IL FUNERALE DI SIRE GIOVANNI MOORE.

Non fu sentito un tamburo, non un canto funerale, mentre noi

trasportavamo anelanti il suo cadavere su i baluardi: non soldato

scaricò l'ultimo addio sopra la tomba dove seppellimmo il nostro

eroe[12].

[12] Per bene intendere questa oda, è mestieri che il lettore

ricordi come gli Inglesi, cui premeva assai che la Spagna

sostenesse la guerra contro la Francia, mandarono in aiuto degli

Spagnuoli sire Giovanni Moore, generale di buona reputazione,

con 30,000 uomini. Intento il governo inglese, secondo il

vecchio costume, a fare il maggior guadagno possibile con la

minore posta possibile, lasciò Castanos e Palafox avventurarsi

soli su i piani di Tudela, dove furono disfatti; allora il

Moore, il quale non si era inoltrato tanto da soccorrerli

efficacemente, nè tanto poco da ritirarsi senza pericolo,

stretto da Napoleone e da Soult, disegnò, traversata la

Gallizia, ridursi in Corogna dove lo aspettavano le navi

onerarie. Comecchè parecchi gesti illustrassero questa ritirata,

ella fu disastrosa oltremodo, avendoci perduto gl'Inglesi meglio

di diecimila uomini, e fu anco infame, avvegnadio inaspriti

dalla sventura eglino commettessero a danno degli Spagnuoli di

ogni ragione eccessi. Sopraggiunto dalle forze del generale

Soult, il Moore conobbe che non poteva effettuare lo imbarco

eccettochè in virtù di capitolazione, o per forza di arme:

scelse l'ultimo partito, e bravamente combattendo fu colpito a

morte, mentre animava i montanari del quarantesimosecondo

reggimento con le parole: «Rammentatevi dello Egitto, dove

mancando i cartocci adoperaste le baionette.» Lo seppellirono su

i baluardi, e intanto che gli uni ributtavano i Francesi, gli

altri s'imbarcavano. L'oda poi non fu composta dal Byron come il

Medwin sospetta, bensì da Carlo Wolfe.

A mezza notte squallidamente lo seppellimmo, scavando la terra colle

baionette, al dubbio lume della luna velata di caligine, al fumoso

chiarore delle lanterne.

Noi non chiudemmo il suo cadavere dentro inutile cassa; bastò un

lenzuolo: egli giacque come dorme il soldato, avvolto nel suo mantello

di guerra.

Brevi le preghiere che proferimmo, verun rammarichio proruppe dalle

nostre labbra; solo fissammo i nostri occhi su la faccia del morto, e

pensammo amaramente all'indomani.

Pensammo, mentre lo componevamo nella stretta fossa ed acconciavamo il

suo solingo guanciale, che in breve calpesterebbe la sua testa il nemico

straniero, e noi pressava la necessità di allontanarci sul mare.

Egli dirà vituperio a cotest'anima che aperse le ale; egli ne oltraggerà

le fredde ceneri: lui avventuroso! se lo lasceranno dormire tranquillo

nel sepolcro dove i suoi compatriotti lo hanno deposto!

Appena avevamo compita la metà del nostro ufficio che suonò l'ora della

partenza, ed il rombo del cannone ci fece accorti che il nemico veniva

per assalirci alla sprovvista.

Tristi e dolenti ci affrettammo a coprire di terra lo eroe insanguinato

e rapito ai campi dei suoi gesti: non gli tracciammo un motto, non gli

levammo una pietra: noi lo lasciammo solo con la sua gloria.

L'ora del tempo che imbruniva contribuì a dare risalto alla profonda

melanconia di cotesta oda; però non istette guari che un altro degli

amici, commendando come meritava la poesia, pretese poterle contrapporre

un altro canto, il quale, secondo lui, lo superava, o alla più trista,

gli reggeva il paragone: aggiunse venirci d'oltre Oceano, figlio di Musa

americana, e avere per titolo: _L'orologio di per le scale_. Invitato a

palesarlo, recitò:

Poco innanzi al sentiero che mena al villaggio si trova il vecchio

castello: altissimi pioppi di qua e di là ne guardano il portone, e

l'orologio antico posto sul pianerottolo della prima scala visto di su

la soglia pare che dica a cui passa: _Sempre e mai_.

