecco uscire dalla camera la donna

leggiadra, e sorpreso il giovane col libro in mano, commendarlo della

occupazione e seco lui congratularsi, che di cotesti severi ammonimenti

prendesse diletto, e poi pregarlo a crescere il tesoro della buona

morale con qualche cosa di suo, e qui gli porge sorridente la penna

invitandolo a scrivere. Oramai e' ci era, e sapendo che in compagnia dei

lupi bisogna stridere, si mise come Saule, quando entrò in Rama, a

profetare co' profeti. Tu l'avessi visto! con la penna in mano a

scrivere sentenze di buona morale sopra a quel maledetto libro, pareva

proprio il Diavolo condannato a recitare il _confiteor_. Ipocrisia!

osserverà taluno; nè io vorrò negarlo, ma qualche volta la ipocrisia è

omaggio del vizio alla virtù; anzi una volta ho sentito raccontare ai

miei vecchi che la Ipocrisia si acconciò con la Virtù per battistrada,

la quale le disse: «va, precorrimi se ti piace, purchè sia alla lontana,

e la Vergogna ti seguiti.»

Io vorrei che l'Albo diventasse un Penate della famiglia; vorrei.... ma

per fuggire la taccia dicendo parole non cose, di avere preso a nolo

tutt'oggi la Rettorica, stringendo i miei voti in uno vorrei che l'Albo

stesse depositato dentro le domestiche pareti come il Breviario della

Virtù.

Da tale intenzione mosso, io non ho mai ricusato, comecchè talora mi

sembrasse anzi che no fastidiosetto, scrivere quello che mi si

affacciava alla mente negli Albi, i quali mi venivano di dì in dì

presentati, e di leggieri confesso che altri mi avrà vinto nelle forme

elette del dire, nella gravità delle sentenze; in amore di Patria

veruno. Duolmi adesso averne disperso i ricordi, che assai costumo, come

la Sibilla, sperperare i fogli, dato il responso: pochi me ne rimangono,

e non so come superstiti a tanti naufragii. Se il mondo li conoscesse

vedrebbe quanto nel cervello mi stava fitta e stia quella solenne

verità: «_che se la piena del torrente stianta in un attimo, e manda

sottosopra ogni cosa, anco la stilla perenne ha virtù di sfondare il

granito_.»

Bastia, 15 settembre 1856.

Amelia Calani ed altri scritti · 第 19 / 31 题