Eccolo lì in capo della prima scala con le sue lunghe dita di ferro di

dietro alla grave cappa di quercia alterna cenni misteriosi come il

frate, il quale per di sotto la veste di bigello si fa il segno della

croce e sospira: poi con suono lugubre saluta i passaggeri: _Sempre e

mai_.

Mentrechè il giorno dura, l'antico orologio manda fuori la voce

abbastanza soave, ma durante la notte casca giù con misura avvicendata,

come un passo che alternando desti l'eco nelle sale solitarie. Pei

soffitti, su i pavimenti cotesto passo corre, e da per tutto. Alla porta

di ogni camera si accosta, e pare che dica: _Sempre e mai; mai e

sempre_.

Traverso i giorni della gioia e dello affanno; traverso quelli delle

nascite e delle morti; traverso le fuggevoli vicende che il tempo muta

perpetuamente, egli solo invariabile ripete senza posa le parole

solenni: _Sempre e mai; mai e sempre_.

Un dì in questa casa l'ospitalità aveva messo stanza: immensi fuochi

dentro il focolare crepitavano; qualunque straniero vi capitasse sedeva

a mensa convitato; ma pari allo scheletro dei festini di Babilonia,

questo simbolo del tempo che consumandosi consuma avvertiva irrequieto:

_Sempre e mai; mai e sempre_.

Costà gruppi di bimbi folleggiando ruzzavano: là le ragazze porgevano

ascolto pensose ai lusinghieri favellii dei dami: da questa camera uscì

nella notte nuziale la sposa bianco vestita: giù in quello androne muto

stettero distesi i morti ravvolti dentro il lenzuolo di neve: poi, in

mezzo al silenzio che tiene dietro alle preghiere dei morti, si faceva

sentire la voce del vecchio orologio: _Sempre e mai; mai e sempre_.

Tutti adesso andarono dispersi; chi si accasò, chi morì, e quando nel

fondo del cuore amareggiato io domando: dove e come si troveranno essi?

Vedremo tornare un'altra volta i giorni che passarono? Il pendolo antico

risponde: _Sempre e mai; mai e sempre_.

Quaggiù _mai_, e _per sempre_ lassù dove non sono cure, nè affanni, nè

tempo che separa, nè morte che distrugge. _Sempre_ lassù; quaggiù _mai_.

L'orologio dell'eternità batte indefesso: _Sempre e mai; mai e sempre_.

E il terzo amico a sua volta favellò: belli questi canti, anzi divini

per copia di passione e d'immagini, comecchè svariate congiunte

strettamente al soggetto, ed a questi che ricordaste del Wolfe britanno

e del Longfellow americano potrebbonsi aggiungere a cento a cento altri

non meno portentosi; però importa che voi notiate che se i Sassoni non

lasciarono agl'Inglesi la loro lingua intera, che questa ebbero a

spartire co' Normanni; quanto a sentire, il sangue sassone primeggia; e

in ogni caso anco i Normanni venivano da tramontana: ond'è che se per

affetti ed eloquio derivano dalla contrada immensa che si chiama

Alemagna, non vi parrà cosa strana nè forte se io vi affermi cotesta

terra possedere due cotanti più poeti lirici così antichi come moderni,

varii, moltiplici e tutti sublimi: ve ne ha taluni aerei quasi fiocco di

nebbia che scivoli traverso il disco della luna, ve ne ha dei caldi da

digradarne il reverbero del sole su le sabbie del deserto, ve ne ha dei

precisi quanto le pitture domestiche dei fiamminghi; insomma vasche

piene di diamanti quali appena s'incontrano nelle _Mille ed una notte_;

io ve ne dirò una del conte Alessandro d'Aversperg austriaco, notabile,

a parer mio, pel modo nuovo col quale ci dipinge la storia di trent'anni

di vicissitudini che capovolsero il mondo: udite; questo canto si chiama

l'_Invalido_, e suona così:

Nel prato dirimpetto all'osteria siede il povero veterano; colà ei narra

sovente battaglie e vittorie, e qualche volta canta una canzone

scarmigliata.

La gioventù turbolenta del villaggio lo circonda seduta su l'erba: le

zitelle dalla guancia vermiglia badano a tenergli sempre pieno il

bicchiere.

Un ragazzo gli sta cavalcioni sopra le ginocchia e si trastulla co'

capelli grigi e le basette di lui: due altri montano la guardia col

bastone e la sciabola che hanno preso al veterano.

Il maestro di scuola del villaggio, il Dionigi tiranno dei fanciulli,

antichissimo compagno dello invalido, siede a sua posta allato del

vecchio amico.

Di un tratto il veterano si tira su le maniche del vestito, e dice: orsù

io vo' raccontarvi una storia, date retta, ragazzi! E i ragazzi, vedendo

il braccio ignudo, strepitosi schiamazzano intorno al vecchio: Oh! le

brutte bruciature che tu hai sul braccio!

Ed io mi fo capace di spiegarvi questi segni che vi ammonisco a

rispettare, però che essi, vedete, raccontano una buona metà della

storia del mondo.

Io passai i primi anni sul margine della Loira tutto fiori; colà un dì

la pace parve che mi volesse sorridere giocondamente sopra la faccia

bella della donna mia.

Conciossiachè sul margine della Loira tutto fiori, voi avete a sapere

che una donzella leggiadra mi promettesse amore: allora io feci incidere

per bene questo coricino sul mio braccio e circondarlo da due nomi.

In quel torno andando fino a Parigi riconobbi di colta il Re, quantunque

io non avessi contemplato la sua degna faccia, eccettochè sopra i

baiocconi di rame.

Più volte m'era venuto fatto di domandare a che diacine rappresentassero

del Re su i baiocconi la testa sola. E poichè veruno me lo sapeva dire,

pensava fra me: _gatta ci cova_. Chi avrebbe detto allora che io sarei

stato profeta!

Un giorno per valli e per monti rimbombò il grido: _alle armi!_ E la

gente mezzo ignuda, tratta fuori di sè, corse sotto le bandiere!

E dimenava i berretti rossi come lingue di sangue in cima a lunghe

picche urlando inebriata: _Libertà! libertà!_ A cui centinaia di

migliaia di voci rispondevano urlando: _Libertà! libertà!_

Il suono di questa parola mi solleticò forte l'orecchio, onde io mi resi

soldato: allora in gaggio di amistanza m'impressero col ferro rovente

sul braccio questo berretto vermiglio.

Un altro giorno poi passò davanti alle nostre file certo uomo pallido e

arcigno, il quale ci chiese se gli volevamo obbedire: noi non gli

rispondemmo sì nè no: egli prese a comandare, e noi gli andammo dietro.

Sopra la destra potente egli portava un'aquila orgogliosa, e dopo

avercela mostrata gridò con voce che ci parve un tuono: _per la patria e

per la gloria!_

Ci garbò il grido, e con immenso ululato ci precipitammo dietro i passi

di lui; egli trascorreva così veloce che qualche volta credemmo lui

stesso trasformato in aquila.

L'aquila incominciò ad aliare da mettere spavento: appena si posò un

attimo in Africa su le piramidi, in Russia sul palazzo delli Tzari, in

Vienna sul campanile di Santo Stefano, in Roma sul Vaticano: ma dove più

le piacque fermarsi fu in cima alle torri di Nostra Donna a Parigi:

quinci tuffava giù gli occhi sopra il fiume dei popoli — fiume dalle

onde senza fine.

Fra lo strepito dei cannoni, dei comandi sul campo e dei canti trionfali

nelle città, io incisi con la punta della spada quest'aquila sopra il

mio braccio.

L'aquila dalle ali poderose un bel giorno ci sparve davanti. — Ohimè!

noi non la rivedemmo più; l'aquila sparì per sempre.

Subito dopo turbe di stranieri ci calarono addosso da tutte le parti e

fu quasi un diluvio di nemici, — e non pertanto da galantuomo! io li

conosceva tutti da un pezzo — ci eravamo veduti spesso su i campi di

battaglia a mezzogiorno, a levante ed a tramontana.

E tutte queste turbe raccolte insieme andavano urlando: pace! Correvano

anni parecchi che questo grido usciva da casa loro; ma allora ce lo

rinnovarono con tale suono di voce che ci parve curioso.

Perchè bene essi urlavano: _pace! giustizia!_ ma intanto mandavano in

fiamme le nostre città e disertavano le campagne.

Costoro con la punta insanguinata della spada gettavano all'aria copia

di palme, e dalla gola dei cannoni ci lanciavano nuvoli di gigli

bianchi.

Uno di cotesti gigli infiammato mi cascò sul braccio, e, come vedete, da

indi in poi non se n'è andato più via.

Per questo modo io porto sul braccio metà della storia del mondo. Questo

cuore, questo berretto, questa aquila e questo giglio ve ne porgono

testimonianza fedele.

Il berretto da molto tempo fu messo in brani: l'aquila se n'è salita

diritta al sole; i gigli anch'essi appassirono nel modo istesso che

questo coricino un certo giorno mi scivolò per terra e si ruppe.

Adesso istituisco mio erede il Re: egli rederà questo braccio rabescato

di figure strane; gli raccomando a custodirselo dentro uno stipo di oro,

nè più nè meno di quello che ho inteso costumasse fare Alessandro dei

poemi di Omero.

Alessandro è fama non preterisse giorno senza leggerne un verso; io

raccomando al mio Re adoperare lo stesso col mio libro di storia che gli

lascio.

E adesso, maestro, che ti par egli del mio libro di storia? — Eh!

rispose il maestro, purgato e corretto mi pare adattato _ad usum

Delphini_.

Certo vecchio Côrso, cultore felice e innamorato della Musa italiana,

dacchè la dea non senza molto rammarico lascia cotesta isola, e

gettandovi dietro uno sguardo infuocato ne accende di tratto in tratto

qualche anima degna di sentirla e di significarla, pianamente favellò:

— Certo cotanto non ardì la Musa nostra, e nuovi modi mi paiono questi,

degni veramente di molta considerazione. Però non è vero che di questa

maniera poesie difettiamo noi, piuttosto è vero che delle note ne

possediamo poche e delle notissime anco meno: ciò in parte colpa dei

poeti che schivano esercitarvisi, parte, come credo, per la soverchia

schifiltà della lingua, il verso troppo breve, la rima tiranna. Fra le

note pongo il _Cinque Maggio_ del conte Manzoni, ed a ragione non

diventò notissima perchè arduo a comprendersi il principio, e compreso

invenusto, parole lontane dall'uso del popolo, anzi dalla lingua

italiana, così ch'egli ebbe o volle mutuarle dalla latina, e qua e là

immagini, se non nel concepimento, certo nella espressione contorte:

senza queste mende la si potrebbe contrapporre a qualsivoglia oda

straniera, sicuri di non restare vinti al paragone: ma che andiamo noi

cercando altrove? La poesia popolare cerchisi fra il popolo, e presso di

lui anche noi la troveremo; ed io vo' che sappiate che se un ingegno

arguto si accingesse a siffatta raccolta, noi altri Côrsi saremmo primi

o fra i primi a contribuire con poesie da stare a petto con le più

reputate. — Siccome gli ascoltanti, increspando le labbra, pareva

piuttosto compatissero cotesto eccesso di patrio zelo che credessero al

vanto, il vecchio aggiunse: — Nè da quello che dissi dibatto un iota; in

prova di che ecco io voglio recitarvi un _vocèro_[13], il quale se

quanto a immagini impallidisce a fronte delle vostre ode, le supera

lunga pezza di affetto; imparatelo a mente, posatevi a poco a poco lo

spirito, e troverete che come l'uomo, il quale torna più spesso a

contemplare le madonne del Raffaello vie più sempre se ne innamora, così

vi accadrà, recitandolo, di questo _vocèro_. I _vocèri_ voi sapete che

sieno, e se nol sapete, in breve vi dirò io: sono canzoni funebri

cantate da amici o da parenti sopra il morto innanzi che lo portino via

di casa: la più parte dei popoli chiamati barbari conobbero e conoscono

simili nenie: i Greci anco ai dì nostri gli appellano _mirologi_; di

eterna bellezza quello di Andromaca sopra il capo di Ettore. Ora

immaginate voi una povera vedova, madre di unica figliuola, stella della

pieve, pupilla degli occhi suoi, che se la vede morta stesa su la tola,

ornata di fiori, vestita delle sue più vaghe vesti, sul punto di esserle

portata via per sempre... capite! per sempre, e che innanzi di staccarsi

da lei sfoghi l'angoscia che le passa l'anima, voi certo penserete nel

duro caso che possano profferirsi accenti mirabili: sentite adesso se

questi accenti prorotti dal cuore di Dariola Danesi sopra la salma della

sua figliuola Romana corrispondano alla vostra aspettativa:

Or eccu la miò figliola

Zitella di sedici anni,

Eccula sopra la tola

Dopu cusì lunghi affanni;

Or eccula bestita

De li so più belli panni.

Cu li so panni più belli

Se ni vole perte avà:

Perchè lu signore qui

Nun la vole più lascià.

Chi nascì pe' u Paradisu

A stu mondo un po' imbecchià.

O figliola, lu to visu

Cusì biancu e rusulatu

Fattu pe lu Paradisu

Morte cumme l'ha cambiatu!

Quando eo lo vecu cusì

Mi pare un sole oscuratu.

Eri tu fra le migliori

E le più belle zitelle,

Cumme rosa tra li fiori,

Cumme luna fra le stelle:

Tanto eri più bella tu

Ancu in mezu a le più belle.

I giovani d'u paese,

Quandu t'eranu in presenza

Parianu fiaccule accese;

Ma pieni di riverenza:

Tu cun tutti eri cortese

Ma cun nimmu in confidenza.

Nella jesa tutti quanti

Dall'ultimu fino a u primmu

Guerdavanu sola a te,

Ma tu non guerdava nimmu,

E appena detta messa

Mi dicii: mamma partimmu.

Eri cusì stimmata,

E cusì piena di onore,

E poi cusì addutrinata

Nelle cose d'u Signore:

Altru che divuzione

Non ti si truvava nel core.

Chi mi cunsulerà mai,

O speranza di a to mamma,

Avà che tu ne vai

Duve u Signore ti chiamma?

Oh! perchè u' Segnore anch'ellu

Ebbe di te tanta bramma?

Ma tu ti riposi in celu

Tutta festa, tutta risu,

Perchè unn'era degnu u mundu

D'avè cusì bellu visu.

Oh quantu sarà più bellu

Avale lu Paradisu!

Ma quantu pienu di affanni

Sarà lu mundu per me!

Un ghiornu solu mille anni

Mi sarà pensandu a te.

Domandendu sempre a tutti:

La miò figliola dov'è?

Oh! perchè mi strappi, morte,

Da lu senu a miò figliola,

E perchè di più mi lasci

Quinci a pienghie sempre sola?

Cosa voi ch'eo faccia qui

S'ella più nun mi cunsola?

Tra parenti senza affettu,

Tra bicini senz'amore,

S'eo cascu malata in lettu

Chi mi asciuverà u sudore?

Chi mi derà un gottu d'acqua?

Chi nun mi lascerà more?

O cara la miò figliola,

Pensu che sarà di me

Becchia, disperata e sola,

Quandu mai pudrachiù avè

Un'ora di contentezza,

Un mumentu di piacè!

S'eu pudissi almeno more

Come tu se' morta tu,

O speranza di u miò core,

E po' anch'eo piglià all'insù

E truvatti; e sta cun tecu

Senza perderti ma' più!

Prega dunque lu Signore

Che mi cacci via di qui,

O speranza d'u miò core;

Ch'eo non possu sta cusì:

Altrimenti u miò dulore

Un pudrà mai più finì.

[13] Gli Egiziani avevano il manéro insegnato per tradizione da

_Lino_; cioè i Greci dicevano Lino quel cantico di lutto che

_manéros_ dicevano gli Egizii. Fabr. B. G. I, c. XIV, 7.

Causa d'insegnamento perenne il teatro, come di lunga meditazione. Molti

in varia maniera vi scrissero sopra, e certo i pericoli dello esporre le

passioni domestiche ci parvero sempre gravi; egli è ben vero che per

ordinario il poeta mette il segno a mostrarci come queste passioni, se

trasmodate continuino la corsa scarmigliata, rovinino, e come o a mezza

corsa contenendosi, e stornando in tempo ed anco fuori di tempo, valgano

a confermare o restituire con la quiete dell'animo proprio la

estimazione altrui; nè il poeta ai giorni nostri potrebbe adoperare

diversamente, costumando gli uomini prendersi cura tenerissima delle

apparenze, quanto più si discostano dalla sostanza della virtù; ma a che

pro questo? La esperienza chiarisce che il sangue risente maggiore

spinta al disordine dello spettacolo della passione sfrenata, che

l'anima valore a contenersi dal pentimento di quella. Forse gioverebbe

mantenere i drammi alquanto appartati dal vero, e per così dire dentro

certe forme convenzionali: a ciò siamo condotti per analogia dal vedere

come nelle arti che imitano la natura fisica dell'uomo ci percuota

maravigliando lo aspetto di una statua condotta da valoroso maestro, e

ci spaventi il simulacro di cera. Ora come succede questo? Forse

rassomiglia il simulacro di marmo e quello di cera apparisce deforme? Al

contrario perfetta è la riproduzione del vero nella immagine di cera,

uguali i capelli, gli occhi, le labbra, niente manca, perfino le

palpebre e il tessuto dei vasi linfatici; che più? lo stesso moto degli

occhi. Invece la statua di marmo rammenta bene l'originale, ma tale e

quale non lo effigia. Donde parrebbe potersi ricavare questa regola che

come nelle belle arti il preciso ritratto del corpo infastidisce, così

nella poesia drammatica il troppo puntuale sponimento della passione

nuoca. Ancora, se vogliamo favellare col cuore in mano, lo scopo che

affermano proporsi la commedia, ch'è quello di emendare, castigando, i

costumi, se vogliamo favellare sincero, è precetto rugginoso, rimasto

dentro le poetiche come un mangano dei tempi di mezzo in qualche museo

di armi. Amore, e sempre amore, argomento dei drammi, il quale

partorisce diletto più acuto quanto più si manifesta, o immane, o

scellerato, o furbesco, di ogni maniera insomma, purchè fuori del

consueto, e se non paresse troppo grande traslato, vorremmo dire

_gladiatorio_. Fra tanto deviamento di scopo del poeta teatrale ci parve

sempre degno di molta commendazione Vittore Hugo, il quale co' suoi

drammi si propose persuadere una verità confortante davvero, ed è che

alla creatura umana comunque sprofondata nel delitto e nel vituperio

rimarrà sempre aperta la via della redenzione quante volte o conservi o

le sorga nell'anima un alto e puro affetto. S'egli abbia conseguito

sempre il suo assunto, o se altri il potesse più e meglio di lui ci

asterremo cercare: a noi basti averlo proposto ad esempio. Presso noi il

teatro, se veracemente intende assumere le parti di educatore (e se lo

vuole lo può), badi a provvedere al massimo nostro bisogno: bisogno

supremo nostro non istà nello ingannare zii avari, tutori gelosi,

sbertare arcifanfani e via discorrendo; i vizi che adesso ci fanno

guerra sono ipocrisia, viltà, frivolezza, ignoranza di domestiche

storie, amore di patria nessuno, la turpe gara dei debiti e dei

fallimenti con la ostentazione del lusso corruttore di ogni buono

ordinamento vuoi domestico o vuoi pubblico.

Siccome queste parole s'indirizzano a cui, se vuole, saprà troppo bene

comprenderle, così le cesseremo raccomandandogli sopra tutto a non

disperare mai e a non fermarsi un momento: _Excelsior!_

Hanno detto che la Buona fede, bandita dalla terra, dovrebbe refugiarsi

nel cuore dei re. Se fosse o no per trovarcisi ad agio anco dopo avere

recitato _il Paternostro di San Giuliano_, ora qui non fa mestieri

indagare; questo è certo però che la speranza, mandata fuori dall'anima

del poeta nel dì del finimondo, vi ritorna col ramo di olivo; il giorno

in cui non vi ritornerà più, le stelle chiuderanno le palpebre, e le

tenebre si distenderanno su l'universo come il tappeto nero sopra la

bara del morto.

Amelia Calani ed altri scritti · 第 18 / 31 题